La Domenica delle Palme segna l'inizio della Settimana Santa, commemorando l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme e anticipando il suo sacrificio sulla croce. È una celebrazione che racchiude un "duplice mistero": le acclamazioni gioiose di "Osanna al Figlio di Davide!" da parte della folla e, poco dopo, le grida feroci di "Crocifiggilo!"
Nella liturgia di questa domenica, l'assemblea cristiana ascolta due vangeli: il racconto dell'entrata di Gesù a Gerusalemme (quest'anno, secondo Matteo 21,1-11) e, durante la Messa, la narrazione della passione del Signore, dal tradimento di Giuda fino alla sepoltura del crocifisso. L'omelia è normalmente ispirata a quest'ultimo testo, sebbene, per la sua lunghezza, non possa essere commentato per intero durante la celebrazione.

Il Cammino Sinodale e la Chiesa a Bitonto: L'Omelia di Mons. Satriano
In questo contesto solenne, l'Arcivescovo di Bari-Bitonto, Mons. Giuseppe Satriano, ha invitato la diocesi a "ritrovare il coraggio di metterci insieme per camminare insieme". Questo è stato il suo messaggio all'inizio del cammino sinodale, un percorso che si prolungherà per circa quattro anni, come le Chiese che sono in Italia sono invitate a vivere dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Mons. Satriano ha osservato che in questo modo "ridaremo senso e significato alle nostre esperienze di vita ecclesiale, lacerate dall’evento pandemico, ma anche da una profonda crisi di fede". Il presule ha evidenziato come sia stata persa "la capacità di dialogare con Dio" e si sia diventati "sordi alle domande più profonde che inquietano il mondo di oggi".
Nell’omelia della celebrazione della Parola per l’apertura del cammino sinodale, l’Arcivescovo ha sottolineato la chiamata a "rimettere al centro dei nostri vissuti la cultura dell’incontro, per tornare ad appassionarci all’altro". Ha aggiunto che "vivere il Sinodo sia per ciascuno di noi un esercizio di umiltà e non uno spazio di prepotenza; un esercizio di ricerca e di comprensione della realtà, sapendo accostare la storia profonda di chi ci cammina accanto".
L'invito è a lasciarsi purificare da "quell’io arrogante e presuntuoso, sapendoci rendere accoglienti e disponibili nel rispettare e amare anche quelli che spesso giudichiamo distanti o estranei". Il Sinodo, dunque, deve riconsegnare "l’altro come dono e non come nemico, come ospite caro e non come realtà da giudicare".

L'Omelia di Papa Francesco: Acclamazioni e Umiliazione
Anche nella tradizionale celebrazione in Piazza San Pietro, Papa Francesco dedica l’omelia della Santa Messa nella Domenica delle Palme al "duplice mistero" che accompagna l’ingresso nella Settimana Santa. Dopo la benedizione delle Palme ai piedi dell’obelisco, l’ascolto del Vangelo di Luca e la processione, animata da tanti ragazzi in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a livello diocesano, il Papa ha riflettuto sulle "grida festose e l’accanimento feroce" rivolti a Gesù.
Il Pontefice ha sottolineato che il cuore del Signore "godeva nel vedere l’entusiasmo e la festa dei poveri d’Israele", dei giovani "che gridavano il suo nome acclamandolo Re e Messia". Tuttavia, con la sua "umiliazione", Gesù ha aperto per noi la "via della fede". Francesco ha precisato che l'umiltà non significa "negare la realtà": Gesù è "realmente" il Messia, il Re. Egli sa che per giungere al vero trionfo deve fare spazio a Dio, e per fare spazio a Dio c’è un solo modo: la spogliazione, lo svuotamento di sé, il tacere, il pregare, l'umiliarsi.

Trionfalismo e la Via della Croce
La riflessione papale si è concentrata anche sul pericolo del trionfalismo, che "cerca di avvicinare la meta per mezzo di scorciatoie, di falsi compromessi", puntando a "salire sul carro del vincitore". Il trionfalismo vive di gesti e di parole che non sono passati attraverso il crogiolo della croce, alimentandosi del confronto con gli altri, giudicandoli sempre peggiori, difettosi, falliti. Una forma sottile e insidiosa di trionfalismo è la mondanità spirituale, considerata il maggior pericolo e la tentazione più perfida che minaccia la Chiesa.
Gesù stesso, nella sua missione, ha affrontato la tentazione di "fare la sua opera" scegliendo Lui il modo e slegandosi dall’obbedienza al Padre. Egli ci mostra come affrontare i momenti difficili e le tentazioni più insidiose, custodendo nel cuore una pace che non è distacco, non è impassibilità o superomismo, ma è abbandono fiducioso al Padre e alla sua volontà di salvezza, di vita, di misericordia. Con la croce, non si può negoziare: o la si abbraccia o la si rifiuta. La Vergine e i santi hanno dovuto patire per camminare nella fede e nella volontà di Dio. Di fronte agli avvenimenti duri e dolorosi della vita, rispondere con la fede costa "una particolare fatica del cuore", che si manifesta come la notte della fede.
Il trionfalismo è stato distrutto dall’umiliazione di Gesù e ugualmente nel cuore della Madre; entrambi hanno saputo tacere. Nei momenti di oscurità e grande tribolazione, è necessario tacere con coraggio, purché sia un tacere mite e non rancoroso. La mitezza del silenzio ci farà apparire ancora più deboli, più umiliati, e allora il demonio, prendendo coraggio, uscirà allo scoperto. Bisognerà resistergli in silenzio, "mantenendo la posizione", con lo stesso atteggiamento di Gesù. Lui sa che la guerra è tra Dio e il Principe di questo mondo, e che non si tratta di mettere mano alla spada, ma di rimanere calmi, saldi nella fede, in attesa dell'ora di Dio.
Questa visione si contrappone alla volontà di dominio sugli altri, al successo e alla carriera, che possono allontanare dall'umiltà e dalla fiducia nel Padre, rischiando di far cadere nella "schiavitù del peccato".

La Passione secondo Matteo: Gesù Protagonista
Il racconto della passione secondo Matteo evidenzia come Gesù, pur essendo "consegnato" e dunque oggetto di un’azione determinata da parte di altri (Giuda, i sacerdoti, Pilato), resti sempre soggetto, protagonista del racconto. La passione è vissuta da Gesù nella libertà e per amore, non come un destino o un caso.
Gesù sa che "il suo tempo è vicino" e va con decisione verso la passione, disponendo che i suoi discepoli facciano i preparativi per la cena pasquale (Mt 26,17-19) e poi la presiede (Mt 26,20-29). Mentre sono a tavola, annuncia il tradimento, pur conoscendo l’identità del traditore. Tuttavia, non lo denuncia, non lo ferma, non lo isola dagli altri. Non lo giudica né lo condanna, ma rinvia Giuda alla sua coscienza e alla sua responsabilità, dimostrando la sua piena padronanza della situazione, nonostante la grande inaffidabilità umana.
In questo contesto, Gesù spezza e dà il pane, segno del suo corpo, ai Dodici; prende il calice del vino, segno del suo sangue, e lo dà loro da bere come "sangue dell’alleanza sparso per le moltitudini in remissione dei peccati" (Mt 26,28). L’Eucaristia è offerta a tutti i discepoli: tutti peccatori, traditori come Giuda, rinnegatori come Pietro, increduli come gli altri. Gesù non ha escluso nessuno dalla sua cena pasquale; l’eucaristia è dunque la cena per i peccatori, la Chiesa è un’assemblea di peccatori che nell’eucaristia sono perdonati e fatti santi.
Dopo la cena pasquale, Matteo evidenzia particolarmente la preghiera di Gesù al Getsemani. Per ben cinque volte nei vv. 36-44 ritorna il verbo "pregare". Gesù desiderava che questa preghiera fosse condivisa dai tre discepoli a lui più vicini - Pietro, Giacomo e Giovanni - ma ogni suo sforzo è inutile: i discepoli lo lasciano solo. Poco prima di essere arrestato, Gesù annuncia il suo essere colpito come pastore e la conseguente dispersione del suo gregge (Mt 26,31; Zc 13,7), ma anche il nuovo raduno in Galilea dopo la resurrezione (Mt 26,32).
Quando uno dei discepoli tenta di reagire con la violenza al suo arresto, Gesù interroga l’autore di quel gesto sulla sua fede, ribadendo la sua libertà di fronte alla cattura vergognosa: "Credi che io non possa pregare il Padre mio, che mi manderebbe subito più di dodici legioni di angeli?" (Mt 26,53). In tutto il processo, Gesù continua a essere protagonista degli eventi, il mite che non condanna né giudica quando è ingiuriato e ingiustamente giudicato, anche nelle ultime ore di un condannato innocente. Al sommo sacerdote che lo scongiura di dire se egli è il Cristo, Gesù non svela né nasconde, ma richiama chi lo interroga alla propria responsabilità: "Tu l’hai detto" (Mt 26,64).
Video commento alla passione di Cristo secondo Giovanni _pt3
Dove si Pone il Discepolo nella Passione?
Di fronte a questo racconto della passione secondo Matteo, sorge spontanea la domanda: dove mi pongo io, discepolo? Ognuno è chiamato ad esaminare il suo cuore.
- Sono come uno dei Dodici i quali, abbandonato tutto per seguire Gesù (Mt 4,20-22), giunta la passione, "tutti lo abbandonarono e fuggirono" (Mt 26,56)?
- Sono come Pietro, che ha seguito Gesù ma "per vedere come sarebbe andata a finire" (Mt 26,58), e quindi, non coinvolto nella vita di Gesù, finisco per smettere di conoscerlo e per conoscere solo me stesso (Mt 26,69-75)?
- Sono come Giuda, che non ha più fiducia in Gesù, che non lo dichiara Kýrios, Signore, come invece fanno gli altri undici (Mt 26,22), ma lo chiama "rabbi, maestro" (Mt 26,25.49), anche quando Gesù lo chiama "amico" (Mt 26,50), amato da lui fino a quell’ora, amato anche nel momento in cui lo tradisce?
Sarò capace di vedere nella passione di Gesù non solo una morte ignominiosa, ma la morte del giusto, l’evento cosmico della morte del Figlio di Dio (Mt 27,51-53)? È un preludio della Sua Risurrezione, che illumina ogni giorno.
Un Appello ai Giovani
Cari giovani, non vergognatevi di manifestare il vostro entusiasmo per Gesù, di gridare che Lui vive, che è la vostra vita. Ma nello stesso tempo non abbiate paura di seguirlo sulla via della croce. E quando sentirete che vi chiede di rinunciare a voi stessi, di spogliarvi delle vostre sicurezze, di affidarvi completamente al Padre che è nei cieli, allora, cari giovani, rallegratevi ed esultate!