Le omelie del Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e Arcivescovo di Bologna, sono un costante richiamo alla comunione, alla pace e alla responsabilità cristiana nel mondo contemporaneo. Attraverso le sue parole, Zuppi invita a riscoprire la bellezza della Chiesa come casa universale e a impegnarsi attivamente per superare le divisioni e le violenze che affliggono l'umanità.
La Chiesa: Casa di Comunione e Sorgente di Speranza
Il Cardinale Zuppi esprime una profonda gioia nel ritrovarsi in comunità, accolto "da Pietro e dal suo successore che presiede nella comunione la comunione". Questa gioia deriva dagli infiniti incontri e dall'incontro sempre nuovo con il Signore.
"Questa nostra Madre - questa! - bellissima, santa perché amata da Lui", afferma Zuppi, sottolineando che la santità è affidata a ciascuno come "semplice e umanissimo riflesso dell’amore di Dio". Tale amore non ci fa vivacchiare, ma ci rende "davvero unici non perché soli ma perché originali".
La Chiesa, "grande, senza confini", è affidata ai fedeli, e i fedeli lo sono a Lei. Zuppi esorta ad amarla e a contemplarne la bellezza e la grandezza della comunione, che fa sentire "a casa". Essa è una "famiglia universale, cattolica, dove tutti, tutti, tutti, siamo accolti come le braccia del colonnato ci stringono e ci definiscono". Queste braccia proteggono la Chiesa "dal caos del mondo, per insegnarci a vivere il Vangelo e per andare nel mondo pieni di speranza e di pace".
Al centro di questa comunione non vi è l'io individuale, ma "sempre e solo Cristo, nostra speranza e pace". È Cristo che "rende l’altro, qualunque esso sia, il mio e nostro prossimo e non un estraneo o un nemico". L'amore per il prossimo permette di scoprire il volto di Cristo anche nello sconosciuto che si prende cura di noi.
Il Cardinale Zuppi, nella Messa conclusiva della Seconda Assemblea Sinodale, ha rimarcato la grazia di un luogo che riporta alle origini dell'avventura cristiana, aiutando a comprendere il peccato e il perdono, e la pietra su cui costruire la Chiesa. Egli ha citato Paolo VI, definendo questo luogo "punto canonico, storico e visibile, spirituale e mistico della sua prodigiosa e commovente unità; […] dove è così bello incontrarsi con gente d’ogni paese, e sapersi tutti fratelli, tutti fedeli, tutti uniti dalla medesima fede e dalla medesima carità, cioè tutti cattolici" (Udienza generale, 25 aprile 1968).
L'unità, "dall’Oriente all’Occidente", è una premessa essenziale per la pace. La comunione si basa sul "pensarsi insieme", quel "cuore solo e un’anima sola" che non annulla le differenze, ma la divisione, e che non umilia l'io ma l'orgoglio che lo deforma. Questo rende felici, perché "in questa casa di amore tutto ciò che è suo è nostro e viceversa". Celebrando insieme, si ritrova la vera identità cristiana, qualificata dall'amore reciproco, in quanto discepoli di Colui che si è fatto servo per rendere amici.

L'Urgenza della Pace in un Mondo in Guerra
Zuppi spesso riflette sul dolore che avvolge la Chiesa, come una madre "sotto una croce ingiusta e terribile sulla quale è inchiodato suo figlio e i suoi figli". Queste croci sono "costruite follemente dagli uomini che fabbricano armi per uccidere e distruggono quello che fa vivere". La Chiesa è "con gli occhi pieni di lacrime e il cuore ferito per tanta enorme sofferenza, insopportabile per una madre come deve esserlo sempre per l’umanità tutta".
Le Condanne dei Papi contro la Guerra
Il Cardinale ricorda che "oggi il nostro mondo è segnato dalla guerra, quella che Papa Benedetto XV condannò con grande coraggio e sapienza perché era solo un’inutile strage. Oggi si combattono tante inutili stragi, tante guerre. Sono tutte nostre guerre".
Nel contesto di un appello lanciato dopo recenti violenze in Medio Oriente, il Cardinale Matteo Maria Zuppi ha pronunciato un'omelia ai Vespri nella Basilica Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara), a suggello della Giornata di preghiera e digiuno indetta dalla CEI. Questa iniziativa, che ha coinvolto tutta l'Italia, denuncia il male "inutile" della guerra, definita una "macchina di morte" e "sconfitta per tutti", poiché "anche chi vince è uno sconfitto". Zuppi ha richiamato l'appello di Papa Leone XIV, che ha chiesto di "fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile".
Zuppi ha fatto proprie e rilanciato le parole dei Papi, ricordando come la guerra "crei solo altri problemi ben più gravi dei precedenti". Egli ha citato Papa Leone XIV: "È veramente triste assistere oggi in tanti contesti all’imporsi della legge del più forte, in base alla quale si legittimano i propri interessi. … Questo è indegno dell’uomo, è vergognoso per l’umanità e per i responsabili delle nazioni. Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? … Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta?".
Anche Papa Francesco, nella bolla d’indizione del Giubileo Spes non confundit, ha scritto che "l’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti". Negli ultimi anni, Francesco ha stigmatizzato la guerra come "fallimento della politica e dell’umanità", "resa vergognosa", "sconfitta di fronte alle forze del male". Il Pontefice ha inoltre ricordato che "non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato" (Fratelli tutti, nn. 260-261).
La Logica Spietata della Guerra e l'Intelligenza Artificiale
"Sembra proprio una notte che non finisce mai", ha detto il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, parole che Zuppi riprende per descrivere la "notte di ingiustizie terribili e inaccettabili, di violenze che colpiscono sempre per primi i poveri e che in realtà rendono tutti poveri". Questo è un mondo che accetta "di nuovo come normale pensarsi l’uno contro l’altro o l’uno senza l’altro, che in modo dissennato non ha paura della forza inimmaginabile degli ordigni nucleari".
Zuppi denuncia che "si arriva a uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto!". Il porporato lamenta la spietata definizione di migliaia di persone "eliminate" come "obiettivi spazzatura", civili che "non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo".
Il Presidente della CEI punta il dito anche contro l’Intelligenza Artificiale (IA) usata in contesti bellici: "Si inseriscono centinaia di obiettivi nel sistema e si aspetta di vedere chi si può uccidere e quando. Si eliminano così intere famiglie, colpendo senza sapere o con la presunzione di sapere e di averne diritto". Zuppi si interroga: "Chi ha diritto? E poi cosa fare dopo, a guerra finita? Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini?".
"La guerra non è mai uno strumento della politica perché la guerra è una macchina di morte che impone una sua propria logica", ribadisce Zuppi. "Tutte le guerre sono guerra tra civili: fratelli che uccidono fratelli perché in guerra la vita umana perde ogni valore. Il suo veleno non finisce mai, segna e inquina la vita per sempre, nel corpo e nella psiche. Ogni guerra lascia l’aria contaminata da un’epidemia di inimicizia".
Il Ruolo della Diplomazia e la Lezione della Storia
La storia, ammonisce Zuppi, sembra essere stata dimenticata. "Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria", non ricordando che i 'frutti' della guerra sono distruzione, danni ambientali, odi e povertà che "preparano quella successiva".
Per risolvere i conflitti, è necessario "andare a lezione dalla storia, per capirne le cause antiche e recenti", affrontandole per giungere a una "pace giusta". Ad esempio, "la non applicazione degli accordi di Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele". Zuppi è categorico: "Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico".
La diplomazia non è "prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi", ma è una "lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza". Solo "un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio".
L'Appello al Disarmo dei Cuori
Di fronte a tanta sofferenza, Zuppi esorta: "Disarmiamo i nostri cuori per disarmare cuori e mani di un mondo violento, per guarirne le cicatrici, per impedire nuovi conflitti!". L'appello è a "essere artigiani di pace cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta".
Questo digiuno e preghiera, spiega il Cardinale, si basa sulla fede che "tutto può cambiare e da credenti l’impossibile possa realizzarsi". Il messaggio quaresimale di Papa Leone XIV chiede "la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore".

Il Cammino Sinodale e la Riscoperta della Comunità
Il cammino sinodale, secondo Zuppi, "ci riporta alla dimensione essenziale della comunità, in un mondo di imperante, sfacciato, individualismo, dove non a caso è prevalente la logica della forza, di vecchi nazionalismi che si rieditano e trovano tanto spazio proprio perché così poco c’è il senso di comunità e di comunità universale". L'invito è a pensarsi "insieme e mai senza o contro gli altri".
Papa Francesco ha avvertito che "la tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi" (Omelia, 31 maggio 2020). È lo Spirito Santo che unisce e crea comunione, "legame santo da amare e difendere sempre, attenti a non offenderlo con l’arroganza delle proprie convinzioni che portano spesso a giudicare l’altro".
Francesco esorta a "ripartire da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico" (Omelia, 31 maggio 2020).
La sinodalità implica un cammino insieme, "espressione del servizio comune e relativizzandoci gli uni agli altri, costruendo relazioni affettive, perché la Chiesa non è un’idea ma un incontro, una relazione con al centro il Signore per cui vale la pena perdere la vita". Il rischio è cadere nel "funzionalismo, nell’efficientismo, nell’orizzontalismo" se si mettono al primo posto "i nostri progetti, le nostre strutture e i nostri piani di riforma", senza portare frutto (Papa Francesco, Omelia, 23 maggio 2021).
Il cammino, seguendo Gesù e lo Spirito, "non è un parlamento per reclamare diritti e bisogni secondo l’agenda del mondo, non l’occasione per andare dove porta il vento, ma l’opportunità per essere docili al soffio dello Spirito" (Papa Francesco, Omelia, 28 maggio 2023). Senza lo Spirito, "la Chiesa è inerte, la fede è solo una dottrina, la morale solo un dovere, la pastorale solo un lavoro. Con Lui, invece, la fede è vita, l’amore del Signore ci conquista e la speranza rinasce".
Lo Spirito ci invita a uscire, ad "annunciare, a non restare chiusa in sé stessa: di non essere un gregge che rafforza il recinto, ma un pascolo aperto perché tutti possano nutrirsi della bellezza di Dio; ci insegna a essere una casa accogliente senza mura divisorie" (Papa Francesco, Omelia, 5 giugno 2022). Bisogna "dimenticarsi di sé stessi, e ad aprirsi a tutti" liberandosi "dall’ossessione delle urgenze" per percorrere le "vie della testimonianza, le vie della povertà, le vie della missione, per liberarci da noi stessi e inviarci al mondo" (Papa Francesco, Omelia, 5 giugno 2022).
La Fede come Forza di Trasformazione Personale e Comunitaria
Il Cardinale Zuppi invita a essere "discepoli di Gesù, operatori di pace in un mondo come questo, per difendere la vita sempre dal suo inizio alla fine, di tutti, senza distinzioni, rivestendo la persona sempre di dignità e cura". Di fronte a troppa sofferenza, odio, malevolenza, armi, vendetta e solitudine, risuona il grido: "Signore, manda me! Signore manda noi! Signore credo in te e nella forza della tua Parola e ti aiuto io! Signore Tu sei e io sono, come avviene nell’amore".
Questa è la gioia del Giubileo e della fede: credere che "la vita non finisce e Tu ci prepari un posto nella tua casa del cielo". La vita con Cristo è "gioia perché piena di amore e perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere". La fede toglie la paura della vita, invita a non tenerla per sé e a non cercare una misura limitata, perché l'amore di Dio è forza e "la vita è sempre benedetta".
Le comunità cristiane sono chiamate a diventare "case di pace, piccole ma mai mediocri, grandi perché umili, libere perché legate dall’amore, capaci di lavorare gli uni per gli altri e di pensarsi insieme". Confessare la fede individualmente e insieme aiuta a sostenersi a vicenda, a nutrirsi della "forza della fraternità, cioè dell’amicizia e del volerci bene tra noi, diversi come siamo, perché crediamo che si può amare e si può amare per sempre perché l’amore ripara, ripara tutto, sempre, molto più di quello che crediamo, perché l’amore che ci doni vince ogni divisione e ci rende gli uni per gli altri, come siamo fatti".
Questa è la speranza in un mondo dove "la notte della rassegnazione riempie di felicità individuali, spegne i sogni". Zuppi ringrazia Gesù, "amore mio e nostro, che non ti rassegni e continui ad avere fiducia in noi". Ognuno ha "tante cose da costruire". Gesù a Pietro parla di edificio spirituale e di diventare pietra. "L’importanza di ogni pietra non è mai di essere isolata, ma è sé stessa quando è insieme. Siamo noi stessi quando ci pensiamo per gli altri". La tentazione è sempre quella di trasformare "le pietre in pani, forzando tutto per nutrire il nostro io come l’antica e mai sconfitta tentazione di diventare Dio, grandi, forti, irraggiungibili". Siamo invece "pietre vive e l’attore sei sempre Tu. Noi con Te diventiamo attori della vita vera, protagonisti perché servi".
Il Cardinale confessa: "Io credo, Signore. Credo perché ho ascoltato la Tua parola, vivo la Tua presenza, vedo il Tuo amore. Signore tu sai che sono peccatore e traditore come Pietro e tu non mi mandi via, non condanni ma salvi, non mi chiedi di non sbagliare ma di amarti e seguirti come sono per essere e per cambiare". È un disegno di salvezza che si scopre nella propria storia di vita, un'opera di grazia nella povertà. È la gioia di non avere paura di confessare la fede, di smettere di aspettare tutte le risposte, perché "la sicurezza sei Tu, le risposte le trovo vivendo e l’amore urge nel mio cuore".
Le sue parole si legano al Vangelo: "“Prendi il largo e getta le reti. La notte è passata nella fatica, ma sulla tua parola getterò le reti. Simone, figlio di Giovanni, per tre volte mi hai rinnegato. Mi ami? Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene. Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio. Tu sei e io sono. Grazie. Seguimi. Ti seguirò e tu continua a amarmi e perdonami. Speranza, pazienza, Pace."
La Parola di Dio mette in guardia dalla tentazione di farsi idoli rassicuranti (benessere, consumismo, propria forza), che svuotano la passione di Dio. I cristiani, come Mosè, sono chiamati a intercedere per il popolo, interpretando la sua vocazione più profonda. Testimoniare l'amore di Dio riaccende relazioni, riapre il dialogo e fa ritrovare il cammino vero. La vera gloria di Dio "restituisce la vita, che la rende piena, che insegna a trasformare le avversità in opportunità. Gloria di amore dato e ricevuto".
Il Concilio credeva che solo uomini spirituali, capaci di cambiare il cuore nella fede e appassionarsi al mondo, potranno condurre l'umanità a un destino migliore. Uno spirituale "resiste alla rassegnazione e all’appiattimento conformista". Metz ha scritto che "i cristiani sono sempre anche dei mistici, ma non sono esclusivamente mistici nel senso di un’esperienza spirituale di sé, bensì nel senso di una spirituale esperienza di solidarietà. Sono prima di tutto mistici con gli occhi aperti… una mistica che cerca il volto, che porta prima di tutto all’incontro con gli altri che soffrono, all’incontro con la faccia degli infelici… Gli occhi aperti e vigili ordiscono in noi contro l’assurdità di una sofferenza innocente e ingiusta… ci impediscono di orientarci esclusivamente all’interno dei minuscoli criteri del nostro mondo di soli bisogni".
Zuppi: Omelia per Santa Maria della Vita
L'Omelia di Pasqua: Riconoscere Cristo col Cuore
Nella messa di Pasqua celebrata nella cattedrale di San Pietro a Bologna, l'arcivescovo Matteo Maria Zuppi ha sottolineato che "non si arriva alla verità senza l'amore, e non si arriva all'amore di Dio senza l'amore per l'uomo". L'omelia si è innestata sul Vangelo di Luca, che narra dei discepoli diretti a Emmaus che non riconoscono Gesù camminare accanto a loro. "Come si fa a voler bene a qualcuno che non vedi?", si è chiesto il Cardinale. "Come si aprono gli occhi perché possiamo riconoscere la sua presenza? C'è un segreto semplice, ma mai capito fino in fondo. Lo dico, vi suonerà un po': non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi”, citando uno dei passaggi più noti del Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.
Commemorazione del Terremoto in Friuli: Una Lezione di Ricostruzione e Solidarietà
Il 3 maggio, il Cardinale Matteo Maria Zuppi ha presieduto una messa in suffragio delle vittime del sisma del 1976 e di ringraziamento a quanti si impegnarono per aiutare il Friuli. L'evento, tenutosi nella piazza d’armi della caserma Goi-Pantanali di Gemona, ha radunato quasi 5 mila persone.
Il Cardinale ha riconosciuto che le "maniche rimboccate del popolo friulano, ma anche dei tanti che aiutarono i friulani a rialzarsi dopo le scosse che tra il 6 maggio e settembre del 1976 causarono quasi mille morti e più di 2 mila feriti, rappresentarono «un’autentica lezione per tutta l’Italia e per il mondo. Insegnarono cosa significasse lavorare e lavorare assieme, senza opportunismi»".
La celebrazione è stata ricca di simbologia: un ledwall ha proiettato l’immagine del crocifisso ligneo recuperato dalle macerie del duomo di Gemona nel ’76, e a lato del palco la Madonna nera di Madone di Mont, Castelmonte. I celebranti vestivano paramenti bianchi, simbolo di rinascita e speranza, e le letture includevano il Vangelo in friulano.
L'arcivescovo di Udine, Riccardo Lamba, ha metaforicamente descritto il luogo come "una cattedrale che ha come tetto il cielo, lo stesso che per mesi si ritrovarono sopra la testa i nostri fratelli sfollati", e ha ricordato come "furono messi a dimora semi di speranza, che questo popolo ha saputo coltivare con pazienza e dignità".
Nell'omelia, Zuppi ha citato il poeta gemonese Pierluigi Cappello, padre David Maria Turoldo e il vescovo Alfredo Battisti, evocando le storie tragiche dei terremotati. "Il terremoto distrugge, l’amore mette insieme", ha affermato il Cardinale. "Quelle settimane sono state una lezione per tutta l’Italia e per il mondo: hanno dimostrato cosa significa lavorare e lavorare insieme. Dove ciascuno fa il massimo senza opportunismi, polarizzazioni misere e ignoranti calcoli, convenienze piccine di parte, perché l’unica parte è affrontare il dolore e ricostruire".
Zuppi ha auspicato che dal Friuli parta una consapevolezza per il Paese, l'Europa e il mondo: "con serietà e umiltà non si perse tempo a discutere e dividersi". Da questa esperienza nacquero realtà importanti come la Protezione Civile. "Da questo Friuli possa partire un grido: fratelli , abbandonate le violenze, abbandonate le vendette. C’è spazio per l’amore, c’è bisogno di bontà". Ha concluso la predica con la citazione dell'“Ave, Vergine, us saludi”, ricordando che "qua c’era voglia di futuro: che senso ha una vita senza frutti? E del resto voi, in friulano, chiamate fruts i bambini, ovvero frutti".

Il Ruolo dell'Europa e la Responsabilità delle Religioni
Il Cardinale Zuppi ha dedicato una riflessione all'Europa, constatando "l’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire sicurezza". Egli lancia un monito: "Guai a quanti per convenienza, opportunismo, ignoranza, calcolo seminano odio, pregiudizi, eccitando l’idea del nemico invece di cercare quello che unisce!".
L’Europa, sostiene il porporato, "può aiutare il mondo intero ad avere regole per una convivenza civile e pacifica", ma "deve avere l’anima per poterlo fare". In tal senso, richiama lo spirito di quei cristiani che "coraggiosamente" costruirono "l’architettura dell’Europa" "per tutti e insieme a tutti". Siano loro a ispirare altri "a cercare con audacia soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione e responsabilità".
Anche le religioni devono impegnarsi in questo, "perché Pace è il nome di Dio", chiosa il presidente dell’episcopato italiano. Egli ricorda che "tutte le bugie sono proibite, ma si può mentire per mettere pace tra una persona e l’altra", come spiegano i rabbini, sottolineando la necessità del compromesso per temperare la giustizia con la pace.
"Cerchiamo la pace, anche e soprattutto quando non c’è e sembra impossibile. Non si vive senza. Non rendiamo la pace una tregua", è la sua supplica. "Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza. I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri".
Zuppi cita Sant'Agostino, secondo cui "sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra" (Ep. 229,2).
Dio stesso, ricorda il Cardinale, "ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo, suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza". Ci aiuti allora Dio a "sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello". Il giudizio divino, conclude Zuppi, deve ispirarci a "dominare l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio".