L'uso dei simboli religiosi nella politica italiana contemporanea
Matteo Salvini e le elezioni europee del 2019
In seguito al risultato delle elezioni europee del 2019, Matteo Salvini si è presentato in conferenza stampa con in mano il rosario, già esibito dal palco del comizio di piazza Duomo con gli alleati sovranisti.
Nel ringraziare gli elettori per il risultato della Lega, ha baciato il crocifisso. «Ringrazio chi c'è lassù che non aiuta Matteo Salvini - ha detto il leader della Lega -, ma aiuta l'Italia e l'Europa a ritrovare speranza, orgoglio, radici e sicurezza».
Ha aggiunto: «Non ho mai affidato al Cuore immacolato di Maria un voto, o il successo di un partito, ma il futuro e il destino di un paese e di un continente». Questo gesto ha dato una connotazione precisa al suo intervento, una pratica già adottata in precedenza, ad esempio in un comizio elettorale a Galliate, nel Novarese, dove aveva baciato un rosario davanti ai militanti, o sul palco della manifestazione sovranista a Milano, a Piazza Duomo, sempre con il rosario in mano.

La "cameretta" di Salvini
Dopo l'affermazione elettorale del 27 maggio 2019, una foto della "cameretta" di Salvini è diventata virale in pochi minuti, evidenziando ulteriormente la sua simbologia.
In prima fila erano visibili il tapiro d'oro e una effige di Gesù. Tra gli altri oggetti, si notavano il cappello dei Carabinieri, una foto del presidente russo Vladimir Putin e il cappellino con il motto del presidente americano Donald Trump: “Make America great again”.
Le elezioni europee hanno visto un boom della Lega (33,8%) davanti al Pd (22,5%), mentre è stato registrato un crollo del M5S (17,7%). Questi risultati hanno cambiato gli equilibri nel governo, con Salvini che si apprestava a dettare l'agenda, mentre il crollo del M5S ha indebolito l'esecutivo.
Salvini con il rosario e il Vangelo
Il caso Morra e la laicità dello Stato
L'intervento di Nicola Morra in Senato
Il senatore M5s Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, nel suo intervento in Senato ha tenuto a sottolineare come «la laicità dello Stato è un valore indiscutibile su cui, soprattutto l’uomo politico, deve essere molto molto prudente».
A tal proposito, Morra ha evidenziato il comportamento di Matteo Salvini che, dopo aver fatto sapere «urbi et orbi» l'8 agosto dal «Papeete beach» di voler interrompere l'esperienza di governo, ha avviato un tour (non un pellegrinaggio) anche in Calabria, passando per Isola Capo Rizzuto e Soverato.
In queste occasioni, pur incontrando e venendo contestato da cittadini, Salvini ha «ostentato pubblicamente il rosario». Morra ha poi proseguito, parlando da presidente della Commissione Antimafia: «Ora, in terra di Calabria, ostentare il rosario, votarsi alla Madonna lì dove c'è il santuario cui la 'ndrangheta ha deciso di consegnarsi, il santuario della Madonna di Polsi, significa mandare messaggi in codice a certe forze che soprattutto uomini di Stato, in particolar modo ministri degli Interni, debbono combattere e non favorire».

La replica di Matteo Salvini
Da qui è scaturita la replica di Matteo Salvini, che, parlando in diretta Fb, ha affermato: «Io parlo da cittadino, affidando il futuro del popolo italiano a Maria e al buon Dio, ma secondo il presidente dell'antimafia Morra (M5S) ho mandato un messaggio alla 'ndrangheta».
Salvini ha categoricamente respinto l'accusa, definendola «una offesa a tutti i calabresi e i cattolici».
Le reazioni della politica calabrese
Le parole di Morra hanno suscitato indignazione nel panorama politico calabrese.
Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia eletto in Calabria, ha dichiarato: «Troviamo assolutamente surreale e fuori luogo che in un momento così delicato per il Paese e nel bel mezzo di una grave crisi di Governo, si possano dedicare anche solo pochi minuti di intervento in Senato su crocifissi, madonne, rosari e quant'altro, così come ha fatto, evidentemente irritato per la caduta del suo Governo, il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, in piena esaltazione grillina».
Cannizzaro ha aggiunto che le parole di Morra, che ha attaccato Salvini sull'esibizione di simboli sacri in Calabria, equiparandola a un messaggio alla 'ndrangheta, sono «inqualificabili, un'offesa alla mia regione e a tutti i calabresi, alle nostre tradizioni culturali millenarie, agli uomini e donne che in quei simboli credono fermamente e ritengono il santuario un luogo di fede, cultura e storia».
In modo particolare, ha sottolineato che il Santuario della Madonna di Polsi è una meta di pellegrinaggio in cui ogni anno si ritrovano migliaia di fedeli, calabresi e non, «assolutamente onesti e genuini che nulla hanno a che fare con le dinamiche della criminalità organizzata».

Il deputato ha poi invitato Morra, che «farebbe bene a dimettersi», a ragguagliare su quanto fatto dalla Commissione da lui presieduta e sulle misure messe in campo per contrastare le mafie.
Anche il senatore di Forza Italia Marco Siclari ha preso posizione, affermando: «Il Crocifisso l'ho portato sin da piccolo e credo lo porti anche Morra, il senatore calabrese del Movimento 5 Stelle che, come è stato possibile ascoltare in diretta tv, ha dichiarato che 'la Madonna e il Rosario in Calabria sono utilizzati per mandare messaggi alla 'ndrangheta. Sono certo, e mi auguro di non essere smentito, che il Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia non voleva affermare quanto ha dichiarato, oggi, in aula del Senato. Non ci credo e non voglio crederci!"»
Siclari ha ribadito: «In Calabria non vivono quattro milioni di presunti 'ndranghetisti, ma quattro milioni di vittime di 'ndrangheta che, maledettamente, ha distrutto la vita e la reputazione dei calabresi impoverendo la nostra regione, colpendo gli imprenditori calabresi ed impedendo ai giovani di avere un futuro nella nostra terra».
Ha auspicato che la stampa nazionale parli della parte sana della Calabria e che la politica lavori seriamente per lo sviluppo, investendo i miliardi di euro sottratti per infrastrutture e trasporti, in modo da liberare la regione dall'isolamento e aiutare la magistratura nella lotta alla 'ndrangheta.
Il Crocifisso negli spazi pubblici: tra tradizione e laicità
La controversia della scuola di Fiumicino
Il dibattito si è esteso anche ad altri contesti, come il presunto caso di crocifissi tolti da alcune aule di una scuola elementare di Fiumicino.
Il vicepremier Matteo Salvini è intervenuto sulla vicenda, dichiarando: «Roba da matti! Spero non sia vero... Quanti episodi avremo da qui al Natale?». A parlare per primo era stato il senatore della Lega, William De Vecchis, che ha raccontato: «Lo scorso 8 novembre, in una riunione all'interno della scuola, alcuni genitori si sono accorti che da qualche classe erano spariti i crocifissi, simboli della cristianità e della nostra cultura».
De Vecchis ha riferito che, alle richieste di chiarimenti, la risposta era stata che l'eliminazione del Crocifisso era stata decisa «per non mettere in imbarazzo i bambini di fede musulmana presenti nell'istituto».
Una scelta che, a suo dire, «non condivido, che per tutelare le esigenze di alcuni, mortifica i sentimenti di molti. Il Crocifisso è un simbolo che da sempre accompagna l'educazione dei nostri figli, incarna i valori che hanno affiancato la crescita storica del nostro Paese».
Il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, ha frenato la polemica: «Apprendo che è in corso una polemica perché da alcune aule di una scuola sarebbero stati tolti i crocifissi. Non sappiamo se la vicenda sia vera. Abbiamo interpellato la preside del plesso scolastico che era totalmente all'oscuro dei fatti denunciati dal senatore De Vecchis. Stiamo approfondendo per venirne a capo. Mi auguro che nessuno abbia preso iniziative di questa natura autonomamente e senza confrontarsi con la dirigente scolastica».
Ha ricordato che, trattandosi di una scuola primaria, anche il Comune ha le sue competenze e che nessuno può arrogarsi il diritto di prendere decisioni «specialmente su temi di questo genere, senza l'accordo di chi ha la responsabilità didattica da una parte e amministrativa dall'altra».
La vicenda, ancora tutta da verificare e confermare, ha innescato molti commenti sui social locali, evidenziando una spaccatura tra chi sostiene «la laicità dello Stato e della scuola» e chi difende il «valore del crocifisso e la tradizione».
La proposta di legge della Lega sull'obbligatorietà del Crocifisso
La Lega ha riproposto un vecchio cavallo di battaglia della destra italiana: l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici.
La proposta di legge, la cui prima firmataria è l’onorevole Barbara Saltamartini, si chiama “Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni”. È stata depositata in parlamento lo scorso marzo con lo scopo di rendere obbligatoria l’affissione della croce in tutti gli uffici della pubblica amministrazione, carceri, tribunali, consolati e nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, comprese le università pubbliche. La proposta prevede che chiunque si sottrarrà all’obbligo sia passibile di una multa fino a mille euro.
Contesto storico e giuridico dell'esposizione del Crocifisso
La presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, sebbene possa sembrare un'usanza radicata in un lontano passato teocratico, è in realtà il risultato di alcune disposizioni di epoca fascista (regi decreti e una circolare ministeriale per i tribunali) mai abrogate esplicitamente.
In pratica, vige una sorta di "equilibrio all’italiana" per cui, tra sentenze disparate e regi decreti ancora formalmente in vigore, il crocifisso di fatto non è né vietato né obbligatorio.

Le ragioni a favore e le critiche
Le ragioni principali dei “pro crocifisso”, compreso il parere espresso dal Consiglio di Stato nel 1988, si incentrano sull’idea che il simbolo non sia da considerarsi strettamente religioso, ma parte del patrimonio storico-culturale italiano. Secondo Saltamartini, «risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso; esso, al contrario, rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo».
Nella relazione a corredo della proposta di legge si legge: «Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società». Questi concetti sono gli stessi espressi dal Consiglio di Stato nel 1988.
Per chi mal digerisce il cambio di rotta o si sorprende per le incongruenze tra xenofobia e insegnamento cristiano - è stato notato, ad esempio, un cattivo gusto ironico nella proposta di estendere l’obbligo ai porti chiusi ai profughi - è stata analizzata la questione. Augusto Cavadi, membro dell’Associazione teologica italiana e studioso del rapporto fra cattolicesimo e associazioni criminali, ha spiegato come sia centrale la questione identitaria: «perché la religione è interpretata come fattore di unità etnica e di identificazione simbolica».
Analisi del fenomeno: politica, religione e identità nazionale
La strumentalizzazione reciproca nel contesto storico
Non si tratta di atteggiamenti estemporanei o di gesti pacchiani, ma occorre ricostruire il contesto di strumentalizzazione reciproca tra politica e religione. Tra Otto e Novecento, al nazionalismo basato sul “principio di nazionalità” si affiancò un nuovo nazionalismo, quello dell’Action française, che del cattolicesimo si servì in chiave identitaria ed escludente (degli ebrei, dei massoni, degli immigrati).
Lo stesso fece l’Associazione nazionalista italiana, che abbandonò l’originario anticlericalismo a partire dal 1913, eleggendo deputati con il voto cattolico. La Grande guerra nazionalizzò il cattolicesimo come mai avvenuto prima. Federzoni e, dal 1921, Mussolini operarono affinché il movimento cattolico si integrasse nel processo di costruzione della nazione fascista e della sua proiezione imperiale. Pio XI, nell’enciclica Ubi arcano Dei (1922), riprovò il “nazionalismo immoderato”, ma lasciò aperta la strada a un “sano nazionalismo”, conciliabile con la dottrina cattolica. Si fecero così spazio movimenti nazional-cattolici che contribuirono all’affermazione dei regimi autoritari e fascisteggianti in Europa tra le due guerre.

Nazionalismi populisti contemporanei: analogie e differenze
Dopo la catastrofe bellica del ’45, la nascita dei due blocchi, la Guerra fredda e il processo d’integrazione europea diedero l’impressione che le fedeltà nazionali fossero state sostituite da quelle sovranazionali. Tuttavia, le guerre jugoslave e le agitazioni nazionaliste post-implosione sovietica risvegliarono bruscamente gli storici.
I nuovi nazionalismi populisti presentano rispetto a quelli storici degli anni tra le due guerre una rilevante differenza: quelli furono tendenzialmente espansivi e aggressivi, mentre gli odierni sono sostanzialmente difensivi, puntando ad arroccare l’Europa e a costruire muri.
Le analogie sono molte: entrambi si nutrono di nemici esterni (burocrazia europea, migranti) e interni (immigrati senza permesso di soggiorno, musulmani). Entrambi diffondono una visione apocalittica della crisi della civiltà europea, ricondotta ai flussi migratori, al multiculturalismo, al tradimento delle comuni radici cristiane in vista della “grande sostituzione”, complice il decremento demografico della popolazione nativa con quella musulmana. Questo mito dell’islamizzazione dell’Europa è utile per la mobilitazione, affiancato talvolta dalla teoria del complotto (orchestrato da Soros).
Un esempio è Viktor Orbán, primo ministro ungherese, che il 29 luglio 2018 a Baile Tusnad ha dichiarato di aver ricevuto il compito di «costruire una nuova era» con un «nuovo ordine costituzionale, fondato su basi nazionali e cristiane». Orbán ha sostenuto che l’Europa centrale deve basarsi sul diritto di rifiutare l’ideologia del multiculturalismo, di difendere la propria cultura cristiana e il modello tradizionale di famiglia, attribuendo la crisi della civiltà europea alla gestione del problema migratorio da parte delle élite, ree di aver abbandonato le radici cristiane dell’Europa per costruire una «società aperta». Ha infine affermato che «il cristianesimo non cerca di raggiungere l’universalità attraverso l’abolizione delle nazioni, ma attraverso la conservazione delle nazioni».
Inseriti in questo contesto, i gesti di Salvini risultano meno stravaganti.
Il contesto ecclesiale e Papa Francesco
Il secondo contesto in cui inquadrare l’esibizione dei simboli religiosi da parte di Salvini è quello ecclesiale che si è determinato con l’attuale pontefice. Papa Francesco si è trovato a fare i conti, oltre che con lo scandalo della pedofilia, con una struttura elefantiaca che il suo predecessore non aveva saputo governare.
Dagli anni Sessanta, sull’onda del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica era stata attraversata da una corrente di rinnovamento che l’aveva divisa tendenzialmente in modo orizzontale, contrapponendo settori della base alle gerarchie ecclesiastiche. Mezzo secolo dopo, le divisioni attuali riguardano soprattutto i vertici e vedono schierati contro papa Francesco figure della vecchia curia, la maggioranza dell’episcopato statunitense, alcuni ecclesiastici tormentati da mancate promozioni, intellettuali integralisti, tradizionalisti e lefebvriani, che tuttavia mancano di una base nel popolo cattolico.
Affermazione elettorale e strategia politica
Dopo l’affermazione elettorale, il "Capitano", come lo chiamano i suoi, ha aperto la conferenza stampa a via Bellerio per commentare il grande successo della Lega alle europee, con in mano un crocifisso che ha baciato. Questo messaggio, dal crocifisso al rosario, non cambia. Dal Vangelo sventolato al comizio di piazza (decisivo per raccogliere voti, secondo gli esperti), dopo il Rosario sgranato in pieno giuramento al Quirinale, Matteo Salvini è apparso pronto a lanciare l’ennesima battaglia sul crocifisso.
La battaglia non è nuova, anzi nel centrodestra sfiora l’ossessione. Se stavolta sarà portata avanti, segnerà l’ennesimo passo che allontana la "Lega pagana" che fu, e avvicina alla "Lega sincretica" che è.
È sbagliato liquidare come gesti pacchiani fuori del tempo le ostentazioni dei simboli religiosi cristiani di Salvini. Né si tratta di atteggiamenti estemporanei volti a blandire la parte più cattolica del suo elettorato, da denunciare come strumentali e come goffa riedizione del teutonico Gott mit Uns.
Dando per assodata l’autonomia della sfera politica da quella religiosa, o più probabilmente non ritenendola vantaggiosa per fini elettorali, nessuna forza politica in Italia negli ultimi decenni era giunta a tanto. Lo capì la Democrazia Cristiana, che pure aveva una croce nella propria insegna, dopo i referendum sul divorzio e l’aborto a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo capì Berlusconi, che per ottenere i voti di un certo popolo cattolico preferì barattare con il cardinale Ruini la difesa dei “valori innegabili” e i finanziamenti alla scuola privata lontano dai riflettori, tanto che non esiste una sua foto con in mano il rosario.
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