Omelia per la Festa di San Giustino

Gesù, con una novità per i suoi discepoli, afferma che la loro preghiera diventerà più efficace se sarà rivolta al Padre nel suo nome. Questo sottolinea la sua profonda intimità con Dio e la sua relazione speciale con Lui, presentandosi come mediatore tra Dio e gli uomini.

Fino ad allora, la preghiera era prevalentemente rivolta al Dio d'Israele, spesso nel tempio e con sacrifici e offerte, seguendo un rituale solenne. Il discepolo, invece, è chiamato a chiedere al Padre nel nome di Gesù, pregando Dio attraverso il Maestro. Gesù ci invita a pregare il Padre nel suo nome per ottenere ciò che ci dona gioia, una gioia non passeggera, ma piena e totale.

La gioia e la felicità sono desideri universali. Tuttavia, spesso associamo la felicità esclusivamente a beni materiali, vantaggi, salute, lavoro, denaro, divertimento o affetto, o all'assenza di preoccupazioni. Paradossalmente, quando otteniamo ciò che desideriamo, la nostra preghiera può affievolirsi, staccando il cuore da Dio perché ci sentiamo sazi e autonomi. Al contrario, nella mancanza di tali beni, diventiamo più zelanti nella preghiera, chiedendo al Padre cose di cui crediamo avere assoluta necessità, senza interrogarci se esse siano veramente fonte di gioia profonda.

Molto spesso, le nostre preghiere sono superficiali e insignificanti. Se solo avessimo il coraggio di chiedere prima di tutto la santità! A volte, le nostre preghiere non vengono esaudite perché non sono allineate con la nostra vera felicità. Chiediamo e non otteniamo perché chiediamo male, come ci ricorda San Giacomo (cf. Gc 4,3). La gioia promessa da Gesù nella preghiera è la gioia dello spirito, della fede, della consapevolezza dell'amore e della misericordia di Dio per noi, una gioia che persiste anche nelle difficoltà, nella malattia e nella povertà.

Chiediamo dunque al Padre ciò che Lui vuole, o meglio, non chiediamo nulla: Egli sa di cosa abbiamo bisogno. Non chiediamo per chiedere, ma piuttosto ringraziamo e lodiamo. Nella preghiera di lode, tutto è già contenuto e anche di più. Non servono molte parole: nella preghiera è meglio avere un cuore senza parole che parole senza cuore.

Illustrazione del cero pasquale acceso, simbolo di Cristo risorto.

La Luce e il Calore della Parola di Dio

Dalla Veglia Pasquale a Pentecoste, il cero pasquale illuminato, segno di Cristo risorto, luce e vita del mondo, è presente nei nostri presbiteri. La sua luce illumina il cammino e il suo calore riscalda il cuore. Ci riporta all'esperienza dei due discepoli in cammino verso Emmaus, il cui cuore ardeva ascoltando Gesù.

Siamo qui per avvertire anche noi la luce e il calore che emanano dalle parole del Signore, per fare esperienza di un cuore che arde a motivo del nostro incontro con Gesù e dell'ascolto della sua parola. Chiediamo la grazia che questo possa accadere.

Parole da Custodire nel Cuore

Tre parole in particolare toccano il nostro cuore. San Paolo, negli Atti degli Apostoli, riporta una parola di Gesù non presente nei Vangeli: "Si è più beati nel dare che nel ricevere". Questa è la prima parola da custodire.

Il paragone tra il Lago di Gennesaret (mare della vita) e il Mar Morto in Terra Santa illustra questo concetto. Il primo dona acqua e vita, il secondo la trattiene e muore. Allo stesso modo, chi dona la propria vita la trova, chi la trattiene la perde. Quando si dona, la vita fiorisce; quando non si dona, la vita muore.

Questa parola è per la nostra vita di fede e il nostro cammino. Ci ricorda che l'incontro con il Risorto mette in movimento il cuore, rendendolo capace di farsi dono senza riserve. Vale anche per gli insegnanti di religione, il cui insegnamento deve essere un dono generoso e incondizionato, donando conoscenza, sapienza e sé stessi per il bene dei giovani affidati.

Una seconda parola da custodire: chi ha Cristo non manca di nulla, ha tutto. Questo vale per la vita di fede e per l'essere insegnanti di religione, poiché la parola donata a noi è una parola da donare a nostra volta. È entusiasmante pensare che il Signore dona sé stesso a noi perché noi possiamo donarlo a chi sta crescendo.

C'è ancora una terza parola da custodire: siamo immersi nel mondo, ma non per diventarne parte, bensì per donare al mondo ciò che non ha: la salvezza in Cristo Gesù. Dobbiamo conoscere i giovani, il loro modo di pensare, le loro passioni, gioie, dolori, speranze e dubbi. È importante ascoltare le loro vite per portare loro la parola che illumina e salva, portando Cristo, non come nel catechismo, ma con il profilo culturale proprio dell'insegnamento della religione oggi. Portare Cristo è il dono più grande per la loro crescita culturale, identità umana e pienezza di vita.

San Giustino de Jacobis: Un Modello di Missione

Il 30 luglio ricorre la memoria di San Giustino de Jacobis. In questa occasione, viene proposta una biografia che ne illustra la vita e il modo di intendere la missione. San Giustino de Jacobis comprese che prima di insegnare agli abissini, popolo cristiano dal IV secolo, doveva imparare. Invece di imporre il rito latino, si fece insegnare a pregare nel rito gee'z, venendo venerato come Padre di quelle genti.

L'epidemia di Covid-19 ha impedito lo svolgimento della festa come negli anni passati, limitando la celebrazione alla Santa Messa in onore del Santo Protettore. Nonostante le limitazioni, la devozione e la memoria del Santo persistono.

Ambientazione: San Giustino in Abruzzo

Oggi guardiamo a San Giustino tenendo presente due fattori: il contesto pasquale e il contesto storico. La sua venuta in Abruzzo, a Paganica, rimane un mistero, ma vi si riconosce il disegno della provvidenza divina, un dono di Dio.

Perché San Giustino si è mosso dalla sua patria? Non cercava lavoro, non era un turista o un avventuriero. Sappiamo cosa aveva in cuore: partì sapendo di mettere a rischio la sua vita e quella dei suoi familiari, consapevole di ciò che comportava proclamarsi cristiano e professare la fede in Cristo risorto. Quello che poteva essere un rischio si è trasformato in certezza storica.

Possiamo dire che San Giustino è stato "contagiato" dalla fede. Se vogliamo avere un'idea di chiesa in uscita, dobbiamo guardare a questi fratelli e padri coraggiosi. Essi incarnano la bellezza di un Dio Padre che genera, salva e invita a vivere nell'amore.

Attualizzazione: Il Dono di Sé

Ci si chiede se sia possibile annunciare la verità senza segni, senza prove concrete. La prova inequivocabile è il dono di sé. Il dono di sé non è un valore esclusivamente evangelico, ma una virtù umana fondamentale che si ritrova nella paternità, maternità, figliolanza, fraternità e amicizia autentica.

Questi legami presuppongono il dono di sé, un aiuto offerto senza condizioni, indipendentemente da razza, religione, appartenenza politica o condizione economica. Ritornando a San Giustino e alla sua famiglia, guardiamo al cristiano di ogni tempo e a noi in particolare. Più di due miliardi di persone nel mondo professano la fede in Cristo risorto, impegnandosi a vivere nell'amore e nel dono di sé.

Dobbiamo stare attenti ai "virus" metaforici introdotti da figure come Giuda o Caino, che non sono meno pericolosi del coronavirus e contagiano facilmente. Stiamo attenti alle complicità! Caro San Giustino, tu che vivi in Cristo, difendici dal virus dell'egoismo e dell'indifferenza.

Omelia nella Messa di Ringraziamento per la Canonizzazione di S. Giustino Maria Russolillo

Dopo i fasti di una Piazza San Pietro gremita di pellegrini, ci ritroviamo a Pianura, quartiere periferico di Napoli, per ringraziare Dio per la canonizzazione di San Giustino Maria Russolillo.

San Giustino Maria nacque a Pianura nel 1891. Fin dagli anni del seminario, raccoglieva i ragazzi nel suo giardino per insegnare loro il catechismo. Imparò che il modo più efficace per suscitare vocazioni è l'impegno nella propria santificazione personale. Ordinato sacerdote, tentò la prima esperienza di vita comune per l'animazione vocazionale e, divenuto parroco, diede vita al "vocazionario", primo nucleo della famiglia religiosa da lui fondata.

Il racconto del Vangelo ci presenta Giovanni Battista che indica a due discepoli Gesù che passava. Questa figura affascinava San Giustino Maria, che vedeva in lui l'angelo precursore di Gesù, colui che presenta ufficialmente Gesù al mondo e da cui gli Apostoli ricevettero la prima formazione.

Dietro ogni vocazione, diceva il nostro Santo, c'è sempre un "angelo precursore". Un Padre del deserto raccomandava di attaccarsi a un uomo che teme Dio per imparare a temerlo. San Giustino Maria esortava a non dimenticare chi ci ha recato la prima ambasciata del Signore.

La chiamata di Dio ha inizio con un timido desiderio nel cuore, un'attrazione verso l'infinito. Come scrive Papa Francesco, è un'apertura ampia, un fascino per una realtà che è sempre qualcosa di più. Questo vale per ogni vocazione e per la santità.

San Giustino Maria sapeva che Gesù ci invita a seguirlo, e questo invito opera nelle anime un'attrazione divina. Papa Francesco sottolinea che Gesù cammina in mezzo a noi, ci guarda negli occhi, e la sua chiamata è attraente e affascinante.

La chiamata di Gesù è attraente perché in essa è rivelato un amore personale che Dio nutre per ognuno. San Paolo VI, citando Sant'Ambrogio, affermava che "Tutto è Cristo per noi... A lui è legato il nostro destino, a lui la nostra salvezza". San Giustino Maria diceva che Gesù è il "nostro tutto".

Siamo fatti per essere amati da Dio. Il Padre ci ha creati e amati per mezzo del Figlio. Chiediamo per intercessione di San Giustino Maria la grazia di sentire sempre nel nostro cuore l'attrattiva di Gesù e del suo Vangelo, perché è lì che si radica la chiamata di Dio ad essere santi.

Il nostro impegno per le vocazioni deve radicarsi nell'attrattiva di Cristo. Il lavoro per le vocazioni non è proselitismo, ma un invito a seguire Cristo.

Disponiamoci ora alla Liturgia eucaristica, pensando alla devozione, al raccoglimento, alla gioia e allo stupore che il nostro nuovo Santo metteva nel celebrare e adorare l'Eucaristia. "Nella divina Eucaristia abbiamo il massimo di tutto", diceva, "il massimo della presenza del Signore con noi, il massimo dei doni del Signore e dell'intimità del suo Amore".

Preghiamo il Signore che, per la forza di questo sacramento di carità, maturino i semi di vocazione nel campo della sua Chiesa, affinché molti scelgano di servirlo nei fratelli.

Foto della processione di San Giustino Maria Russolillo per le vie di Pianura.

Celebrazioni in Onore di San Giustino Maria Russolillo

Il Santuario di San Giustino Maria Russolillo, nel cuore di Pianura, ha vissuto una settimana di intensa spiritualità e festa in occasione dei solenni festeggiamenti dedicati all'Apostolo delle Vocazioni.

Le celebrazioni sono iniziate con un triduo solenne, presieduto da S.E.R. Mons. Angelo Spinello, Vescovo di Aversa, che ha richiamato la missione di San Giustino, invitando i fedeli a vivere la fede con coraggio e coerenza. La serata è proseguita con uno spettacolo teatrale.

Il momento più atteso è stato la tradizionale processione della statua di San Giustino Maria Russolillo per le vie di Pianura. Il corteo, aperto dalla banda musicale e dagli sbandieratori, ha visto la partecipazione del Padre Generale dei Vocazionisti, don Ciro Sarnataro, e di altre autorità religiose e civili.

Dai balconi, addobbati con lenzuola bianche, i fedeli hanno acclamato il loro santo, lanciando petali di rose, creando un'atmosfera di intensa devozione.

Il culmine delle celebrazioni si è avuto con la Messa solenne, presieduta da Padre Ciro Sarnataro, Superiore Generale della Congregazione dei Vocazionisti, trasmessa in diretta streaming.

Pianura ha celebrato San Giustino Maria Russolillo, il parroco santo del quartiere napoletano, apostolo delle vocazioni. Le celebrazioni hanno incluso Sante Messe presiedute da Vescovi, la tradizionale processione e momenti di profonda spiritualità.

Dalla "Prima Apologia a favore dei cristiani" di San Giustino Martire

A nessun altro è lecito partecipare all'Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, sia stato purificato dal lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e viva secondo gli insegnamenti di Cristo.

Crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per la nostra salvezza. Il cibo sul quale sono state rese grazie con le parole di Cristo è la sua carne e il suo sangue. Gli apostoli ci hanno tramandato che Gesù disse: "Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo". E allo stesso modo, "Questo è il mio sangue".

Nelle nostre assemblee facciamo memoria di questo fatto. Chi ha soccorre chi è nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Benediciamo il creatore per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.

Nel giorno del Sole, ci riuniamo per leggere le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti. Il presidente rivolge parole di ammonimento ed esortazione. Poi ci alziamo per pregare. Viene recato pane, vino e acqua. Il presidente formula la preghiera di lode e ringraziamento, e il popolo acclama: Amen! A ciascuno si distribuiscono gli elementi sui quali furono rese grazie, e vengono mandati anche agli assenti per mano dei diaconi.

Chi ha in abbondanza dà quanto crede. Ciò che viene raccolto è deposto presso il presidente, che soccorre orfani, vedove, malati, coloro che sono in carcere e i pellegrini. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.

Ci raduniamo nel giorno del Sole perché è il primo giorno in cui Dio creò il mondo e perché Gesù Cristo risuscitò dai morti in quel giorno.

Nel mondo biblico, il nome porta con sé una vocazione, un destino. La scelta di un Patrono non è mai senza significato. Nella storia di fede e amore di San Giustino, si può riconoscere la nostra vocazione, il nostro destino.

Giustino, giovane della città di Teate, cercò la solitudine in un eremo sui monti della Maiella, gustando la pace dello stare nascosto con Cristo, nella meditazione delle Scritture e nell'intercessione per la Chiesa e l'umanità.

Gli eventi drammatici del IV secolo incisero profondamente sulla sua vita. Nel mondo cristiano, da poco uscito allo scoperto con la "pax costantiniana", un conflitto agitava le coscienze e le comunità.

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