Il Rapporto tra Vescovo e Sacerdoti: Fondamenti Teologici e Pastorali

Il rapporto tra vescovo e sacerdoti è un tema di fondamentale importanza nella vita della Chiesa, con profonde ricadute sia a livello personale che pastorale. Questa relazione si fonda su radici bibliche e sulla teologia conciliare, cercando di tradursi in forme di collaborazione concreta, corresponsabilità e aiuto reciproco. La formazione dei sacerdoti, sia iniziale che permanente, è un'unica esperienza di discepolato che inizia sin dall'ingresso in seminario e prosegue per tutta la vita.

La Dimensione Relazionale del Ministero Sacerdotale

L'ordinazione pone in evidenza la "connotazione essenzialmente relazionale" del ministero sacerdotale, sia in senso antropologico che mistico. Si tratta innanzitutto della relazione con Cristo e, attraverso di lui, con tutta la Trinità. La spiritualità del sacerdote consiste principalmente nel profondo rapporto di amicizia con Gesù, che dovrà avere sempre la preminenza su tutto.

Imitando la sottomissione di Gesù alla volontà del Padre, i sacerdoti diventano per lui fratelli, sorelle e madri, come affermato da San Francesco d'Assisi, il quale proclamava beati coloro che praticano il comandamento dell'amore, unendosi al Signore nello Spirito Santo (sposi), facendo la volontà del Padre (fratelli) e portandolo nel cuore e nel corpo attraverso il divino amore (madri).

Dalla relazione con Cristo scaturisce anche la relazione con i fratelli nella fede e con tutti gli uomini. In virtù dello Spirito Santo, ricevuto con l'ordinazione e praticato con l'esercizio della carità pastorale, i sacerdoti sono chiamati a intessere relazioni significative con tutti e a educare tutti a vivere rapporti e legami spirituali. Essi devono riconoscersi figli generati alla fede dalla comunità, padri e madri in quanto generatori della fede degli altri, e fratelli e amici di tutti, per essere sentinelle e messaggeri di speranza, araldi del Vangelo e annunciatori della parola che salva.

Il Sacerdote-Presbitero è Figlio

Il sacerdote è innanzitutto un figlio, non solo in ambito antropologico, ma anche sul piano sacramentale. I sacerdoti sono figli in quanto battezzati e in quanto ministri ordinati, desiderati, accompagnati e custoditi dalla comunità cristiana. Essi diventano "figli nel Figlio" per vivere la relazione filiale con il Padre, che Gesù chiamava «Abbà».

L'ordinazione sacerdotale conferma questa figliolanza nei riguardi di Dio e della Chiesa. Prostrandosi sul pavimento, esprimono il loro essere nulla davanti alla totalità e immensità del dono che ricevono dal Padre, e rialzandosi, mediante la preghiera consacratoria, si riconoscono alter Christus per servire Dio e i fratelli. Vivere questo rapporto di figliolanza nella preghiera e nell'azione pastorale, con riconoscenza per la benevolenza di Dio Padre e per l'accompagnamento premuroso della Chiesa, rafforza il legame con la Chiesa e la vita del sacerdote sarà ricolma di gioia.

Il Sacerdote-Presbitero è Padre

Con l'ordinazione, i sacerdoti sono costituiti padri di una comunità, chiamati a generare alla fede le persone loro affidate attraverso l'annuncio della parola e l'amministrazione dei sacramenti, e a guidare la comunità per rendere stabile l'adesione dei fedeli a Cristo. Il loro ministero è l'esercizio di una vera paternità spirituale, come esclamava San Paolo ai cristiani di Corinto: «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (1Cor 4,15).

Clemente Alessandrino esorta i sacerdoti ad amare i fedeli come figli, coltivandoli e accarezzandoli, governando i sani, sostenendo i deboli e guarendo gli ammalati con la carità e la dolcezza. Questa paternità spirituale deve essere vera, umana e dagli orizzonti ampi, tipica di chi, in Cristo, si fa «tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9, 22).

Come il Padre della parabola del figliol prodigo, i sacerdoti devono attendere tutti e aiutare ciascuno a essere sé stesso, e come il Buon Pastore, devono andare in cerca di coloro che si sono smarriti per ricondurli alla casa di Dio.

Il Sacerdote-Presbitero è Madre

Alla stabilità della funzione paterna, deve aggiungersi la tenerezza di quella materna. Nella Ecclesia Mater, i sacerdoti devono esprimere la dimensione materna del ministero sacerdotale. Riprendendo un pensiero di Agostino, il Concilio Vaticano II scrive che la Chiesa diventa «madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figlioli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio».

Questa caratteristica materna è richiamata frequentemente dalla Scrittura, dai Padri della Chiesa e dagli scrittori ecclesiastici. L'apostolo Paolo si rivolge ai Tessalonicesi con parole cariche di affetto: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli» (1Ts 2, 7-8). Il ministero sacerdotale deve essere fecondo come il grembo di Maria, un "serbatoio di grazia" che fa traboccare ciò di cui è pieno all'interno, esercitato con la tenerezza e il "cuore di carne" di una madre.

Il Sacerdote-Presbitero è Fratello

I sacerdoti devono coltivare rapporti di fraternità con gli altri presbiteri, con i fedeli e con tutti gli uomini che incontreranno. Con i sacerdoti, sono chiamati a vivere la «fraternità sacramentale»; con i fedeli, devono testimoniare la stessa fede e la stessa grazia battesimale; con ogni uomo, partecipando alla vita di ognuno. Facendo proprio l'incipit della Gaudium et spes, devono accogliere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, specialmente dei poveri e di tutti coloro che soffrono.

Essere misericordiosi con tutti è fondamentale: «L'uomo misericordioso - scrive San Giovanni Crisostomo - è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi». Un buon sacerdote è sempre "in mezzo agli altri uomini", non è un professionista della pastorale o dell'evangelizzazione che svolge un mestiere per poi vivere una vita separata.

Sacerdoti in preghiera e dialogo con i fedeli

Il Vescovo come Padre, Fratello e Amico dei Sacerdoti

Il Concilio Vaticano II, in particolare il decreto Presbyterorum ordinis (n. 7), sottolinea che una delle priorità del servizio episcopale deve essere l'interesse e la cura del vescovo per il proprio presbiterio. «Per questa comune partecipazione nel medesimo sacerdozio e ministero, i vescovi considerino dunque i presbiteri come fratelli e amici, e stia loro a cuore, in tutto ciò che possono, il loro benessere materiale e soprattutto spirituale».

Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, ha indicato la comunione come impegno del Popolo di Dio per fare della Chiesa "la casa e la scuola della comunione", includendo i rapporti tra vescovi, presbiteri e diaconi. La formazione permanente del vescovo tende alla quotidiana crescita della sua maturità in Cristo, affinché la carità di Cristo e la sollecitudine della Chiesa risplendano sempre più chiaramente.

Il vescovo è chiamato a essere un "uomo di comunione", pienamente inserito nella vita e nella missione della Chiesa. Il primo riferimento della comunionalità del vescovo è il mistero della Santissima Trinità, fonte divina della comunione stessa, e, a livello ecclesiale, il Collegio Episcopale. A livello di Chiesa particolare, la comunionalità è riferita al Presbiterio diocesano, che in comunione gerarchica con il vescovo, ha la missione di pascere i fedeli della diocesi.

I presbiteri, in quanto collaboratori dell'ordine episcopale, sono anch'essi "segni di unità", rendendo presente il vescovo nelle singole comunità. La comunione sacerdotale deve alimentarsi alle sorgenti della comunione trinitaria e essere in un rapporto intenso con la Chiesa: con il Papa, con il Collegio dei Vescovi, con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici. La comunione, nei rapporti tra vescovo e presbiteri, è di natura gerarchica.

Il Direttorio per il ministero pastorale per i Vescovi "Apostolorum successores" pone tra i principi fondamentali del governo pastorale quelli della comunione e della collaborazione. Il vescovo è chiamato ad essere vicino ai sacerdoti nei momenti fondamentali della loro vita, sostenendoli spiritualmente in una prospettiva di fede che motiva e incoraggia ogni presbitero all'interno dell'unico presbiterio. Non deve apparire come un "mero governante", un burocrate o un semplice organizzatore, ma come un padre, fratello e amico, il cui volto riflette quello del Buon Pastore.

Il vescovo ha il "sacrosanto dovere" di conoscere personalmente i suoi sacerdoti, chiamandoli per nome, conoscendo la loro vita, i progetti, i successi, gli insuccessi, le fatiche, le qualità e gli affetti. Deve provvedere ai loro giusti bisogni umani, come la remunerazione, l'assistenza sociale e le vacanze. Inoltre, il suo spirito paterno richiede che egli eserciti la funzione di vigilanza e correzione, tutelando il bene pubblico della Chiesa e, quando necessario, applicando le pene canoniche, che hanno un carattere medicinale e sono finalizzate all'emendamento e al ristabilimento della giustizia.

Una particolare sollecitudine è richiesta per i sacerdoti giovani, ai quali è opportuno affidare la guida esperta di un sacerdote e costituire "case per il clero giovane" per momenti di preghiera, studio, riposo, fraternità e amicizia con i confratelli e con il vescovo. Le dimensioni della diocesi condizionano il rapporto personale: in diocesi grandi, è necessario costituire un Vicario episcopale per il clero e valorizzare i Vicari Foranei.

La Corresponsabilità Pastorale e la Fraternità Sacerdotale

Il Concilio Vaticano II ha il merito di aver recuperato la concezione comunionale della Chiesa, aprendo così la prospettiva di una fraternità che non relativizza l'autorità e la paternità del vescovo. La nozione di comunione è più ampia e complessa rispetto a quella di fraternità, essendo quest'ultima un effetto e una concretizzazione della comunione all'interno della Chiesa. La comunione ecclesiale promuove e tutela la fraternità cristiana, ma è legata strutturalmente alla gerarchia e al collegio episcopale.

Il Decreto Presbyterorum Ordinis (n. 7) sottolinea la «comune partecipazione nel medesimo sacerdozio e ministero» tra vescovi e presbiteri, esortando i vescovi a considerarli «come fratelli e amici». Gesù Cristo ha inaugurato una nuova fraternità, che conferma e porta a compimento la fraternità universale. Il punto di riferimento per discutere il rapporto tra vescovo e sacerdoti è Gesù Cristo, il Grande Sommo Sacerdote. Per mezzo dell'ordinazione, le persone consacrate vengono fatte partecipi della vita sacerdotale e salvifica di Gesù, della sua missione e del suo potere.

La fraternità sacerdotale presuppone un'autentica umanità. Senza di essa, la fraternità può essere ferita o scomparire nell'individualismo e nell'egoismo. Sia il vescovo che i sacerdoti vivranno la fraternità sacerdotale nella misura in cui dimostreranno reciprocamente umanità, cioè sostegno e compassione, fiducia e incoraggiamento, stima e accettazione, rispetto per la dignità di ciascuno e perdono. Questa testimonianza si riflette nel modo in cui servono le loro comunità.

"Il ministero dei presbiteri al servizio della comunità"di Maurizio Aliotta

Il Rito dell'Immixtio Manuum: Simbolismo e Criticità

Nel rito di ordinazione presbiterale, l'eletto al ministero del presbiterato si inginocchia davanti al vescovo e pone le proprie mani congiunte in quelle del vescovo. Questo gesto, chiamato immixtio manuum (commistione delle mani), impegna entrambi: l'uno mette la sua vita nelle mani dell'altro in segno di fiducia e di stima reciproca. Questo gesto è un segno di fiducia e di stima reciproca.

Storicamente, l'immixtio manuum richiamava il rito simbolico di accesso al vassallaggio nel Medio Evo, dove il vassallo poneva le mani giunte in quelle del signore, simbolo di sottomissione. Tuttavia, il gesto del signore conteneva anche la promessa di aiuto e protezione. La forma dell'omaggio vassallatico influenzò il culto cristiano e il modo di pregare Dio, diventato il signore di cui invocare protezione.

In contesto liturgico, il gesto indica obbedienza filiale e fedeltà, eseguito dagli ordinandi nei confronti del vescovo al momento della promessa di fedeltà. Tuttavia, l'applicazione di questo cerimoniale alla relazione gerarchica vescovo-presbitero, introducendo un legame vassallatico, è oggetto di discussione. La relazione tra vescovo e presbitero dovrebbe essere vista in termini di corresponsabilità pastorale piuttosto che di dominazione e sottomissione.

Il rito dell'immixtio manuum, nella sua forma attuale, può dare l'impressione che il presbitero sia in una posizione di dipendenza esclusiva dal vescovo, piuttosto che un membro attivo e corresponsabile del Popolo di Dio. Potrebbe essere percepito come enfatizzante una struttura di potere più che una relazione di servizio reciproco e unidirezionale. Ogni forma di autorità nella Chiesa deve essere esercitata come servizio.

Per questo motivo, è necessario riconsiderare il gesto dell'immixtio manuum affinché possa meglio rappresentare la corresponsabilità e la comunione, attraverso un dialogo sincero, continuo e sereno tra preti e vescovo. La questione dell'obbedienza fu anche oggetto di confronto tra i padri conciliari nell'ottobre 1965 durante la fase finale del decreto Presbyterorum ordinis.

Natura e Doveri del Sacerdote e del Vescovo

I presbiteri, in virtù del sacramento dell'ordine, sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento. Essi partecipano, secondo il grado proprio del loro ministero, alla funzione dell'unico mediatore Cristo. Ogni presbitero deve essere incardinato in una Chiesa particolare o in un istituto di vita consacrata o in una società di vita apostolica che ne abbia la facoltà.

Il legame di subordinazione del presbitero al vescovo diocesano esiste in base al sacramento dell'Ordine e all'incardinazione in diocesi, limitato all'ambito dell'esercizio del ministero proprio. Il presbitero diocesano non è un mero esecutore passivo degli ordini, e l'obbedienza ministeriale è gerarchica, non assimilabile a un rapporto datore di lavoro-dipendente. Il servizio del presbitero è un coinvolgimento stabile e duraturo con la diocesi, non facilmente rescindibile.

Il vescovo diocesano ha il dovere di seguire i presbiteri con particolare sollecitudine, ascoltandoli come collaboratori e consiglieri. Deve difendere i loro diritti, curare il loro benessere materiale e spirituale, provvedere al loro sostentamento e all'assistenza sociale. Il vescovo ha il dovere di conferire un ufficio o un ministero al presbitero incardinato e di vigilare sulla fedeltà nell'espletamento dei doveri ministeriali. Deve, inoltre, provvedere all'effettivo rispetto dei diritti dei presbiteri, come la remunerazione adeguata, il tempo di ferie e la formazione permanente.

Nell'ambito dei doveri dello stato clericale, il vescovo ha il dovere di ricordare l'obbligo dei presbiteri di osservare la perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli e di comportarsi con prudenza nei rapporti che potrebbero mettere in pericolo tale obbligo o suscitare scandalo. Il vescovo ha la responsabilità di giudicare l'osservanza di questo obbligo nei casi particolari.

È importante sottolineare che il vincolo di subordinazione canonica tra presbiteri e vescovo, insieme al dovere di vigilanza del vescovo, non implica la possibilità di colpevolizzare il vescovo diocesano per l'azione delittuosa compiuta da un presbitero incardinato nella sua diocesi, al di fuori di casi tassativamente previsti dalla legge canonica. L'azione delittuosa del presbitero e le sue conseguenze penali vanno imputate al presbitero stesso, non al vescovo o alla diocesi.

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