La spirale di violenza e povertà che attanaglia Haiti, rendendolo uno dei Paesi più pericolosi del mondo, ha inghiottito nuovamente uomini, donne e bambini, inclusi numerosi missionari. Questi eventi drammatici evidenziano una profonda crisi umanitaria e una totale insicurezza che affliggono la nazione caraibica.
Il Rapimento del Gruppo di 17 Missionari a Port-au-Prince

La gioia di diciassette missionari protestanti si è interrotta bruscamente otto giorni fa, alla periferia nord di Port-au-Prince. Le automobili con le quali stavano percorrendo le strade dissestate e polverose della capitale haitiana sono state fermate da una banda di uomini armati. È in quel preciso istante che il gruppo ha assunto il drammatico ruolo di vittime da salvare al più presto, perdendo il loro ruolo di punto di riferimento e aiuto per una popolazione stremata dalla fame e dalle violenze.
Quegli uomini e quelle donne, provenienti da una comunità mennonita degli Stati Uniti, erano impegnati nella costruzione di una casa d’accoglienza per bambini poveri e orfani: non un progetto di poco conto per Haiti. Secondo quanto riportato da Christian Aid Ministries, un gruppo religioso con sede in Ohio che da anni aiuta migliaia di bambini haitiani, il gruppo stava rientrando dal sito dove è in costruzione un orfanotrofio ed era diretto all’aeroporto Toussaint Louverture di Port-au-Prince. L’ispettore di polizia Frantz Champagne ha dichiarato che i missionari sarebbero stati rapiti lungo il percorso verso l’aeroporto.
Le 17 persone, rapite un sabato a Ganthier, Haiti, includono sette donne, cinque uomini e cinque bambini, e si trovavano ad Haiti per una missione umanitaria. Secondo Gédéon Jean, direttore del Centro per l’analisi e la ricerca sui diritti umani di Port-au-Prince, 16 sarebbero di nazionalità americana e una canadese. Nel gruppo missionario sono presenti anche donne, ragazzi e un bambino di otto mesi.
I rapitori sarebbero membri del gruppo armato 400 Mawozo, noto per diversi crimini commessi nella regione, che da mesi imperversa nella zona tra Port-au-Prince e il confine con la Repubblica Dominicana con furti e sequestri. Il capo dei rapitori ha avanzato un’esorbitante richiesta di riscatto: un milione di dollari per ogni ostaggio.
Il Ruolo del Riscatto e l'Appello del Vescovo Dumas
Se si vuole trovare la spiegazione a un atto così crudele, bisogna forse soffermarsi proprio sul particolare dei soldi. Ne è fermamente convinto il vescovo di Anse-à-Veau at Miragoâne, Pierre-André Dumas. Il presule non sa se dietro il rapimento si nasconda anche una motivazione politica, ma è certo che sia figlio della mancanza di cibo e medicine e di una instabilità istituzionale che genera totale insicurezza.
Per questo, il vescovo non esita a chiedere alle nazioni occidentali un intervento immediato: «I Paesi che si dicono amici di Haiti devono dare prova di vera vicinanza aiutandoci a superare i nostri momenti tragici di difficoltà. È terribile vedere che alcuni cittadini di una nazione come la nostra, nata contro la schiavitù, possano, ora, rendere schiavi gli altri». Il più grande desiderio di monsignor Dumas è quello di vedere tornare in libertà il gruppo missionario protestante con il quale, assicura, «noi cattolici abbiamo stabilito una collaborazione intensa, proficua e costante».
Da giorni, il vescovo grida senza sosta il suo appello ai rapitori, chiedendo loro di pentirsi «perché, un giorno, dovranno fare i conti con il giudizio di Dio». In nome della difesa della vita - ripete più volte - «chiedo di liberare immediatamente queste persone perché con la vita umana non è permesso alcun tipo di commercio».
Sulle tracce dei sequestrati non ci sono solo le forze dell’ordine, ma anche la stessa diocesi di Anse-à-Veau at Miragoâne. Ad affiancare gli investigatori, infatti, è stato nominato un sacerdote che dovrà fare il possibile per aiutare gli inquirenti a trovare una soluzione pacifica alla vicenda: «Con molta discrezione questo mio delegato - rivela Dumas - sta cercando di entrare in contatto con la banda criminale, ma finora non abbiamo ricevuto alcuna notizia. Certamente non perdiamo la speranza».
La Crisi di Haiti: Dati, Violenza e Instabilità
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Haiti è messa in ginocchio da una crisi economica e sociopolitica senza precedenti - che sta facendo scarseggiare i beni di prima necessità - e ancora dolorante per le ferite del devastante terremoto dell’agosto scorso. La situazione tragica si innesta su una condizione di indigenza pesantissima in cui già versava la popolazione: il 25% degli 11 milioni di abitanti vive con meno di due dollari al giorno e il 53% della popolazione soffre per gravi forme di denutrizione e malnutrizione.
Il rapimento dei giorni scorsi sembra confermare la necessità di un intervento tempestivo. Secondo l’Ufficio Integrato delle Nazioni Unite ad Haiti (BINUH), sarebbero oltre 300 i casi di rapimento a scopo di riscatto solo nei primi otto mesi del 2021, in aumento rispetto ai 234 casi di tutto il 2020. I dati diffusi dall’Unicef in merito alle donne e ai bambini sequestrati nel 2021, nei primi otto mesi dell’anno, fanno rabbrividire: sono stati cento. Quanti missionari, in questi ultimi anni, siano stati rapiti o uccisi ad Haiti nessuno lo sa, non esistendo statistiche ufficiali.
«I disordini politici, l’aumento della violenza delle bande, il deterioramento delle condizioni socioeconomiche, tra cui l’insicurezza alimentare e la malnutrizione, contribuiscono tutti al peggioramento della situazione umanitaria», si legge in una nota del BINUH. Da mesi, bande armate come quella che ha rapito il gruppo, devastano con furti e rapimenti l’area tra Port-au-Prince e il confine con la Repubblica Dominicana.
Ulteriori Episodi di Violenza e Rapimenti
L’ultimo gravissimo episodio è accaduto domenica 3 agosto presso l’orfanotrofio Sainte-Hélène de Kenscoff, a sud-est della città. Un commando armato ha assaltato la struttura, sequestrando la missionaria irlandese Gena Heraty, sette operatori e un bambino disabile di tre anni. Nove persone sono state rapite da un gruppo armato che la notte del 4 agosto ha fatto irruzione nell'orfanotrofio, tra loro Gena Heraty, che da oltre 30 anni opera con l’organizzazione “Nos Petits Frères et Sœurs”, sette operatori haitiani e un bambino di tre anni con disabilità. Gli assalitori, secondo quanto riportano fonti locali, hanno sfondato un muro di recinzione e sono entrati nell’edificio senza sparare colpi. Subito dopo l'irruzione, hanno costretto, sotto minaccia, gli ostaggi a lasciare la struttura a piedi. La polizia, intervenuta solo dopo l’allarme lanciato dal personale rimasto nella struttura, ha avviato ricerche nell’area, ma finora senza risultati. Al momento, non ci sono state né rivendicazioni, né richieste di riscatto.
Il gruppo 400 Mawozo in aprile aveva rapito altre 10 persone, tra cui un prete e una suora francesi, sempre nella stessa zona. Questi eventi si inseriscono in un Paese segnato dal collasso istituzionale e dal dominio delle bande armate. Da allora il Paese è di fatto in mano a fazioni rivali che si contendono il controllo del territorio.
La Testimonianza dei Missionari Italiani

Maddalena Boschetti è tra i pochissimi missionari italiani rimasta ancora ad Haiti, dove vive da quasi 24 anni. Dal 2008 è a Mare-Rouge, nel comune di Môle Saint-Nicolas, nelle zone rurali del nord ovest, dove aiuta bambini malati, con disabilità e famiglie in situazione di vulnerabilità. «Conosciamo da anni le nove persone rapite. Sono carissimi amici perché anche noi ci occupiamo di bambini disabili. Haiti è in una situazione terribile, è un Paese allo sfascio e in caduta libera».
La capitale Port-au-Prince è completamente in mano alle bande armate, che non si fermano davanti a nulla e comandano con violenza e rapimenti. «È la prima volta che Papa Leone parla di Haiti - commenta al Sir Maddalena Boschetti, consacrata camilliana laica -. Come accadeva con Papa Francesco, che ci aveva nel cuore. La voce del Papa ci fa sentire conosciuti, non invisibili, capiti dalla nostra Chiesa. Solo il Papa ha il coraggio di togliere il velo su certe situazioni e dire la verità, mettendosi al fianco dei più sofferenti per non farli sentire soli».
La missionaria irlandese rapita il 3 agosto aveva già subito episodi di violenza nella stessa casa alcuni anni fa. Ora è stata prelevata insieme a un bimbo con disabilità e altri operatori. «La famiglia e le autorità stanno cercando di garantire il buon risultato delle trattative in corso - rivela Boschetti -. Ma tutti hanno chiesto di tacere sui media. Speriamo che il Signore dia loro forza per attraversare questi giorni».
Ad Haiti sono rimasti solo due missionari italiani, perché vivono in zone molto periferiche, nell’estremo nord ovest e sud ovest del Paese, dove è più difficile arrivare. Nonostante sia l’unica straniera, Maddalena è perfettamente integrata: vive con una famiglia haitiana, «in uno scambio di doni e cuori. C’è una meravigliosa relazione che testimonia integrazione tra haitiani e stranieri, rarissima nel Paese. Non mi vedono più come straniera. Le famiglie dei bambini disabili sono la comunità che il Signore mi ha donato e nella quale sto crescendo umanamente e nella fede».
«Lavoriamo per l’integrazione e l’inclusione dei disabili fisici e intellettivi attraverso la formazione professionale, l’educazione speciale, la fisioterapia - spiega -. Siamo vicini a tutte le fasce più vulnerabili perché la gente non ha mezzi per nutrirsi a sufficienza, andare in ospedale, mandare i figli a scuola». La missione è sostenuta dai padri camilliani italiani, specialmente quelli di Torino, per «essere un segno visibile di presenza e speranza». Soprattutto essere più capaci di gesti di solidarietà, perché sia un posto umano per vivere, a differenza di tutto il resto, dove regna una anarchia maligna».
«Il missionario - prosegue - è messo davanti alla sua vocazione ogni giorno. Nulla è facile, nulla è garantito. Non solo a causa della violenza ma anche della durezza della vita legata alle situazioni estreme che viviamo. Le persone chiedono di essere riconosciute come persone, perché si rischia di banalizzare la vita. C’è difficoltà a credere che questa solidarietà e bene sia possibile».
Scenario Politico e Intervento Internazionale
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Intanto la situazione politica promette una stabilità che sembra ancora un miraggio. Il governo haitiano ha annunciato un sabato scorso lo stato di emergenza di tre mesi nel centro del Paese a causa della recrudescenza delle violenze. La crisi nel Paese è il frutto di un lungo vuoto di potere seguito all’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021.
Dal 2024 la capitale Port-au-Prince è di fatto sotto il controllo delle bande armate, costringendo l’ex premier Ariel Henry a dimettersi e portando alla formazione di un Consiglio presidenziale di transizione, oggi guidato dal primo ministro ad interim Didier Fils-Aimé. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo ha accertato oltre 1.000 persone uccise tra ottobre 2024 e giugno 2025. Almeno 239.000 persone sono dovute sfollare a causa della violenza. Tra aprile e giugno 2025, un nuovo rapporto dell’ONU, reso noto il 2 agosto, fotografa una situazione definita «estremamente preoccupante» per i diritti umani ad Haiti: almeno 1.520 persone sono state uccise e 609 ferite. Gran parte delle vittime si concentra nella capitale Port-au-Prince, ma il documento segnala anche una crescita esponenziale della violenza nei dipartimenti del Centre e del Basso Artibonite.
«Gli attacchi continuano a provocare gravi violazioni dei diritti umani e ad aggravare una crisi umanitaria già di per sé estrema, causando spostamenti di popolazione di massa con conseguenze drammatiche, specialmente per donne e bambini», ha dichiarato Ulrika Richardson, rappresentante speciale per l’Ufficio integrato delle Nazioni Unite ad Haiti. Oltre ai morti e ai feriti, il rapporto documenta almeno 185 rapimenti e 628 casi di violenza sessuale, molti dei quali contro donne e minori, e denuncia episodi di schiavitù, tratta di esseri umani e sfruttamento sessuale. A fine giugno, gli sfollati interni erano oltre 1,3 milioni su una popolazione di circa 11 milioni di abitanti.
Il 7 febbraio 2026 ci saranno le elezioni e dallo scorso anno c’è un Consiglio presidenziale di transizione i cui membri, rappresentanti dei vari settori della società, ogni 5 mesi si alternano alla testa del governo provvisorio. L’attuale presidente Laurent Saint-Cyr è l’ultimo che farà il tentativo di stabilizzare il Paese prima delle elezioni. «Ma la situazione è 가서 solo degenerando - conclude la missionaria -. Quindi nessuno ha fiducia che nei prossimi mesi il Paese allo sfascio si trasformi. Le bande sono ancora più forti: non hanno preso solo la capitale ma anche il centro del Paese e non c’è nessun segnale di un possibile ritiro».
La polizia nazionale, numericamente e logisticamente insufficiente, fatica a garantire ordine e sicurezza. In questo scenario, le istituzioni sono sempre più marginali, e la popolazione vive sotto una minaccia costante di violenze, estorsioni e rapimenti.
Solo commenti di rito da parte delle autorità USA: un portavoce del governo degli Stati Uniti ha detto: “Il benessere e la sicurezza dei cittadini statunitensi all’estero è una delle massime priorità del Dipartimento di Stato”. Associazioni professionali e di imprenditori a Port-au-Prince avevano convocato uno sciopero a oltranza, a partire da un lunedì, per protestare contro il crescente clima di insicurezza. E molti haitiani, riporta il New York Times, vedrebbero di buon occhio un intervento militare americano, una strada che però il presidente Joe Biden non sembra voler percorrere. Il ministero della Giustizia haitiano e la polizia non hanno commentato il rapimento dei missionari. Tra coloro che hanno incontrato il capo della polizia di Haiti c’era Uzra Zeya, il sottosegretario di Stato americano per la sicurezza civile, la democrazia e i diritti umani. L’Unione europea e le autorità irlandesi stanno intrattenendo una trattativa top secret per la liberazione dei rapiti.
L'Impegno di Ai.Bi. ad Haiti

In questo pericoloso clima di incertezza e di insicurezza, Ai.Bi. (Associazione Amici dei Bambini) cerca di mantenere accesa la fiammella della speranza, prendendosi cura dei minori più fragili, soli ed abbandonati, al fine di garantire loro il diritto di crescere in una famiglia che li ami. Questo impegno è riconosciuto anche dall’IBSR (Istituto di benessere sociale e di ricerche) di Haiti, che ha confermato il rinnovo dell’autorizzazione di Ai.Bi.
Haiti è un territorio fragile e bellissimo, funestato da recenti cataclismi naturali che hanno acuito la già difficile situazione di povertà ed incertezza del Paese. Il sisma avvenuto solo pochi mesi fa, ha ucciso 2.200 persone e costretto circa 300.000 famiglie a dormire in strada. Una situazione tragica, che si innesta su una condizione di indigenza pesantissima in cui già versava la popolazione.
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