Profeti ed Eremiti nel Deserto: Storia, Spiritualità e Attualità

La figura dell'eremita e dell'anacoreta, profondamente radicata nella storia del Cristianesimo e non solo, rappresenta una scelta radicale di vita dedicata alla preghiera, alla solitudine e alla ricerca di un'intimità profonda con Dio. Questo cammino, iniziato nei deserti dell'Egitto e della Palestina, continua a esercitare un fascino e a offrire spunti di riflessione anche nel mondo contemporaneo.

I Padri del Deserto: Origini e Figure Emblematiche

Mappa del deserto egiziano e palestinese con i luoghi dei primi eremiti

Con il nome di Padri del deserto si indicano quegli eremiti e anacoreti che nel IV secolo, dopo la pace costantiniana, abbandonarono le città per vivere in solitudine nei deserti d'Egitto, di Palestina, di Siria. Si trattava di un allontanamento dalle distrazioni e dalle tentazioni del mondo per trovare Dio nel silenzio, nella solitudine e quindi nella meditazione e nella preghiera. Nasceva così una nuova figura spirituale quasi archetipica: quella dell’uomo del deserto, testimone vivente del radicalismo cristiano e di un bisogno di tornare a origini che si sentivano già lontane.

I più conosciuti di questi anacoreti furono San Paolo di Tebe, Antonio il Grande, Sant'Arsenio il Grande, San Macario il Grande e San Girolamo. Nell'ascesi solitaria, i Padri (abba) e le Madri (amma) del deserto cercavano la via dell'hésychia, della pace interiore. Questa scelta radicale non si trattava necessariamente di una ribellione al cristianesimo comunitario, ma più spesso come una sua espressione estrema: celava il desiderio di un’unione più profonda con Dio e con se stessi, non mediata dalla società o dalla nascente Chiesa istituzionale.

Definizioni: Eremita e Anacoreta

La parola "eremita" deriva dal greco eremites, ovvero "abitante del deserto", mentre "anacoreta" viene da anachoretes, cioè "colui che si ritira lontano dai luoghi popolati". Sebbene oggi li usiamo spesso come sinonimi, gli anacoreti miravano a una vita più ascetica, con un distacco più profondo dalla dimensione del corpo - arrivando al disprezzo per tutto ciò che era materiale.

Il Deserto come Luogo Spirituale

L’etimologia di deserto, in italiano, deriva dal latino deserere, ossia ‘abbandonare, lasciare in abbandono’ e l’idea del deserto è dunque quasi sempre associata a qualcosa di negativo, in cui atemporalità e silenzio scandiscono alcune delle ataviche paure dell’uomo. Non così comunque il deserto va inteso per il cristiano, che sempre è riuscito a dominarlo. Anzi, è proprio nel deserto che si affina il suo senso di Dio: in esso, poco alla volta e fino dall’antichità, l’uomo ha infatti elaborato l’idea del Dio unico. Così, dal punto di vista strettamente spirituale, il deserto racchiude allora qualcosa in più che la semplice nozione di luogo di ritiro. Paradossalmente, nella profonda solitudine che esso esprime, l’uomo non è solo insieme al deserto; è solo insieme a Dio. Posto nel nulla assoluto, l’uomo sceglie l’Assoluto: messo alla prova di se stesso dall’ambiente ostile del deserto, uno dei più noti Padri del deserto, Antonio, infatti reagisce e alla fine incontra Dio.

È questa la profonda solitudine che tra il IV e il VI secolo seppe fare fiorire la spiritualità della Chiesa d’Oriente nel buio delle grotte dei monasteri della Tebaide, illuminate solo dal fuoco della fede. In un’esperienza monastica come quella della Siria non c’è un deserto come in Egitto, non ci sono queste estensioni di terra desolata e il deserto, quindi la distanza fra il monaco e la vita concreta, lì la si crea con altri strumenti, con altre forme. Forme a volte anche bizzarre, infatti nel monachesimo siriaco si vedono questi uomini che salgono su delle colonne, o dei monaci che si chiudono all’interno di piccole celle, o ancora i vendriti che vivono su di un tronco d’albero.

La Vita degli Eremiti: Pratiche e Regole

Gli elementi comuni della vita di tutti gli eremiti erano la preghiera e la meditazione, a volte accompagnate da un vero e proprio studio delle Sacre Scritture. Chi non riusciva a vivere di raccolta e caccia o di elemosina si dedicava a lavori manuali o al piccolo artigianato da rivendere in cambio dell’indispensabile per sopravvivere. Le regole degli eremiti, pur variando da persona a persona, condividono alcuni principi fondamentali, tra cui la preghiera e il silenzio, che sono al centro della loro vita. Queste regole, pur mantenendo la centralità di questi elementi, vengono sempre approvate dal vescovo della diocesi in cui l’eremita risiede.

Il Riconoscimento Canonico

Il Codice di Diritto Canonico, al can. 603, riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella continua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo. L’eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata se con voto, o con altro vincolo sacro, professa pubblicamente i tre consigli evangelici nelle mani del Vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva il programma di vita che gli è proprio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 920-921 e 2687) sottolinea che gli eremiti, anche senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, indicano ad ogni uomo quell’aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l’intimità personale con Cristo. La loro vita nascosta è una predicazione silenziosa di Colui al quale hanno consegnato la vita. San Giovanni Paolo II, nell'enciclica Vita Consecrata (nn. 7 e 42), evidenzia come eremiti ed eremite, con l’interiore ed esteriore separazione dal mondo, testimoniano la provvisorietà del tempo presente, e con il digiuno e la penitenza attestano che non di solo pane vive l’uomo, ma della Parola di Dio.

Dal Cenobitismo all'Eremitismo

Monachesimo, storie di uomini e di deserti - Gerusalemme e Gaza

Con il tempo, a partire già dal IV secolo, cominciarono a formarsi gruppi di discepoli, e la solitudine si trasformò progressivamente in vita comune, pur mantenendo gli stessi principi delle origini: si può parlare di cenobitismo per definire le forme di vita religiosa comunitaria, basate sulla condivisione di almeno una parte delle attività. Questo modello, pur nato dal cuore dell’anacoretismo, segnò una svolta: l’ascesi non era più solo individuale, ma diventava un cammino condiviso, regolato, supervisionato da un abate e da norme sempre più precise. In Occidente, fu San Giovanni Cassiano a importare in Gallia gli insegnamenti dei Padri del Deserto, contribuendo alla nascita del monachesimo occidentale.

Figure Storiche e Insegnamenti dei Padri del Deserto

La Terra Santa rivendica un primato: il primo caso noto di un cristiano che divenne eremita fu il vescovo Narciso di Gerusalemme (circa 170-215) che, all’inizio del III secolo, si sarebbe ritirato in solitudine nel deserto. Anche la Vita di Caritone racconta della presenza di eremiti nei pressi del Mar Morto ancor prima che il santo avesse fondato il suo primo monastero, intorno all’anno 330.

Sant'Antonio il Grande

Icona di Sant'Antonio Abate nel deserto

Antonio il Grande, nativo di un villaggio copto in Egitto (c. 250-356), rimase orfano in giovane età e sentì irresistibilmente la parola del Signore al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi». Si ritirò in solitudine e la sua fama crebbe, portandolo a inoltrarsi ancor più nel deserto, in direzione del Mar Rosso, per fermarsi «in monte interiore». La Vita Antonii, scritta da Atanasio poco dopo la sua morte, ebbe un grandissimo successo e contribuì alla conversione di Agostino.

  • L’opera grande dell’uomo: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro».
  • Pesci e monaci: «Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il vigore dell’unione con Dio».
  • Il cacciatore e i monaci: Per dimostrare la necessità di essere talvolta accondiscendenti con i fratelli, Antonio usò la metafora dell'arco che si spezza se teso oltre misura.
  • Il monaco e i cani: Un fratello che si era tenuto qualcosa per sé, fu invitato da Antonio a legarsi carne sul corpo nudo per provare la devastazione subita dai cani e dagli uccelli, a simboleggiare il dolore delle ferite spirituali.
  • Il discernimento: «Vi sono di quelli che martoriano il corpo nell’ascesi e, mancando di discernimento, si allontanano da Dio».
  • Bada a te stesso: Di fronte al mistero dei giudizi di Dio, una voce disse ad Antonio: «Antonio, bada a te stesso».

Sant'Arsenio il Grande

Nato a Roma verso il 354, Sant'Arsenio fu ordinato diacono da papa Damaso e trascorse la giovinezza alla corte di Costantinopoli. Lo strappò alla vita mondana una voce: «Fuggi gli uomini», e si ritirò nel «vastissimo deserto» di Scete verso il 394, morendo verso il 449. Si diceva che, come a corte nessuno portava vestiti più belli di lui, così tra i monaci nessuno li portava più vili. Quasi nessuno dei padri del deserto è stato tanto celebrato nella letteratura ascetica.

  • L’alfabeto del contadino: Alla domanda su come mai la cultura non serva e gli "zoticoni" egiziani possiedano virtù, Arsenio rispose che questi ultimi avevano conquistato le virtù con le loro fatiche.
  • Soltanto, non allontanarti dalla cella: Per combattere la tentazione di non digiunare o lavorare, Arsenio consigliò a un fratello di mangiare, bere, dormire, ma di non allontanarsi dalla cella.
  • Escluso dalla benedizione: Non avendo ricevuto dei fichi inviati ai monaci, Arsenio non si recò alla liturgia, affermando di essere stato escluso dalla benedizione.

Abba Agatone

Figura dolcissima, animata da una carità senza paragoni, Abba Agatone era pacifico con tutti i fratelli con i quali abitava. I suoi insegnamenti riflettono la profondità del suo amore per il prossimo.

  • Con un sasso in bocca: «Non mi sono mai addormentato avendo rancore contro qualcuno; e, per quanto mi era possibile, non ho permesso che qualcuno si addormentasse avendo del rancore contro di me».
  • Dare il corpo a un lebbroso: «Se potessi incontrare un lebbroso, dargli il mio corpo e prendere il suo, lo farei volentieri: questo è l’amore perfetto».

Abba Bessarione

Si dice che Bessarione abbia operato vari miracoli a Scete nella seconda metà del IV secolo, ma era tanto umile che per vederli bisognava coglierlo di sorpresa. I suoi discepoli avevano in lui una fiducia così piena da mettergli davanti un morto senza dirgli che era morto, certi che l’avrebbe risuscitato.

  • Il Vangelo sotto il braccio: Un aneddoto narra che Bessarione girava sempre con il Vangelo sotto il braccio, cercando di attuare la parola del suo Signore. Una volta incontrò un uomo nudo e rimase nudo per rivestirlo.

Abba Gelasio

L'episodio del libro di pergamena rubato da un fratello forestiero e la reazione di Abba Gelasio mostrano la sua profonda umiltà e carità, preferendo la pace del fratello al valore materiale del libro.

Barsanufio e Giovanni

Barsanufio, vissuto tra il IV e il VI secolo, è una figura chiave nella spiritualità della Chiesa d'Oriente. Egli riteneva che «Dio riveli il modo di vivere attraverso l’opera dei profeti e degli apostoli». Insieme a Giovanni, un monaco eremita di particolare discernimento, vissero appieno l’esperienza della mistica del deserto, scegliendo uno stretto anacoretismo nel monastero di Abba Seridus presso Gaza, in Palestina, illuminati dai doni divini della profezia (Giovanni) e della spiritualità (Barsanufio) più elevate.

Barsanufio intorno al 510 lasciò il monastero per rifugiarsi in una grotta e lì dedicarsi unicamente a quella vita di preghiera e solitudine che lo potesse condurre alla assoluta ascesi mistica con cui egli andava cercando una perfetta unione e di cui molto spesso si legge negli scritti dei Padri del deserto, frequentemente citati nelle sue lettere come il modello da imitare e da cui trarre vantaggiosi insegnamenti per una vita cristiana.

Abramo di Kashkar

Abramo di Kashkar è una delle figure più importanti del monachesimo siro-orientale. Nel mondo siriaco, il monachesimo si manifesta in una varietà di forme, inclusi i monaci stiliti, i reclusi e cenobi in città. Abramo di Kashkar e la sua comunità hanno elaborato una regola che non è una legislazione, ma l’eco del Vangelo recepito da un’esperienza particolare, concepita come un cammino di guarigione e conversione.

Isacco di Ninive

Isacco di Ninive, autore di alcuni dei testi più belli sulla mistica, descrive il monaco sapiente che «nudo attraversa la creazione per trovare in sé stesso la perla Gesù Cristo. E quando l’ha trovata insieme ad essa non acquista nient’altro, custodisce la perla nelle stanze e la gioia del solitario è nella quiete».

Il Monachesimo nella Storia e nel Presente

Evoluzione e Diffusione

Mappa della diffusione del monachesimo dall'Egitto e Siria all'Occidente e Oriente

Un tempo si diceva che la patria del monachesimo fosse esclusivamente l’Egitto. In realtà, studi più recenti individuano almeno due aree in cui nacque il monachesimo: l’Egitto e la Siria. A partire da questi due luoghi, il fenomeno si estende in Occidente attraverso l’esperienza di alcuni monaci occidentali che vivono in Egitto o in Siria e che poi trasmettono all’Occidente la loro esperienza, o attraverso scritti come la Vita di Antonio che viene tradotta in latino e che arriva in Occidente. Ma anche in Etiopia attraverso il mondo egiziano, in Georgia attraverso il mondo siriaco e in Mesopotamia attraverso la via della seta a partire dal VI secolo. Si formano comunità monastiche fino al Tibet e alla Cina.

La Presenza degli Eremiti Oggi

Oggi gli eremiti italiani sono generalmente di età compresa tra i 50 e i 60 anni e sono per lo più laici, anche se non mancano sacerdoti, suore e frati. Vivono da soli, dedicandosi alla preghiera, al lavoro silenzioso e si danno regole di vita differenti. Alcuni scelgono di non dormire mai fuori dalla loro abitazione, mentre altri possono allontanarsi per necessità, sempre con l’approvazione di un superiore. Vi sono casi in cui accolgono gruppi di preghiera silenziosa, mentre in altri si dedicano alla direzione spirituale e alle confessioni, e hanno diverse modalità di comunicazione con il mondo: alcuni usano la posta elettronica o il telefono, altri evitano internet o rispondono al cellulare solo in determinati orari. Alcuni eremiti sono più restii alla visibilità, rifiutando interviste o permettendo di essere fotografati solo sotto particolari condizioni. Si tratta quindi di realtà diverse, animate tutte dal desiderio di preghiera e vicinanza a Dio.

Eremiti in Città

Don Michele Fortino, dopo anni passati in clausura nella certosa di Serra San Bruno, ha fatto la scelta di consacrarsi, con l’approvazione del vescovo, come eremita nella città di Cosenza. A prima vista può sembrare una contraddizione, ma in realtà non lo è. La presenza di un eremita in città dice che l’uomo non è un ostacolo all’incontro con Dio, anzi ne è una via privilegiata. Anche Padre Domenico Maria Fabbian abita in città, e fa l’eremita nel cuore di Padova dal 2000. La sua giornata inizia alle 5 del mattino con la Liturgia delle Ore, seguita dalla Messa e dall’adorazione eucaristica. Trascorre il pomeriggio confessando nella chiesa del Corpus Domini, dove molte persone lo cercano per consigli spirituali.

In una città c’è il massimo di relazioni e il massimo di cose da fare, da vedere e da vendere. Al centro di questa realtà, in cui si concentrano tutte le possibilità dei beni umani, con il rischio di dimenticare Dio, al Signore piace mettere un richiamo al senso della vita, a qualcosa di diverso da ciò che si fa tutti i giorni. L’eremita, in un certo senso, rappresenta una specie di campanello e di provocazione.

L’aspetto economico può rendere la scelta quasi proibitiva per i laici, a meno che non si aspetti una piccola pensione o si lavori part-time, dedicando il resto della giornata al silenzio e alla contemplazione. La presenza di qualcuno che sceglie l’isolamento ma è sereno, è un segno di speranza per tutti, specialmente in contesti dove la solitudine è subita, come in una città come Padova, dove un terzo dei nuclei abitativi è composto da single.

Testimonianze di Vita Eremitica

  • Un eremita racconta il suo lungo cammino di discernimento: «Ho preso in considerazione questo tipo di vocazione quando avevo trent’anni ma è passato molto tempo per il discernimento. Si tratta di un impegno serio che si può portare avanti solo se è davvero la propria vocazione. Non si sta in solitudine per forza di volontà, ma perché si è pieni di una Presenza».
  • Un altro sottolinea che «Il Signore chiama dove vuole. Forse prima era più radicato un certo sospetto, nato con il Concilio di Trento, nei confronti di queste figure che apparivano meno controllabili di altre. Nelle regioni più vicine a Roma può essere rimasta una eredità che ha reso un po’ più difficile riconoscere queste vocazioni. Ma è una realtà che fa sempre di più parte del passato. Eremite ed eremiti si possono trovare ovunque».
  • Anna Maria Pucci, ex maestra di scuola materna e oggi eremita in una cittadina toscana, spiega: «Il mio tempo è dedicato completamente alla preghiera e alla vita manuale. Ma la maggior parte delle ore le trascorro nella cappella dove faccio anche adorazione. Non lo trovo in contraddizione con la scelta che ho fatto e poi non faccio nulla di straordinario, la mia vita è molto semplice. È stato un cammino nel tempo piano piano mi sono resa conto che il Signore mi chiedeva di dedicarmi alla preghiera solo per lui. La nostra vita non sempre è capita, tanti si chiedono perché non facciamo attività apostolica e qual è il senso della nostra solitudine».
  • Don Paolo Giannoni, oblato camaldolese ed ex docente di teologia spirituale, sottolinea l'importanza dell'ospitalità: «Per san Benedetto ogni ospite che bussa è Gesù che viene e quindi ha la precedenza su tutto. Non ho mai detto a nessuno: “aspetta”».
  • Don Giuseppe Forlai è l’unico eremita a Roma.

La Sapienza dei Detti

I testi dei Padri del Deserto sono stati raccolti a partire dal V secolo, ma prima c’era una tradizione orale molto importante, quindi il fenomeno dei Padri del Deserto lo si può far risalire alla fine del terzo secolo. Questi detti sono stati raccolti e messi per iscritto proprio perché si temeva la loro scomparsa con la morte delle generazioni di discepoli di questi grandi padri. Raccontano dell’esperienza di questi monaci e monache, dei quali sono state raccolte parole di sapienza o piccole esperienze e momenti della loro esistenza, ritenuti importanti per trasmettere alle future generazioni l’essenza della vita monastica.

  • Un detto racconta di Abba Antonio che mette alla prova alcuni anziani e Abba Giuseppe, chiedendo il significato di una parola della Scrittura. Solo Giuseppe risponde: «Non so», manifestando la sapienza di chi riconosce di non essere arrivato e che cerca continuamente.
  • Un altro detto narra di un fratello esicasta, continuamente indotto all’ira, che si ritira in solitudine, ma anche lì viene sconfitto dalla sua passione, riconoscendo che «dappertutto c’è bisogno di lotta, di pazienza e dell’aiuto di Dio».
  • Ad Abba Sisoes che chiede «Che debbo fare Abba? Sono caduto», l’anziano risponde: «Rialzati». E alla domanda «Ma fino a quando?», l’anziano risponde: «Finché tu sia preso. Nel bene o nella caduta».

Il Valore dell'Eremita per la Società Contemporanea

Sarebbe sbagliato vedere gli eremiti e gli anacoreti dei primi secoli del Cristianesimo come un’anomalia rispetto alla comunità cristiana o all’epoca di cui sono prodotto, ma espressioni radicali di una ricerca assolutamente coerente con il loro tempo. Nel corso dei secoli, pur con l’evoluzione delle forme monastiche e con l’affermazione della vita comunitaria, la figura dell’eremita ha continuato a esercitare un fascino particolare.

In un mondo che ha sempre meno tempo per il silenzio e la solitudine, questi uomini dalla barba lunga possono rappresentare una via per ritrovarci. Come ha spiegato una teologa e saggista, «L’eremo non è un guscio di lumaca in cui ci si rinchiude, ma una scelta di vivere la fraternità nella solitudine. L’isolamento è un tagliarsi fuori dal mondo, mentre la solitudine è un modo profondo di abitarlo. Diventare eremiti è una scelta radicale, un ritiro dal mondo per incontrare se stessi e offrire un aiuto invisibile all’umanità. È una vocazione universale, presente in tutte le religioni: dall’eremita indiano nelle grotte dell’Himalaya al monaco esicasta del Monte Athos. Spesso, però, la solitudine dell’eremita attira discepoli e persone inquiete alla ricerca di un senso, trasformando l’eremo in comunità.»

Foto di un eremita moderno in meditazione

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