Nella storia degli uomini si è spesso fantasticato di regni lontani, di tesori sfavillanti ed irraggiungibili, e persino di uomini dalle forme strane e mostruose. Ma la leggenda del Prete Gianni è ancora più particolare, poiché di questo leggendario re si conoscevano sia il nome che il regno, sebbene la sua ubicazione precisa sembrasse ogni volta messa in discussione.
Le Origini e i Primi Indizi
Non si conosce con precisione la genesi esatta della leggenda di questo re e sacerdote. Tuttavia, le gesta del Prete Gianni presero piede con tutta probabilità dall'opera di proselitismo compiuta dall'apostolo Tommaso in India. I resoconti di queste attività, pubblicati negli Atti di Tommaso nel III secolo, furono i prodromi della leggenda.
Altri studiosi ritennero di individuare i temi della leggenda nei resoconti sulla predicazione dei Nestoriani presso i popoli dell'Asia. Lo storico Grousset, ad esempio, parlò della straordinaria opera di conversione operata tra i Mongoli e i Turchi delle steppe dell'Asia centrale, dove per alcuni secoli i sovrani di questi popoli usarono nomi cristiani, creando involontariamente il substrato per la nascita della leggenda del Prete Gianni.
Alcuni confusero la figura del Prete Gianni con quella di Giovanni il Presbitero, un personaggio leggendario citato nelle opere di Eusebio di Cesarea, che a sua volta aveva attinto notizie dalle opere di alcuni Padri della Chiesa.

Le Prime Circolazioni e la Lettera Apocrifa del 1165
Secondo le notizie raccolte nel libro di Jacqueline Pirenne, già nella prima metà del XII secolo cominciò a circolare una leggenda, ribadita da Odone, abate di San Remy a Reims, che parlava della venuta di un re sacerdote a Roma, dove avrebbe parlato con papa Callisto II dei suoi favolosi possedimenti e delle sue incredibili ricchezze. Questo re fu identificato con un sovrano proveniente dalle terre al di là dell'Armenia e della Siria, discendente dei Re Magi e regnante su una sterminata popolazione, tutta convertita al cristianesimo di tipo Nestoriano. Sempre secondo la Pirenne, il nome "Gianni" deriverebbe da Vizan, figlio del re dell'India Mazdai, convertito al cristianesimo dall'apostolo Tommaso, divenendo Vizan-Gian.
Nel 1165, una missiva giunse sullo scrittoio di Manuele I Comneno, imperatore di Costantinopoli, il quale la girò immediatamente al papa Alessandro III e a Federico Barbarossa. La lettera era firmata da un certo Giovanni, re delle tre Indie e presbitero. Sebbene i due sovrani non diedero grande peso alla missiva, essa, con un linguaggio ampolloso, faceva riferimento a infiniti possedimenti e a uno sterminato numero di sudditi. Nella lettera, il presbitero Giovanni dichiarava di avere come sudditi non solo uomini, ma anche creature fantastiche come centauri, minotauri, sciapodi (uomini che strisciavano sulla schiena facendosi ombra con un unico, gigantesco piede), blemmi (uomini senza testa con il volto nel petto), folletti e ciclopi. Tutta la descrizione del suo regno non era altro che una sintesi dei racconti fantasiosi di viaggiatori e scrittori dell'antichità.
Alessandro III rispose al Prete Gianni, ma solo come atto di cortesia e per ricordargli che la sua fede cristiana di tipo nestoriano era contraria all'ortodossia cattolica, dato che i seguaci di Nestorio vennero dichiarati eretici dal concilio di Efeso del 431.
La notorietà della leggenda fu straordinariamente accresciuta dalla diffusione in Europa di diverse copie di questa misteriosa lettera, probabilmente contraffatta, che divenne uno dei documenti più influenti del Medioevo. Copiata, tradotta e inviata da una corte all'altra, essa alimentò speranze e strategie politiche. Per secoli, nessuno dubitò della sua autenticità, e rifletteva l'immaginazione e la fantasia di cronisti, viaggiatori e persone comuni affascinate dai racconti sull'Oriente, mescolando influenze bibliche e mitologia classica.
Il documento-chiave è riconosciuto dalla storiografia come un chiaro falso storico, prodotto con buona probabilità dalla cancelleria di Federico Barbarossa. A smentire l'esistenza del Prete Gianni concorre anche il fatto che di lui parlano esclusivamente fonti occidentali, mentre nessuna fonte orientale ne fa menzione.
639- Il Prete Gianni, mitologico signore cristiano delle Indie [Pillole di Storia]
Il Regno del Prete Gianni: Ubicazioni Variabili
Quasi vent'anni dopo la diffusione della lettera, l'abate Ottone del monastero di San Biagio nella Foresta Nera riferì che, durante il suo viaggio a seguito della Seconda Crociata, parlò con un chierico siriano che aveva conosciuto un regno cristiano, ricchissimo e potentissimo, che aveva riconquistato la famosa città di Ecbatana contro i Turchi. Secondo alcune ricostruzioni storiche, una delle vittorie attribuite da Ottone di Frisinga al Prete Gianni contro i musulmani potrebbe essere la battaglia di Qatwan, combattuta nel 1141 vicino a Samarcanda, in cui la potente dinastia turca dei Selgiuchidi fu sconfitta dalla dinastia mongola dei Kara Khitay, guidati dal re Yelü Dashi. I Khitay erano buddisti, non cristiani, ma la presenza di un'estesa comunità nestoriana potrebbe aver favorito la diffusione della leggenda del Prete Gianni.
Marco Polo, l'autore del Milione, scrisse di un grande re, chiamato Gianni, il quale comandava un esercito sterminato e un regno pressoché infinito. Questo re, dopo aver regnato sui Tartari, venne sconfitto da Gengis Khan, che così poté liberare il suo popolo dal giogo del Prete Gianni.
Nel XIV secolo, un viaggiatore inglese di nome John Mandeville dichiarò di aver visitato il regno del Prete Gianni, lasciando intendere che la reale ubicazione di questo regno favoloso fosse in Africa, e più precisamente presso i Negus d'Etiopia. Nel secolo successivo, il re portoghese Giovanni II mandò ambasciatori prima in Egitto e poi in Abissinia, dove stando alle ultime novità si trovava il regno del Prete Gianni. Quando finalmente gli ambasciatori portoghesi giunsero in Etiopia, trovarono un grande regno, ma non il famoso presbitero che si aspettavano. Per quanto i Negus respingessero questo titolo, i portoghesi continuarono per molto tempo a chiamare l'Etiopia "la terra del Prete Gianni". I primi europei a mettersi in contatto con l'Impero etiope e a considerare quei sovrani i discendenti del Prete Gianni furono i diplomatici e gli esploratori portoghesi, tra cui Pero da Covilhã, il primo a giungere alla corte d'Etiopia nel 1493.
Man mano che i viaggiatori europei si allontanavano dall'Occidente, il Prete Gianni recedeva verso lontananze sempre più mitiche: dagli Urali alla Persia e all'India, dalla Mongolia alla Cina, all'Indocina e alla Manciuria. Ciò che restava fissa era la strabiliante ricchezza del Prete e la sua volontà di accostarsi alla dottrina di Roma. Sebbene l'Etiopia sia stata indicata per molti anni come il luogo di origine della leggenda, la maggior parte degli studiosi moderni ritiene che, come successo per altre ipotesi che nel corso dei secoli avevano collocato il regno in Asia centrale, la leggenda sia stata in realtà introdotta nel continente dagli europei e adattata a posteriori dai viaggiatori stessi.
Negli anni '20 del Novecento, un giornalista di un giornale cattolico americano propose come sede del regno del Prete Gianni il Tibet, e come Presbitero ovviamente il Dalai Lama. Altri studiosi, basandosi sull'opera di proselitismo compiuta dai nestoriani dell'India, cercarono di localizzare la terra del Prete Gianni nelle remote regioni della Cina e del Siam, dove per molti secoli venne praticata questa particolare ed eretica forma di cristianesimo. Il missionario più importante di questi fu probabilmente il siriano Alopen, che nel VII secolo si spinse fino in Cina a predicare, ottenendo dall'imperatore cinese il permesso di costruire chiese e monasteri e di tradurre i testi sacri in mandarino. Gli ultimi studiosi che hanno cercato di capire chi fosse il Prete Gianni hanno trovato una strana similitudine con la tribù cinese dei Kara Khitay, che formarono un impero molto esteso dopo aver sconfitto sia i Cinesi che i Tatari. Il fondatore dell'impero, Yeliutashi, era un cristiano nestoriano e quasi tutti i suoi sudditi erano cristiani.

Il Significato e l'Eredità della Leggenda
La leggenda del Prete Gianni serviva a tutta la comunità cristiana, che tanto si sentiva minacciata dall'avvento delle milizie islamiche. La speranza che anche in terre lontane, selvagge ed inesplorate ci fossero dei fedeli cristiani, guidati da un re che era anche un sacerdote, serviva a rendere meno angosciante l'attesa di queste orde musulmane. La famosa lettera, con cui per la prima volta si conobbe la figura del Prete Gianni, recava la notizia di una vittoria del Presbitero contro i Turchi e contro Gengis Khan. Questo serviva anche a rincuorare i cristiani: se c'era riuscito un re sacerdote di una terra sperduta in Oriente, che verosimilmente aveva affrontato eserciti di mostri e guerrieri subumani, allora potevano sconfiggerli anche gli europei, che vivevano nel mondo civile governato da Dio e dalle leggi.
La leggenda del Prete Gianni generò una curiosità estesa e duratura fino all'epoca delle grandi scoperte geografiche del XIV e XV secolo, fornendo un'ulteriore motivazione, sebbene secondaria, alle molte esplorazioni europee verso i vasti territori dell'Asia centrale. Nel XIX e XX secolo, la leggenda perse rapidamente credito, venendo bollata come una panzana. Tuttavia, altri studiosi, alla luce dei resoconti di viaggio degli antichi autori, continuarono a cercare l'ubicazione del regno o le ragioni della sua localizzazione.
Questa leggenda, che favoleggiava di un impero di cui per secoli non si trovarono riscontri concreti, lascia un'intrigante eredità letteraria, che ha coniugato molte leggende e poca storia. In un tempo in cui gli stessi viaggiatori come Marco Polo avevano immense difficoltà a cogliere la natura profonda dei contesti che visitavano o di cui sentivano parlare, si dovevano distinguere le vere storie dalle tante favole di cui l'uomo ha sempre avuto bisogno per rappresentare la migliore realizzazione dei propri desiderata, o per il gusto di ipotizzare eccelse bellezze per sublimare le proprie miserie, o per catturare il consenso dei sudditi o per emendare, in qualche modo, le cose inconfessabili o semplicemente irrealizzate del proprio presente.
In opere moderne come il romanzo "Baudolino" di Umberto Eco, la figura leggendaria del Prete Gianni e la stessa lettera apocrifa del 1165 vengono rievocate, mescolando elementi storici e di finzione per esplorare il fascino di questo mito millenario.