Novene e Devozioni Religiose a Comiso: Tradizioni e Simbolismi

Comiso, una cittadina profondamente legata alle sue tradizioni religiose, celebra San Biagio non solo come santo patrono, ma come fulcro della vita comunitaria. La festa di San Biagio si configura come una "festa di memoria", un momento in cui la comunità, riunita come una grande famiglia, riscopre la bellezza dell'unità e della comunione fraterna tra le generazioni. La figura di San Biagio, martire che versò il suo sangue in fedeltà a Cristo, continua a esercitare un fascino speciale, ricordandoci che "né morte né vita potranno mai separarci dall’amore di Dio in Gesù Cristo".

Il mese di luglio è tradizionalmente dedicato al vescovo martire, con funzioni che si svolgono nella Rettoria di San Biagio. Il professor Nino Cirnigliaro, studioso di storia locale, definisce Comiso un "paese di feste", e quella del Patrono Sammilasi, celebrata la seconda domenica di luglio, chiude il ciclo delle festività più importanti. La festa esterna, come da tradizione, si teneva in piena estate, un periodo in cui, terminati i lavori agricoli della mietitura e trebbiatura, la comunità poteva onorare il proprio patrono con serenità e un po' di ristoro economico.

Illustrazione di una processione religiosa a Comiso con fedeli che portano a spalla una statua del santo patrono.

La Festa Esterna e la Fiera-Mercato

Durante la vigilia e il giorno della festa, i forestieri, noti come "caliari", animavano i quartieri con ceste ovali di canne e virgulti d'olivo, vendendo "calacausi" (calzature) e sementi. La festività era affiancata da una fiera-mercato che durava un'intera settimana, nota come l'ottava. In questa fiera si poteva trovare di tutto: scale di varie altezze, utili specialmente per la raccolta delle olive, utensili agricoli, corde, scarpe, panieri e corbelli.

Particolarmente degna di nota era la presenza dei vasai di Caltagirone, che esponevano "montagne di fancotta, quartari, ‘nziri, ‘nzalateri, cannati" - recipienti per mostarda e cotognata decorati con simboli eucaristici, grappoli d'uva, frutta e nomi femminili. I "bummula", rinomati contenitori in terracotta verdina ideali per mantenere fresca l'acqua, provenivano invece da Lentini. Esisteva un curioso rituale legato all'uso dei "bummula": si riteneva che le prime labbra a sfiorarli dovessero essere quelle di un uomo, per inaugurarne l'uso; l'eventuale contatto con labbra femminili era considerato un presagio negativo, tale da rendere il recipiente inutilizzabile.

Questi articoli, spesso non reperibili nei pochi negozi del paese, venivano esposti lungo le strade e sui marciapiedi, arricchendo l'atmosfera festosa. La processione del pomeriggio vedeva centinaia di devoti trasportare a spalla la statua del Patrono, serenamente seduto sulla sua sedia vescovile. Ai piedi della statua, bambini con difetti di nascita offrivano chicchi d'uva "sammilasara", che maturava proprio in quel periodo, sperando in una grazia divina per la guarigione delle loro fragilità fisiche, come gambe rachitiche o mutismo.

Dettaglio di vasi in terracotta di Caltagirone con simboli eucaristici e decorazioni floreali.

La Devozione al Crocifisso di Castel Belici

Oltre alle celebrazioni in onore di San Biagio, il territorio siciliano è ricco di altre forme di devozione popolare, come quella al Crocifisso presso il santuario di Castel Belici, situato a 489 metri s.l.m., nei pressi dei comuni di Marianopoli e Villalba, in provincia di Caltanissetta. Dopo un periodo di abbandono, il tempio è stato recuperato grazie alla volontà dei devoti del "Signuri di Bilìci", ritenuto portentoso e taumaturgo.

La devozione è rifiorita di recente, anche in occasione del 350° anniversario dell'inizio del culto al Crocifisso nella cappella del castello feudale. I pellegrini, provenienti da varie parti della Sicilia, definiscono il loro viaggio verso il santuario "u viaggiu". L'opera del religioso-scultore, soprattutto il capo del crocifisso, esercita un notevole fascino, apparendo quasi di fattura non umana.

La presenza del Crocifisso a Castel Belici non è casuale e si inserisce in un contesto di forte impatto per la cultura popolare, rispondendo al desiderio di mantenere o recuperare il legame delle masse popolari con la chiesa-istituzione, e di ritrovare un punto di dialogo.

Vista panoramica del santuario di Castel Belici immerso nel paesaggio.

Il Simbolismo del Monte e della Croce nei Pellegrinaggi

Il monte, in molte culture, assume un significato sacro, rappresentando un centro spirituale e un punto di connessione tra cielo e terra. La sua forma ascensionale si lega alla mistica cristiana e alla prassi ascetica, un percorso verso gradi sempre maggiori di spiritualità. La stabilità e la maestosità del monte offrono un senso di protezione e fungono da punto di riferimento.

La croce, simbolo cristiano per eccellenza, ha una forma ascensionale che si adatta a rappresentare il culmine di un percorso elevato. La sua presenza conferisce sacralità a un luogo, rendendolo più vicino al cielo e alle divinità. L'altitudine stessa possiede una virtù consacrante, legata al simbolismo dell'altezza, dell'ascensione e della trascendenza.

L'idea del "centro del mondo" o "ombelico" (omphalos) è presente in diverse tradizioni. Il monte può essere considerato un centro, un asse del mondo, come il monte Meru nella tradizione induista. L'omphalos, come quello di Delfi, era ritenuto un punto d'incontro tra il mondo terreno, quello dei morti e quello divino. Anche luoghi come il Santo Sepolcro o l'albero della Bodhi sono considerati centri spirituali.

La croce stessa, con i suoi bracci che si intersecano in un centro, evoca la terra, funge da riferimento per l'orientamento e può essere interpretata come un Albero della Vita, sorgente di nuova vita e immortalità. Le leggende medievali sul legno della Croce, derivato dall'Albero della Vita del Paradiso Terrestre, sottolineano ulteriormente il suo carattere sacrale e la sua capacità di risvegliare la vita.

Illustrazione simbolica della Croce come Albero della Vita, con radici e rami che si estendono.

Novene e Chiese Campestri: Luoghi di Devozione

La pratica delle "novene", ovvero novenari di preghiera, si inserisce in questo contesto di devozione popolare. Le chiese campestri, spesso situate in luoghi panoramici e immersi nella natura, sono mete di pellegrinaggio. La loro ubicazione, talvolta ai margini della pianura o in montagna, risponde a motivazioni estetiche e paesaggistiche, ma anche simboliche legate alla vicinanza con il divino.

Queste chiese, a volte collocate in punti di confine tra comuni o province, diventano luoghi di incontro e di condivisione spirituale. Il santuario di Castel Belici, ad esempio, sorge su un altopiano che domina un paesaggio suggestivo, trovandosi al limite territoriale di diversi comuni e province, e persino di due diocesi.

Il simbolismo del monte come centro, come luogo di ierofanie atmosferiche e dimora degli dei, si lega alla concezione di un luogo sacro che unisce cielo e terra. L'altitudine consacrante e il sacro delle regioni atmosferiche superiori rafforzano l'idea di un luogo privilegiato per la comunicazione con il trascendente.

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Le celebrazioni della solennità della dedicazione della Chiesa Madre di Comiso, unite alla commemorazione del terremoto del 1693, rappresentano un altro importante momento di riflessione e devozione. La traslazione del simulacro di San Biagio verso la Chiesa Madre è un gesto carico di simbolismo. Le funzioni quotidiane, con Sante Messe ed esposizione eucaristica, accompagnano i fedeli in un percorso di raccoglimento, sottolineando il valore autentico del tempio come luogo di comunione e servizio.

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