L'Omelia di Papa Francesco: Ascensione, Speranza e Missione Evangelica

L'Ascensione di Gesù al Cielo, evento cardine della fede cristiana, non rappresenta un "addio" ma il compimento della sua missione e l'inizio di una nuova modalità di presenza, attraverso la sua Chiesa e i sacramenti. Questa verità, profondamente radicata nella teologia cristiana, è stata spesso richiamata e approfondita da Papa Francesco nelle sue omelie e catechesi, in particolare con riferimento al Vangelo di Luca (Lc 24,46-53).

Gesù ascende al cielo, circondato dai discepoli

Il Significato dell'Ascensione secondo il Vangelo di Luca

Il Vangelo di Luca (24,46-53) narra l'ultima apparizione del Risorto ai discepoli, culminata con l'Ascensione. Gesù, prima di salire al Cielo, compie due azioni fondamentali: annuncia il dono dello Spirito Santo e benedice i discepoli.

L'Annuncio del Dono dello Spirito

Gesù rassicura i suoi amici dicendo: «Io mando su di voi Colui che il Padre mio ha promesso» (Lc 24,49). Questo passaggio evidenzia un concetto cruciale: Gesù non abbandona i discepoli. Egli ascende al Cielo, ma non li lascia soli; anzi, proprio ascendendo al Padre, assicura l'effusione dello Spirito Santo, il suo Spirito. Come aveva già detto: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito» (Gv 16,7). Questo dimostra l'amore di Gesù, una presenza che non limita la libertà, ma fa spazio, rendendo i discepoli protagonisti della sua opera nel mondo. Salendo al Cielo, Gesù si fa vicino a tutti con il suo Spirito, anziché rimanere con pochi fisicamente.

La Benedizione degli Apostoli

La seconda azione di Cristo è la benedizione degli apostoli: «Alza le mani e benedice gli apostoli» (Lc 24,50). Questo gesto sacerdotale, che Dio fin dai tempi di Aronne aveva affidato ai sacerdoti per benedire il popolo (cfr Nm 6,26), sottolinea che Gesù è il sommo sacerdote della nostra vita. Egli sale al Padre per intercedere a nostro favore, presentando la nostra umanità, le nostre speranze e le nostre ferite. Così, Cristo "ci fa strada", va a prepararci un posto e intercede per noi, affinché siamo sempre accompagnati e benedetti dal Padre.

L'Ascensione di Gesù al Cielo spiegata da Don Luigi Maria Epicoco

La Gratitudine e la Speranza nel Magistero di Papa Francesco

Papa Francesco ha spesso sottolineato l'importanza della gratitudine e della speranza. Egli ha affermato: «Se siamo portatori di gratitudine, anche il mondo diventa migliore, magari anche solo di poco, ma è ciò che basta per trasmettergli un po’ di speranza».

Pellegrini di Speranza

La speranza cristiana, secondo il Pontefice, non invita a una statica attesa, ma a un movimento, a un cammino. Il Concilio Vaticano II ricorda che «l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo» (Gaudium et Spes, n. 39). Siamo, dunque, "pellegrini di speranza", come suggerisce il motto del Giubileo 2025. La speranza cristiana non significa "guardare il cielo" passivamente, ma operare attivamente sulla terra, consapevoli che Gesù è andato al cielo ma non ha abbandonato la terra, bensì è "uscito dal nostro campo visivo".

Testimonianza e Opere Buone

La Parola di Dio, come ricorda la Lettera agli Ebrei (10,23), ci esorta a conservare «senza vacillare la professione della nostra speranza». Sant'Agostino commenta questa esortazione affermando: «incoraggiamoci a vicenda stimolandoci alla carità e alle opere buone». La "nuova evangelizzazione", tanto cara a San Giovanni Paolo II, richiede oggi più che mai il compimento di queste "opere buone". Come Gesù «fece e insegnò» (At 1,1), l'azione precede la parola. Questo principio si ritrova in San Francesco d'Assisi, che nella Regola non bollata indicava ai frati di essere «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» attraverso il buon esempio, prima di annunciare la parola di Dio. Un monaco certosino contemporaneo di San Francesco aggiungeva che Gesù «non era zoppo, ma camminava con entrambi i piedi, cioè con il piede delle opere e con quello delle parole».

Maria, dopo l'annuncio dell'angelo, non si dedicò immediatamente a dichiarare la sua gratitudine, ma «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa» per incontrare Elisabetta. Come ha sottolineato Papa Francesco, Maria «non sceglie di proteggersi dal mondo, non teme i pericoli e i giudizi altrui, ma va incontro agli altri». Solo dopo questo incontro canterà il suo Magnificat. L'esempio di Maria ci spinge a imitare Gesù, che «fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo» (At 1,1-2).

La Missione della Chiesa e la Salvezza Eterna

Con l'Ascensione, Gesù affida ai suoi discepoli l'incarico di proseguire la sua opera di salvezza, evangelizzando e diffondendo il Regno d'amore di Dio. Conoscere Gesù è il desiderio più profondo dell'uomo, la vera soluzione a ogni problema e la salvezza dell'intera persona. «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù».

L'Urgenza del Mandato Missionario

Papa Francesco lamenta che molte parrocchie e cristiani sono "spenti", come "mummie", interessati solo a pascere se stessi, noncuranti di chi rischia di perdersi. È essenziale riscoprire l'urgenza del mandato missionario e la grandezza del compito affidatoci: la salvezza eterna delle anime. Evangelizzare è un compito grande, che si scontra con paure, limiti e ferite. Per questo Gesù ha raccomandato ai suoi di attendere lo Spirito Santo, che dà forza nell'annuncio, sostiene nella prova e ricorda le sue parole, arricchendo dei doni spirituali necessari per compiere la missione.

La Responsabilità dell'Uomo

Gesù, separandosi dai discepoli, li benedice. Nell'Antico Testamento, la benedizione era l'atto con cui il padre lasciava i suoi beni al figlio. Con l'Ascensione, inizia il "tempo della responsabilità": ora tocca a noi. Dio ci ama, ci fa spazio, non ci opprime, non vuole fare tutto Lui. L'assenza può diventare motivo di crescita, costringendo ad abbandonare le sicurezze esterne e a mettersi in gioco personalmente. Dio "scommette" su ognuno di noi, ci invia a compiere la nostra missione. La vita non è un passatempo: ognuno ha un compito nel "meraviglioso puzzle dell'umanità", e vivendo al meglio, trova senso alla propria esistenza e la dà agli altri.

Non dobbiamo "guardare nostalgici il cielo", ma metterci in cammino, vivendo in pienezza il tempo donato. Dio ci dà fiducia, una missione e il suo Spirito per compierla. Che sia nel matrimonio, nel sacerdozio, nella vita religiosa o in altre professioni, l'impegno deve essere per amore del Signore e degli altri, certi che Dio agisce con e in noi.

La Luce della Pasqua nelle Tenebre del Mondo

In questa "notte oscura della guerra, della crudeltà", il Papa invita a lasciarsi prendere per mano dalle donne del Vangelo, per scoprire la luce di Dio che brilla nelle tenebre del mondo. Le donne, recandosi al sepolcro all'alba, trovano la pietra rimossa e il corpo di Gesù assente (Lc 24,2-3). La Pasqua inizia "ribaltando i nostri schemi", con una speranza sorprendente. Tuttavia, questa speranza non è facile da accogliere; spesso prevalgono domande e dubbi, paura e un "volto chinato a terra". Troppo spesso guardiamo la vita con gli occhi rivolti verso il basso, disillusi sul futuro, chiusi nei nostri bisogni, nel "carcere dell’apatia", lamentandoci senza che le cose cambino. Così restiamo immobili davanti alla "tomba della rassegnazione e del fatalismo", seppellendo la gioia di vivere.

Occhi Diversi per la Speranza

Il Signore, invece, vuole donarci "occhi diversi", accesi dalla speranza che paura, dolore e morte non avranno l'ultima parola. Grazie alla Pasqua di Gesù, possiamo fare il salto "dal nulla alla vita", e la morte "non potrà ormai più defraudarci della nostra esistenza", essendo stata abbracciata dall'amore sconfinato di Dio. Il Signore è risorto!

Ascoltare la Voce del Risorto

Le donne, dopo aver visto la tomba vuota, ascoltano due uomini in abito sfolgorante che dicono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24,5-6). Queste parole sono un monito: non possiamo comprendere tutto di Dio, né incasellarlo nei nostri schemi. Ogni volta che lo cerchiamo solo nell'emozione passeggera o nel bisogno, per poi accantonarlo, dobbiamo ripeterci: "non è qui!". Non possiamo fare Pasqua se rimaniamo nella morte, prigionieri del passato, senza il coraggio di lasciarci perdonare da Dio, di cambiare, di rompere con il male. Un cristianesimo che cerca il Signore tra i "relitti del passato" e lo rinchiude nel "sepolcro dell’abitudine" è un cristianesimo senza Pasqua. Il Signore è risorto! Non dobbiamo attardarci attorno ai sepolcri, ma riscoprire Lui, il Vivente!

Le donne al sepolcro trovano la tomba vuota

Annunciare la Gioia della Risurrezione

Infine, le donne annunciano la gioia della Risurrezione. La Pasqua non serve a consolare intimamente chi piange la morte di Gesù, ma a spalancare i cuori all'annuncio straordinario della vittoria di Dio sul male e sulla morte. La luce della Risurrezione non trattiene le donne nell'estasi personale, ma genera discepoli missionari che "tornano dal sepolcro" (Lc 24,9) e portano a tutti il Vangelo del Risorto. Nonostante il rischio di essere prese per "pazze" (Lc 24,11), le donne corrono ad annunciare. Una Chiesa che corre in questo modo, senza paure, tatticismi o opportunismi, ma solo con il desiderio di portare la gioia del Vangelo, è una Chiesa bella. Siamo chiamati a fare esperienza del Risorto e condividerla, a "rotolare quella pietra dal sepolcro" per diffondere la sua gioia nel mondo.

Dobbiamo far risuscitare Gesù, il Vivente, dai sepolcri in cui lo abbiamo rinchiuso, liberarlo dalle formalità, risvegliarlo dal "sonno del quieto vivere". Portiamolo nella vita di tutti i giorni con gesti di pace, opere di riconciliazione, compassione verso i bisognosi, azioni di giustizia e verità. La nostra speranza si chiama Gesù. Egli è entrato nel sepolcro del nostro peccato, ha percorso i grovigli delle nostre paure, ha portato il peso delle nostre oppressioni e dagli abissi più oscuri della nostra morte ci ha risvegliati alla vita, trasformando il nostro lutto in danza. Facciamo Pasqua con Cristo! Con Lui, il male non ha più potere, il fallimento non impedisce di ricominciare, la morte diventa passaggio per una vita nuova. Con Gesù, il Risorto, nessuna notte è infinita; e anche nel buio più fitto, brilla la stella del mattino.

Il Mistero del Natale: Gloria, Luce, Speranza e Tristezza

Le parole dell'apostolo Paolo nella Lettera a Tito rivelano il mistero della notte santa del Natale: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini». Nel Bambino che ci è donato si concretizza l'amore di Dio per noi. È una notte di gloria, proclamata dagli angeli a Betlemme e ancora oggi in tutto il mondo. Questa gloria non si staccherà mai dalla nostra umanità. È una notte di luce, quella profetizzata da Isaia, che ha avvolto i pastori di Betlemme. Essi scoprono semplicemente che «un bambino è nato per noi» (Is 9,5) e comprendono che tutta questa gloria, gioia e luce si concentrano in un punto solo: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo è il segno di sempre per trovare Gesù.

La Semplicità e la Povertà di Dio

Per celebrare il vero Natale, dobbiamo contemplare questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio. Il Vangelo svela un paradosso: parla dell'imperatore e dei grandi, ma Dio non si fa presente lì. Non appare in un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla; non nei fasti dell'apparenza, ma nella semplicità della vita; non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende. Per incontrarlo, bisogna chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli.

L'Interrogativo del Bambino

Il Bambino che nasce ci interpella, chiamandoci a lasciare le illusioni dell'effimero per andare all'essenziale, a rinunciare alle pretese insaziabili, ad abbandonare l'insoddisfazione perenne e la tristezza. Ma dobbiamo lasciarci interpellare anche dai bambini che oggi non sono adagiati in una culla, ma giacciono nelle "squallide mangiatoie di dignità": nei rifugi sotterranei, sui marciapiedi, sui barconi dei migranti. Dobbiamo pensare ai bambini che non vengono lasciati nascere, a quelli che piangono per la fame, a quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.

Il mistero del Natale è insieme di speranza e tristezza. Tristezza perché l'amore non è accolto, la vita viene scartata, come accadde a Giuseppe e Maria che trovarono le porte chiuse (Lc 2,7). Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell'indifferenza dei più. Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le tenebre, la luce di Dio risplende. La sua luce gentile non fa paura; Dio ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile tra noi, come uno di noi.

Nasce a Betlemme, che significa "casa del pane", quasi a dirci che nasce come pane per noi, per darci la sua vita, per portarci il suo amore. Non viene a divorare e comandare, ma a nutrire e servire. C'è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell'amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita e pace ai nostri cuori. I pastori, emarginati di allora, compresero questo. Essi non erano sicuri di sé, ma «andarono, senza indugio» (Lc 2,16). Anche noi dobbiamo lasciarci interpellare e andare a Gesù con fiducia, a partire dalle nostre emarginazioni e ferite non guarite. In Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe, stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la nostra vita.

L'Ascensione di Gesù al Cielo spiegata da Don Luigi Maria Epicoco

L'Annuncio del Vangelo e la Croce

«La parola di Gesù ha il potere di far uscire alla luce ciò che uno porta nel cuore, che di solito è un miscuglio, come il grano e la zizzania», ha ricordato Papa Francesco durante la Messa del Crisma. L'annuncio del Vangelo è sempre legato all'abbraccio di una Croce concreta. La luce mite della Parola genera chiarezza nei cuori ben disposti e confusione e rifiuto in quelli che non lo sono, come si vede costantemente nel Vangelo.

Il Mistero dell'Iniquità

Il seme buono porta frutto, ma risveglia anche l'invidia del nemico che semina zizzania (Mt 13,24-30.36-43). La tenerezza del padre misericordioso attrae il figlio prodigo, ma suscita indignazione nel figlio maggiore (Lc 15,11-32). La generosità del padrone della vigna è motivo di gratitudine per gli ultimi, ma di aspri commenti per i primi (Mt 20,1-16). La vicinanza di Gesù ai peccatori guadagna cuori come Zaccheo, Matteo, la Samaritana, ma provoca disprezzo nei giusti. La magnanimità dell'uomo che manda il figlio ai vignaioli scatena in essi una ferocia inaudita (Mt 21,33-46). Tutto ciò dimostra che l'annuncio della Buona Notizia è misteriosamente legato alla persecuzione e alla Croce.

La Croce di Cristo

La Croce è presente nella vita del Signore fin dalla sua nascita, nel turbamento di Maria, nell'insonnia di Giuseppe, nella persecuzione di Erode e nei disagi della Santa Famiglia. Gesù ha abbracciato il tradimento e l'abbandono, la detenzione illegale, il giudizio sommario, la sentenza sproporzionata, la cattiveria degli schiaffi e degli sputi. Egli ha abbracciato la Croce intera, perché nella Croce "non c'è ambiguità", "non dipende dalle circostanze", "non si negozia". La Croce è parte integrante della nostra condizione umana, del limite e della fragilità. C'è anche l'aspetto della "morsicatura del serpente", che tenta di avvelenare e screditare l'opera di Cristo. Ma la Carne del Signore "è stata veleno per lui ed è diventata per noi l'antidoto che neutralizza il potere del maligno".

Una Croce che Salva

C'è "Croce nell'annuncio del Vangelo", ma è "una Croce che salva", pacificata con il Sangue di Gesù, con la forza della vittoria di Cristo che sconfigge il male e libera dal Maligno. Abbracciarla con Gesù ci permette di discernere e respingere il veleno dello scandalo. Non ci scandalizziamo, perché non si è scandalizzato Gesù vedendo che il suo annuncio di salvezza non risuonava puro, ma in mezzo alle urla e alle minacce. Non si è scandalizzato Gesù dovendo guarire malati e liberare prigionieri in mezzo a discussioni e controversie moralistiche, legalistiche, clericali. Non si è scandalizzato Gesù dovendo dare la vista ai ciechi in mezzo a gente che chiudeva gli occhi per non vedere. Non si è scandalizzato Gesù del fatto che la sua predicazione dell'anno di grazia abbia provocato uno scandalo pubblico. L'efficacia dell'annuncio del Vangelo non deriva dalle nostre parole eloquenti, ma dalla forza della Croce (1 Cor 1,17).

Dal modo in cui abbracciamo la Croce annunciando il Vangelo - con le opere e, se necessario, con le parole - si manifestano due cose: che le sofferenze procurateci dal Vangelo non sono nostre, ma «le sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5) e che «non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» e noi siamo «servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). Il Signore ci dà sempre quello che chiediamo, ma lo fa nel suo modo divino, che implica la croce, non per masochismo, ma per amore.

Il Dramma degli Sfollati Interni e l'Opportunità di Incontro con il Signore

Tra le sfide del mondo contemporaneo, Papa Francesco ha annoverato il dramma degli sfollati interni, spesso invisibile e esasperato dalla crisi mondiale della pandemia di COVID-19. Milioni di famiglie si riconoscono nella tragica condizione di sfollato e profugo, «segnata da paura, incertezza, disagi» (Mt 2,13-15.19-23), come la Sacra Famiglia nella fuga in Egitto.

Riconoscere il Volto di Cristo

In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato (cfr Mt 25,31-46). Le persone sfollate offrono un'opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua».

I Quattro Verbi della Risposta Pastorale

Questa è una sfida pastorale a cui siamo chiamati a rispondere con quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

  1. Conoscere per comprendere: La conoscenza è un passo necessario verso la comprensione dell'altro. Gesù stesso lo insegna nell'episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,15-16). Non si tratta di numeri, ma di persone. Incontrandole e conoscendo le loro storie, potremo comprenderle.
  2. Farsi prossimo per servire: Le paure e i pregiudizi spesso ci impediscono di "farci prossimi" e di servirli con amore, comportando la disponibilità a correre dei rischi. Come il Samaritano (Lc 10,33-34), dobbiamo avvicinarci a chi è nel bisogno.
  3. Ascoltare per riconciliarsi: Dio stesso ha voluto ascoltare il gemito dell'umanità inviando suo Figlio. L'amore che riconcilia e salva inizia con l'ascolto. In un mondo di messaggi, si sta perdendo l'attitudine ad ascoltare, ma solo con un ascolto umile e attento possiamo riconciliarci. Il silenzio della pandemia ha offerto l'occasione di ascoltare il grido dei più vulnerabili.
  4. Condividere per crescere: La prima comunità cristiana aveva nella condivisione un elemento fondante (At 4,32). Dio non ha voluto che le risorse del pianeta fossero solo per alcuni. Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ha dimostrato che nessuno si salva da solo.
  5. Coinvolgere per promuovere: Gesù ha coinvolto la donna samaritana (Gv 4,1-30), ascoltandola e guidandola alla verità per trasformarla in annunciatrice. L'slancio di servire non deve impedirci di vedere le ricchezze altrui. Per promuovere le persone, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La corresponsabilità è essenziale per affrontare le crisi.
  6. Collaborare per costruire: L'Apostolo Paolo raccomanda alla comunità di Corinto di essere «tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10). Costruire il Regno di Dio è un impegno comune che richiede collaborazione, senza gelosie, discordie e divisioni. «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020).

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