Rosario Livatino: La Memoria, la Beatificazione e la Solenne Traslazione del Corpo

Il beato Rosario Livatino, magistrato assassinato dalla mafia, è tornato tra la sua gente in un momento di profonda commozione e devozione. La salma è stata solennemente trasferita nella Chiesa di Santa Chiara a Canicattì, un evento che ha riacceso la memoria del suo sacrificio e della sua vita esemplare al servizio della giustizia e della fede. Questo percorso di memoria si snoda tra il tragico giorno dell'assassinio, il 21 settembre 1990, il riconoscimento della sua santità e la recente traslazione del suo corpo, che segna una nuova tappa nella venerazione di questo "giudice ragazzino".

L'Assassinio del "Giudice Ragazzino" e i Primi Funerali (1990)

Il Giorno dell'Eccidio e la Reazione Immediata

Il 21 settembre 1990, una mano assassina stroncò la giovane esistenza di Rosario Livatino. Egli è morto martire della giustizia, non piegandosi alla prepotenza mafiosa e rimanendo animato da una profonda spiritualità, alimentata sistematicamente con la preghiera personale e l'assidua partecipazione all'Eucaristia.

L'uccisione di Livatino fu immediatamente resa nota da un agente di commercio, Pietro Ivano Nava, che si trovava sulla strada e avvertì la polizia. Questo feroce assassinio seguiva quello del giudice Saetta, avvenuto due anni prima, per aver giudicato e condannato alcuni mafiosi responsabili del delitto del giudice Chinnici. In quel periodo, nell'Agrigentino, era in corso una guerra di mafia che causò circa 300 morti in diversi anni.

«Picciotti, che cosa vi ho fatto?», chiese il giudice ai suoi assassini mentre tentava di salvarsi, correndo nella campagna sotto il viadotto Gasena della statale dove fu fermato alla guida della sua Ford, diretto al palazzo di giustizia di Agrigento. Livatino aveva rifiutato la scorta perché non voleva che altri perdessero la vita per lui. Padre Filippo Barbera raccontò di essersi recato sul luogo dell'omicidio e, trovata la strada occupata, scendendo dall'auto, vide il corpo del magistrato e gli diede l'assoluzione in pericolo mortis.

Era il 22 settembre 1990, il giorno dopo l'assassinio, quando l'allora arcivescovo di Agrigento, monsignor Carmelo Ferraro, celebrò le esequie di Rosario Livatino nella basilica affollatissima dedicata a San Diego, a Canicattì.

L'Omelia di Mons. Ferraro: un Anatema contro la Mafia

Durante la vibrante omelia ai funerali del giudice Rosario Livatino, monsignor Ferraro pronunciò parole forti contro la criminalità organizzata. "La cultura mafiosa è peggiore del nazismo", affermò, aggiungendo che "Nella cultura mafiosa, più che l'uomo emerge la bestia" e "Fuori dalla Chiesa chi compie queste gesta". Rivolgendosi ai politici, monsignor Ferraro diceva ancora: "Non c'è spazio per i compromessi e per i ritardi".

In sintonia, L'Osservatore Romano scriveva: "Non c'è più spazio per le illusioni: lo Stato, quasi braccato dalla malavita deve reagire con interventi radicali e coraggiosi, anche repressivi". Oltre a implorare la conversione e invocare la forza di Dio per tutti i familiari, denunciando l'allarmante escalation di delitti, sempre nell'omelia di Livatino, il vescovo si chiedeva: "Diventa spontanea la domanda se il Parlamento e il governo abbiano fatto tutto il loro dovere".

Le Prime Riflessioni sul Suo Martirio

Il giudice Rosario Livatino è morto martire della giustizia, non si è piegato alla prepotenza mafiosa, animato da una profonda spiritualità che egli alimentava, in modo sistematico, con la preghiera personale e l'assidua partecipazione alla celebrazione eucaristica. Si legge nell'Apocalisse (2,17) un versetto profetico: "al vittorioso darò un nome nuovo". Rosario Livatino, giovane Magistrato, ha già un nome nuovo per una moltitudine di persone; una moltitudine che cresce giorno dopo giorno da quel lontano 21 settembre 1990, giorno nel quale una mano assassina stroncò la sua giovane esistenza.

Durante una commemorazione organizzata dal Tribunale alcuni giorni dopo l'assassinio, fu detto che il magistrato era stato come una candela accesa. Si era tentato di spegnerla, ma invece si era accesa una fiaccola che sarebbe stata posta su un candelabro a far luce nel tempo. Già allora, in occasione dei funerali, fu annunciato che l'ultima parola sarebbe stata quella della Pasqua, non il venerdì santo.

Foto d'archivio dei funerali di Rosario Livatino nella Chiesa di San Diego, 1990

Il Percorso verso la Beatificazione

La Scoperta di una Fede Profonda

L'arciprete Restivo di Canicattì aveva chiesto un crocifisso da offrire a un giovane magistrato che ne aveva fatto richiesta per la sua stanza in Tribunale, un particolare che rivelava la sua profonda spiritualità. Si scoprì in seguito che Rosario Livatino era solito visitare il Santissimo Sacramento ogni mattina prima di recarsi in Tribunale, come testimoniato dal parroco della chiesa di San Giuseppe. Man mano emersero altri particolari che rivelarono la figura di un uomo che affascinava il mondo dei giovani e delle scuole, rappresentando un ideale di vita vissuta con serietà e impegno.

Il cammino umano e religioso che Rosario ha perseguito nella sua breve esistenza, realizzando un progetto di vita fondato sui valori, è testimoniato dalla sigla S.T.D. (Sub Tutela Dei - Sotto la tutela di Dio) sparsa in tutte le sue agende personali e dalle frequenti visite a Gesù Sacramentato prima di accedere in Tribunale.

Il Riconoscimento del Martirio "in Odium Fidei"

Dopo anni di riflessioni e un meticoloso processo canonico, Rosario Livatino è stato beatificato da Papa Francesco il 9 maggio 2021, diventando il primo magistrato elevato agli onori degli altari. Ucciso a 38 anni in odium fidei (in odio alla fede) dai sicari della Stidda il 21 settembre 1990, egli rappresenta un luminoso esempio di uomo di fede e di uomo di legge.

Celebrare l'Eucaristia nella sua memoria, nel luogo in cui egli nacque, è un momento di profonda commozione, un'occasione per trarre un insegnamento prezioso di vita cristiana tradotta in servizio al bene comune. Come ebbe a dire Papa Giovanni Paolo II, Livatino fu "martire della giustizia e indirettamente della fede". Il postulatore della causa di beatificazione, monsignor Vincenzo Bertolone, lo definì "un piccolo Davide contro il Golia Cosa Nostra", ricordando il suo motto "Sub Tutela Dei".

Rosario Livatino, IL MAGISTRATO - II Docu-Video

La Solenne Traslazione del Corpo del Beato (15 marzo 2025)

La Preparazione e la Ricognizione Canonica

Il 15 marzo 2025, come disposto dall'arcivescovo di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, e autorizzata dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha avuto luogo la solenne traslazione delle spoglie mortali del Beato Rosario Angelo Livatino dal cimitero di Canicattì alla chiesa di Santa Chiara.

Nella mattinata, presso il Palazzo vescovile di Agrigento, si è tenuto il giuramento del Tribunale ecclesiastico, con la nomina del delegato episcopale per la traslazione e la ricognizione canonica, del promotore di Giustizia, del notaio, dei periti medico-anatomici, dei tecnici e dei testimoni. Nel primo pomeriggio, i componenti del tribunale, alla presenza del clero locale, delle autorità civili e militari della Città e provincia, e dei rappresentanti della comunità civile ed ecclesiale, hanno preso parte all'estumulazione del corpo del beato Livatino. L'Arcivescovo, dopo aver tolto i sigilli posti all'ingresso della cappella, ha ordinato l'apertura della sepoltura e l'estrazione della cassa lignea.

Alle 14:50, l'addetto responsabile del cimitero, Carmelo Alaimo, ha rimosso la lastra di marmo bianco, rivelando la bara intatta. La cassa lignea, trovata in uno stato di buona conservazione, è stata sistemata in un'ulteriore cassa in zinco e avvolta in un drappo rosso.

Il Corteo Funebre: Un Pellegrinaggio Popolare

Dopo un breve momento di preghiera, la salma del beato Rosario Angelo Livatino è stata estratta dalla cappella di famiglia dove riposava da oltre 34 anni. Intorno alle ore 16, la bara è stata caricata su un furgone e, scortata dalla polizia, ha lasciato il cimitero comunale di Canicattì.

Il corteo ha attraversato le vie Nazionale, Capitano Ippolito, piazza IV novembre, corso Umberto. Numerose le persone assiepate sul ciglio della strada; un anziano si è fatto accompagnare con la sedia a rotelle, le donne hanno steso lenzuola bianche ai balconi. Una giovane coppia si è baciata mentre passava il feretro, e una grossa comunità rumena, integrata da anni in questa parte della città, ha partecipato alla processione. Giovani, anziani, famiglie, scout e ragazzi dell'Azione Cattolica e di altri gruppi hanno creato un cordone umano attorno al feretro, coperto con un drappo rosso e rose rosse. Il feretro ha sostato anche davanti alla sua casa natale tra gli applausi di migliaia di canicattinesi.

Una prima sosta è stata fatta davanti il Palazzo di Città, dove la cassa con i resti mortali del beato giudice è stata posta su un carrello processionale che, spinto a mano, ha raggiunto la Chiesa San Diego, sulla cui facciata campeggiava il motto del magistrato: “Sub Tutela Dei”. Proprio lì si è svolto il primo di tanti momenti toccanti: l'abbraccio del beato Livatino con la sua gente, in quella stessa Chiesa dove, nel settembre del 1990, si tennero i suoi funerali. Sul sagrato della Chiesa San Diego, l'arcivescovo Alessandro Damiano, dopo un momento di preghiera comunitario, ha dato inizio alla processione, invitando tutti a seguire l'esempio di Livatino.

Un secondo momento di emozione si è vissuto nella breve sosta all'incrocio con via Cattaneo, in fondo alla quale si erge la chiesa San Domenico, la parrocchia frequentata dalla famiglia Livatino. Trentacinque anni dopo i funerali del giudice, davanti a quella stessa chiesa di San Diego, nuove generazioni di cittadini hanno salutato un magistrato che conosceva bene il fenomeno mafioso e i legami tra mafia e massoneria, e che con grande anticipo aveva individuato quella che poi sarebbe diventata la tangentopoli siciliana.

Emozionante il tragitto sul corso principale di Canicattì, dove balconi spalancati e petali di fiori hanno salutato il passaggio. Il professor Gaetano Augello, storico di Canicattì e docente di Italiano di Livatino, visibilmente commosso, era presente. La signora Rosaria Corbo, madre di Livatino, una volta disse: “È una terra strana la Sicilia, tutto è mischiato, confuso”.

Corteo della traslazione del corpo di Rosario Livatino a Canicattì

L'Arrivo alla Nuova Dimora: la Chiesa di Santa Chiara

Il pellegrinaggio si è concluso con l'arrivo dei resti mortali del beato nella Chiesa di Santa Chiara, dove alle 17:20 hanno suonato le campane. Il feretro è stato posto al centro dell'aula liturgica, con gli uomini dell'Arma dei Carabinieri, del Corpo della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato a svolgere il servizio d'onore, e il gruppo scout a fare da corona. Le parole dell'arcivescovo Alessandro Damiano hanno risuonato: «Modello di discepolo, segno visibile di chi ha vissuto la Pasqua di Cristo e si è conformato pienamente a Lui con il dono della vita».

La grande chiesa di Santa Chiara, situata in una zona nuova della città e fornita di ampi locali, aveva le porte spalancate all'alba, accogliendo il corpo di Rosario Livatino. Questo evento ha scritto una nuova pagina della gloriosa storia di Canicattì, legata a figure già considerate "sante" come il monaco Gioacchino La Lomia, richiamando riti antichi e la devozione popolare del passato.

La Scelta di Santa Chiara e il Suo Significato

Don Giuseppe Pontillo, delegato episcopale della diocesi di Agrigento, ha spiegato la scelta della Chiesa di Santa Chiara, piuttosto che la Chiesa Madre (dove Livatino fu battezzato) o la Chiesa di San Domenico (dove frequentava l'Eucaristia). Santa Chiara è una chiesa moderna, in periferia, non lontana dalla casa dove viveva Livatino, con caratteristiche ideali per accogliere gruppi di pellegrini in sicurezza, essendo spaziosa e potendo ospitare più di mille fedeli.

Questa scelta di una chiesa di periferia, secondo don Pontillo, indica anche il cammino di una Chiesa che esce dagli schemi ordinari, rispondendo alle esigenze contemporanee legate alla fruibilità, all'accessibilità e ai servizi necessari per i pellegrini.

La Sistemazione delle Spoglie e il Mausoleo

Le spoglie del Beato Livatino riposeranno all'interno di una cappella, in un sepolcro semplice in marmo. Il mausoleo richiamerà il reliquiario che ha visitato diverse città d'Italia, con due sbalzi che rappresentano il Vangelo e il codice penale, "ciò che ha costitutivamente orientato il cammino di fede e formativo del Beato Rosario Angelo Livatino", come aggiunto da don Pontillo. Su di esso poggerà un mausoleo semplice, adornato con le palme del martirio, a indicare che la causa della morte è stata l'odio alla fede. Spetterà poi all'ordinario diocesano, dopo la ricognizione canonica, stabilire se e quanto il corpo potrà essere esposto alla pubblica venerazione, anche in periodi definiti dell'anno.

Questo luogo di riposo, dove il giudice beato martire riposerà in un angolo della basilica, accoglierà il suo monumento, probabilmente il prossimo 9 maggio, un luogo in cui "non per pochi, ma per tanti" sarà possibile condividere un momento di silenzio e riflessione.

L'Esempio del Beato Rosario Livatino

Un Magistrato Integerrimo "Sub Tutela Dei"

Rosario Livatino, giovane magistrato, ha raggiunto il possesso di valori irrinunciabili per un'armonica esperienza di vita. Entro questa ottica, ha integrato la sua persona nella realtà concreta, nel progetto "in fieri" e "in esse" di magistrato. Questa integrazione presuppone una maturazione personale che Rosario ha estrinsecato nella capacità di decisione, nell'assunzione di responsabilità e nell'attitudine a gestire le molteplici situazioni quotidiane, facendole confluire verso una accresciuta saggezza di vita e una progressiva stabilità personale.

Da qui scaturisce, nella sua formazione di laico cristiano, l'esigenza di un'educazione alla personalità sociale. Dotato di una ferrea intelligenza e di una libertà matura, Rosario è rimasto l'artefice della sua riuscita di cristiano e di magistrato coerente ai principi etici e deontologici, sempre con la bellezza dell'anima, la vivacità dell'ingegno, la fede calda e palpitante del cuore, mista a un sorriso permanente di bontà e fraternità, e un gesto di umile energia. Egli era un «giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere», come ha detto Papa Francesco all'Angelus nel giorno della sua beatificazione.

Ritratto fotografico di Rosario Livatino con il suo motto

La Lotta alla Corruzione e la Visione di Giustizia

Rosario Livatino ha lottato contro la corruzione, anche riguardante la giustizia. In un discorso di commemorazione funebre di un collega, parlando del lavoro del giudice diceva: «Vi sono tante forme di affrontarlo: vi è quella distaccata e fredda di chi vede nelle tavole processuali solo un informe mucchio di carte che bisogna semplicemente ordinare secondo certe regole e quella di chi scorge in esse invece i drammi umani che vi si celano e che è consapevole di quanto una decisione potrà lenirli o esasperarli; v’è quella di colui che chiudendo la porta del proprio ufficio alla fine della giornata di lavoro lascia dentro di esso tutti i problemi che nel suo corso vi ha incontrato e ritrova nel privato una parentesi di sollievo e quella di colui che invece si compenetra talmente in quei problemi che li soffre fino al punto da farli propri e portarli con sé ovunque viva».

La sua concezione della giustizia era riassunta nelle parole "Non di pochi, ma di tanti", titolo anche di un libro che raccoglie le sue riflessioni, intendendo che alla giustizia si arriva non solo dalla compilazione di leggi calate dall'alto, ma da un percorso culturale collettivo. Il compito del magistrato, diceva Livatino, "è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare…". Era noto per essere ineccepibile, intransigente e trasparente, tanto da evitare di incrociare il boss vicino di casa, per non peccare contro la giustizia né contro la carità.

L'Eredità per le Nuove Generazioni

A tanti anni dalla morte, Livatino continua ad essere messaggero di giustizia e carità, valori che non aveva mai separato nel suo cuore. Egli è un testimone del nostro tempo, una figura che deve essere d'esempio per tutti noi e per i giovani. Egli ha compiuto il suo dovere nella quotidianità, giorno dopo giorno. Per creare una cultura alternativa a quella mafiosa, dobbiamo fare tutti, ciascuno nel suo ambito, il proprio dovere, senza fare di Livatino un eroe che lo elimini dal nostro orizzonte ordinario di vita. La sua vita, vissuta con serietà e impegno, offre un ideale ai giovani di oggi per un domani migliore.

L'arcivescovo Alessandro Damiano e il sindaco Corbo hanno sottolineato che la santità di Livatino coinvolge anche gli ambienti lontani dalla Chiesa e quelli laici, proprio per la sua dimensione legata alla legalità e alla giustizia. In un angolo, accompagnato dal nipote, il professor Gaetano Augello, storico di Canicattì e docente di Italiano di Livatino nel 1968/69, visibilmente commosso, ha ricordato il suo ex allievo, che egli ha additato come modello di vita.

Il Significato della Fedeltà e del Dono di Sé

Se ci chiediamo il perché della sua assurda morte, possiamo rispondere che è stato travolto dalla tenebrosa bufera dell'odio, lui che ha voluto vivere solo per la giustizia. In conclusione, commentando la pagina del Vangelo «Nessuno accende una lampada e poi la mette in un luogo nascosto o sotto il moggio, ma sul candelabro, perché chi entra veda la luce», Livatino è stato indicato come luce per i fedeli, secondo la felice intuizione di monsignor Ferraro. La sua fede è fedeltà alla giustizia, via per trovare un rapporto con Dio, una realizzazione di sé, una preghiera, una dedizione a Dio.

La profezia di Rosario è stata umile e schiva ma consapevole del grande bene in gioco. È l'umiltà di Gesù, l'umiltà stessa di Dio, che lo porta a farsi uomo e a morire per amore. Rosario l'ha imitata. Sub tutela Dei! Ci aiuti il suo motto a sentirci sotto lo sguardo di Dio, come la vedova del Vangelo fu sotto lo sguardo di Gesù, amorevole e misericordioso ma pure giusto, perché colmo di amore verso i più poveri.

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