La Regalità di Cristo: Tra Croce Gloriosa e Amore Incondizionato

L'Evoluzione della Festa di Cristo Re

La festa per eccellenza di Cristo Re dell'universo è l'ascensione, la glorificazione di Gesù da parte del Padre che lo intronizza accanto a sé quale Kýrios, Signore vivente per sempre. Nel 1925, per ricordare tale regalità ai re di questo mondo, Pio XI stabilì l'istituzione della festa liturgica di Cristo Re, che veniva celebrata l'ultima domenica di ottobre, giorno in cui bisognava anche rinnovare la consacrazione dell'umanità intera al Cuore di Gesù.

La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha mutato in profondità il significato di questa celebrazione. Oggi, il titolo liturgico della festa è propriamente: "Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo", e Gesù Cristo è Re perché regna sulla croce. È un Re al contrario dei re di questo mondo, crocifisso tra malfattori, condannato dai poteri religioso e politico, un Re che salva gli altri e non se stesso. È un Re paradossale.

rappresentazione iconica di Cristo Re sulla croce con la corona di spine

La Croce: Da Strumento di Morte a Simbolo d'Amore Supremo

La croce è per un verso maledetta come strumento di supplizio, come luogo di morte riservato a chi è maledetto da Dio e dagli uomini, secondo la Scrittura (Gal 3, 13; Dt 21, 23). Tanti uomini sono stati crocifissi nella storia umana, uccisi con violenza inaudita perché giudicati pericolosi per la società.

Per un altro verso, i Vangeli ci riferiscono che Gesù stesso parla della croce come d'una "necessità" per il compimento della sua missione di Redentore. San Marco scrive che Egli cominciò a insegnare ai suoi discepoli "che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere" (Mc 8, 31). San Giovanni considera la passione di Gesù come evento di gloria, la crocifissione come intronizzazione del Messia: egli è "il re dei Giudei" (Gv 19,19). Nel suo colloquio notturno con Nicodemo, Gesù disse che, come nel deserto era stato innalzato da Mosè un segno di salvezza per Israele (Nm 21,4-9), così sarebbe stato innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque guardasse a lui con fede e invocazione potesse trovare la vita. Predisse inoltre alla folla giunta a Gerusalemme per acclamarlo Messia: "quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me".

Nell’insegnamento di Gesù, prevale il significato di via di redenzione e simbolo di amore supremo. Non è la croce ad aver dato gloria a Gesù, ma è Gesù che ha dato gloria alla croce, avendola vissuta come simbolo d’una vita offerta per amore "fino all’estremo" (Gv 13,1).

La Croce Gloriosa nella Visione di Enzo Bianchi

Proprio, per far comprendere questa verità ai cristiani e per non confinare la croce all’interno di una visione dolorista, Enzo Bianchi scrive che la Chiesa ha sentito il bisogno di celebrarla anche in un giorno diverso dal venerdì santo, al fine di raccontare la gloria che, grazie a essa, Gesù ha mostrato: la gloria dell’amore. La croce gloriosa, la croce nella gloria: non uno strumento di morte può essere glorioso, ma ciò che è diventato come simbolo, ciò che Gesù ha vissuto sulla croce deve essere visto e sentito come glorioso.

Il termine "Gloria" (kabod) nell’Antico Testamento indica il peso, dunque la gloria di Dio è il suo peso nella storia, è la traccia della sua azione, del suo Regno. Gesù, che ha accettato questo supplizio da parte dell’impero totalitario romano istigato dal potere religioso giudaico, lo ha fatto mostrando tutta la sua gloria: la gloria-peso del suo amore vissuto fino all’estremo. Sulla croce, Gesù umanamente appare un reietto, un riprovato, un condannato sofferente e impotente, ma in verità egli mostra la gloria, il peso che Dio ha nella sua vita. Quel Dio Padre che sembrava averlo abbandonato, in realtà, essendo obbedito nella sua volontà di amore da parte di Gesù, mostra nella vita del Figlio tutta la sua gloria.

L’orribile croce diventa così un segno luminoso: l’essere issato in alto, su un palo, racconta il regnare di Gesù, esaltato da Dio (Gv 8,28; 12,32-33). La corona di spine sul capo di Gesù rivela la sua qualità di Re che serve quell’umanità che lo rifiuta; le sue ferite nelle mani, nei piedi e nel costato mostrano come Gesù ha accolto la violenza, senza vendetta né rivalsa, interrompendo così la catena dell’odio, dell’inimicizia, della violenza (Is 53,5-6.12).

Esaltare la croce, in ultima analisi, vuol dire esaltare l’amore senza misura di Gesù. Questo amore viene esaltato da chi dà la vita per l'altro, da chi cura il malato, dal medico missionario che spende la vita per la gente povera, dal giovane che abbandona la carriera per il volontariato sociale. Lo esaltiamo anche noi quando ci segniamo con il segno della croce per aver scampato un pericolo, prima di intraprendere un viaggio o un nuovo lavoro, prima di prendere un pasto o di fare una preghiera. Quando facciamo il segno della croce è come se dicessimo: "Grazie o Gesù perché mi hai amato senza misura. Rendimi capace di amare come te amici e nemici, credenti e non credenti, buoni e cattivi."

La Trasfigurazione: Preannuncio della Gloria Messianica

Il racconto della trasfigurazione di Gesù è situato in ciascuno dei tre vangeli sinottici in una posizione centrale (Mc 9,2-10; Mt 17,1-9; Lc 9,28-36), segnando un tornante decisivo tra il ministero di Gesù in Galilea e la sua salita a Gerusalemme. Nel quarto vangelo, l’evento della trasfigurazione è assente, ma tutto il vangelo è rivelazione della gloria di Gesù, dalla manifestazione della gloria avvenuta a Cana (Gv 2,1-12) alla glorificazione sulla croce (Gv 12,23-28; 17,1), sicché l’evangelista può attestare fin dal prologo: «E noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1,14).

Questo evento, ricordato anche in modo dettagliato nella Seconda lettera di Pietro come anticipazione della parusia, deve essere letto e contemplato come un evento storico, accaduto nella vita di Gesù, davanti a testimoni. Non si tratta dunque di un mito, bensì di un’interpretazione di un evento realmente accaduto, compreso ed espresso dai singoli evangelisti in modo diverso.

illustrazione della trasfigurazione di Gesù con Mosè ed Elia

La Rivelazione sul Monte

La trasfigurazione è un evento profetizzato da Gesù, il quale dopo il primo annuncio della sua passione-morte-resurrezione dice ai discepoli: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non gusteranno la morte prima di vedere il Regno di Dio venire con potenza» (Mc 9,1). Sei o otto giorni dopo queste parole, «Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e li porta su un’alta montagna, in un luogo in disparte, loro soli» (Mc 9,2). Sono i tre discepoli più vicini a Gesù, scelti non per particolari virtù o meriti, ma perché possano rendere testimonianza, diventare testimoni per eccellenza.

Questa salita sul monte ha l’eco di tutti i racconti di teofania, di rivelazione di Dio dell’Antico Testamento, come la montagna del Sinai e dell’Oreb. Ed ecco che, mentre Gesù era in preghiera, «fu trasfigurato» (metemorphóthe: Mc 9,2; Mt 17,2), subendo un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Luca, temendo che i lettori del vangelo comprendano questo evento come un mito, usa un’espressione più neutra: «l’aspetto del suo volto divenne altro» (Lc 9,29). Matteo parla di «vestiti bianchi come la luce», Marco li descrive «splendenti, bianchissimi, quali non li potrebbe rendere nessun lavandaio sulla terra», Luca li definisce «sfolgoranti». I racconti tentano di descrivere la luce di questi vestiti, certamente non dimenticando che la luce è il mantello di cui si riveste Dio (Sal 104,2). Invece del corpo e del volto umano quotidiano, il mutamento fornisce la visione di un volto altro, luminoso, trasfigurato da un’azione divina. Nella trasfigurazione, colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina.

Testimoni della Legge e dei Profeti

Quando si è operata la trasfigurazione di Gesù, in qualche modo «si sono aperti cieli» (Mc 1,10) e sono apparsi Mosè ed Elia, i quali si intrattenevano con Gesù (Mc 9,4). Mosè, il legislatore e dunque la Legge, appare qui direttamente, lui che aveva ricevuto teofanie sul Sinai e la luminosità del volto. Elia, il prototipo dei profeti, rappresenta e sintetizza tutta la profezia dell’Antico Testamento. Mosè ed Elia, la Legge e i profeti che sintetizzano tutte le Scritture di Israele, sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti. Il loro «parlare insieme» a Gesù mostra un’autentica interpretazione spirituale in atto: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei profeti. Luca specifica che Mosè ed Elia «parlavano con Gesù del suo esodo, che stava per compiere a Gerusalemme» (Lc 9,31). Le attese messianiche di Israele sono veramente compiute, e Gesù il Messia appare come l’esegesi vivente e il compimento autentico delle Scritture.

Mentre Pietro parla di fare tre tende, non sapendo cosa rispondere a quell’evento, una nube coprì tutti nella sua ombra, e dalla nube venne una voce: «Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo!» (Mc 9,7). Questa nube, simbolo della Presenza di Dio e della sua gloria, viene a testimoniare che Dio è presente e adombra i personaggi di quell’evento. Dalla nube della Presenza di Dio, ecco venire la voce del Padre. Gesù aveva già ascoltato questa parola dal Padre nel battesimo, ma ora questo viene annunciato ai tre discepoli. Attraverso la rivelazione del Padre, Gesù appare insieme come il Messia intronizzato del Salmo 2 e come il Servo che Dio stesso presenta a Israele tramite il profeta Isaia, incrociando le diverse attese messianiche di Israele: quella di un Messia regale, profetico ed escatologico.

Il Re Crocifisso: Il Paradosso della Regalità di Cristo

Il brano evangelico di Luca previsto per questa festa nell’annata liturgica C è il racconto della crocifissione di Gesù (Lc 23,35-43). Giunto al Golgota con due delinquenti, Gesù viene crocifisso. È una scena crudele, carica di violenza e di orrore, eppure il popolo “sta a vedere”, deluso, incapace di comprendere ciò che si sta consumando. Gesù muore abbandonato da tutti, solo. Guardando il popolo e gli aguzzini dall’alto della croce, Gesù può solo affermare: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Gesù crocifisso con i due malfattori e la gente che assiste

Le Tre Tentazioni sulla Croce

In quella solitudine e abbandono, riappare la tentazione. Il primo strumento sono i capi religiosi che proclamano: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto!”. Se Gesù è il Messia, salvi innanzitutto se stesso. Ma Gesù resta sulla croce, tace, si lascia accusare di impotenza, non si difende, vivendo nella logica di amore di Dio, un amore misericordioso anche verso i suoi nemici.

La seconda tentazione viene espressa dal potere politico e militare dei soldati pagani. Lo deridono e lo scherniscono: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!”. Un re che non è in grado di salvare se stesso, che re è mai? Eppure Gesù è Re, come proclama l’iscrizione posta sulla croce: “Costui è il Re dei Giudei”. Questa regalità è sorprendente, perché non è modellata su quella dei re di questo mondo. La regalità di Gesù, invece, sta nello spazio dell’amore: chi ama regna, chi ama fino alla fine (Gv 13,1) è vero re!

La terza tentazione gli viene da chi è solidale con lui nel supplizio, uno dei due banditi condannati insieme a lui: “Non sei tu il Messia? Salva te stesso e noi!”. È un grido di disperazione. Ma Gesù tace. È l’altro condannato che interviene osservando: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E poi, in un atto di fede, gli chiede: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42).

La Promessa al Buon Ladrone

Gesù non solo si ricorda di lui, ma fa molto di più: lo porta con sé, se lo carica sulle spalle, come fa il pastore con la pecora perduta, lo riporta a casa: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Non solo il ricordo, ma l’abbraccio che stringe e unisce e non lascia cadere mai: "con me, per sempre, nel paradiso". Se il primo che entra in paradiso è quest’uomo dalla vita sbagliata, allora non c’è nulla e nessuno di definitivamente perduto, nessuno è senza speranza. Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta. Gesù Cristo è Re perché regna sulla croce, un Re che muore ostinatamente amando, giustiziato ma non vinto.

Come dice Anselm Grün, la croce ci mostra che Dio è diventato capace di soffrire, che Dio stesso ha percorso la strada della passione. La croce ci mostra l’amore incondizionato di Dio, che è entrato nella massima oscurità del mondo e l’ha trasformata. La morte di Gesù ha messo in questione la fede dei discepoli, ma l'esperienza della sua risurrezione ha fatto capire loro in modo nuovo il mistero di Gesù come Cristo. La Croce senza la Risurrezione sarebbe l’ennesima confessione dell’impotenza umana; illuminata dalla risurrezione, è la Croce del Figlio di Dio, che muore al nostro posto e per noi, nella solidarietà alla sofferenza del mondo. La Resurrezione senza la Croce sarebbe la proclamazione di una vittoria di cui però non si conosce il nemico; rapportata alla Croce, è la Risurrezione dai morti del Crocifisso e la resurrezione dei morti in lui, la proclamazione della vittoria di Dio.

La Centralità di Cristo e il Messaggio della Salvezza

Le Letture bibliche proclamate nella festa di Cristo Re hanno come filo conduttore la centralità di Cristo. L’Apostolo Paolo ci offre una visione molto profonda di questa centralità, presentandocelo come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio (Col 1,12-20). Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose. Questa immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e pertanto l’atteggiamento richiesto al credente è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere.

Oltre ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione, Cristo è centro del popolo di Dio. È quanto ci viene mostrato nella prima Lettura (2 Sam 5,1-3), dove si racconta del giorno in cui le tribù d’Israele vennero a cercare Davide e lo unsero re. Cristo, discendente del re Davide, è il “fratello” intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino.

Infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Il Cristianesimo afferma che la salvezza è nell'adesione del cuore. La conoscenza è importante ma non determinante; il criterio cristiano della salvezza non è nella conoscenza ma nell'adesione del cuore, perché il Dio cristiano ha creato per amore e per amore ha deciso d'incarnarsi, di fare esperienza della sofferenza e della morte.

Il Giudizio Finale: L'Amore in Azione

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico ascoltiamo la pagina che conclude il discorso escatologico nel vangelo secondo Matteo, quella in cui Gesù annuncia il giudizio finale: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, si siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno riunite tutte le genti”. Gesù parla di sé alla terza persona quale Figlio dell’uomo (Dn 7,13), quella figura di Giudice escatologico che alla fine della storia verrà per stabilire la giustizia di Dio. La sua regalità consiste nel compiere quel giudizio che è una misura di giustizia verso tutti coloro che sulla terra sono stati vittime, privati della possibilità di una vita degna di questo nome; in questo modo Gesù porterà a compimento ciò che ha iniziato durante il suo passare tra gli uomini facendo il bene (At 10,38).

Servendosi di un’immagine tratta dal profeta Ezechiele, Gesù afferma che il Figlio dell’uomo “separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra” (Ez 34,17). Questo giudizio, che è a un tempo universale e personale, non avviene al termine di un processo, bensì come presentazione della sentenza, perché tutta la nostra vita è il luogo di un “processo” particolarissimo. Ai “benedetti del Padre”, il Re dona in eredità il Regno con questa motivazione: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

Il metro di questa separazione non è costituito da questioni morali o teologiche, ma dall’aver o meno servito i fratelli e le sorelle, dalle relazioni di comunione con quanti siamo stati disposti a incontrare sul nostro cammino. La risposta decisiva è: “Amen, io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Il povero che manca del necessario per vivere con dignità è “sacramento” di Gesù Cristo, perché con lui Cristo stesso ha voluto identificarsi. Nell’ultimo giorno tutti, cristiani e non cristiani, saremo giudicati sull’amore, e non ci sarà chiesto se non di rendere conto del servizio amoroso che avremo praticato quotidianamente verso i fratelli e le sorelle, soprattutto verso i più bisognosi.

La Devozione al Sacro Cuore di Gesù: Amore e Regalità Sociale

Nel XVII secolo nacque e iniziò a diffondersi l'eresia giansenista, che presentava una concezione antropologica pessimistica (l'uomo senza la Grazia non può fare il bene) e una concezione di Dio rigoristica (predestinazione). Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al Suo Amore, indicando cioè il Suo Cuore come criterio di vincolo a Lui e di comprensione della Sua tenerezza per l'uomo stesso. In una delle rivelazioni, il Sacro Cuore disse: "Ecco quel Cuore che ha talmente amato gli uomini da non aver risparmiato nulla, fino ad esaurirsi e consumarsi per testimoniare a loro il proprio amore."

La devozione al Sacro Cuore, quindi, ricorda l'immenso amore e misericordia di Gesù per l'uomo, non in modo astratto, ma per far capire concretamente come la vita dell'uomo possa cambiare abbandonandosi a questo amore. Gesù rivelò a santa Margherita dodici promesse di indiscutibile concretezza:

  1. Ai devoti del mio Sacro Cuore darò tutte le grazie e gli aiuti necessari al loro stato.
  2. Stabilirò e manterrò la pace in tutte le loro famiglie.
  3. Li consolerò in tutte le loro afflizioni.
  4. Sarò per loro sicuro rifugio in vita e soprattutto nell'ora della morte.
  5. Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro fatiche e imprese.
  6. I peccatori troveranno nel mio Cuore un'inesauribile fonte di misericordia.
  7. Le anime tiepide diventeranno ferventi con la pratica di questa devozione.
  8. Le anime ferventi saliranno rapidamente ad un'alta perfezione.
  9. La mia benedizione rimarrà nei luoghi in cui verrà esposta e venerata l'immagine del Sacro Cuore.
  10. A tutti coloro che opereranno per la salvezza delle anime, darò grazie per poter convertire i cuori più induriti.
  11. Le persone che diffonderanno questa devozione avranno i loro nomi scritti per sempre nel mio Cuore.
  12. A tutti coloro che si comunicheranno nei primi venerdì di nove mesi consecutivi, darò la grazia della perseveranza finale e della salvezza eterna.

Pio XI, nell'enciclica *Miserentissimus Redemptor* (1928), afferma che la devozione al Sacro Cuore "è non soltanto il simbolo, ma anche, per così dire, la sintesi di tutto il mistero della Redenzione, la più completa professione della Religione cristiana."

dipinto del Sacro Cuore di Gesù con santa Margherita Maria Alacoque

Risposta all'Assolutismo Politico

Se teologicamente la devozione al Sacro Cuore è una risposta al giansenismo, socialmente è una risposta all'assolutismo politico, che affonda le sue radici nella concezione di un potere slegato dal Vero e dal Giudizio morale. Il Sacro Cuore rivolse precise richieste al Re di Francia Luigi XIV, tra cui la consacrazione del Re e della Francia al Sacro Cuore e la promozione dei diritti di Gesù Cristo come Re dei re e Sovrano dei sovrani. Le richieste non furono esaudite e la Francia divenne la culla di gravi errori. Questa devozione è un richiamo a concepire l'autorità politica come modello di servizio e di sacrificio, in cui gli elementi della donazione, dell'oblazione e dell'amore diventino fondamentali nell'esercizio di tale autorità. Il modello di ogni autorità politica deve essere la regalità di Cristo e del suo immenso amore per ogni uomo. L'enciclica *Annum Sacrum* di Leone XIII (1899) afferma che la devozione al Sacro Cuore ha la sua ragione teologica proprio nella regalità sociale di Cristo. Il coronamento del culto pubblico al Sacro Cuore fu l'istituzione della festa liturgica di Cristo Re, voluta da Pio XI con l'enciclica *Quas primas* (1925), la quale sottolinea come il diluvio di mali sull'universo provenga dal fatto che la maggior parte degli uomini ha respinto Gesù Cristo e la sua sacrosanta Legge.

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