Il resoconto biblico più dettagliato della nascita di Gesù si trova nel Vangelo di Luca (2:7-9), in cui si riporta che Maria “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.” Le prime rappresentazioni della Natività sono molto semplici, con Gesù avvolto in panni felpati, di solito un pezzo quadrato di stoffa perfettamente avvolto con bende. L'iconografia della Natività ebbe origini antichissime, e il suo schema fondamentale si è presto stabilizzato, passando da una rappresentazione allegorica ed essenziale a una composizione articolata che la tradizione ha fedelmente trasmesso fino ad oggi, in particolare nell'arte bizantina e ortodossa.

Le Radici Bibliche e Apocrife dell'Iconografia
La Mangiatoia e la Grotta: Contesto e Simbolismo
La mangiatoia è un trogolo per nutrire gli animali, essenzialmente vasche, scolpite nella pietra o costruite in muratura. Tradizionalmente, siamo portati a immaginare che Gesù sia nato in una stalla. In realtà, il Nuovo Testamento non menziona mai questo luogo: Luca (2:7-9) racconta semplicemente che Maria lo pose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella locanda. I primi cristiani rappresentarono infatti la mangiatoia in una grotta.
La Chiesa della Natività, che risale al IV secolo, fu costruita su una grotta di Betlemme, dove si credeva avesse avuto luogo la nascita. Nell’arte paleocristiana, la grotta era ancora l’ambientazione preferita per le scene della Natività e continua ad essere così presso la Chiesa cristiana orientale.
Il Bue e l'Asino: Tra Vangeli Canonici e Apocrifi
Con le teste chinate sulla mangiatoia, il bue e l'asino sono quasi sempre presenti nelle scene della Natività, anche quando Maria o qualsiasi altro essere umano non lo è, sebbene non siano mai menzionati nel Nuovo Testamento. Questi animali sono citati invece nel Vangelo apocrifo di Pseudo-Matteo (14:1), che li interpreta come il compimento di una profezia dell’Antico Testamento. Secondo Pseudo-Matteo, dopo essere entrata nella stalla, Maria mise il bambino in una mangiatoia e “un bue e un asino lo adorarono”.
Allora si adempì ciò che fu detto dal profeta Isaia: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non discerne” (Isaia 1:3). I primi teologi cristiani trovarono quindi un significato allegorico della presenza del bue e dell'asino nella Natività. Infatti, essi furono considerati da Agostino, Ambrogio e altri patriarchi come rappresentanti del popolo ebraico (il bue), oppressi dalla Legge, e dei popoli pagani (l’asino), che portano il peccato dell’idolatria.
Nella grotta, accanto al Signore, vediamo l’asino e il bue. Sebbene i Vangeli canonici non ne parlino, li ritroviamo ai lati del Bambino in tutte le rappresentazioni della Natività. La posizione che essi occupano, al centro dell’icona, indica l’importanza che la Chiesa attribuisce a questo elemento, che sembra alludere al compimento della profezia di Isaia: “il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende” (Is 1,3).
L'Iconografia Bizantina della Natività: Elementi e Simbolismi Profondi
La Composizione Generale e il Paesaggio Mistico
L’iconografia dell’episodio evangelico, formulata probabilmente nella Palestina del VI secolo, impostò le forme essenziali delle rappresentazioni ortodosse orientali fino ai giorni nostri. L’ambiente è una grotta - o meglio, la specifica Grotta della Natività a Betlemme. Al di sopra di essa, si innalza una montagna. Il paesaggio che fa da sfondo alla scena della natività, nelle icone bizantine e slave, è roccioso e brullo, quasi tutto occupato da una grande montagna, a significare che il Messia è nato in un mondo arido e freddo e quindi ostile.
La stessa grotta si staglia scura e buia come fosse un inferno dove splende la luce della salvezza. La grotta è rappresentata come una voragine nera, perché raffigura simbolicamente gli Inferi. In un brullo e roccioso paesaggio, dominato da tre montagne, simboli della Trinità, si apre, al centro, la grotta in cui venne al mondo Gesù. Questa grotta, scura e misteriosa, sembra l’antro dell’Inferno e richiama il peccato che domina sulla Terra e che ha richiesto l’opera di Redenzione divina.
La struttura dell'icona è complessa, e nessun componente è lasciato al caso o ha mera funzione ornamentale, poiché ogni personaggio e elemento ha un preciso significato. L’articolata composizione si divide in tre parti: quella più alta fa riferimento alla sfera del divino, quella centrale al tema dell’Incarnazione e quella inferiore alla dimensione umana. Partendo dall’alto, una semisfera rappresenta il mondo celeste, il cielo, da cui scende la stella.

Maria, Madre di Dio: Posizione e Significato
Maria è rappresentata a riposo, su un grande cuscino imbottito o divano (“kline” in greco) accanto al bambino, posto su una struttura rialzata. Per i primi mille anni di arte cristiana venne di solito raffigurata sdraiata (secondo gli stilemi iconografici orientali), in una posa molto naturale per una donna che ha appena partorito. Maria spicca per le sue proporzioni ed è collocata al centro della scena, distesa nel riposo, come ogni donna che ha dato alla luce il figlio - una posizione che serve a sottolineare il realismo dell'incarnazione.
Spesso ha lo sguardo mesto, preoccupato, rivolto non verso il bambino, ma verso il destino di dolore che attende lei e lo stesso figlio, o comunque rivolto verso i pastori, simbolo dell'umanità non in grado di capire la venuta del messia, a differenza degli angeli. In altre icone, ha lo sguardo rivolto verso Giuseppe, o non volge lo sguardo al Bambino ma verso l’infinito, in segno di esclamazione per la cosa straordinaria che era avvenuta in lei.
Maria è distesa su di un manto rosso fuoco, intessuto d'oro, simbolo del sangue e della vita, mentre la forma a mandorla su cui è adagiata simboleggia lo spirito. La Madre di Dio giace su un cuscino rosso fuoco, è avvolta in un manto porpora che la ricopre dalla testa ai piedi. La sua dignità è sottolineata dai ricami in oro e soprattutto dalle tre stelle sul capo e sulle spalle. Nella persona della Vergine, l’umanità caduta dà il suo consenso alla propria salvezza attraverso l’incarnazione divina. L’icona della Natività sottolinea questo ruolo della Madre di Dio ponendola in evidenza particolare attraverso la sua posizione centrale e spesso per mezzo delle sue dimensioni; in molte icone è infatti più grande degli altri personaggi.
Accanto a Gesù Bambino, Maria è vestita di blu e avvolta in un sontuoso manto rosso, sdraiata su un ulteriore drappo rosso sangue, con il busto a sinistra, secondo un antico schema bizantino assai diffuso anche in Italia. Maria, nell’iconografia che la riguarda, è solitamente raffigurata vestita di rosso (simbolo di umanità), con un lungo manto blu lapislazzuli (simbolo di spiritualità) che le copre il capo e gran parte del corpo. Questo perché l’immagine di Maria vuole indicare che la sua umanità è accolta, abbracciata dalla dimensione del divino.

Il Bambino Gesù: Prefigurazione della Passione
Dentro la grotta vi è un bambino il cui corpo ha le proporzioni di quello di un adulto, ed è avvolto come se fosse già morto e sepolto in una mangiatoia a forma di tomba. Cristo è posto nella mangiatoia che ha l’aspetto di un sepolcro, così preannuncia la Sua Resurrezione. Il piccolo Gesù è avvolto da una fasciatura che richiama la legatura di Isacco, il figlio che Abramo avrebbe dovuto sacrificare a Yhwh, se un angelo non glielo avesse impedito (cf Gen 22,9-13). Il piccolo Gesù (Dio in terra) è appoggiato su un sepolcro di pietra nella grotta, perché lui, a differenza di Isacco, offrirà sé stesso in sacrificio al Padre.
Ad osservare bene, la mangiatoia assomiglia troppo ad un sepolcro, e il bambino, pur piccolo, ha già le proporzioni di un adulto. Le fasce che lo avvolgono sono le stesse che avvolgeranno Gesù deposto dalla croce e adagiato nel sepolcro. Il Bambino è quindi avvolto in fasce che ricordano il sudario, ed è spesso sdraiato su una pietra, raffigurante la Tomba, piuttosto che nella mangiatoia. La Grotta della Natività è anche un richiamo alla grotta in cui fu sepolto.

San Giuseppe e il Dubbio Umano
Giuseppe è seduto, apparso in preda a tristi e angosciosi pensieri, che gli vengono suggeriti da un demone travestito da pastore: sono i pensieri relativi alla legittimità del figlio che gli è appena nato, in quanto lui è convinto di non esserne il padre. Nella parte inferiore sinistra dell’icona della Natività, come riferito negli Vangeli Apocrifi, vediamo due uomini: uno è Giuseppe e l’altro un pastore ritto davanti a lui che dice a Giuseppe: “Come questo bastone non può produrre fronde, così un vecchio come te non può generare e una vergine non può partorire”, suscitando nel suo cuore una tempesta di pensieri.
Giuseppe, rappresentato in basso e al centro, oppure, in alcune varianti, a sinistra, è seduto e avvolto in un ampio mantello giallo. Separato da Maria, per ribadire la sua estraneità a quel miracoloso concepimento, appare turbato, come se stesse interrogandosi su tutta la misteriosa vicenda. Di fronte a Giuseppe la tentazione del dubbio si personalizza in quel personaggio ambiguo: un pastore gobbo, ricoperto di pelli, con un bastone spezzato in mano. È il tentatore che insinua e alimenta il dubbio in Giuseppe: “Com’è possibile che una Vergine possa concepire un figlio? Come questo bastone non può produrre fronde, così una vergine non può partorire! Come è possibile che la grandezza di Dio si sia nascosta in questa grotta?” Il bastone su cui si appoggia il tentatore è sottile, sembra un’esile canna. Non può reggere il peso del pastore che vi si appoggia, infatti si spezza. Le argomentazioni avanzate dal tentatore non reggono di fronte al giusto Giuseppe e al progetto di salvezza di Dio proprio come il bastone non regge il peso del pastore/tentatore.
Un passaggio interessante dagli apocrifi descrive la reazione di Giuseppe agli eventi: “Io, Giuseppe, cercavo di camminare e non mi muovevo. Guardai verso il cielo e vidi che era immobile e verso l’aria e vidi che era piena di stupore e gli uccelli del cielo fermi nel loro volo. E vidi che sopraggiungevano delle pecore e le pecore restarono immobili. E guardai verso la riva del fiume e vidi dei capretti e la loro bocca piegata sull’acqua e non bevevano."

Le Ostetriche e il Bagno del Bambino
In basso a destra, un'altra scena ricorrente mostra due donne che fanno il bagno al Bambino appena nato. Questa scena si basa sulla tradizione trasmessa da due testi Apocrifi: il Vangelo dello Pseudo-Matteo e il Protovangelo di Giacomo. Sono le due anziane e sagge donne che Giuseppe aveva condotto a Maria per aiutarla. Questa scena di vita quotidiana mostra chiaramente che questo Bambino, come qualsiasi altro neonato, è sottoposto alle esigenze della natura umana.
Il bagno del Bambino acquista però un ulteriore significato, è prefigurazione del Battesimo e di conseguenza la vasca assume la forma di un fonte battesimale. Nella parte inferiore destra dell’icona, come sempre riferito dai Vangeli Apocrifi, vediamo due donne che provvedono al bagno del Bambino. Una è la levatrice ebrea (talvolta identificata come Eva, la nostra prima madre) e l’altra Salome che, dopo aver esaminato quanto voleva, levò un grido e la sua mano rimase paralizzata. Pregò il Signore di guarirla e l’Angelo del Signore le disse: "Avvicinati, prendi il Bambino e Lui sarà la tua salvezza", e così fu.
Un testo apocrifo narra: “Uscita dalla grotta, l’ostetrica si incontrò con Salome, e le disse: “Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura”. Entrò l’ostetrica e disse a Maria: “Mettiti bene. Attorno a te, c’è, infatti, un non lieve contrasto”. Salome mise il suo dito nella natura di lei, e mandò un grido, dicendo: “Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata”. E piegò le ginocchia davanti al Signore, dicendo: “Dio dei miei padri, ricordati di me che sono stirpe di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Non fare di me un esempio per i figli di Israele, ma rendimi ai poveri. Tu, Padrone, sai, infatti, che nel tuo nome io compivo le mie cure, e la mia ricompensa la ricevevo da te”. Ed ecco apparirle un angelo del Signore, dicendole: “Salome, Salome! Il Signore ti ha esaudito: accosta la tua mano al bambino e prendilo su, e te ne verrà salute e gioia”. Salome si avvicinò e lo prese su, dicendo: “Lo Adorerò perché a Israele è nato un grande re”.”
Secondo il Libro armeno dell'infanzia, la donna che tiene in braccio il bambino è addirittura Eva la progenitrice, reintegrata nella sua antica dignità per la venuta del Messia. Il suo gesto è prefigurazione del battesimo, sacramento in cui il discendere nell’acqua ed il risalirne simboleggia la discesa agli inferi e l’uscita da questi (Rm 6,1-4).

Angeli, Pastori e Magi: Testimoni della Nascita
Nella parte superiore dell’icona si vedono gli angeli che guardano verso il cielo e uno invece si volge verso i pastori. Gli angeli magnificano l’Uomo-Dio, Colui al quale è stata data ogni potestà in cielo e sulla terra. Alcuni angeli hanno lo sguardo rivolto al cielo, altri verso il Bambino e pare stiano declamando la frase evangelica: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in Terra agli uomini di buona volontà» (Lc. 2,14). Sempre in alto si scorgono i re Magi, a cavallo, che rappresentano i giusti che, pur estranei al popolo di Israele, saranno compresi nel nuovo regno messianico.
Nella parte in alto una semisfera rappresenta il mondo celeste, il cielo, da cui scende la stella. Sempre in alto a destra e a sinistra, notiamo gli angeli che adempiono a una doppia funzione: glorificano Dio e portano agli uomini il messaggio della buona novella. L’icona esprime questo doppio ruolo raffigurando alcuni angeli girati verso l’alto, verso il cielo, cioè verso Dio, che cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc. 2,14). Uno è rivolto verso gli uomini, verso i pastori e dà loro l’annuncio straordinario: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore."
In alto a sinistra si vedono tre cavalieri che indicano la stella che vediamo al centro del raggio che dal cielo si cala sulla grotta. A sinistra della grotta e di Maria si vedono i Magi guidati dalla stella, messaggera dell’aldilà, la quale annuncia che “sulla terra è nato colui che appartiene al cielo”. Essa è quella luce che, secondo san Leone Magno, era nascosta agli ebrei ma si rivelò ai gentili.
La Chiesa identifica nei pastori i primi figli di Israele venuti ad adorare il Bambino, primizia della Chiesa degli ebrei, e nei Magi le primizie di tutte le nazioni, cioè la Chiesa dei gentili. A volte sono raffigurati a cavallo, altre volte a piedi, portando i doni. I Magi hanno tutti un’età diversa: il primo, che li guida è anziano; quello al centro è adulto; il terzo è il più giovane.

Il Mistero della Luce Divina
Un fascio di luce, simbolo della benevolenza divina, scende dall’alto sul capo del piccolo Gesù; talvolta, questo raggio si divide in tre parti, a ricordare l’unicità e, contemporaneamente, la Trinità di Dio. Un’omelia attribuita a San Gregorio di Nissa paragona la natività nella grotta con la luce spirituale apparsa nell’ombra della morte che avvolge l’umanità. L'evangelista Luca parla della mangiatoia e delle fasce: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia…” (Lc 2,7). E, poco dopo, la mangiatoia e le fasce sono indicate come il segno offerto dall’angelo ai pastori, segno attraverso il quale essi avrebbero riconosciuto il loro Salvatore: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.”

Significato Teologico e Strumentale dell'Icona
Natività e Passione: Un Parallelo Intenzionale
L’iconografia ortodossa della Natività utilizza un immaginario parallelo a quello dell’epitaphios, un’icona, spesso un grande panno, ricamato e ornato, utilizzato durante la Liturgia del Venerdì Santo e Sabato Santo nelle Chiese orientali ortodosse e nelle Chiese orientali cattoliche che seguono il rito bizantino. Questo parallelismo è intenzionale, a sottolineare il concetto teologico secondo cui lo scopo della nascita, e quindi dell’Incarnazione di Cristo, è di rendere possibile la crocifissione e la risurrezione.
L’Icona della Natività del Cristo è una tavola dipinta a mano che si offre a noi come strumento di preghiera e di meditazione. La sua struttura è complessa, e nessun componente è lasciato al caso o ha mera funzione ornamentale. L'uomo plasmato dalle mani del Signore come Sua immagine e gloria fu posto in Paradiso. Ben presto questa creatura venne tratta in inganno dalle forze del male e cadde nella rete della malvagità. Il Signore, profondamente turbato, non sopportò che la Sua immagine potesse rimanere per sempre corrotta e mise in atto un piano salvifico, esprimendo così il Suo amore per noi: l’unione escatologica del celeste e del terrestre.
L'Icona come Strumento di Preghiera e Meditazione
L'icona concentra in un'unica immagine la Natività di Gesù e l'adorazione dei Magi, secondo una consolidata tradizione in area bizantina e russa, seppure la composizione risulti assai semplificata nei suoi elementi narrativi. L'originale è ospitato nel Santo Monastero di Stavronikita sul Monte Athos ed è opera del famoso monaco-agiografo Teofane, eccellente pittore della scuola cretese. Il dilatarsi e perdurare nel tempo di questo mistero è raffigurato dai tre Re Magi rappresentati in tre diverse età, dal più anziano al più giovane.
ARTE BIZANTINA - Oro, Luce e Simboli di un Impero Eterno
L'Evoluzione e le Varianti nell'Arte della Natività
Influenze Occidentali e Apocrife
Inizialmente, Maria non era sempre presente nella rappresentazione della natività, ma era per lo più fissa nella raffigurazione dell'Adorazione dei Magi. Nelle raffigurazioni medievali e rinascimentali, tuttavia, il bambino viene spesso mostrato poco vestito o totalmente nudo, mentre il suo corpo irradia una luce sovrannaturale. Santa Brigida sosteneva di aver visto “il bambino glorioso che giace sulla terra, nudo e luminoso” (Revelationes Coelestes: Libro 7, Capitolo 21).
Ciò inizia a cambiare nell’arte occidentale nel corso del XIV secolo, e dalla fine del XV Maria viene normalmente rappresentata in ginocchio, con le mani giunte, mentre prega rivolta al suo Bambino. Giuseppe e i pastori spesso si inginocchiano con lei. La posa inginocchiata di Maria, con le mani giunte in preghiera, riflette l’influenza di certi scritti francescani e anche le già citate visioni mistiche di Santa Brigida. Nello specifico, l’iconografia della natività in Europa settentrionale nel tardo Medioevo fu profondamente influenzata dalla visione di Santa Brigida.
Come riportato, “...la vergine si inginocchiò con grande venerazione in atteggiamento di preghiera, con la schiena girata verso la mangiatoia … E mentre lei stava così in preghiera, vidi il bambino nel suo grembo muoversi e improvvisamente in un momento diede alla luce suo figlio, dal quale irradiava una luce e uno splendore così ineffabili, che il sole non era paragonabile ad esso, né la candela che san Giuseppe aveva messo lì, dava alcuna luce, la luce divina annientava completamente la luce materiale della candela … Vidi il bambino glorioso steso a terra nudo e splendente. Il suo corpo era puro da ogni tipo di terreno e impurità. Dopo ciò, la Vergine si inginocchia per pregare il suo Bambino, con San Giuseppe, e questa scena (nota come “Adorazione di Cristo” o “del Bambino”) diventa una delle raffigurazioni più comuni nel XV secolo in Occidente, sostituendo in gran parte la Vergine distesa. Le versioni di questa descrizione si trovano già nel 1300, molto prima della visione di Brigida, e hanno un’origine francescana.”
Questo non ha impedito, pur nella fedeltà allo schema, una certa creatività aggiungendo dei particolari attinti da fonti svariate, spesso legate a tradizioni locali e agli scritti apocrifi ritenuti più attendibili. Noteremo come l’ispirazione di alcune scene e la presenza di certi personaggi non derivano dai racconti evangelici canonici, ma dagli Apocrifi.
Grandi Iconografi e Scuole
L'iconografo russo, Andrej Rublev, che la dipinse a Mosca, intorno al 1420, ha suddiviso le diverse scene in tre fasce orizzontali che si ordinano intorno al centro dell'immagine, costituito dalla figura di Maria e del Cristo neonato. Il pittore russo Andrej Rublëv (1360-1430), venerato come santo dagli ortodossi, è considerato il più grande autore di icone della storia della pittura. Le sue opere, o quelle della sua scuola (Scuola di Andrej Rublëv, 1410-1430), come l'Icona della Natività della seconda metà del XV secolo (tempera su tavola), rielaborano un antico schema iconografico bizantino risalente al VI secolo e ispirato, sostanzialmente, dai Vangeli apocrifi.
L’icona della Natività russa, caratterizzata dalla riduzione degli elementi narrativi e dai forti contrasti chiaroscurali usati per definire la volumetria dei corpi, presenta caratteri simili all’icona con l’Annunciazione (inv. 1890 n. 9334), che potrebbe essere stata eseguita nella stessa bottega provinciale della Russia centrale. Il VANGELO DI MARCO è illustrato con 13 icone che provengono dalla Scuola iconografica di Seriate in provincia di Bergamo. La nascita di Cristo è una delle icone che compongono le Dodici Feste (le dodici celebrazioni più importanti dell'Ortodossia).
Elementi Ricorrenti e Significati Aggiuntivi
Nello schema classico dell'icona della Natività compare il Bambino, la Madre di Dio, Giuseppe, la stella, gli angeli, gli animali, i pastori e i Magi. Infine, in tutta la scena ricorrono elementi vegetali e animali: alberi e arbusti, pecore e agnelli, talvolta un cane. Tutti hanno lo sguardo rivolto verso l’alto come i pastori.