Memorie del Presbiterio: Un Romanzo Scapigliato tra Innovazione e Incompiutezza

Per poter davvero essere contemporanei, affermava Friedrich Nietzsche, non bisogna essere aderenti in maniera chirurgica al proprio tempo, inteso come somma silloge di mode, usi, costumi e tendenze socio-culturali. Si deve, piuttosto, essere un poco sconnessi. Quel “grado di separazione”, in avanti o all’indietro, sarà la vera cifra della propria certificata contemporaneità. L’operazione è quanto mai ardua, ma anche nei tentativi falliti o abortiti è insita la visionaria grandezza del tempo che si fa. Nelle Memorie del Presbiterio, uscite a puntate sulla rivista milanese Il Pungolo nel 1877, realizzate da Emilio Praga, pittore e scrittore scapigliato, c’è il germe della visionaria grandezza di volersi fare interprete del proprio tempo e del proprio mondo.

Emilio Praga: L'Autore Visionario e la Nascita di un Nuovo Romanzo

L'autore non riuscì pienamente nel suo intento per una serie di cause che vanno dalla propria condizione di bohèmien di provincia, e quindi inabile al concludere in modo fattivo qualsiasi cosa, ad un ambiente culturale, le Lettere italiane della seconda metà dell’Ottocento, rigorosamente abbarbicato in stilemi sorpassati e poco aduso alle novità. Le Memorie del Presbiterio sono la volontà di un autore scapigliato di fondare un nuovo tipo di romanzo, che prende le mosse abiurando la lezione manzoniana (più apparentemente che nella realtà) per costruire un racconto che nasce dalle sensazioni e dalle impressioni di un “viaggiatore del mondo”.

Biografia di Emilio Praga

Emilio Praga (Gorla, Milano, 1839 - Milano 1875) fu uno scrittore italiano. Nato da famiglia agiata, in gioventù viaggiò a lungo per l’Europa, fermandosi soprattutto a Parigi. Di tali viaggi lasciò un resoconto in forma di diario in Schizzi a penna (1865). Cominciò ad affermarsi precocemente, sia come pittore, sia come poeta, con opere quali Tavolozza (1862), Penombre (1864) e Fiabe e leggende (1867); postumo uscì il volume Trasparenze (1878). Morto il padre e dissestatasi l’azienda familiare, non seppe adattarsi a un lavoro regolare e si diede all’alcool e a una vita disordinata; morì in miseria appena trentaseienne. Tra le sue opere in prosa la più notevole è il romanzo Le memorie del presbiterio, rimasto incompiuto.

Ritratto di Emilio Praga, scrittore scapigliato

La Trama e i Personaggi del Villaggio di Sulzena

Il romanzo descrive il viaggio del protagonista, un giovane pittore attraverso un paesaggio montano da riprodurre sulla tela. Il viaggiatore del mondo scopre, fra le Alpi Pennine, il villaggio di Sulzena, quattro case abbarbicate fra la solitudine del mondo. La descrizione avviene per successivi disvelamenti, che rendono progressivamente più chiara la vicenda, la quale invece nelle battute iniziali viene presentata come oscura e ingarbugliata.

Il viaggiatore, evidente e chiara proiezione dello stesso Praga ma di cui non sapremo mai il nome, crede sulle prime di trovarsi in mezzo ad un paese popolato di “santi”. Fa la conoscenza del curato, il presbitero Luigi, uomo dalla grande fermezza morale, dotato di bonomia e ospitalità. Dal curato si dipana un mondo semplice, in cui il “campanile” è la pars construens, con il contadino Baccio che si occupa della fontana della piazza e la puerpera Mansueta, vero nomen omen alla maniera degli antichi, che tiene in ordine la locanda del curato.

Dall’altra ecco la pars destruens, il municipio impersonato dal tracotante sindaco Deboni e il viscido Don Sebastiano, curato dei paesi vicini, a evidenziare il conflitto mai risolto fra fede e potere. In mezzo a questi schieramenti sta il farmacista Bazzetta, strano individuo che sa tutto di tutti, che odia tutto e tutti e che non ha altro interesse se non quello del proprio tornaconto personale. Successivamente fa la sua apparizione il giovane studente di seminario, Aminta, bel nome che risuona della memoria del Tasso, virgulto gentile e a modo, schiacciato da una sorta “di patria potestà” che il sindaco pare esercitare su di lui.

Le vicende di questi personaggi, nel prosieguo della narrazione, si intrecciano e si saldano progressivamente facendoci riscontrare come in un paese che veniva appellato “novella Tebaide” per significare la purezza di spirito dei suoi abitanti, si annidino, neppure troppo nascostamente, i più torbidi segreti. Su tutto aleggia un mistero insoluto che lega come un marchio ancestrale tutti i personaggi, incarnato da un personaggio deceduto, ma comunque sempre presente nei pensieri di tutti.

Illustrazione di un borgo montano isolato, ispirato a Sulzena

L'Incompiutezza di Praga e il Ruolo di Roberto Sacchetti

Perché si parlava di tentativo fallito? Perché Emilio Praga non portò a compimento il libro; l’autore aveva le idee abbastanza chiare su come dovesse sciogliersi nel finale, ma egli, forse affogato nelle nebbie dell’alcool, non ebbe la forza, la voglia o la possibilità di finirlo. Il compito lo svolse il torinese Roberto Sacchetti.

Chi era Roberto Sacchetti?

Roberto Sacchetti (Montechiaro d’Asti 1847 - Roma 1881) fu uno scrittore italiano. Volontario garibaldino nel 1866, visse per qualche tempo a Milano, divenendo amico degli scrittori scapigliati. Esordì col romanzo Cesare Mariani (1876), cui seguirono due raccolte di novelle (Tenda e castello - Cascina e castello, 1878; Candaule, 1879) caratterizzate da atmosfere morbose e psicologie ambigue; ma la sua prova più convincente è il romanzo Entusiasmi (postumo, 1881), ambientato nella Milano delle cinque giornate. Inoltre, egli completò e pubblicò l’incompiuto romanzo di E. Praga.

Egli termina il romanzo discostandosi piuttosto evidentemente dallo stile di Praga, rendendo il tutto più netto e meno sfumato, ma lasciando intatta la forza delle sorprese narrative introdotte a suo tempo dall’autore.

Struttura Narrativa e Poetica di Praga

Memorie del Presbiterio prende forma lentamente, attraverso alcuni momenti topici, segnati con la dicitura “Storia del Sindaco”; in questi punti viene descritta, compiendo una deviazione dal solco cronologico dell’opera con ricchi flashback, la storia per filo e per segno del personaggio preso in disamina. La cosa notevole, per capire la finezza di questo ingranaggio letterario, è che noi non veniamo mai a sapere più di quanto sa il viaggiatore; questo permette di identificarsi appieno in questo narratore che sfugge dal ruolo per il fatto di essere al contempo dentro e fuori dal racconto: è dentro perché impersona un personaggio sulla “scena”, ma è anche fuori perché questo personaggio non ha quasi peso ai fini della vicenda, è una specie di concretarsi della coscienza critica dei reali protagonisti della storia, che si vedono agire di fronte a punti di rottura di quella falsa stasi rappresentata dal paesino da cartolina.

La Poetica del Torrente Strona

Il protagonista-narratore è immediatamente identificabile con lo stesso Praga: si chiama Emilio ed è un giovane pittore. Il motivo autobiografico non rimanda alla vicenda, ma alla raffigurazione del protagonista, alle caratteristiche dell’autore storico. Durante la narrazione, più volte Emilio offre una dichiarazione di poetica, svelando così l’originalità dell’opera e il personale rapporto con l’arte e la letteratura. L’enunciazione della propria poetica si ha, in chiave analogico-simbolica, nella raffigurazione del torrente Strona. Lo Strona è descritto come realista e indocile alla moralità, ha un andamento tutt’altro che rettilineo e dunque lontano dalla norma, né è utile: «il monello fa l’arte per l’arte». Lo Strona scorre così come Praga intende scrivere il suo romanzo. È un torrente-romanzo, dichiaratamente ribelle: realista, indocile e dunque distante dai canoni della tradizione manzoniana, dalla morale comune, dal costume del tempo, dal suo essere “funzionale” ad una ideologia. L’unica morale di Praga è dunque quella dell’arte. Ne consegue l’atteggiamento d’insensibilità dell’autore verso il pubblico e il suo gioire dei giovanili insuccessi, dell’incomunicabilità della propria arte propria della sua immagine “scapigliata”.

Letteratura Italiana dell'800 - La Scapigliatura e Preludio di E. Praga

La Provincia e i suoi Mostri

Praga, un uomo sostanzialmente venuto dalla Provincia ma che risiedé a Parigi negli eroici tempi di Hugo e Baudelaire, ci dona un grande insegnamento, condotto attraverso il seducente filtro di una prosa sghemba e dettata dalle impressioni più che dall’aderenza letteraria: la provincia nasconde mostri neppure paragonabili a quelli presenti in città. La città per il suo ruolo di collante popolare moderno pone tutto sotto la luce della trasparenza, si sa tutto all’interno delle metropoli. È in provincia che gli orrori si consumano in famiglia e solo a fatica vengono fuori. Le mille tragedie che non si sapranno mai, se non per averle origliate o per un vicino spione, che avvengono nelle case della provincia sono segno tangibile dell’orrore di questo mondo.

La struttura del romanzo si compie a strappi, è nervosa e scorbutica come lo potrebbe essere un giovane artista come era Emilio Praga. Sembra quasi che non abbia il tempo di soffermarsi per cesellare meglio la sua opera, che la lasci quasi barbaricamente incompiuta per dare più forte il suo segnale di alterità rispetto alle mode letterarie. Ma è anche nostalgicamente ancorato all’amor fou dei feuilleton che sempre meno venivano inseriti nei giornali.

Il viaggiatore/pittore che scala le Alpi è un italiano della seconda metà dell’Ottocento arrivato tardi per potersi fregiare del titolo di “eroe del Risorgimento” ma giunto troppo presto per potersi (auto)definire un decadente. Egli è un esule dalla vita, che può sfuggire alle bassezze e agli intrighi della città rifugiandosi sui monti. Ecco perché è doveroso portare alla memoria tale libro. Perché è una traccia importante, seppure poi abortita, di un altro modo di realizzare il romanzo all’italiana, che non fu mai il romanzo “delle città” come quello inglese o francese, ma che non fu neppure soltanto “incubo del subconscio” come quello russo o tedesco.

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