Le divinità italiche, emerse dalle rovine dei loro templi, talvolta rivelano scoperte di straordinaria bellezza e interesse archeologico. Oggi, questo è il caso della dea Cupra, figura centrale nel pantheon umbro e piceno, venerata come una delle Grandi Madri italiche, dea ctonia delle acque e della fecondità.
La sua identità si intreccia con altre figure divine: era identificabile con la dea etrusca Uni o con Astarte. Per i Romani, invece, Cupra rappresentava le virtù della Bona Dea. Affacciato sul Mar Adriatico dalla costa marchigiana, il territorio di Cupra Marittima offriva, fin dall'antichità, importanti risorse e snodi strategici per le vie commerciali, sia marittime che terrestri.
Le Origini e i Primi Abitanti
Intorno al X secolo a.C., e prima dell'insediamento dei Piceni, l'area di Cupra era abitata da genti non italiche, che si ipotizza non fossero nemmeno indoeuropee. È probabile che i Pelasgi, un'antica popolazione mediterranea proveniente dall'area dell'antica Cipro, siano stati i primi a occupare stabilmente questo territorio.
Fabrizio Pesando, direttore scientifico dello scavo e docente dell'Università Orientale di Napoli, ha raccontato all'ANSA che "a poca distanza da dove gli Etruschi, nel VI secolo a.C., avevano gestito con successo un santuario dedicato ai commerci, i Romani si erano insediati intorno al I secolo a.C. con un municipio, poi promosso al rango di colonia".
Cupra: La Dea Rossa e i suoi Culti
Venerata dagli Asili Ciprioti nella regione Asilia e, in modo particolare, qui nel santuario di Cupra Marittima, sul monte d'Agnesia, Cupra assume il ruolo di dea rossa, o dea del rame. Questa denominazione potrebbe spiegare la maestria con cui gli antichi Piceni decoravano gli elementi del suo santuario.
Cupra Marittima deve il suo nome al termine latino cuprum, che significa rame, poiché sul territorio cuprense si trovavano diverse miniere di questo pregiato metallo. Cupra era infatti chiamata la "Dea Rossa", un colore associato al fuoco e, in riferimento ad Afrodite, conosciuta in greco come Kupria, al colore dell'amore. Alcune teorie suggeriscono che il suo nome derivi anche dal termine cup, che significa "desiderio", da cui avrebbe preso nome anche il famoso Cupido.
Cupra era una dea libera, orgiastica, lussuriosa e feconda, le cui sacerdotesse celebravano in suo nome la sacra ierodulia, anche attraverso pratiche sessuali.

Un Santuario di Grande Rilievo
Il culto di Cupra affonda le sue radici nelle primordiali religioni matriarcali, fondate sulla venerazione della prosperità e della fecondità. La dea Cupra è considerata l'unica divinità femminile adorata dai Piceni, e i famosi reperti della Venere di Tolentino, di Frasassi, di Fano e gli idoli femminili rinvenuti nell'Anconetano potrebbero rappresentare la sua effigie.
Il tempio di Cupra costituiva un polo sacrale di grande importanza, annoverato tra i più significativi dell'Italia pre-romana. Con ogni probabilità, il tempio cuprense era meta di pellegrinaggi sia via mare che dall'entroterra.
Le Scoperte Archeologiche: Colori e Restauri
La scoperta effettuata dagli archeologi dell'Università Orientale, in collaborazione con la Soprintendenza e il Comune di Cupra Marittima, ha rivelato non solo il colore rosso, ma anche altre tinte che adornavano il tempio. Il giallo dello zoccolo delle pareti contrastava armoniosamente con l'intensità del rosso pompeiano e con il nero che ne percorreva la fascia centrale, arricchiti da fiori e candelabri. Le nicchie per le statue votive erano illuminate da un azzurro mediterraneo, e si ipotizza che anche il soffitto, oggi perduto, potesse riflettere il cielo olimpico nella sua struttura divina.
L'archeologo Marco Giglio dell'Università di Napoli ha definito la scoperta emozionante, sottolineando la rarità di templi con la cella interna decorata da pitture. "I templi con l'interno della cella decorato da pitture sono rarissimi."

Secondo gli archeologi Giglio e Pesando, circa un secolo dopo la sua fondazione, nel primo quarto del II secolo d.C., il tempio manifestò gravi problemi statici. Questi problemi indussero i Romani a restaurare la struttura "a fundamentis", un intervento definito "impegnativo e costoso". Per i lavori di restauro vennero impiegate tecniche all'avanguardia, le stesse utilizzate a Pompei dopo il terremoto del 62 d.C.
Esiste una forte probabilità che l'imperatore Adriano abbia finanziato il restauro. Sebbene nato in Spagna, Adriano discendeva da una famiglia picena di Atri. Nel 127 d.C. visitò la terra d'origine e si fermò a Cupra. In quell'occasione, ritengono gli archeologi, il tempio perse i suoi magnifici colori originali. Le pareti, infatti, vennero scalpellate per rinforzare i muri che contenevano la cella del santuario e, con tutta probabilità, rivestite di marmo, seguendo la moda dell'epoca imperiale.
Il Tempio Dopo il Restauro Adriano
Dopo il restauro ordinato da Adriano, come testimonia un'antica iscrizione romana rinvenuta nei pressi di Grottammare, il tempio di Cupra divenne un esastilo corinzio. Le sei colonne della facciata si ergevano per nove metri, ornate da ricchi capitelli. Una serie di semi-colonne in muratura, addossate alle pareti laterali, racchiudevano magnifici gocciolatoi a testa di leone, oggi riportati alla luce dagli scavi.
Nel parco archeologico, ancora oggi, si possono ammirare due grandi archi in laterizio che fiancheggiano il perimetro del tempio. Davanti alla scalinata del santuario, si trovano i resti di un basamento, forse un monumento celebrativo dedicato all'imperatore, di cui però non rimane traccia.

Il Declino e le Ricerche Future
Nei secoli successivi, per ragioni non ancora del tutto chiarite, la magnificenza dell'area sacra fu smantellata. I nuovi reperti, rinvenuti dalla missione archeologica, sono attualmente nei laboratori di restauro, dove il team di studiosi proseguirà le ricerche storiche.
Conclusa questa prima fase, gli scavi riprenderanno la primavera successiva e si concentreranno sui due archi e sul lato posteriore del tempio di Cupra, al fine di studiarne la seconda fase costruttiva.
Dall'ingegno nella costruzione alla cura dei particolari, anche con l'ausilio di sgargianti colori, gli antichi avi continuano a trasmettere un'abilità e un'etica che sembrano oggi tramontate. L'attuale rincorsa al profitto e la predilezione per stili architettonici grigi ed esterofili stanno conducendo la società verso un'urbanizzazione soffocante e priva di bellezza, mentre i nuovi "dèi" occidentali vivono in ville asettiche, senza la necessità di templi.