La Chiesa invita a pregare per tutti i nostri fratelli defunti e a rinforzare la nostra certezza nell’esistenza della vita eterna. Oggi, siamo chiamati a pregare per i defunti: per tutti i fedeli defunti, per i nostri cari defunti e per coloro per i quali nessuno prega; in particolare, preghiamo questa mattina per i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate e tutti i fedeli defunti della nostra Diocesi.
La liturgia della Commemorazione di Tutti i fedeli defunti, come quella di ieri di Tutti i Santi, ci invita a contemplare la Chiesa invisibile e a riscoprire quei legami che ci uniscono a tanti nostri fratelli e sorelle che sono già entrati nella nuova vita, ma non per questo si sono allontanati da noi. Celebrare i santi e pregare pensando ai morti possiamo vederle come due facce dell’unica medaglia.
Il Giudizio Divino e l'Importanza della Preghiera
Il Giudizio Particolare e Universale
Nel Vangelo di Matteo, il Signore ci ha spiegato come avverrà il giudizio universale: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria a giudicare tutti i popoli». Ci ha anche detto in base a cosa tutti i popoli - così come ciascuno di noi - saremo giudicati: in base all’amore che avremo avuto per i fratelli. Questo giudizio finale avverrà alla fine di tutta la storia.
Tuttavia, la Chiesa insegna che, al momento della morte, ciascuno di noi affronta già un primo giudizio, detto giudizio particolare. In questo, il Signore decide la nostra sorte eterna. Egli ci giudicherà decidendo se andremo all’inferno, in purgatorio o in paradiso. A questo punto potrebbe sorgere un’obiezione: se dopo la morte non esiste più il tempo, come possono esserci due giudizi, uno particolare e uno finale? Innanzitutto, occorre precisare che, prima del giudizio universale, le anime di coloro che sono morti non sono completamente fuori dal tempo, ma in qualche modo partecipano ancora alla nostra dimensione temporale. Vivono un tempo diverso dal nostro, un tempo che non conosciamo, che è un mistero.

La Preghiera come Opera di Misericordia Spirituale
Ecco, allora, l’importanza della nostra preghiera per coloro che ci hanno preceduto nell’aldilà. La preghiera è un atto di misericordia. Come dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, visitare un malato o un carcerato sono opere di misericordia corporale, così - anzi, ancor più - la preghiera è un’opera di misericordia spirituale. Mentre le opere di misericordia corporale si prendono cura del corpo, quelle spirituali si rivolgono all’anima, che è eterna.
L'Efficacia della Preghiera per le Anime del Purgatorio e del Paradiso
Non sapendo dove sono coloro che sono morti, che senso può avere la nostra preghiera? Se le anime dei nostri defunti sono in purgatorio, la nostra preghiera le aiuta nel cammino di purificazione. Le anime del purgatorio, che soffrono nell’attesa di contemplare il volto di Dio, provano una profonda gratitudine per le nostre preghiere, poiché esse ne affrettano l’ingresso in paradiso. In particolare, far celebrare Messe di suffragio per i defunti è di grandissima importanza: la preghiera più efficace resta sempre il sacrificio di Cristo, reso presente in ogni Eucaristia.

E se le anime dei nostri cari sono già in paradiso? Allora cominciamo a rendere grazie a Dio: le anime di coloro che amiamo si trovano nella gioia eterna. Ma anche in questo caso la nostra preghiera non è inutile. In primo luogo, perché le anime che sono in paradiso si rallegrano del nostro ricordo e del nostro amore. In secondo luogo, perché - come avviene per i santi - esse offrono le nostre preghiere a Cristo, affinché le utilizzi per il bene di chi più ne ha bisogno, soprattutto di coloro che non hanno nessuno che preghi per loro.
Il Dolore della Perdita e la Speranza Cristiana
Accettare la Volontà di Dio e la Vita Eterna
Un ultimo aspetto, che non si può negare, riguarda il dolore che suscita la partenza dei nostri cari. È un sentimento naturale: quando vogliamo bene a qualcuno, la sua morte provoca in noi una sofferenza profonda. Tuttavia, come ricordato all’inizio, siamo chiamati a rafforzare e approfondire la nostra certezza nella vita eterna. Se crediamo davvero che la vita non finisce con la morte, allora comprendiamo che i nostri defunti, dal cielo, vedono ciò che viviamo e, in un modo che a noi rimane misterioso, partecipano alle nostre gioie e alle nostre pene.
È importante, dunque, - non solo per noi stessi, ma anche per i nostri cari defunti - che chiediamo a Dio di accettare la sua volontà. Il momento della morte non è nelle nostre mani, né in quelle delle persone che amiamo. Tutto è racchiuso nel misterioso disegno di salvezza di Dio. Per questo dobbiamo domandare, anche quando è faticoso e umanamente difficile, la grazia di saperci affidare alla sua volontà.
Ogni persona che muore è una porta che si spalanca verso il cielo. Con ogni partenza, una parte del nostro cuore comincia ad appartenere al cielo, a quel mondo dell’aldilà dove già dimorano coloro che abbiamo amato. Il Signore, attraverso queste esperienze di distacco, ci prepara alla vita eterna. Chiediamo, allora, il dono dello Spirito Santo, affinché allontani da noi ogni dubbio sull’esistenza dell’aldilà - quei dubbi che talvolta ci turbano, ci spaventano, ci gelano il cuore. Domandiamo che lo Spirito faccia crescere in noi la fede: la fede che la vita terrena è solo l’inizio di quella definitiva, e che impariamo a vivere ogni istante illuminati dal destino eterno che ci attende.
LA SPERANZA CRISTIANA: LO SGUARDO SULLA VITA ETERNA
L'Amore che Vince la Morte
Dobbiamo credere all’amore! Vivere cioè di quell’amore che Gesù ha vissuto in modo pieno, compiuto, perfetto. Solo l’amore, cari amici, è in grado di combattere la morte fino a vincerla. San Giovanni nella sua Prima lettera ha scritto: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli.” E ancora: dopo l’esperienza della narrazione del Volto di Dio dataci da Gesù durante la sua vita, noi scopriamo che dove c’è e ci sarà un’esperienza di amore umano autentico là sarà presente l’amore di Dio in noi. Quando l’amore diventa realtà tra gli uomini, allora Dio è e sarà presente e agirà massimamente. Comprendiamo dunque che questa è la nostra grande speranza!
Certamente vinceremo la morte quando il Risorto ci chiamerà, nell’ultimo giorno, alla vita eterna in anima e corpo; ma già da ora possiamo prepararci per tale evento, vivendo quell’amore che già oggi ci fa partecipare alla vittoria dell’amore sulla morte. Amare per vincere con Cristo-amore assoluto, il mistero della morte! Cari amici, in questo giorno riscopriamo quale è il nucleo dell’annuncio cristiano! Ossia riscopriamo come esso sia l’amore e come l’amore vince la morte.
Il Dio cristiano è amore! E lo possiamo affermare perché è stato raccontato da Gesù con la sua vita donata, con un amore più forte della morte che ci ha donato tramite la sua risurrezione e trascinandoci dietro a Lui nella sua vita umana - che è passata per la morte - ma per giungere al Padre affinché anche noi camminiamo verso il Padre senza sosta fino a quando giungeremo alla vita eterna, quella vita nella quale oggi preghiamo e ci impegniamo a vivere nell’amore poiché vi giungiamo non soltanto noi ma anche i nostri defunti che sappiamo essere uno con noi grazie al mistero che ci unisce e che chiamiamo Comunione dei Santi, unità profonda tra noi Chiesa peregrinante nel tempo e nella storia, Chiesa trionfante e Chiesa purgante che attende cioè il nostro suffragio, il nostro amore fattivo tra noi e per loro, affinché tutti giungano all’incontro con Colui che ci attende e non ci respinge: Cristo nostra Vita e Risurrezione.
Il Cimitero: Un Luogo di Memoria e Comunità
Ancora una volta ci ritroviamo in questo luogo, dove si cammina solo a piedi, adagio, lasciandoci il tempo per guardarci intorno, per leggere qualche nome e qualche data, per apprezzare la bellezza di un monumento o la sua stranezza. In questo luogo ciascuno di noi può intavolare un dialogo anche senza usare parole. Un dialogo interiore fatto di incontri passati, di speranze condivise, di dispiaceri e ferite. In questo luogo non si può evitare il pensiero della morte, di qualcosa che inizia e finisce.

La presenza del cimitero è istruttiva per tutti, per ricordarci la nostra fragilità, che il tempo che abbiamo non è eterno, per fare bene e ringraziare chi ci fa del bene. La presenza dei resti dei morti che si raccolgono in un luogo comune invita la città, i paesi, i cittadini a riconoscere una vocazione alla comunità: non siamo fatti per la solitudine ma nasciamo in una comunità e andiamo a finire in uno spazio comunitario. La presenza dei cimiteri tiene viva la domanda sul senso del tutto e invoca la risposta. La Scrittura, nel salmo 89 ci ricorda: Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore (Salmo 89, 12).
Siamo qui al cimitero di questa nostra città, dove preghiamo in comunione con tutti coloro che ci hanno lasciato. Ognuno di noi ha davanti agli occhi i suoi cari, gli amici, i parenti che ci hanno lasciato. Ma ricordiamo anche coloro che sono dimenticati, come chi muore nelle guerre, per la fame, per la violenza e le ingiustizie, per la povertà e le malattie; ricordiamo anche chi muore nel Mediterraneo nei viaggi della speranza.
Il cimitero è entrare nell’altra città degli uomini, quella città che ricorda il nostro passato, che conserva i nostri cari, le radici più profonde della nostra storia, personale e comune e ci apre al futuro. I nostri cari ci sono vicini e ci ricordano di non perdere mai di vista la meta ultima della vita che non è la terra, ma il cielo nella città di Dio. Il cimitero infatti, che significa dormitorio, è il luogo da cui siamo chiamati a guardare non solo al passato, ma anche al nostro futuro quando incontreremo di nuovo i nostri cari, staremo per sempre insieme, e niente ci potrà più separare. Oggi, giorno della memoria, è il giorno in cui si prega e si ricordano coloro che hanno camminato con noi, che ci hanno accompagnato per un tratto più o meno lungo della nostra strada, tutti quelli da cui abbiamo imparato qualcosa, tutti coloro che ci hanno lasciato qualcosa in dono.
La morte, care sorelle e cari fratelli, ci unisce. In un mondo diviso come il nostro, quando la pandemia ha accentuato la distanza tra gli uni e gli altri, ci scopriamo qui, in questo luogo, non persone isolate, bensì parte di un unico popolo, con un destino comune da cui nessuno si può sottrarre. In Cristo c’è una misteriosa solidarietà tra quanti sono passati all’altra vita e noi pellegrini in questa: i nostri cari defunti, dal cielo continuano a prendersi cura di noi. Davanti alla morte niente più ci separa, non conta nemmeno più chi sei stato, davanti alla morte siamo tutti uguali. Il Signore è venuto ad asciugare le nostre lacrime, e ci annuncia che nella città che ci attende non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate.
La Promessa dell'Immortalità e il Conforto Divino
La Vita Trasformata e la Consapevolezza della Fede
Una bella preghiera del Prefazio per le Messe dei defunti esprime questa idea con parole molto profonde ed efficaci: “Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata. E mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno viene preparata un’abitazione eterna nel cielo”. La speranza della vita eterna si fonda sulla fede in Dio che ci ama e non abbandona la nostra vita nel sepolcro, né lascia che i suoi fedeli vedano la corruzione (cfr. Sal 16,10).
L’ascolto della Sacra Scrittura nutre la nostra fede e ci permette di crescere nel riconoscere nella nostra vita e nella storia del mondo i segni della fedeltà di Dio che mantiene la sua promessa di salvarci dal peccato e dalla morte. La prima lettura ci presenta l’immagine di Dio come una mamma che consola un figlio: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”. Questa immagine viene ripresa anche nel libro dell’Apocalisse: “E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
Papa Francesco, in un paragrafo dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, diceva in proposito: “L’amore possiede un’intuizione che gli permette di ascoltare senza suoni e di vedere nell’invisibile. […] Ci consola sapere che non esiste la distruzione completa di coloro che muoiono, e la fede ci assicura che il Risorto non ci abbandonerà mai. Così possiamo impedire alla morte di avvelenarci la vita, di rendere vani i nostri affetti, di farci cadere nel vuoto più buio” (AL 256).
La Speranza Nutrita dalla Carità
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci invita a meditare sulle opere di misericordia corporale alle quali la tradizione cristiana ha aggiunto quelle di carattere spirituale. Pregare Dio per i vivi e per i defunti è una di esse. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che la preghiera per i defunti può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.
È bella in tal senso la proposta della Fondazione Tutto è vita di celebrare in famiglia la festa dei morti per riscoprire il volto benefico dell’aldilà, piuttosto che come luogo popolato da mostri e fantasmi. Si propone ai genitori, agli insegnanti ed educatori di far trovare doni per tutti i bambini nel giorno della festa dei morti, ricordando che sono simbolicamente regali giunti dai defunti della famiglia. Il momento festoso di ricezione dei doni potrebbe essere associato a momenti di ricordo e narrazioni familiari con foto e oggetti che veicolino il rapporto con i cari defunti. Anche condurli al cimitero, potrebbe essere un’occasione di introduzione al mistero come incanto.
Un canto che veniva spesso eseguito in passato nelle nostre assemblee liturgiche diceva: “Quando busserò alla tua porta avrò ceste di dolore, avrò grappoli di amore”. Con queste parole si voleva alludere all’importanza di vivere il tempo della vita come preparazione all’eternità, preparando dei doni da offrire, che consistono proprio nelle opere di misericordia verso i poveri, i piccoli. Papa Leone ci ha ricordato la centralità di questo messaggio del Vangelo, nella sua prima Esortazione Apostolica Dilexi te: «Anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana».
L'esperienza della perdita, che si tratti di un oggetto o di una persona cara, ci apre gli occhi sul mistero di Dio stesso e sul suo desiderio che nessuno si perda. Gesù si è tuffato nel cuore dell’incendio, del pericolo mortale in cui era incappata l’umanità perduta, lontana da Dio; ha messo in gioco la sua vita, per rispondere al desiderio di Dio che nulla e nessuno andasse perduto. Questo è il fondamento della speranza cristiana.
Il Paradosso Cristiano: Vita Attraverso la Morte
Esorcizzare la Morte nella Cultura Contemporanea
Carissimi, il tema della morte è un tema che viene esorcizzato pesantemente dalla nostra cultura, salvo riproporcelo quotidianamente attraverso il telegiornale. Un tema che viene esorcizzato perché, parlare della morte, è politicamente scorretto, ma è centrale perché il fatto che moriremo rimane uno dei pochi dati certi della nostra vita. Non abbiamo certezze su tutte le cose che possiamo vivere e fare, ma abbiamo questo dato certo: moriremo. E vivere questo come un momento da cancellare, non fa bene da un punto di vista dell’igiene personale spirituale, e non rende verità all’annuncio evangelico perché Gesù è venuto proprio perché noi “abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza”.
Questo è il paradosso del cristianesimo: Gesù è venuto a dirci: “Vi do la vita attraverso la morte”. Fin dall’inizio della Chiesa, infatti, il battesimo era visto come un percorso di morte e di risurrezione. Il fonte battesimale era con degli scalini che permettevano di entrare in una vasca, dove il catecumeno veniva immerso proprio per significare che moriva al peccato per risorgere a vita nuova.

“Ecco io faccio nuove tutte le cose” dice Gesù, ed è una vita in un regno diverso: “Vidi un cielo nuovo ed una terra nuova, il cielo e la terra di prima erano scomparsi ed il mare non c’era più”. Abbiamo quindi a che fare con un qualcosa che trascende questa nostra dimensione, non possiamo ridurre tutto all’immanenza, alla nostra vita terrena, perché diventa intelligibile e invivibile. La morte è esorcizzata dalla nostra cultura perché siamo nell’epoca dei consumi e bisogna consumare bene senza un domani, altrimenti si diventa un po’ meno consumatori.
Le Beatitudini: Promessa di Pienazza e Felicità Eterna
Le beatitudini, che sono il primo lungo e articolato discorso programmatico di Gesù nel suo ministero di vita pubblica, ci presentano da subito un’incompiutezza nella nostra vita, perché Gesù dice che ci dà il “centuplo quaggiù insieme a persecuzioni” e per dare la completezza “nel futuro la vita eterna”. Non è una promessa eterea ed ingenua, ed è anche vero che, pur avendo in questo tempo il centuplo per quello che lasciamo per il Signore, non c’è la pienezza. Ed è per questo che nelle beatitudini:
- “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”, ora ma non qui.
- “Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati”, qui ma non ora.
- “Beati i miti perché avranno in eredità la terra”, qui ma non ora.
- “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”, qui ma non ora.
- “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”, qui ma non ora.
- “Beati i puri di cuore perché vedremo Dio”, qui ma non ora.
- “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”, qui ma non ora.
- “Beati i perseguitati della giustizia perché di essi è il regno dei cieli”, non qui ma ora.
- “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”, non qui ma ora.
Le beatitudini ci danno questo senso dell’incompiutezza, manca sempre un pezzo; anche nella nostra vita manca sempre un pezzo: o riusciamo a vedere la morte come un passaggio ad una pienezza, oppure questa diventa uno spettro che opprime con la paura la nostra vita; la nostra vita sarebbe segnata e dominata dalla paura. Gesù Cristo è venuto a riscattarci dalla morte e dalla paura della morte facendoci vedere i beni che ci vengono dati in pienezza, non qui, non ora, ma in pienezza, e questo è il cammino della fede; la fede, infatti, è il contrario della paura.

Esempi di Fede Profonda Di Fronte Alla Morte
Vi lascio con alcuni aneddoti di come è vissuta la morte da comunità contemplative, come i Carmelitani e le Carmelitane Scalze, che offrono una prospettiva di fede autentica e serena.
- Il Funerale in Bianco: Una monaca carmelitana, per la quale un sacerdote pregava sin da seminarista, perse il padre il giorno della domenica in Albis. La priora chiese di celebrare la messa esequiale in bianco, per "fare più festa", esprimendo una gioia e una certezza della vita eterna che trascendeva il dolore immediato.
- La Partenza come Viaggio di Nozze: Al funerale di una monaca, il corteo funebre si snodava con il feretro, e nel giardino del monastero, il carro funebre, con i suoi fiori bianchi, rifletteva il sole. Le consorelle, sorridendo e piangendo, sembravano augurare alla defunta "Te ne vai con lo sposo, beata te", come se fosse la partenza per un viaggio di nozze, un'immagine toccante di speranza e fede.
- La Serena Dipartita del Monaco Anziano: Durante esercizi spirituali in un eremo carmelitano, un monaco novantaduenne, dedito alla preghiera e alla contemplazione, morì. La comunità visse l'evento con una naturalezza e serenità impressionanti. Il priore, vedendo il mantello del defunto un po' storto nella bara, commentò: "È lo stesso, tanto quando risorge, si dà una scollatina e va' tutto a posto". Questa attitudine invidiabile dimostra una fede profonda nella risurrezione e nella vita che continua.

Questo modo di vivere dipende da una fede vera: se crediamo veramente che dopo questa nostra vita ce ne sia un’altra, perché se ne siamo profondamente sicuri, la morte non è più quel grande dramma e riusciamo a dare tante risposte ai perché della nostra vita. Gesù è venuto per darci la vita e questa vita viene attraverso il dato certo della morte; per questo siamo chiamati a fare delle nostri piccole morti quotidiane un cammino di risurrezione. La Vergine Maria, nostra celeste patrona, ci accompagni perché possiamo vivere con profondità questo momento e perché la nostra preghiera di suffragio sia autentica.