L'Abbraccio della Vita Consacrata: Significato e Profezia

Il Contesto Sacramentale e la Missione

L'orizzonte sacramentale e il corpo che sviluppa l'abbraccio della vita consacrata è e resta la Chiesa, di cui le consacrate e i consacrati sono parte. Essi sono presi dal popolo e inviati in mezzo al popolo, mentre il luogo dove questo abbraccio incontra preferenzialmente l’uomo è nella vita e nelle "periferie della storia". I Santi sono i testimoni di questa profezia, loro hanno cambiato la Chiesa e la società, hanno trasformato il potere in servizio e il possesso in custodia.

Oggi, come sempre, occorre vivere la vita consacrata e ogni forma di vita credente osando le "periferie" della storia. Solo l'amore osa, solo l'amore mette a soqquadro le sicurezze personali e di sistema, solo l'amore libera dall'autosufficienza che blinda le esistenze e le relazioni, solo l'amore decentra, facendo vivere oltre il proprio io. Da questa frontiera dell'umano, si diviene capaci di vedere il presente, di vedere l'Oltre, perché l'escatologia - il Cielo sperato - non appartiene a coloro che saltano l'umano, ma a chi impegna tutta la vita a frequentare i solchi dell'umanità ferita.

Le "periferie", in questo senso, non sono "margine", sebbene possano trovarsi al margine, ma rappresentano il cuore della realtà e dell'uomo, il cuore stesso della Chiesa e l'anticipazione delle realtà future.

Mappa schematica che illustra il concetto di

Il Monachesimo e la Grazia a Caro Prezzo

Comprendiamo allora perché l'esperienza del monachesimo e la sua dimensione profetica consista proprio nel "mettersi ai margini" per custodire "la grazia a caro prezzo", diventando «una protesta vivente contro la mondanizzazione del cristianesimo, contro la riduzione della grazia a merce a poco prezzo». «Ai margini della chiesa, si trovava il luogo dove fu tenuta desta la cognizione della grazia a caro prezzo e del fatto che la grazia implica la sequela» (D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2001, pp. 30-31).

Certamente, la vita consacrata in Italia, come in Europa, vive una fase di progressivo invecchiamento e di costante perdita di rilevanza sociale, fattori che segnano lo slancio missionario e il morale dei suoi membri. Tuttavia, "senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del vangelo di smussarsi, il <sale> della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione" (Evangelica testificatio, 3).

In verità la debolezza, o la minorità, che solitamente è vista come condizione che rende inabili al servizio, quando vissuta evangelicamente non manca di essere feconda e creativa. Questo perché non c'è nulla di più fecondo nella vita secondo lo Spirito di quando "non c'è nulla", quando la relazione tra Dio e l'uomo è segnata essenzialmente da un cuore rivolto senza posa verso Dio (Os. 2, 16), partendo dal quale Dio si fa creatore e sposo.

La Presentazione di Gesù al Tempio come Modello di Consacrazione

Quaranta giorni dopo Natale, la Chiesa celebra il Signore che, entrando nel tempio, va incontro al suo popolo. Nel tempio avviene anche un altro incontro, quello tra due coppie: da una parte i giovani Maria e Giuseppe, dall'altra gli anziani Simeone e Anna.

Significato della Presentazione

Nel racconto evangelico, abbiamo ascoltato l'atto di consacrazione a Dio del loro primogenito Gesù, che Maria e Giuseppe compirono nel tempio di Gerusalemme. Con questo gesto essi obbedivano a una delle leggi fondamentali date da Mosè: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore». Il maschio primogenito era la primizia della vita che una coppia di sposi riceveva da Dio e a lui andava restituito con un atto di consacrazione: «sarà sacro al Signore».

Era una legge che aveva un profondo significato perché ricordava agli sposi ebrei e al popolo di Israele che la loro vita e ogni vita era dono di Dio creatore e salvatore e a Lui andava restituita con un atto di offerta. Dopo la presentazione al tempio, Gesù vivrà pienamente questa legge antica perché tutta la sua esistenza e la sua missione avranno come unico scopo rendere al Padre la "Gloria" a lui dovuta. Pochi giorni prima della sua passione e sapendo quale calice amaro stava per bere, esclamò: «“Padre, glorifica il tuo nome”». Venne allora una voce dal cielo: “L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!”» (Gv 12,28). La sua morte e risurrezione avrebbero manifestato la Gloria di Dio Padre in mezzo agli uomini.

Questo episodio ci aiuta a capire anche la vocazione dei consacrati/e nella Chiesa. Tra di loro lo Spirito Santo chiama alcuni, uomini e donne, a vivere in modo più totale la vocazione battesimale di essere, con tutta la loro esistenza, orientati alla Gloria di Dio Padre. Essi partecipano più da vicino alla stessa consacrazione che Gesù ha ricevuto nella Presentazione al tempio: «Essere sacro al Signore», offerto totalmente a Lui, alla sua Volontà e alla sua Gloria. Continuano, così la sua missione di orientare nuovamente gli uomini al giusto e santo scopo di tutta la creazione e della redenzione, che è la Gloria di Dio.

Presentazione di Gesù al tempio.- Don Luigi Maria Epicoco

Il Ruolo dei Consacrati in un Mondo Neopagano

Non è difficile riconoscere che permangono simili forme di idolatria, anche se i nuovi idoli non sono più in templi ma in supermercati, banche, centri benessere, leader e miti costruiti dai mezzi di comunicazione, e altro. In questo contesto di neopaganesimo è quanto mai attuale la nostra prima vocazione di consacrati, che è quella di essere persone che vivono avendo come scopo ultimo la Gloria di Dio Padre: che non si inginocchiano ad adorare altre cose o persone, ma solo Dio, verso il quale sentono riconoscenza e desiderio di adorazione, di lode e di Gloria.

Offrire questa testimonianza significa far circolare ossigeno sano in mezzo a un'aria intossicata di idolatria, che un po’ alla volta intristisce le persone e la vita sociale.

L'Omelia di Papa Francesco sulla Vita Consacrata

Papa Francesco ha celebrato la Santa Messa della Festa della Presentazione del Signore, in cui ricorre la XXVI Giornata della Vita Consacrata, istituita da San Giovanni Paolo II. Il Papa ha sviluppato la sua omelia intorno a tre domande fondamentali: da cosa siamo mossi, che cosa vedono i nostri occhi e infine, cosa stringiamo tra le braccia.

Rappresentazione di Papa Francesco mentre celebra la messa

1. Da Cosa Siamo Mossi?

Simeone si reca al tempio «mosso dallo Spirito». Questo fa lo Spirito Santo: rende capaci di scorgere la presenza di Dio e la sua opera non nelle grandi cose, nell'esteriorità appariscente, nelle esibizioni di forza, ma nella piccolezza e nella fragilità. Pensiamo alla Croce, anche lì c'è piccolezza, fragilità, drammaticità, ma lì c'è la forza di Dio.

L'espressione "mosso dallo Spirito" ricorda quelle che nella spiritualità si chiamano "mozioni spirituali": sono quei moti dell'animo che avvertiamo dentro di noi e che siamo chiamati ad ascoltare, per discernere se provengono dallo Spirito Santo o da altro. Allora ci chiediamo: da chi ci lasciamo principalmente muovere: dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo? È una domanda su cui tutti dobbiamo misurarci, soprattutto noi consacrati.

Mentre lo Spirito porta a riconoscere Dio nella piccolezza e nella fragilità di un bambino, noi a volte rischiamo di pensare alla nostra consacrazione in termini di risultati, di traguardi, di successo. Ci muoviamo alla ricerca di spazi, di visibilità, di numeri. Lo Spirito invece non chiede questo. Desidera che coltiviamo la fedeltà quotidiana, docili alle piccole cose che ci sono state affidate.

Com'è bella la fedeltà di Simeone e Anna! Ogni giorno si recano al tempio, ogni giorno attendono e pregano, anche se il tempo passa e sembra non accadere nulla. Noi possiamo chiederci, fratelli e sorelle: che cosa muove i nostri giorni? Quale amore ci spinge ad andare avanti? Lo Spirito Santo o la passione del momento? Come ci muoviamo nella Chiesa e nella società? A volte, anche dietro l’apparenza di opere buone, possono nascondersi il tarlo del narcisismo o la smania del protagonismo. In altri casi, pur portando avanti tante cose, le nostre comunità religiose sembrano essere mosse più dalla ripetizione meccanica - fare le cose per abitudine, tanto per farle - che dall'entusiasmo di aderire allo Spirito Santo.

2. Che Cosa Vedono i Nostri Occhi?

Simeone, mosso dallo Spirito, vede e riconosce Cristo. E prega dicendo: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza». Ecco il grande miracolo della fede: apre gli occhi, trasforma lo sguardo, cambia la visuale. Come sappiamo da tanti incontri di Gesù nei Vangeli, la fede nasce dallo sguardo compassionevole con cui Dio ci guarda, sciogliendo le durezze del nostro cuore, risanando le sue ferite, dandoci occhi nuovi per vedere noi stessi e il mondo.

Non si tratta di uno sguardo ingenuo, no, è sapienziale, non è uno sguardo che fugge la realtà o finge di non vedere i problemi, ma di occhi che sanno "vedere dentro" e "vedere oltre"; che non si fermano alle apparenze, ma sanno entrare anche nelle crepe della fragilità e dei fallimenti per scorgervi la presenza di Dio. Gli occhi anziani di Simeone, pur affaticati dagli anni, vedono il Signore, vedono la salvezza. E noi?

Ognuno può domandarsi: che cosa vedono i nostri occhi? Il mondo spesso vede la vita consacrata come uno “spreco”, qualcosa di inutile. Ma noi, comunità cristiana, religiose e religiosi, che cosa vediamo? Siamo rivolti con gli occhi all'indietro, nostalgici di ciò che non c'è più o siamo capaci di uno sguardo di fede lungimirante, proiettato dentro e oltre? A Papa Francesco fa molto bene vedere consacrati e consacrate anziani, che con occhi luminosi continuano a sorridere, dando speranza ai giovani. Questi sono sguardi di speranza, aperti al futuro.

Il Signore non manca di darci segnali per invitarci a coltivare una visione rinnovata della vita consacrata, sotto la luce e le mozioni dello Spirito Santo. La rigidità è una perversione e sotto ogni rigidità ci sono gravi problemi. Né Simeone né Anna erano rigidi, lui profetizzando con coraggio alla mamma.

Apriamo gli occhi: attraverso le crisi, i numeri che mancano, le forze che vengono meno, lo Spirito invita a rinnovare la nostra vita e le nostre comunità. Apriamo il cuore. Guardiamo a Simeone e Anna: anche se sono avanti negli anni, non passano i giorni a rimpiangere un passato che non torna più, ma aprono le braccia al futuro che viene loro incontro. Non sprechiamo l'oggi guardando a ieri, o sognando un domani che mai verrà, ma mettiamoci davanti al Signore, in adorazione, e domandiamo occhi che sappiano vedere il bene e scorgere le vie di Dio.

3. Cosa Stringiamo tra le Braccia?

Simeone accoglie Gesù tra le braccia. È una scena tenera e densa di significato, unica nei Vangeli. Dio ha messo suo Figlio tra le nostre braccia perché accogliere Gesù è l'essenziale, il centro della fede. Quando Simeone prende fra le braccia Gesù, le sue labbra pronunciano parole di benedizione, di lode, di stupore. Ma noi, dopo tanti anni di vita consacrata abbiamo perso la capacità di stupirci o l'abbiamo ancora?

Se ai consacrati mancano parole che benedicono Dio e gli altri, se manca la gioia, se viene meno lo slancio, se la vita fraterna è solo fatica, e manca lo stupore, non è perché siamo vittime di qualcuno o di qualcosa, ma perché le nostre braccia non stringono più Gesù. E quando le braccia di un consacrato, di una consacrata non stringono Gesù, stringono il vuoto, che cercano di riempire con altre cose ma stringono il vuoto. Stringere Gesù con le nostre braccia è il segnale, il cammino, è il rinnovamento.

Invece, se accogliamo Cristo a braccia aperte, accoglieremo anche gli altri con fiducia e umiltà. Allora i conflitti non inaspriscono, le distanze non dividono e si spegne la tentazione di prevaricare e di ferire la dignità di qualche sorella o fratello. Apriamo le braccia, a Cristo e ai fratelli! Carissimi, rinnoviamo oggi con entusiasmo la nostra consacrazione! Chiediamoci quali motivazioni muovono il nostro cuore e il nostro agire, qual è la visione rinnovata che siamo chiamati a coltivare e, soprattutto, prendiamo fra le braccia Gesù. Anche se sperimentiamo fatiche e stanchezze, anche delusioni, facciamo come Simeone e Anna, che attendono con pazienza la fedeltà del Signore e non si lasciano rubare la gioia dell'incontro con Lui.

Illustrazione di un consacrato che abbraccia simbolicamente Gesù

L'Incontro tra Giovani e Anziani nella Vita Consacrata

L'incontro tra i giovani Maria e Giuseppe e gli anziani Simeone e Anna nel tempio è un modello prezioso. Gli anziani ricevono dai giovani, i giovani attingono dagli anziani. Maria e Giuseppe trovano infatti nel tempio le radici del popolo, ed è importante, perché la promessa di Dio non si realizza individualmente e in un colpo solo, ma insieme e lungo la storia. E trovano pure le radici della fede, perché la fede non è una nozione da imparare su un libro, ma l'arte di vivere con Dio, che si apprende dall'esperienza di chi ci ha preceduto nel cammino.

Così i due giovani, incontrando gli anziani, trovano sé stessi. E i due anziani, verso la fine dei loro giorni, ricevono Gesù, senso della loro vita. Questo episodio compie così la profezia di Gioele: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). In quell'incontro i giovani vedono la loro missione e gli anziani realizzano i loro sogni.

Tutto è cominciato dall'incontro col Signore. Da un incontro e da una chiamata è nato il cammino di consacrazione. Bisogna farne memoria. E se faremo bene memoria vedremo che in quell'incontro non eravamo soli con Gesù: c'era anche il popolo di Dio, la Chiesa, giovani e anziani, come nel Vangelo.

Lì c'è un particolare interessante: mentre i giovani Maria e Giuseppe osservano fedelmente le prescrizioni della Legge - il Vangelo lo dice quattro volte - e non parlano mai, gli anziani Simeone e Anna accorrono e profetizzano. Sembrerebbe dover essere il contrario: in genere sono i giovani a parlare con slancio del futuro, mentre gli anziani custodiscono il passato. Nel Vangelo accade l'inverso, perché quando ci si incontra nel Signore arrivano puntuali le sorprese di Dio.

Per lasciare che accadano nella vita consacrata è bene ricordare che non si può rinnovare l'incontro col Signore senza l'altro: mai lasciare indietro, mai fare scarti generazionali, ma accompagnarsi ogni giorno, col Signore al centro. Perché se i giovani sono chiamati ad aprire nuove porte, gli anziani hanno le chiavi. E la giovinezza di un istituto sta nell'andare alle radici, ascoltando gli anziani. Non c'è avvenire senza questo incontro tra anziani e giovani; non c'è crescita senza radici e non c'è fioritura senza germogli nuovi.

La vita frenetica di oggi induce a chiudere tante porte all'incontro, spesso per paura dell'altro - sempre aperte rimangono le porte dei centri commerciali e le connessioni di rete -; ma nella vita consacrata non sia così: il fratello e la sorella che Dio mi dà sono parte della mia storia, sono doni da custodire. Non accada di guardare lo schermo del cellulare più degli occhi del fratello, o di fissarci sui nostri programmi più che nel Signore.

La Vita Consacrata: Un Doppio Binario

La vita consacrata nasce e rinasce dall'incontro con Gesù così com'è: povero, casto e obbediente. C'è un doppio binario su cui viaggia: da una parte l'iniziativa d'amore di Dio, da cui tutto parte e a cui dobbiamo sempre tornare; dall'altra la nostra risposta, che è di vero amore quando è senza se e senza ma, quando imita Gesù povero, casto e obbediente.

  • Mentre la vita del mondo cerca di accaparrare, la vita consacrata lascia le ricchezze che passano per abbracciare Colui che resta.
  • La vita del mondo insegue i piaceri e le voglie dell'io, la vita consacrata libera l'affetto da ogni possesso per amare pienamente Dio e gli altri.
  • La vita del mondo s'impunta per fare ciò che vuole, la vita consacrata sceglie l'obbedienza umile come libertà più grande.

Quanto ci fa bene, come Simeone, tenere il Signore «tra le braccia» (Lc 2,28)! Non solo nella testa e nel cuore, ma tra le mani, in ogni cosa che facciamo: nella preghiera, al lavoro, a tavola, al telefono, a scuola, coi poveri, ovunque. Avere il Signore tra le mani è l'antidoto al misticismo isolato e all'attivismo sfrenato, perché l'incontro reale con Gesù raddrizza sia i sentimentalisti devoti che i faccendieri frenetici. Vivere l'incontro con Gesù è anche il rimedio alla paralisi della normalità, è aprirsi al quotidiano scompiglio della grazia. Lasciarsi incontrare da Gesù, far incontrare Gesù: è il segreto per mantenere viva la fiamma della vita spirituale. È il modo per non farsi risucchiare in una vita asfittica, dove le lamentele, l'amarezza e le inevitabili delusioni hanno la meglio. Incontrarsi in Gesù come fratelli e sorelle, giovani e anziani, per superare la sterile retorica dei "bei tempi passati" - quella nostalgia che uccide l'anima -, per mettere a tacere il "qui non va più bene niente".

Schema che illustra il doppio binario della vita consacrata

L'Alba Perenne della Chiesa

Alla fine dei Vangeli c'è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l'obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3).

E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l'alba perenne della Chiesa: voi, consacrati e consacrate, siete l'alba perenne della Chiesa!

La Giornata Mondiale della Vita Consacrata

Il 2 febbraio si celebra in tutto il mondo la Giornata per la Vita Consacrata. In quest'anno, dedicato da Papa Francesco alla vita consacrata, tutta la chiesa è infatti chiamata a riscoprire questa presenza, ricchezza spesso nascosta e sconosciuta nel territorio, e i vari ordini e congregazioni sono provocati a una verifica interna del tratto di storia compiuto fin qui.

«I religiosi possono mostrare tanto alla nostra società - sottolinea Gabriele Raho, 28 anni, novizio in formazione presso i frati del Santo - Innanzitutto testimoniare uno stile di vita fraterno autentico. In una società così individualistica, chiusa nel proprio io, la fraternità fatta di gratuità e responsabilità può essere un antidoto, una scuola per umanizzarci a vicenda.»

Per suor Chiara Pozzi, 32 anni, operaia della casa di Nazareth con voti temporanei, la ricchezza che i religiosi possono condividere sta soprattutto nella gioia. «Il papa ci spinge a portare con questo stile consolazione, a parlare di Dio, a diventare contagiosi in una società che è sempre più ripiegata su di sé.» Ma al tempo stesso anche i religiosi devono dare un'immagine diversa di sé, soprattutto ai giovani. «Quest'anno - aggiunge - ci servirà ad alimentarci di uno slancio nuovo per riprendere vigore e forza. La nostra è una scelta che continua a maturare ogni giorno e che ti dà gioia dentro. “Si vede che sei felice!” mi dicevano gli amici.» Anche nel servizio quotidiano.

Molti ordini sono impegnati nell'accoglienza a situazioni di disagio e difficoltà, malattia e vecchiaia. O nella scuola, come le Dorotee. «Sono insegnante nella scuola primaria - racconta suor Emma Scassola, 54 anni - Vivo questo mandato cercando un dialogo chiaro con le famiglie e accompagnando nella crescita i ragazzi, nella tensione costante a tener vivo in loro lo stupore e la curiosità e all'essere aperti all'incontro con Gesù.» Suor Emma quest'anno ricorda il 25° di professione religiosa. «Questo traguardo mi aiuta a guardare la mia esperienza, a cogliere l'impegno della vita consacrata che è seguire il Signore nei fratelli. La vita consacrata è dinamica: ha in sé colori belli fatti di ricerca, ascolto e condivisione, e al tempo stesso ombre che nascono dalla fragilità e durezza di cuore. Anche quando il Signore chiama a compiti diversi e inaspettati.»

Fra Dario Caron, 82 anni, cappuccino, religioso dal 1952, ha svolto diversi mandati nella sua lunga storia di consacrato: cappellano dedito alla pastorale giovanile, educatore in seminario, superiore in diverse comunità. Da dieci anni è a Padova come confessore. «“Fiorisci dove Dio ti ha piantato”: questa frase di san Francesco di Sales è stata il ritornello della mia vita di consacrato e lo è tuttora. Mi ha aiutato a incarnare la mia missione nei momenti di fatica e a godere in quelli pieni di serenità.» A dodici anni rivela alla madre che vuole diventare frate, «uno di quelli con la barba». E così è stato. «Quest'anno dedicato alla vita consacrata - aggiunge - è soprattutto per noi un invito a crescere nella nostra vocazione… Ne avremo fino all'ultimo respiro! È un'ottima occasione per pregare e ripartire con nuovo impegno e tensione perché la nostra vita sia sempre più e meglio al servizio gioioso di Dio e ai fratelli. I religiosi dovrebbero parlare di Dio, non predicandolo ma vivendolo.»

Foto di gruppo di giovani religiosi e religiose che sorridono

L'Invito di Papa Leone XIV ai Giovani di Medjugorje

Nel messaggio inviato ai partecipanti al 36° Festival dei Giovani a Medjugorje, Papa Leone XIV ha ricordato che «viviamo in un mondo sempre più digitale, dove l'intelligenza artificiale e la tecnologia ci offrono mille opportunità». Ha ribadito con forza: «Nessun algoritmo potrà mai sostituire un abbraccio, uno sguardo, un vero incontro, né con Dio, né con i nostri amici, né con la nostra famiglia».

Sull'esempio di Maria, che «ha intrapreso un viaggio faticoso per incontrare sua cugina Elisabetta», Papa Leone XIV incoraggia i giovani a «cercare incontri veri»: «Gioite insieme, e non abbiate paura di piangere con chi piange», scrive parafrasando San Paolo. «Siete arrivati a Medjugorje da molte nazioni e forse vi sembra che la lingua o la cultura siano un ostacolo all'incontro: abbiate coraggio», l'esortazione del Pontefice: «C'è un linguaggio più forte di ogni barriera, il linguaggio della fede, alimentato dall'amore di Dio. Siete tutti membra del suo Corpo, che è la Chiesa: incontratevi, conoscetevi, condividete. Solo così, camminando insieme, sostenendoci a vicenda, accendendoci l'un l'altro, arriveremo alla casa del Signore».

«Che gioia sapere che siamo attesi nella casa del Padre, accolti dal suo amore e che non dobbiamo camminare da soli, ma insieme!», scrive il Papa: «Lungo la strada, se qualcuno di voi sente in sé la chiamata a una vocazione speciale, alla vita consacrata o al sacerdozio, vi incoraggio a non avere paura di rispondere. Quell’invito, che sentite vibrare dentro, viene da Dio, che parla al nostro cuore. Ascoltatelo con fiducia: la parola del Signore, infatti, non solo ci rende davvero liberi e felici, ma ci realizza autenticamente come uomini e come cristiani.»

Presentazione di Gesù al tempio.- Don Luigi Maria Epicoco

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