Le omelie del Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero e in seguito Penitenziere Maggiore, offrono una profonda riflessione su temi centrali della vita ecclesiale, spaziando dalla formazione sacerdotale all'importanza della preghiera e della liturgia, fino al significato della riconciliazione e della bellezza come via di evangelizzazione. Le sue parole, dense di richiami scritturistici e magisteriali, evidenziano una visione chiara e incisiva del futuro della Chiesa e del ruolo del credente nel mondo contemporaneo.
Il Primato di Dio e la Formazione Sacerdotale
Il futuro della Chiesa, che è certo, perché sta nelle mani del suo Capo e Signore che è Cristo, pulsa nelle esistenze dei fedeli. Per il Cardinale Piacenza, il primato di Dio significa il primato della preghiera, dell'intimità divina, della vita spirituale e sacramentale. La Chiesa non ha bisogno di manager, sociologi, psicologi, antropologi o politologi, ma di uomini di Dio, di sacerdoti forti che resistano alle tempeste della cultura dominante, quando "la barca di non pochi fratelli è sbattuta dalle onde del relativismo".
L'Esperienza del Seminario

Il tempo del seminario è presentato come una grande e irripetibile occasione per fare una straordinaria esperienza di intimità con Dio. Il rapporto intessuto con Lui in questi anni, sebbene si approfondirà e muterà nel corso della vita, costituisce adesso il suo nocciolo e le sue fondamenta. È fondamentale che la formazione umana occupi il posto che le spetta. Nessuno può attendere un'umanità perfetta per accedere agli ordini sacri, ma è indispensabile mettersi in gioco, affidando a Dio, per il tramite del Direttore spirituale, tutto di se stessi. Non si deve cedere all'illusione che le questioni irrisolte si possano sciogliere dopo l'ordinazione; è stando con Lui che si viene plasmati progressivamente, perché Egli è il vero formatore.
La Formazione Intellettuale
Accanto alla formazione umana, centrale è quella intellettuale. Sebbene negli ultimi decenni abbia occupato una parte importante della formazione seminaristica, è necessario valutarne attentamente le proporzioni e gli equilibri. La formazione intellettuale deve mirare a trasmettere i contenuti certi della fede, argomentandone ragionevolmente i fondamenti scritturistici, quelli della grande Tradizione ecclesiale e del Magistero, facendosi accompagnare dagli esempi di vita dei sacerdoti santi. I seminaristi non devono smarrirsi nei meandri delle varie opinioni teologiche che non danno certezza e pongono la Verità rivelata alla stregua di ogni altro "pensiero umano". Una buona e solida formazione teologica, che riscopra il fondamento filosofico della metafisica e non tema di accogliere tutta intera la Verità, è il miglior antidoto alle "crisi di identità". Non esiste una Chiesa pre-Conciliare e una post-Conciliare; i seminaristi saranno sacerdoti della stessa Chiesa di Sant'Agostino, Sant'Ambrogio, San Tommaso d'Aquino e tutti i santi fino a San Giovanni Paolo II. L'unica possibile risorsa per un'autentica e profonda riforma è la santità, e il seminario della santità ha un Rettore magnifico: la Beata Vergine Maria.
La Liturgia, il Canto e la Bellezza
La scuola di musica del Vaticano
In una delle sue omelie, il Cardinale Piacenza, citando un discorso durante la Santa Messa in onore di Santa Cecilia, patrona dei musicisti, sottolinea che nella Liturgia non è l'uomo ad inventare qualcosa e poi a cantarlo, ma il canto "proviene dagli angeli". L'uomo deve innalzare il suo cuore affinché concordi con la tonalità che gli giunge dall'alto, stando davanti a Dio in adorazione. Questo è un paradigma generale che va applicato a tutta la liturgia e alla musica sacra, in quanto parte integrante della liturgia stessa. L'uomo usa i suoi mezzi propri e il frutto del suo lavoro, come pane e vino, parole e canto sacro, affinché, per grazia di Dio, possa essere innalzato alla grandezza dell'Altissimo. È necessario che tutto ciò che l'uomo offre nella liturgia sia buono e autentico, ma le categorie di bontà e autenticità sono oggi sotto l'attacco spietato del relativismo.
La bontà a cui la liturgia assurge è quella di Dio, che è l'unico ad essere Buono. Per attenersi a questo supremo modello di bontà, è richiesta umiltà e obbedienza al Magistero della Chiesa, senza la pretesa di inventare nuove formule che stravolgano il rito, o di importare ritmi e musiche profane solo per il gradimento che essi riscuotono fuori dal tempio. L'uomo deve dedicare al culto di Dio quanto di meglio l'umanità abbia realizzato, specie nel campo delle arti, cercando di imitare i modelli che la Chiesa addita (il canto gregoriano, la polifonia sacra e i canti che sorgono dalle devozioni popolari) e non eseguire il genere di musica che piace di più, anche se in esso non si ravvisa nemmeno una traccia di sacralità.
La Musica come Via Maestra di Evangelizzazione

La musica è riconosciuta come una via maestra di bellezza e di evangelizzazione. In essa è possibile riconoscere, forse meglio e più intensamente che in ogni altro "luogo", la presenza del Mistero. Il Santo Padre Benedetto XVI affermava che ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. La bellezza che si sperimenta è la gloria di Dio che trasfigura il mondo, non è un'immagine statica da contemplare, ma è attiva e dinamica, una forza che agisce e compie. La percezione della bellezza è un varco che si apre su una realtà più grande, nel mondo di Dio.
La musica è eterna, anche perché sempre riproducibile. L'esempio di Marija Judina, una delle più grandi pianiste russe del '900, che commosse Stalin, illustra come al tocco delle sue dita i tasti del pianoforte evocassero un altro mondo, trasfigurato, purificando la realtà e infondendole significato e speranza. La pianista amava ripetere di essere consapevole delle proprie debolezze, ma pensava che la grandezza dell'uomo non fosse principalmente nelle sue doti, bensì nell'impulso "ad osare" che nasce con lui e muore solo dopo di lui, nel suo cuore che ha sete d'infinito. L'incontro con gli artisti attraverso le loro opere è incontro con la loro anima, con la loro sete d'infinito che può esprimersi in forme diverse. Questo accade ancor più con la musica composta, pensata, scritta per Dio, per la divina Liturgia. La Parola di Dio espressa in parole di uomini conserva un "non dicibile" che si esprime in canto, affinché l'indicibile divenga udibile; questo significa che la musica sacra, espressione della Parola e del silenzio percepito in essa, ha bisogno di un sempre nuovo ascolto di tutta la pienezza del Logos.
Il Sacramento della Riconciliazione: Amore e Perdono Divino
Il Cardinale Mauro Piacenza ha dedicato profonde riflessioni al Sacramento della Riconciliazione, sottolineando come Dio "si consegna a noi come Creatore misericordioso per donarci nuova vita, consegnandoci così non solo il perdono ma se stesso". In ogni confessione sacramentale, Gesù Cristo dona se stesso e domanda di essere nuovamente accolto nel nostro cuore e nella nostra vita. La conversione è la condizione imprescindibile di tale accoglienza.
Il Penitenziere Maggiore evidenzia il "grande mistero dell'abisso infinito dell'amore divino che gratuitamente crea, gratuitamente salva e gratuitamente santifica". Dio stesso è Amore, e solo la conoscenza autentica di Dio può rivelare all'uomo cosa sia davvero l'amore. Al di fuori del rapporto vivificante con il Dio trinitario, possono esserci solo "imitazioni dell'amore" che lasciano l'uomo in un'aridità priva di luce e di speranza. La crisi di fede nel mondo contemporaneo è essenzialmente una mancanza di speranza, che per i cristiani è Cristo stesso.
Il Signore si "consegna" a noi nel sacramento della riconciliazione come divina misericordia, capace di ricreare l'uomo, dandogli nuova vita, immergendolo nuovamente nella grazia battesimale. È importante ricordare che nella Sacra Scrittura solo due verbi hanno come soggetto esclusivamente Dio: "creare" e "perdonare". Solo Dio crea dal nulla e solo Dio ricrea, perdona, dando nuova vita alla sua creatura.
La Confessione e la Riparazione

La consegna che Dio fa di sé stesso presuppone necessariamente un'altra consegna da parte del credente: quella della confessione del proprio peccato al confessore. L'umile e integra accusa di tutti i peccati commessi dall'ultima confessione - di quelli mortali certamente e possibilmente di quelli veniali - è la condizione perché il cuore possa essere riconciliato, risanato dalla ferita del male e così reso di nuovo capax Dei, ossia capace di accogliere la "consegna" della Misericordia in persona, la consegna che Gesù fa di sé al peccatore riconciliato, riassociandolo così alla propria stessa vita.
La spinta a una piena consegna di sé nella confessione nasce dall'avvenimento straordinario e dalla consapevolezza di un Dio che si consegna agli uomini per salvarli, e dall'esperienza della gioia che accompagna la certezza morale e di fede d'essere stati perdonati. Questa gioia non è di natura psicologica, ma teologica; la confessione deve risolvere il senso del peccato, che è appunto realtà teologica. Il Cardinale Piacenza ha anche evidenziato "il dovere della riparazione". Il peccato viene assolto dalla misericordia di Dio, dalla Chiesa attraverso il suo ministro, ma il dovere di riparare al male commesso rimane come obbligo morale grave del penitente. In questo cammino, la Chiesa sostiene i fedeli attraverso "il dono prezioso e straordinario delle indulgenze".
L'Obbedienza e l'Adorazione Eucaristica
Elemento determinante, anche nella comprensione autentica del mistero dell’Eucaristia, è l’obbedienza. La sera del Giovedì Santo, prima di essere consegnato ai suoi crocifissori, «Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale». L'obbedienza, nella Chiesa, è fonte di vera libertà, è la misura della sequela, è, in fondo, la misura della qualità della nostra fede. Non per nulla, la stessa Tradizione descrive la fede come: "obbedienza a quella forma di insegnamento alla quale siamo stati consegnati". Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che: «La Vergine Maria realizza nel modo più perfetto l'obbedienza della fede» (CCC n. 148).
Oggi si comprende chiaramente che l’Adorazione eucaristica non è affatto "fuga" dalla realtà, ma una vera e propria immersione nella realtà per eccellenza, che è Cristo. Immergendosi nell’Adorazione e facendo silenzio al cospetto di Gesù-Eucaristia, diviene più evidente la Sua presenza nel mondo e più semplice servirne la gloria e mostrarne la potestà. Ogni Eucaristia celebra il sacrificio e la vittoria di Cristo, e Lo rende a noi contemporaneo. In questi tempi non semplici per il Paese e per l’Europa, in questi tempi di insicurezza e di terrore, quando perfino le forze della natura paiono ricordare drammaticamente all’uomo postmoderno il suo strutturale limite, si domanda la semplicità del cuore di poter riconoscere "ciò che sta accadendo ora".