Introduzione: I Patroni di Brescia
I Santi Faustino e Giovita sono venerati come patroni della Diocesi e della città di Brescia a partire dal 1485, quando subentrarono ai Santi Vescovi Filastrio e Apollonio. Secondo la tradizione, Faustino e Giovita erano due fratelli bresciani, figli di un'importante famiglia pagana, vissuti nel II secolo d.C. Essi appartenevano all'ordine dei Cavalieri.
Di storico, si attesta l'esistenza dei due giovani cavalieri, convertiti al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori delle terre bresciane e morti martiri tra il 120 e il 134 al tempo dell'imperatore Adriano. La loro vita e il loro martirio sono stati ricostruiti, con l'aggiunta di diversi elementi leggendari, dalla Legenda maior.
La Leggenda del Martirio: la "Legenda Maior"
La Legenda maior è un voluminoso passionario da altare, pervenuto a noi protetto da un'importante legatura settecentesca in pergamena rigida. Il passionario, che denota il taglio bresciano della sua genesi raccogliendo al proprio interno anche le passiones di Santa Giulia e Sant'Afra, narra le vicende dei due giovani santi e martiri, così come si andarono affermando in età carolingia. La loro conversione e il loro battesimo sono attribuiti a Sant'Apollonio, che nominò Faustino presbitero e Giovita diacono.
Le Persecuzioni e i Miracoli
Il successo della loro predicazione li rese invisi ai maggiorenti di Brescia, i quali, approfittando delle persecuzioni volute dall'imperatore Traiano (e poi proseguite da Adriano), invitarono il governatore della Rezia, Italico, ad eliminarli con il pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico. La morte di Traiano ritardò i piani del governatore, che però, durante una visita dell'imperatore Adriano a Milano, denunciò i due predicatori come nemici della religione pagana.
L'imperatore Adriano autorizzò Italico alla loro persecuzione. Inizialmente, Faustino e Giovita vennero minacciati di decapitazione e invitati ad abiurare e sacrificare agli dei; al loro rifiuto, furono imprigionati. La Legenda Maior narra di diversi episodi miracolosi che li protessero. Furono esposti alle belve del circo, ma queste rimasero mansuete ai loro piedi. Faustino approfittò dell'occasione per invocare la conversione degli spettatori, e molti si convertirono, inclusa Afra, moglie del governatore Italico, che anch'essa subì il martirio.
La conversione di Calocero, ministro del palazzo imperiale e comandante della corte pretoria, irritò ulteriormente l'imperatore. Questi ordinò che i giovani fossero scorticati vivi e bruciati sul rogo, ma le fiamme non li toccarono. Furono quindi trasferiti a Milano, dove continuarono a operare miracoli, come la loro fuga dal carcere per battezzare San Secondo, e furono nuovamente torturati con il supplizio dell'eculeo.
Trasferiti a Roma, vennero portati al Colosseo dove le belve si ammansirono ancora una volta. Inviati a Napoli per nave, sedarono una tempesta durante il viaggio. A Napoli, dopo nuove torture, furono abbandonati in mare su una piccola barca, ma gli angeli li riportarono a riva. L'imperatore ordinò il loro rientro a Brescia, dove il nuovo prefetto eseguì la sentenza di decapitazione il 15 febbraio, poco fuori Porta Matolfa. Furono sepolti nel vicino cimitero di San Latino, dove in seguito il vescovo San Faustino edificò la chiesa di San Faustino ad sanguinem, oggi Sant'Angela Merici.

Lo Sviluppo del Culto e il Legame con Brescia
Un luogo di culto legato alla presenza delle reliquie dei martiri Faustino, Giovita e Afra sorse a Brescia sulla via Cremonensis, nei pressi di un cimitero, forse per iniziativa del vescovo San Latino nel IV secolo. L'esistenza di un santuario martiriale di S. Faustino ad sanguinem è attestata da San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi (VI secolo).
Nel IX secolo, i corpi dei martiri Faustino e Giovita furono trasportati nella chiesa di San Faustino Maggiore a Porta Pile, dove si trovano tuttora. Il loro culto si diffuse verso l'VIII secolo, periodo in cui fu scritta la leggenda, prima a Brescia e poi, tramite i Longobardi, in tutta la penisola, in particolare a Viterbo.
Le prime notizie certe del culto dei due santi risalgono alla decisione del bresciano Petronace di portare con sé la reliquia del braccio di Faustino e di collocarla nella chiesa del monastero di Montecassino nella prima metà dell'VIII secolo. L'inserimento dei martiri Faustino e Giovita nel contesto ecclesiale e urbanistico di Brescia può essere ricondotto al vescovo Anfridio che nell’816 avviò la costruzione della basilica dove vennero traslate le loro spoglie. Lo storico Angelo Baronio ipotizza che in città, il sentimento di immedesimazione dei bresciani maturò precocemente, se non per entrambi, certamente verso Faustino, al quale fu accordata dai fedeli, forse per la sua condizione di presbitero, una maggiore importanza.
Un episodio narrato da Gregorio Magno attesta la presenza a Brescia, già nel VI secolo, di una classe dirigente che riconosceva nella basilica di San Faustino, prestigioso edificio di culto, un luogo che suggellava il proprio ruolo. Si racconta che il patrizio bresciano Valeriano, nonostante la sua vita "leggera e licenziosa", fu sepolto nella chiesa di San Faustino ad sanguinem, probabilmente dietro compenso. La notte seguente, il martire apparve al custode della basilica, intimando di comunicare al vescovo la necessità di rimuovere quelle spoglie "puzzolenti" dal luogo sacro, avvisando che, in caso contrario, il presule sarebbe morto. L'avvertimento rimase inascoltato, nonostante il santo comparisse altre due volte.
Alcune reliquie dei santi sono oggi conservate nella basilica a loro dedicata.
Il Miracolo della Trasudazione e la Difesa di Brescia
Nel IX secolo, un altro miracolo narrato è quello della trasudazione delle spoglie dei Santi Faustino e Giovita, avvenuta durante una processione verso San Faustino Maggiore. Si dice che la processione si fermò nei pressi della chiesa e le reliquie dei due martiri cominciarono a trasudare sangue. Il duca Nano di Baviera, presente alla processione, vide il miracolo e guarì da una malattia, convertendosi al Cristianesimo e donando a Brescia un pezzetto della croce di Cristo, ora conservata nel Duomo Vecchio.
Un episodio significativo per il patrocinio dei santi è legato all'assedio di Brescia del 1438. La città, sotto il dominio di Venezia, era assediata dai Visconti di Milano, guidati dall'esercito di Niccolò Piccinino. Si narra che il 13 dicembre, i Santi Faustino e Giovita apparvero sulle mura del castello, vestiti con abiti militari, a significare la loro protezione della città, contribuendo a far togliere l'assedio.

La Basilica dei Santi Faustino e Giovita Maggiore
L'attuale Basilica dei Santi Faustino e Giovita ha una storia complessa. Un primissimo edificio intitolato a Santa Maria in Silvia fu distrutto da un incendio nell'819. Fu subito decisa la ricostruzione della chiesa, consacrata nell'843 dal vescovo Ramperto, che pose sulla sommità del campanile un gallo segnavento, passato alla storia come il "gallo di Ramperto". Un'altra ricostruzione dell'edificio risale al XII secolo, quando la chiesa romanica fu dotata di una cripta per le reliquie dei patroni.
L'impostazione generale dell'edificio è barocca. Il monastero annesso alla chiesa fu chiuso nel 1797 e i monaci benedettini furono costretti ad andarsene. Fu poi utilizzato a fini militari fino al 1980, per poi passare in proprietà al Comune. La navata centrale è coperta da una lunga volta a botte.
Opere d'Arte e Architettura
Tra le opere d'arte custodite nella basilica spicca una grande tela con la Natività di Gesù, uno dei capolavori di Lattanzio Gambara, posizionata sull'altare baroccheggiante attribuito a Santo Callegari il Vecchio. La struttura dell'altare è ricca e articolata, con tre angeli dalle forme salde e floride intorno al timpano. Lo stile del Gambara, influenzato da Raffaello e Giulio Romano, unisce una vena classica alle arditezze manieriste. Al centro del dipinto, Maria guarda amorevolmente il Bambino, descritto con un ardito scorcio, affiancata da San Giovannino, una fanciulla bionda, San Giuseppe e vari pastori. Sullo sfondo, una veduta con fortificazioni e un gregge al pascolo, mentre colonne corinzie e un rustico edificio in rovina chiudono la scena, tipico uso delle rovine in pittura dal XV secolo.
L'altare, giocato sull'alternanza di marmo nero e bianco, crea un effetto elegante e scenografico. Il fronte della mensa è incorniciato da due angeli cariatidi, tipologia diffusa nel Seicento. Ai lati dell'altare, due colonne tonde e una semiquadrata sul fondo creano una nicchia che ospita la statua di San Benedetto inginocchiato, dal sapore manierista, che riprende l'usanza di un corpo nero con mani e capo in bianco, importata dal mondo ellenistico e romano.
Il soggetto dell'Apoteosi dei Santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica è un'altra importante opera. Sulla parete sinistra del presbiterio, una grande tela di Giandomenico Tiepolo mostra l'Intervento dei Santi Patroni in difesa di Brescia assediata da Niccolò Piccinino. Per la maggior parte dei bresciani, l'immagine dei Santi Faustino e Giovita è quella cristallizzata nello splendido affresco di Giandomenico Tiepolo, che li ritrae come due giovani vestiti di lorica ed elmo, brandendo la spada, che irrompono nella battaglia sotto le mura di Brescia. Salendo con lo sguardo, troviamo San Benedetto con il bastone pastorale, e la sorella gemella Scolastica, vestita da suora, in quanto fondatrice del monachesimo femminile. Intorno alla scena centrale sono dipinti a monocromo i Quattro Padri della Chiesa d’Occidente: Papa Gregorio Magno, Sant’Agostino, Sant’Ambrogio e San Girolamo.

Le tele note come lo Stendardo di Romanino o del Santissimo Sacramento, commissionate dalla Scuola del Santissimo Sacramento della chiesa di San Faustino, erano originariamente conservate nell'omonima cappella. Dal Seicento, la faccia con la Messa di Sant’Apollonio rimase nascosta, perché lo stendardo fu appeso contro una parete della cappella e sulla parete opposta fu sistemata una copia della Messa, opera di Girolamo Fausti. Il Cristo è raffigurato trionfalmente risorto mentre lascia il sepolcro scoperchiato, con la tomba ormai vuota circondata da un gruppo di soldati romani che dormono ignari dell'evento. Il lato con la Messa di Sant’Apollonio racconta un episodio noto all’epoca, contenuto nella Legenda de Sancto Faustino e Jovita, dove il vescovo Apollonio si trovò una notte privo degli strumenti per celebrare messa.

La Ricerca e gli Studi sulla "Legenda Maior"
La Legenda maior, pur essendo un testo fondamentale per la tradizione dei santi, presenta talvolta inesattezze e incongruenze, come la narrazione che i santi siano stati convertiti da Sant'Apollonio, che fu vescovo di Brescia nel IV secolo d.C., quindi non contemporaneo ai martiri del II secolo. L'opera "Santi Faustino e Giovita patroni di Brescia. Origine e diffusione del culto" (2023) della Fondazione Civiltà Bresciana, a cento anni dalla pubblicazione di Paolo Guerrini, si propone di fare il punto sugli studi e aggiornare le conoscenze, grazie a un esame delle fonti e all'analisi di testimonianze archeologiche della basilica di San Faustino ad sanguinem.
In occasione della festa dei santi patroni (15 febbraio), si è tenuto un convegno sull'urgenza di una vera edizione critica della Legenda maior. Paolo Tomea ha evidenziato la stereotipizzazione del racconto agiografico e la mancanza di appigli concreti per una contestualizzazione cronologica. Ha sottolineato la necessità di recuperare nuovi testimoni del testo, come il manoscritto 577 della Stiftsbibliothek di San Gallo (sec. X) e il manoscritto 133 della John Rylands Library di Manchester (sec. XV), rappresentando un progresso rispetto al lavoro del gesuita Fedele Savio del 1896.
Simona Gavinelli ha presentato nuovi testimoni della Legenda maior, in particolare il ritrovamento di un esemplare finalmente completo nel Passionario Queriniano Fè 14 (secc. XII-XIII), considerato l'originale da cui provengono copie precedenti, e altri esemplari come il manoscritto 266 della Stiftsbibliothek di Einsiedeln. Questi ritrovamenti suggeriscono una possibile redazione diversa della Legenda, nata nella cultura carolingia. Sono stati rinvenuti anche altri passionari incompleti e tardivi presso l'Università Cattolica di Milano, la Biblioteca Comunale di Trento e la Biblioteca Capitolare di Bergamo.
Diego Cancrini ha comunicato i risultati della sua ricognizione dei testimoni manoscritti del volgarizzamento della Legenda maior, aggiungendo ai già noti manoscritti Di Rosa 9 e D.VII.16 della Biblioteca Queriniana, il manoscritto 217 della Biblioteca Città di Arezzo e il misconosciuto manoscritto T.V.011 della Biblioteca Francescana di Milano. Inoltre, tra le carte del collezionista bresciano Giuseppe Onofri, è stato rinvenuto un frammento inedito di un testimone perduto della Legenda.
Infine, l'archeologo Dario Gallina ha esaminato profili archeologici nel racconto martiriale, focalizzandosi su questioni come la corrispondenza tra la "columna ex qua fluebat aqua velociter" della Legenda e colonne cave del fonte battesimale di S. Stefano a Milano, la collocazione della chiesa di S. Faustino ad sanguinem in relazione alle mura augustee di Brescia, e la possibile derivazione della forma circolare della chiesa di S. Faustino dalla tipologia dei castella aquae.
La Festa dei Patroni e le Tradizioni Popolari
Ogni 15 febbraio, in occasione della festa dei Santi Faustino e Giovita, Brescia si anima con una grande celebrazione. Questa ricorrenza è anche l'occasione per la tradizionale Fiera di San Faustino, un evento popolare che trasforma la città in un luogo di festa. Lungo le vie si possono sentire i rumori caratteristici dei piatti che vengono sbattuti e delle voci che animano gli spazi. La fiera offre una moltitudine di dolci e dolcetti che richiamano all'infanzia, tra cui l'inconfondibile "Tirapicio", noto ai non bresciani come "Tiramolla", una classica stringa dal sapore misto mou e liquirizia, immancabile nei sacchetti di chi visita la fiera.
Questo attaccamento popolare alla festa di San Faustino e Giovita si distingue anche da altre celebrazioni, come la giornata di Santa Lucia. Sebbene Santa Lucia sia una santa venerata, anche dai Veneziani che in passato dominarono Brescia e associarono l'evento, la festa dei patroni Faustino e Giovita mantiene un ruolo centrale nell'identità culturale e religiosa bresciana.

Riflessioni Spirituali sul Martirio
La memoria dei martiri Faustino e Giovita invita a una profonda riflessione sulla fede e la perseveranza. Come si legge in Romani 8, 24-26: "Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio."
Le parole del Salmo 115, 15, "È preziosa davanti al Signore la morte dei suoi Santi", risuonano con particolare forza. Questa preziosità non è solo per noi, ma anche per Colui per il cui nome il martirio si è verificato. Il prezzo di queste morti è la morte di uno solo: Cristo. "Se il chicco di frumento, caduta a terra, non sarà morto, rimane solo, se invece sarà morto, porta molto frutto" (Gv 12, 24-25). Sulla croce, Cristo ha compiuto la nostra redenzione, aprendo il "sacchetto del nostro prezzo" quando dal suo fianco scaturì il prezzo del mondo intero.
I fedeli e i martiri furono riscattati; la fede dei martiri fu messa alla prova e il loro sangue ne è testimone. Essi hanno restituito ciò che fu speso per loro, adempiendo alle parole di San Giovanni: "Come Cristo ha dato la vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1Gv 3, 16). La mensa del Signore è ricca, dove le vivande sono il padrone stesso. L'uomo, considerando i beni ricevuti da Dio, si chiede: "Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha ridato?" (Sal 115, 12). Non si tratta solo di ciò che ha dato, ma di ciò che ha ridato, beni in cambio di mali.
La risposta si trova nelle parole del Salmo: "Prenderò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore" (Sal 115, 13). Questo calice è il calice della passione, amaro ma salutare, che il Medico per primo ha bevuto. È il calice che Cristo stesso menzionò: "Padre, se è possibile, passi da me questo calice" (Mt 26, 39), e che propose ai figli di Zebedeo: "Potete bere il calice che berrò io?" (Mt 20, 22). Beati coloro che hanno bevuto questo calice, come i martiri, che pur di fronte alle sofferenze hanno invocato il nome del Signore, perché in loro vince Colui che disse: "Rallegratevi, perché io ho vinto il mondo?" (Gv 16,33). L'imperatore celeste guidava la loro mente e parola, vincendo il diavolo sulla terra e coronando i martiri in cielo.
Preghiera ai Santi Faustino e Giovita
Dio onnipotente ed eterno, che ai santi martiri Faustino e Giovita hai dato la grazia di soffrire per Cristo, sostieni la nostra debolezza con il tuo aiuto: come essi non esitarono a morire per te, così anche noi possiamo vivere da forti nella confessione del tuo nome. Amen.