Lunedì 24 marzo 1980, verso le ore 18:25, mentre stava celebrando la messa, appena terminata l'omelia, l'arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, fu colpito al cuore da un colpo di arma da fuoco. Caricato su una vettura, morì poco dopo in ospedale. Si trattò dell'assassinio di una voce scomoda per le oligarchie politiche ed economiche che si definivano cattoliche e sostenevano di lottare per la difesa della civiltà cristiana contro il comunismo. L'arcivescovo venne dunque ucciso perché denunciava le ingiustizie e le violenze messe in atto dal potere politico, militare ed economico.
Il giorno prima, domenica 23 marzo, in un'omelia monsignor Romero aveva invitato i militari a disobbedire agli ordini che chiedevano loro di continuare nelle uccisioni e nelle violenze contro quanti reclamavano libertà e giustizia. Tale invito, espresso perentoriamente con le parole «Vi scongiuro, vi prego, vi ordino: cessi la repressione», probabilmente fu la goccia che fece traboccare il vaso e portò a mettere in atto il piano, pronto da tempo, per assassinare l'arcivescovo.

La Vita e la Conversione di Oscar Romero
Oscar Arnulfo Romero era nato il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, un villaggio agricolo della regione orientale del Salvador, ai confini con l'Honduras. Sua madre era contadina, suo padre telegrafista. Era il secondo di otto fratelli di una modesta famiglia. Una grave malattia colpì Oscar quando aveva cinque anni e gli provocò una temporanea paralisi agli arti.
Oscar Romero non era sempre stato l'uomo pericolosissimo che bisognava eliminare. Pericoloso lo era diventato a sessant'anni, età in cui di solito si lasciano i pericoli, se mai ve ne sono stati. Nella vita di Oscar Romero c'è un avvenimento fondamentale ed è la sua «conversione». «Monseñor» era sempre stato quello che si dice un «conservatore». Come sacerdote prima e come vescovo poi si era mostrato diffidente verso la «scelta dei poveri» fatta propria dalla chiesa latino-americana. Si voleva dare un colpo di freno alle spinte innovatrici della diocesi di San Salvador, la più importante del paese, dopo il progressista governo del vecchio arcivescovo Luis Chávez y Gonzàlez.
La sua carriera ecclesiastica aveva ottimi protettori e il 21 aprile 1970 il Nunzio gli notificò la nomina a vescovo. Di fronte alla tentazione del trionfalismo: vedere nel vescovato una seria responsabilità, un servizio per nulla facile, un lavoro alla presenza di Dio. Di fronte alla tentazione della pusillanimità: considerare l’episcopato di Dio un servizio e una guida per milioni di anime. Credeva davvero nella fede che predicava e nel compito che si era assunto. Dal ‘70 al ‘74 fu vescovo ausiliare di San Salvador accanto all'altro ausiliare, mons. Rivera Damas. Il rigido sacerdote diventato pastore fu costretto a sgelarsi, a indirizzare, a guidare.
Eppure, più che una repentina illuminazione essa si rivela il momento decisivo di un lungo, lento processo. La sua vita, segnata così straordinariamente dalla conversione davanti al corpo di padre Rutilio Grande rivela, in profondità, un rigoroso sviluppo di lontani germi di spiritualità. Con l'omelia per padre Rutilio Grande l'arcivescovo aprì un nuovo capitolo nella sua vita, ma anche un nuovo stile pastorale. Le omelie e la radio furono gli strumenti di questa pastorale cui si aggiunsero le numerose visite in tutta la diocesi.
L'Arcivescovo Romero e la Lotta per la Giustizia
Oscar Romero era stato un uomo della tradizione, un uomo che per oltre trent'anni della sua vita sacerdotale non aveva mostrato particolare interesse per i problemi politici e sociali. Ad un certo punto però, con la nomina ad arcivescovo di San Salvador e posto di fronte all'assassinio di alcuni suoi sacerdoti, rifacendosi ai documenti del Concilio, dell'assemblea dei vescovi latinoamericani di Medellín e di Paolo VI, comprese in modo sempre più chiaro e preciso che era suo dovere illuminare le realtà terrene con gli insegnamenti del Vangelo, interrogandosi sulle condizioni di vita del suo popolo e sulle violenze a cui era soggetto.
Soprattutto nei tre anni da arcivescovo, Oscar Romero ha sempre più chiaramente sentito il grido del proprio popolo, oppresso nei diritti fondamentali, e a questo popolo ha prestato la propria voce, indicandogli la strada della conversione e della nonviolenza per uscire dal dramma che stava vivendo. Si schierò così, decisamente, in difesa dei perseguitati e degli oppressi, convinto del fatto che i valori evangelici andassero incarnati e non solo affermati, che non bastasse raccogliere i moribondi e i sofferenti, ma che fosse anche necessario denunciare le situazioni di violenza strutturale e istituzionalizzata, indicare in modo preciso le responsabilità dei sequestri, dei soprusi e dei massacri.
L’arcivescovado diventò il luogo di incontro delle parti interessate al dialogo e alla collaborazione. E protestava con il presidente americano Carter che continuava a sostenere l’esercito e quindi ad alimentare la repressione. Carter sembrò comprenderlo e appoggiò un colpo di stato che il 15 ottobre 1979 rovesciò, senza sparare, la vecchia giunta militare. I giovani colonnelli che si erano impadroniti del potere annunciarono riforme politiche ed economiche e la costituzione di un governo coi civili. L’arcivescovo appoggiò pubblicamente il nuovo governo che invece fu subito violentemente contrastato dalla guerriglia di sinistra.
L'ora del martirio - La morte di Oscar Romero
Romero chiedeva però che fosse riconosciuta la legittimità delle Organizzazioni Popolari, braccio politico della sinistra, perché senza un loro concorso nel governo questo non avrebbe avuto una sufficiente base popolare. La sua predicazione puramente politica non rappresenta la Chiesa, ma era contrario a qualunque tipo di totalitarismo e di autoritarismo politico.
L'Assassinio e l'Eredità di Monsignor Romero
L'Ospedale della Divina Provvidenza di San Salvador, gestito dalle missionarie carmelitane di Santa Teresa, ospita un centinaio di malati di cancro, tutti poveri. «Monsenor», come lo chiamano, mangia con le suore e al mattino presto celebra per loro e le infermiere la messa. Quel giorno la messa era stata spostata alla sera, alle 18. Era una messa in memoria della madre di un amico di Romero, Sorge Pinto, direttore del settimanale «El Indipendiente» e ne era stato dato annuncio anche sui giornali. Vi assistono i familiari e i parenti della defunta, alcune suore ed infermiere, qualche malato. C’è anche un giornalista.
È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Il celebrante sa, e con lui tutti i presenti, quale tremendo significato assumano in quel momento quelle parole. Romero si era fatto così molti e potenti nemici. Il giorno prima di quella fatidica messa per Dona Santa, domenica 23 marzo, aveva pronunciato in cattedrale un’altra, memorabile omelia. Era un uomo che aveva paura quello che invitava i soldati all’obiezione di coscienza? E adesso, nella chiesetta dell’ospedale, mentre celebra in memoria di Dona Santa, sa che quell’antica Parola che sta commentando si riferisce a lui. Da ecclesiastico consumato e da spiritualista rigoroso qual è sa che dietro un’eroica scelta ci può essere accanto all’angelo del coraggio il demone della superbia.
«Ho paura della violenza contro la mia persona. Sono stato avvertito di serie minacce… Temo per la debolezza della mia carne, ma chiedo al Signore di darmi serenità e perseveranza. Che questo corpo immolato, che questo sangue sacrificato per gli uomini siano alimento per noi, affinché anche noi offriamo il nostro corpo alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per noi stessi, ma per dare segni di giustizia e pace al nostro popolo.»
Il vescovo Romero, colpito a morte da un sicario mentre celebra la messa, cade ai piedi del crocifisso. La macchina fotografica del giornalista presente fissa per sempre la tragica scena: il vescovo morente ai piedi dell’altare, il volto insanguinato; le suore angosciate, piegate su di lui. Monsignor Romero riverso a terra, morente, tra la disperazione delle suore dell’ospedale che assistevano alla messa.

Solo nei mesi che precedettero la morte Romero raggiunse una completa serenità interiore e quell’equilibrio che aveva sempre cercato. Pochi giorni prima di essere ucciso scrive: “Temo i rischi a cui sono esposto. Mi costa accettare una morte violenta che in queste circostanze è molto possibile; (...) Le circostanze sconosciute si vivranno con la grazia di Dio”.
A 35 anni di distanza dalla sua morte, il 23 maggio 2015 Oscar Romero è stato beatificato a San Salvador alla presenza di una folla immensa, e il 14 ottobre 2018 a Roma è stato canonizzato insieme al nostro papa Paolo VI. Ora anche per la Chiesa cattolica è «San Romero de las Americas». È il primo salvadoregno a essere elevato agli onori degli altari; il primo martire arcivescovo d'America, il primo a essere dichiarato martire dopo il Concilio Vaticano II; il primo santo nativo dell'America centrale.
Il Contesto Storico e Politico
Ottantamila morti e quarantamila «scomparsi» in Guatemala prima del recente avvento della democrazia; lunghissima e spietata dittatura in Nicaragua prima della sanguinosa guerra civile e la conquista del potere da parte della sinistra; militari al potere in Honduras. La progressiva emarginazione degli interessi europei (“L’America agli americani”) spinge gli Stati Uniti, diventati potenza mondiale dopo la guerra ‘14 -‘18, a porre anche una crescente ed energica tutela politica su tutta l’America Latina e quindi anche sul piccolo Salvador.
Erano gli anni della guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: la dottrina politica americana dell’epoca vedeva nel Sudamerica il cosiddetto “giardino di casa”, un’area saldamente all’interno della sua sfera di influenza dove non era possibile tollerare dei regimi ostili - cioè comunisti. Quasi ovunque la gerarchia ecclesiastica si schierò a fianco di questi regimi in nome della lotta al marxismo e in certi casi, come in Argentina, gran parte dei vertici cattolici appoggiarono pubblicamente i dittatori e le cosiddette giunte militari.
La Teologia della Liberazione predicava una Chiesa vicina ai più poveri e, nella sua versione più estrema, una vera e propria aderenza all’analisi della società fatta dal marxismo. Altri sacerdoti arrivarono a predicare il rifiuto della comunione per i ricchi, mentre altri ancora parteciparono attivamente ai movimenti rivoluzionari di ispirazione socialista o comunista che sorgevano un po’ ovunque nel continente - in particolare molti sacerdoti parteciparono alla guerriglia sandinista in Nicaragua. Romero all’epoca era considerato un conservatore molto distante dalla Teologia della Liberazione.
Nel 1979, 14 mila abitanti della capitale erano stati uccisi o erano spariti nel nulla. E per poter capire se fossero ancora vivi o nascosti chissà dove, Romero aveva aperto un ufficio legale nel cortile del vescovado. Si calcola che, tra gennaio e marzo del 1980, furono assassinati più di 900 civili da parte delle forze di sicurezza, delle unità armate o da gruppi paramilitari sotto controllo militare.
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