Maria José di Savoia: La Regina Antifascista d'Italia

Quando re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto il 9 maggio 1946, nell'estremo tentativo di salvare il destino di una monarchia che aveva troppo deluso il suo popolo e che di lì a un mese avrebbe scelto la Repubblica, Maria José di Savoia per poco si illuse che non tutto era perduto. Sperava che i suoi sforzi nell'opporsi al regime fascista e nel cercare una pace separata con gli Alleati non fossero stati vani. Furono settimane di grande aspettativa, sebbene i tanti intellettuali antifascisti con cui aveva intrattenuto per anni rapporti segreti, come Benedetto Croce e Luigi Einaudi, le avessero predetto quello che sarebbe accaduto: la sconfitta dell'Italia e la caduta della monarchia. Conosciuta come la "regina di maggio" per aver regnato solo per 27 giorni nel 1946, Maria José è stata spesso ricordata come la "regina antifascista". Questo è servito, fra l'altro, come argomento efficace per giungere alla decisione di eliminare gli effetti della tredicesima disposizione transitoria della Costituzione Italiana, che impediva ai membri e discendenti di Casa Savoia l'ingresso nel nostro Paese.

Le Origini e la Formazione di una Principessa Europea

Nata nella città portuale belga di Ostenda il 4 agosto 1906, Maria José era figlia di Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha, divenuto re dei Belgi dal 1909, ed Elisabetta Gabriella. Cresciuta con i due fratelli maggiori Leopoldo e Carlo Teodoro in un ambiente familiare intriso di cultura, sviluppò sia le sue doti artistiche, studiando il pianoforte e il violino, sia le sue doti sportive, coltivando interessi sia per la cultura classica sia per quella contemporanea. Merito dell'istruzione aperta e internazionale ricevuta dai genitori. La corte belga era una delle più aperte d’Europa, frequentata da intellettuali e scienziati. Già a otto anni affermava: "Quando sarò in Italia avrò il nome di tutti i poveri e ad ognuno darò qualcosa".

Nel 1914, anno in cui il Belgio fu occupato dai Tedeschi, Maria José fu mandata a studiare in Inghilterra, dove rimase fino al marzo 1917, per poi trasferirsi in Italia, ospite del collegio della Santissima Annunziata. Le venne impartita un'educazione impostata sulla cultura italiana, apprendendo la lingua e la storia, poiché era presto destinata al matrimonio con l'erede al trono d'Italia. Durante la Grande Guerra, in Inghilterra fu raggiunta dai fratelli, mentre in Belgio il padre si mise personalmente al comando dell'esercito e la madre coordinava i soccorsi ai feriti di guerra.

Il Matrimonio con Umberto e l'Arrivo in Italia

Il matrimonio tra Maria José e Umberto di Savoia era stato deciso dalle due case regnanti per rinsaldare i loro rapporti. Nel 1918, a Battaglia, nei pressi di Padova, nel corso di una visita dei reali del Belgio al fronte italiano, la dodicenne Maria José incontrò per la prima volta Umberto di Savoia, allora quattordicenne. L'incontro tra i due futuri sposi avvenne nel settembre 1922, in occasione del diciottesimo compleanno della principessa. A dispetto di alcuni interessi comuni come la letteratura, la montagna e la storia di Casa Savoia, per il principe Umberto Maria José era quasi un'estranea. Mentre lei aveva sognato di condurre la sua esistenza in Italia al fianco di un principe, lui appariva distratto, disinteressato, forse fin troppo schivo. Pesavano anche le accuse raccolte contro il figlio del re dalla polizia fascista di reato di pederastia.

Dovette trascorrere molto tempo prima che Umberto, reiteratamente sollecitato dal padre, compisse l’atteso passo ufficiale. Quando ciò avvenne, il 7 settembre 1929, le condizioni politiche italiane erano profondamente mutate e molti belgi non nascondevano la loro contrarietà al matrimonio con un casato che appoggiava il fascismo. Già dal 1922 in Italia c'era il governo fascista capeggiato da Benito Mussolini. Le nozze vennero rimandate per anni e furono celebrate a Roma l'8 gennaio 1930 nella Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale. Maria José aveva 23 anni, Umberto 25. Entrambi alti e belli, il loro matrimonio si svolse alla presenza di molte teste coronate d’Europa, diplomatici, in un clima di fasti coloniali e grande sfarzo. Per l'occasione, la principessa indossò un abito da sposa disegnato appositamente per lei dal futuro marito e il diadema di Casa Savoia.

Maria José e Umberto di Savoia il giorno del matrimonio nel 1930

Iniziò così la nuova vita di Maria José a Torino, una città rigida e ultraconservatrice, molto lontana dall'ambiente culturalmente stimolante del suo Paese d'origine. Maria José era socialista come suo padre e soffocava nell’austerità della corte sabauda e del fascismo. Molto presto il rapporto con la corte italiana si rivelò per lei deludente: la principessa era intelligente, colta e disinvolta, ma il suo comportamento veniva giudicato snob ed eccessivo. Anticonformista, non seguiva l’etichetta di corte ispirata da suo suocero Vittorio Emanuele III per le principesse Savoia e continuò a tenere salotto con le sue consuete amicizie personali.

Gli sposi si trasferirono a Torino, ma dal novembre 1931 si stabilirono a Napoli, dove il principe Umberto assunse il comando della XXV brigata di fanteria. Nella città partenopea Maria José trascorse la maggior parte dei suoi sedici anni di permanenza in Italia. La coppia iniziò a frequentare amicizie diverse: se Umberto prediligeva gli esponenti della nobiltà piemontese, la principessa si circondava di filosofi, scrittori e intellettuali. Il trasferimento a Napoli e la nascita dei primi tre figli allietò il periodo successivo. Nel 1934 la principessa diede alla luce Maria Pia, nel 1937 Vittorio Emanuele, nel 1940 Maria Gabriella. La quartogenita, la principessa Maria Beatrice, nacque invece a Roma il 2 febbraio 1943, pochi mesi prima della deposizione di Mussolini.

Maria José con i suoi quattro figli

Una Voce Contro il Regime Fascista

A parere di chi le fu molto vicina, Maria José «cercava in ogni modo di liberarsi dai lacci della modesta regalità dei Savoia e aspirava a qualcosa di più nobile, di più alto. Desiderava coltivare la sua vena artistica, l’intellettualità, ma era anche distratta dalle infinite, inutili, incombenze del suo ruolo». Cercò di costituire intorno a sé un circolo di letterati, artisti e musicisti, come Alfredo Casella, da cui prese lezioni di pianoforte, Massimo Bontempelli, Silvio D’Amico, Trilussa (Carlo Alberto Salustri), Francesco Flora, Fosco Maraini, Ugo Ojetti, Giuliano Manacorda, Giovanni Papini ed Elio Vittorini, la maggior parte dei quali non nascondeva la propria avversione al fascismo. Era il caso di Umberto Zanotti Bianco, archeologo, meridionalista e animatore dell’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, al quale Maria José fu molto legata.

I rapporti con Mussolini e il cerchio intellettuale

Mussolini l'aveva sempre trattata con freddezza e almeno fino al 1939 la pose sotto stretta sorveglianza, facendola seguire per cercare di carpire i segreti di una donna che ha sempre cercato la libertà e che, a differenza del marito Umberto, frequentava con disinvoltura, sebbene in segreto, non solo i fedeli monarchici, ma anche intellettuali del calibro di Thomas Mann, Giuseppe Antonio Borgese e Maurice Maeterlinck. Tra i monarchici frequentati, seppur in segreto, vi erano Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi. Anche se, per educazione e cultura, Maria José si sentiva estranea al fascismo, per diverso tempo mantenne rapporti corretti e anche cordiali con Benito Mussolini. Il significativo giudizio del Duce nei suoi confronti fu così registrato da Yvon de Begnac: «La principessa Maria José è gelosissima delle proprie prerogative di futura regina. Le difende una per una, ossessionata dall’idea di venirne rapinata. La principessa esercita, su quel sistema, un’influenza ragguardevole. Il monarca l’avverte alleata e fedele ai suoi programmi di custode dei pochi privilegi rimasti alla corona. La figlia prediletta di re Alberto darà filo da torcere a tutti i maestri della successione al trono. La principessa Maria José intrattiene col capo del governo rapporti di apparente cordialità. Ma i suoi legami con la finanza internazionale, propri della sua originaria famiglia, non possono non rendermi sospettoso. L’ambiente, a lei caro, della haute aristocrazia romana, nobiltà nera e nobiltà di recente investitura, che va dai Colonna agli Acquarone, non è tra i più favorevoli al regime».

L'impegno sociale e l'avversione alle leggi razziali

Maria José amava l’arte pittorica moderna, prendeva lezioni di musica, andava in bicicletta e galoppava vestita da uomo, come era solita fare la sua ispirazione, Maria Sofia di Baviera, l’ultima regina del Regno delle Due Sicilie. La principessa cercò di imporre a corte un salotto letterario come ai tempi della regina Margherita. Crocerossina anch’ella durante la guerra coloniale, cercava di evitare le pose ufficiali per la vittoria militare italiana in Etiopia nel 1936 e preferiva tenere amicizia con le altre infermiere e con le servette di corte di colore. Instancabile e determinata, appoggiò lo sbarco alleato a Salerno, la rivolta delle Quattro Giornate della sua amata Napoli nel 1944 e la liberazione di Roma e di Firenze.

Fondamentale nella maturazione in Maria José di un atteggiamento di opposizione al regime fu il suo incontro, nel novembre 1934, con la marchesa Giuliana Benzoni, di salde convinzioni antifasciste e repubblicane, con la quale stabilì un rapporto d’amicizia sempre più stretto. Inoltre, non simpatizzò mai con il fascismo, avversando le leggi razziali. Infatti, non volle prendere la tessera del PNF, ma fu obbligata a farlo nel 1940 per poter partecipare alle missioni della Croce Rossa. Fu comunque simpatizzante del gerarca Italo Balbo, oppositore di Roberto Farinacci e della politica guerrafondaia di Mussolini. Era convinta che la morte di Balbo non fosse stata accidentale, avvenuta quando nel 1940 fu abbattuto - si disse allora da fuoco amico - dalla contraerea di un incrociatore italiano mentre sorvolava il porto di Tobruk. A Maria José stava anche stretto il ruolo di secondo piano in cui Mussolini teneva suo marito Umberto e lo appoggiò sempre nella sua politica segreta antifascista. Donna trasparente e coraggiosa, criticava apertamente Mussolini per gli errori strategici, come quello fatto nel 1940 contro gli inglesi in Egitto, che in poco tempo portarono a perdere i possedimenti di Somalia ed Etiopia, così come la infelice partecipazione italiana alla campagna nazista di Russia, che espose l’Italia a massacri, sconfitte e bombardamenti aerei, oltre al grande sacrificio delle truppe.

Maria José in uniforme della Croce Rossa durante il servizio

Il tentativo di una pace separata

Maria José nutriva una profonda avversione nei confronti di Adolf Hitler, che aveva conosciuto nel corso della visita ufficiale da questi compiuta a Roma nel maggio 1938 e dal quale si recò per un colloquio privato a Berchtesgaden in Baviera il 10 ottobre. Il Belgio era stato invaso dai Tedeschi e il re Leopoldo, fratello di Maria José, aveva preferito arrendersi ottenendo per sé e la sua famiglia una sorta di libertà vigilata nel castello di Laeken. Delle altrettanto drammatiche condizioni dell’Italia in guerra, occultate dalla propaganda di regime, Maria José ebbe modo di rendersi conto di persona, nel corso delle visite agli ospedali, compiute come ispettrice generale della Croce Rossa. Tramite l’amica Benzoni aveva intanto preso a frequentare esponenti dell’antifascismo come l’azionista Carlo Antoni e il cattolico Guido Gonella, che, come redattore capo di politica estera de L’Osservatore romano, era in stretti rapporti con la segreteria di Stato del Vaticano e con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Ampliò la sua rete di contatti e intensificò i suoi incontri con generali e uomini politici. Nell’agosto 1942, a Cogne, incontrò il maresciallo Pietro Badoglio, messo in disparte per l’esito della guerra di Grecia, sollecitandolo ad agire. Il coinvolgimento di Badoglio era ritenuto indispensabile per ottenere l’adesione delle forze armate e di tale parere si mostrò anche l’ex presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi. Maria José elogiò sempre l’eroismo delle truppe italiane, ma denigrava i generali e i gerarchi fascisti per la loro incapacità strategica. Perciò incitava Umberto a deporre il regime e Mussolini e a fare un armistizio separato con gli Alleati per salvare l’Italia e la monarchia.

Il 3 ottobre la principessa ricevette un’informazione secondo la quale gli Alleati avrebbero trattato con benevolenza l’Italia nel caso di una sua dissociazione dall’Asse. Qualche giorno dopo, la principessa incontrò, in casa della baronessa Giovannella Caetani Grenier, monsignor Giovanni Battista Montini, sostituto segretario di Stato della Santa Sede, e informò quindi il ministro della Real Casa, Pietro Acquarone, della possibilità di stabilire contatti con gli Anglo-americani utilizzando il canale del Vaticano. Visto respinto il suo primo tentativo di fungere da semplice tramite per una qualche ulteriore azione che avrebbe poi potuto essere condotta direttamente od indirettamente dal sovrano, Maria José pensò ad una iniziativa diversa di ordine personale ed autonomo. Su suggerimento di Gonella, cercò di contattare gli Alleati attraverso l’intermediazione del portoghese António de Oliveira Salazar, capo di un governo neutrale e buon amico degli Inglesi. La principessa ebbe ripetuti incontri con l’ambasciatore del Portogallo presso la Santa Sede. Salazar trasmise le richieste italiane agli Inglesi, ma il 3 agosto comunicò a Capodilista che esse erano state respinte in quanto gli Alleati ponevano come presupposto della trattativa l’accettazione pura e semplice della resa incondizionata. Il 6 agosto Maria José informò dell’esito negativo della missione il duca Acquarone e il capo di stato maggiore, generale Vittorio Ambrosio e, più tardi, incontrò il re a Villa Savoia. Questi, che non aveva mai gradito l’attivismo della nuora, la invitò, anche per ragioni di sicurezza, a partire insieme con i suoi figli per Sant’Anna di Valdieri, nel Cuneese.

Il conflitto con Vittorio Emanuele III

Il 6 agosto Maria José venne convocata dal suocero, re Vittorio Emanuele III, il quale non le parlava direttamente da più di due anni, e le venne espressamente ordinato di troncare ogni rapporto con l'opposizione antifascista e ogni attività politica, e di ritirarsi con i quattro figli nella residenza estiva dei Savoia a Sant'Anna di Valdieri, sotto la sorveglianza della cognata Iolanda. Maria José amava in particolare il sud: dimorava con suo marito nella Reggia di Caserta, ma spesso visitava Napoli per constatare i danni dei bombardamenti aerei alleati del 1943. Spesso veniva anche a Portici, dove si fermava dai cugini a Palazzo Lauro Lancellotti a prendere il tè con una sua amica crocerossina, Celeste Corsi. Il sovrano, dopo il bombardamento su Roma del 19 luglio 1943, decise di prendere l’iniziativa ma non tutte le scelte si rivelarono corrette. Di ogni mossa di Maria José informava anche il ministro della Real Casa Pietro Acquarone, che a sua volta ne informava il re Vittorio Emanuele III, preoccupato di moderare le iniziative della nuora.

La Guerra, la Fuga e il Rientro in Italia

Per quanto la sua iniziativa personale e autonoma mirasse al medesimo obiettivo, Maria José fu non solo estranea, ma neanche al corrente delle manovre che il 25 luglio portarono alla defenestrazione di Mussolini. La notizia dell'armistizio dell'8 settembre le arrivò via radio mentre si trovava in Val d'Aosta. Per salvaguardare la sua incolumità e dei suoi figli, venne dunque mandata in Piemonte a Racconigi e poi a Montreux in Svizzera. Dopo l’8 settembre 1943, riuscì a riparare, insieme con i suoi figli, in Svizzera, stabilendosi dapprima a Montreux, quindi nei pressi di Berna e infine a Oberhofen. Grazie a questo tempestivo trasferimento evitò la cattura da parte dei tedeschi nel settembre 1943. Visse in alberghi modesti, facendo beneficenza. In territorio elvetico incontrò alcuni esponenti dell’antifascismo come il liberale Luigi Einaudi e il comunista Concetto Marchesi. In quei mesi, la moglie di Umberto avrebbe voluto tornare in Italia e combattere al fianco dei partigiani, ma le venne sconsigliato: se avesse varcato il confine, l'esercito tedesco lo avrebbe saputo e lei con la sua presenza avrebbe messo in pericolo la vita di tanti uomini che certamente sarebbero stati bombardati. Con questo rimorso, attese l'evolversi del conflitto bellico, ma senza rimanere inerte. Riprese così i contatti con tanti antifascisti e riuscì, in diverse occasioni, a trasportare armi per i partigiani dalla Svizzera. Nel 1944, inviò anche una donazione di viveri, tabacco, dolci, cibo e vestiario ai prigionieri militari italiani in Lombardia.

Mappa del percorso di Maria José dalla Svizzera all'Italia attraverso le Alpi

Solo nel febbraio del 1945, decise di rientrare in Italia da sola. Era pieno inverno e con gli sci ai piedi attraversò il confine sulle Alpi, scortata da due guide e dai pochi uomini che le erano rimasti vicino. Dopo la Liberazione si trasferì a Martigny e il 29 aprile decise di rientrare in Italia a piedi risalendo le Alpi attraverso il valico del San Bernardo. Raggiunta la Valle d’Aosta fu accompagnata da un gruppo di partigiani comunisti nel castello di Sarre. Ad accoglierla in Italia furono alcuni partigiani, che la scortarono fino a Racconigi, a Cuneo. Qui attese la liberazione del Paese e a giugno un aereo la riportò a Roma, dove ad aspettarla c'era Umberto, da cui era rimasta lontana quasi due anni. Poco dopo li raggiunsero i figli e la famiglia poté finalmente ricongiungersi.

Il marito Umberto era stato nominato Luogotenente Generale d’Italia al posto del padre Vittorio Emanuele III, che aveva pensato bene di defilarsi riparando a Brindisi, gesto che Maria José non condivise assolutamente, perché di fatto abbandonò la popolazione italiana alla reazione tedesca. Plaudì alla caduta di Mussolini e si unì agli intenti del Proclama agli Italiani, pur mantenendosi ufficialmente estranea alla politica italiana. Di fatto, appoggiò il nuovo governo e, assieme a Umberto, che nella capitale era luogotenente del regno, condusse vita ritirata per un anno; la loro presenza a Roma era anche l’ultimo baluardo rappresentativo della monarchia in fuga.

Umberto e Maria José di Savoia con i figli Vittorio Emanuele e Maria Pia a Porto nel 1945

La Breve Regina di Maggio e l'Esilio

L'ultimo anno che trascorse in Italia fu in solitudine, mentre si contavano i danni di una guerra che era costata la vita a 3,5 milioni di soldati italiani, oltre ai civili uccisi, e gli oppositori e gli ebrei deportati. Sempre decisa a rendersi utile, riprese a fare l'ispettrice nazionale del Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, visitando i posti più colpiti dalla guerra. Ne approfittò per chiedere alla Chiesa e alla Democrazia Cristiana un sostegno alla monarchia. È proprio di ritorno da una di queste visite a Cassino, che venne informata di essere diventata regina a seguito dell'abdicazione del suocero.

In seguito all’abdicazione di Vittorio Emanuele III, che portò sul trono suo marito Umberto, il 9 maggio 1946, Maria José divenne regina. Non si era recata a Napoli a salutare Vittorio Emanuele e la moglie Elena in partenza per l’esilio in Egitto, e non prese parte alla campagna elettorale per il referendum istituzionale, anche se la sua attività nella Croce Rossa giovò indubbiamente alla causa monarchica. Il 2 giugno 1946, secondo concordi testimonianze (dalla figlia Maria Gabriella a Maria Lupinacci che l’accompagnò al seggio), Maria José depose nell’urna del referendum scheda bianca e diede il proprio voto per la Costituente al partito socialista e a G. Romita. Umberto e Maria José si impegnarono a reggere l’Italia per soli 27 giorni di regno dopo l’abdicazione del suocero. In quel breve periodo, insieme ai figli, furono in visita a Napoli, Torino, Milano. Il 6 giugno, dopo la vittoria del fronte repubblicano al referendum, Maria José fu costretta a partire con i figli per l'esilio. Partì da Napoli con i figli il 6 giugno, dopo un breve soggiorno a Posillipo a Villa Maria Pia, per l’esilio in Belgio. La nuova situazione rese evidente che gli ex sovrani non costituivano una coppia unita e pertanto, liberi da obblighi istituzionali, scelsero di vivere separati.

La regina di maggio, che tanto aveva dato a un Paese non suo, ma che pure aveva amato come il proprio, dopo l'esito del referendum fu costretta a lasciare per sempre l'Italia, trascorrendo la maggior parte del tempo in Svizzera. Il marito Umberto rimase a Roma fino al Referendum, che vide la discussa vittoria della Repubblica. Poi il 13 giugno partì in aereo da Roma per Cascais in Portogallo, dove visse in esilio a Villa Italia fino alla sua morte nel 1983. I re di maggio, di caratteri opposti, vissero il lungo esilio separati: Maria José si stabilì infine nel castello di Merlinge in Svizzera dove condusse vita ritirata. In esilio, si dedicò agli studi storici pubblicando numerosi volumi. Nel 1987, il Consiglio di Stato riconobbe a Maria José il diritto di rientrare in Italia. La sua prima visita legale in Italia avvenne il 1° marzo 1988 ad Aosta per assistere a un convegno storico, dedicato alla figura di Sant'Anselmo. Maria José morì a Ginevra, all’età di 95 anni, il 27 gennaio 2001. Per suo espresso volere venne sepolta nella storica abbazia di Hautecombe, in Alta Savoia, accanto alla tomba del marito Umberto. Quarant'anni di esilio per l'ultima sovrana d'Italia, che tanto si prodigò per salvare la Penisola dalla furia del regime nazifascista e che anche per questo merita di essere ricordata. Maria José, varcando emozionatissima il confine valdostano, disse, a chi le chiese se avesse temuto di non rivedere l’Italia prima di morire: “La morte non mi mette paura, ma curiosità”, confermando così il suo carattere forte e risoluto.

Maria José in esilio, ritratto

tags: #maria #jose #di #savoia #dama #del