A partire dalla fine del Quattrocento e, soprattutto, dagli inizi del Cinquecento, per la prima volta dopo secoli, alcuni gruppi appartenenti a congregazioni religiose operanti nella Spagna dei Reyes Católicos (soprattutto Francescani, Domenicani e Agostiniani, ai quali nella seconda metà del Cinquecento si sarebbero aggiunti anche i Gesuiti) non si contentarono più di svolgere le loro specifiche attività nei luoghi di origine. Furono spinti da varie circostanze a guardare al di là dei loro confini, come se queste rendessero più impellente il comando di Cristo di annunciare il Vangelo (Marco 16, 15) ad un mondo che era d’improvviso cresciuto a dismisura ed era diventato più esteso e più popolato di quanto, prima di allora, non fosse stato possibile neanche immaginare.
Si trattava comunque di piccoli drappelli che si mescolarono a quell’inarrestabile flusso di uomini - marinai, soldati, artigiani, mercanti, cadetti e avventurieri, una varia umanità alla ricerca di fortuna - che veniva irresistibilmente attratto verso le nuove terre rese finalmente accessibili dalle recenti scoperte geografiche. Questo fenomeno, a partire dalla seconda metà dello stesso secolo e relativamente alle congregazioni religiose, fu percepito anche in tutte le regioni della cattolicità postridentina.

La Partecipazione della Sardegna all'Impresa Missionaria
In queste pagine si intende offrire una prima rapida informazione su come anche la Sardegna cristiana, e in qualche modo la sua stessa Chiesa, abbiano partecipato a quell’impresa. C’è da pensare che un missionario, Ferrario, non avesse tenuto per sé le sue aspirazioni: infatti, tra il 1568 e il 1575, l’anno precedente egli aveva lasciato l’isola diretto a Lisbona per andare proprio nelle Indie orientali. Altri 7 giovani Gesuiti dei collegi di Sassari e di Cagliari, e tra essi 2 sardi, avevano chiesto di essere inviati alla stessa destinazione.
Quale conoscenza si aveva in Sardegna dell’avanzata della Chiesa cattolica in quei territori? La posizione di Cagliari continuò incontestata durante la prima metà del Seicento e ancora in seguito: il 26 agosto 1624 Francisco Noco di Iglesias informava da Cagliari che nel collegio era stata letta una «relazione […] sugli avvenimenti del regno di Etiopia»; due anni dopo, Juan Antonio Atzori di Iglesias parlava delle «notizie tanto attese a proposito della conversione di molte differenti nazioni che nei giorni scorsi giunsero a questo collegio», notizie di non facile individuazione data la genericità dell’informazione. Questo non significava che a Sassari la comunità gesuitica fosse all’oscuro dell’attività dei confratelli delle Indias: nel 1625 Gavino Biquisao scriveva da questa città augurandosi che, dopo la partenza del p.
In un periodo in cui la salvezza della propria anima o, meglio, la certezza del proprio destino eterno era uno dei temi che maggiormente appassionavano e angosciavano le coscienze di gran parte dei cristiani, può sorprendere che il missionario Porcell avesse trovato tanto facilmente la soluzione: a sentir lui, la sicurezza dell’andata in India gli avrebbe dato la certezza della propria salvezza eterna.
Un altro elemento per spiegare il fenomeno delle domande e anche delle loro iterazioni sta nel fatto che tutta quell’operazione era fortemente incoraggiata dallo stesso generale, che non poteva fare a meno di presentare le missioni come opera primaria della Compagnia. Se poi si guarda al loro contenuto, numerosi sono i casi che sottolineano il suo ruolo nel mantenere desto, ma anche nel moderare l’ideale missionario tra i Gesuiti sardi.
La consistenza demografica della provincia sarda, sebbene la catastrofe del 1652 (con la marcia della peste fino a Cagliari nel 1656) la portò al suo punto più basso con 182 unità nel 1660, conobbe in seguito una ripresa sostenuta e costante: 202 nel 1685, 222 nel 1700, 253 nel 1717, 262 nel 1730, 304 nel 1758, 292 nel 1770, alla vigilia della soppressione.
Gli "Indipetae" Sardi: Desideri, Motivazioni e Ostacoli
Da un’analisi dei dati, appare chiaro che, sebbene la maggior parte degli indipetae (coloro che chiedevano di essere inviati in missione) non presentassero più di 1-2 volte la loro richiesta al preposito generale, alcuni ritornarono alla carica 8, 9 e persino 22 volte, come fece Giovanni Paolo Pinna di Paulilatino tra il 1628 e il 1637. Ne segue che da Sassari, Alghero, Iglesias e Cagliari provengono 40 indipetae sardi, il 54%; i restanti 34 provengono da 29 altri centri di solito molto piccoli, la metà con meno di 300 ‘fuochi’.
Fra i 12 indipetae dei primi 20 anni del primo blocco (tra il 1568 e il 1588), soltanto due erano sardi (Juan Garrucho di Tempio nel 1568, Francisco Noco di Aritzo nel 1573); gli altri 10 erano italiani (6), spagnoli (3) e 1 fiammingo. Solo a partire dal 1589, i Gesuiti sardi diventano largamente maggioritari sui restanti richiedenti del primo blocco: 23 su 29.
Il "Deseo" Missionario
Il termine più ricorrente nelle domande degli indipetae è quello di deseo (= desiderio): esso compare in quasi tutte le loro carte ed ha per oggetto quello di essere inviato nelle Indias o in una delle altre mete già menzionate. Erano più di 10 anni che si portava dentro questo deseo, scriveva nel 1632 l’algherese Juan Antonio Manquiano, ma non aveva insistito per non «dare fastidio» al generale; lo faceva ora che aveva terminato gli studi e la terza probazione; aveva persino fatto voto - con il permesso dello stesso preposito - di continuare a insistere fino a quando non fosse stato esaudito. A fare scattare il desiderio delle Indie poteva essere anche il desiderio di emulare l’esempio di un confratello che vi era stato destinato, come il sassarese Gaspare Cugia, destinato alle missioni del Nuevo Reyno dopo appena tre richieste: al suo caso si appellavano vari indipetae per essere esauditi altrettanto rapidamente. Un altro motivo era quello di seguire le orme dei primi martiri gesuiti, da Rodolfo Acquaviva in India, a Edmund Campion nell’Inghilterra elisabettiana, ai martiri del Giappone. Forse non era casuale il fatto che fosse proprio il viceprovinciale del 1634 ad incoraggiare Baquis Lado a fare domanda per le Indie, dopo che questi aveva da poco ascoltato nel noviziato di Cagliari la lettura della Relación de los santos mártires del Japón e poco dopo quella della vita di s. Francesco Saverio, che era ormai il modello di ogni Gesuita aspirante missionario.
La Salvezza delle Anime e la Perseveranza
Non è un caso che proprio il desiderio di collaborare alla “salvezza delle anime” fosse il motivo più ricorrente nella penna degli indipetae per giustificare la propria richiesta: per lo spagnolo Balthazar de Sylva «andare alle Indie» significava mettersi a disposizione di Cristo in modo che questi potesse disporre di lui «per aiutare quella gente, a cui nessuno offre il vero pane di vita: la dottrina cristiana»; vi si poteva leggere in filigrana un’allusione alla dichiarazione inappellabile del giorno del giudizio: «Avevo fame e mi avete dato - o, non mi avete dato - da mangiare». È forse anche per questo che oltre la metà degli indipetae non si limitò a fare la domanda una sola volta: essi erano convinti di non corrispondere ad una «vocazione tanto santa se la domanda non fosse stata presentata di nuovo […] e con maggiore insistenza», come scriveva Francisco Noco di Iglesias, alla sua quarta richiesta. Il già noto Manquiano non era il solo che, col permesso del generale, si era impegnato con un voto specifico a non porre alcun ostacolo alla partenza, ma a «servirsi di tutti i mezzi possibili per riuscire ad essere mandato dove c’è da faticare di più: è così forte la spinta interiore che sento in questa direzione che avrei scrupolo se non facessi questo voto». Faceva quasi tenerezza Antiogo Pira di Fonni quando, scrivendo per la settima volta, lamentava che, continuando così, «tutta la mia vita sarà fatta solo di deseos, senza mai riuscire a realizzarli»; nonostante le tante richieste egli temeva di restare «solo con desideri e in tal modo sarò soltanto un indiano de burlas y no de veras». Nonostante queste delusioni, avrebbe insistito ancora almeno un’altra volta.
Infine, Juan Pablo Pinna, alla sua undecima richiesta nel marzo del 1634 assicurava - mezza promessa mezza minaccia - che avrebbe continuato a chiedere le Indie «fino alla morte» o fino a quando non avesse colto «un indizio della volontà contraria» del generale. C’è da pensare che questo indicio non ci fu in alcuna delle lettere che Vitelleschi continuò a inviargli in risposta alle sue altre 11 richieste spedite da Cagliari fino al 15 agosto 1637: egli avrebbe quasi sicuramente continuato a chiedere ancora per un bel po’ se la morte non l’avesse bloccato. Dev’essere infatti proprio lui il «pater Ioannes Paulus Pinna», deceduto ad Alghero il 31 agosto 1638; non c’erano altri omonimi nel catalogo del 1636 e il suo nome non compare più in quello del 1639.
Ostacoli e Il Ruolo del Generale
La lunga attesa che precedeva il sospirato consenso del generale non era l’unica difficoltà da superare; vi erano altri impedimenti che potevano vanificare gli accesi desideri dell’indipeta: persino partenze già decise erano state bloccate. Per neutralizzare questo genere di difficoltà, gli indipetae ricorrevano a due tipi di argomenti. Il primo consisteva nel ricordare al generale che spettava a lui, soltanto a lui prendere la decisione e non al provinciale o a qualsiasi altro superiore locale: il precedente del p. Gaspar Cugia, per la cui partenza le autorità della provincia avevano mostrato una fortissima opposizione, ma che erano state zittite dall’energica decisione di Vitelleschi, doveva essere un gradito ricordo per gli aspiranti missionari, se vari di loro ne facevano menzione nelle loro lettere al generale.
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Partenze Effettive e Destinazioni dei Missionari Sardi
È tempo quindi che si lasci finalmente il discorso fino ad ora quasi sempre riservato agli indipetae, per dire qualcosa su coloro che dalla Sardegna partirono effettivamente verso quei popoli e quelle culture. In questa sede, ci si limiterà ad esporre soltanto alcune dimensioni del fenomeno: quanti e quali furono i partenti e quali le loro rispettive destinazioni. A fronte di 166 domande presentate negli anni 1621-1643, si contano soltanto 48 indipetae; ora, se si tiene conto della sicura perdita di non poche domande anche durante gli anni appena citati e del fatto che durante 3 anni (1635-1637) si sono conservate solo iterazioni ma non domande di nuovi indipetae, è possibile che questi fossero leggermente più numerosi, forse poco più di una cinquantina.
Tornando alle richieste formulate dai Gesuiti viventi in Sardegna per essere mandati in missione, i sardi sembrano inizialmente piuttosto restii, anche se tra i primissimi si trova Giovanni Garrucho di Tempio che fa domanda fin dal 1568, insieme con Ferrario del quale però conosciamo i desideri missionari fin da quando stava a Napoli. Le cose, invece, cambiarono col decennio seguente. Forse già durante quei decenni la provincia gesuitica sarda aveva incominciato ad elaborare un suo programma per partecipare al meglio delle sue forze alla diffusione del Vangelo di Cristo in tutto il mondo. A dire il vero non si conoscono documenti specifici che parlino di un programma predisposto dalla provincia sarda su come destinare i propri aspiranti missionari verso l’uno o l’altro territorio dell’impero spagnolo (va anche detto che, se ci fu, non poteva essere realizzato senza il consenso del preposito generale); viene tuttavia da pensare che con l’andare del tempo questo programma sia emerso in qualche modo dai fatti e si faccia sempre più preciso.
Si prendano ad esempio i primi 50 anni, dal 1615 al 1665, periodo durante il quale i Gesuiti sardi partiti in missione furono soltanto 23. Come si è già visto, la preferenza per la provincia delle Filippine risulta confermata con 12 presenze; incominciano però anche ad emergere quella del Paraguay (comprendeva anche l’attuale Argentina e l’Uruguay) con 4 presenze (tra il 1622 e il 1663) e quella del Messico (5, tutte nel 1647); appena abbozzate, rispettivamente con una sola presenza, le destinazioni alla provincia del Quito (attuale Ecuador) e verso il Nuevo Reyno de Granada (che copriva i territori delle attuali Colombia e Venezuela).
Da un confronto sinottico delle partenze dei missionari e della loro ripartizione nelle varie province, inoltre, sembra venire a galla un altro elemento che rende plausibile l’ipotesi che esistesse davvero un programma preordinato già a livello della provincia sarda.
Logistica e Rotte Missionarie
Ovviamente, tra gli accordi rientrava anche il divieto per le navi spagnole di navigare nelle acque portoghesi e, viceversa, per le portoghesi di addentrarsi in quelle spagnole. Un divieto non sempre rispettato tra il 1580 e il 1640, quando il re di Spagna fu anche re del Portogallo: in questo periodo poteva capitare che i Gesuiti sardi destinati alle Filippine (furono complessivamente 27), invece che partire da Siviglia, si imbarcassero da Lisbona con la flotta portoghese diretta verso oriente: dopo aver circumnavigato l’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza, toccavano successivamente l’India, la Malacca e il Borneo per giungere finalmente alle Filippine.
L'Amministrazione Ecclesiastica delle Nuove Terre
Non meno importante era il modo con cui, fin dall’inizio, venne realizzata la cristianizzazione delle nuove terre e il loro inserimento nell’organizzazione ecclesiastica cattolico-romana. Tanto il Portogallo quanto la Spagna non si erano limitate a scegliere il papato come arbitro per la delimitazione delle loro rispettive zone d’influenza, ma ne avevano ottenuto tutta una serie di privilegi per cui i rispettivi sovrani avevano finito per diventare veri e propri vicari del papa nella gestione delle nuove Chiese (ne erano stati dichiarati patroni, di fatto ne divennero veri e propri padroni): al papa non restava altro che approvare l’erezione di quelle di nuova costituzione e conferire la nomina canonica agli ecclesiastici presentati dal sovrano sia dopo il primo impianto di quelle stesse Chiese, sia quando queste fossero diventate vacanti.
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