Il Significato di "Padre Nostro": Tra Narrativa, Cinema e Teologia

Il nome "Padre Nostro" evoca una pluralità di significati e contesti, che spaziano dalla letteratura al cinema fino alla più profonda riflessione teologica. Questa espressione, infatti, identifica sia un romanzo noir contemporaneo, sia ha generato un'iniziale confusione riguardo un film di Marco Tullio Giordana, il cui tema è profondamente legato alle dinamiche familiari e spirituali, sia, e soprattutto, la preghiera cristiana per eccellenza, attorno alla quale si è sviluppato un vasto dibattito filologico e teologico.

"Padre Nostro": Il Romanzo Noir del Collettivo Sabot

Il romanzo noir dal titolo "Padre Nostro" è una proposta del Collettivo Sabot, un gruppo fondato nel 2007 da Massimo Carlotto che ha riunito attorno a un unico nome gli autori esordienti Ciro Auriemma, Stefano Cosmo, Michele Ledda, Andrea Melis, Piergiorgio Pulixi e Renato Troffa. Il gruppo si propone, attraverso la narrativa, di denunciare le ingiustizie e i crimini della nostra società.

Il romanzo è ambientato nel mondo del narcotraffico internazionale. La trama vede Rafael Velasquez, un ricco imprenditore di Madrid che cela una doppia vita: è lui che, dopo la scomparsa di Pablo Escobar, è diventato il numero uno del Cartello di Medellin. Velasquez è il più grande narcotrafficante della Colombia e, grazie a una collaborazione con la branca scissionista della camorra napoletana degli spagnoli, rifornisce di cocaina tutti i mercati europei dello spaccio.

Dall'altra parte c'è Tania Sagrado, una poliziotta che, pur di incastrare Velasquez, è pronta a sacrificare qualsiasi cosa. Decide così di rapire il figlio segreto di Velasquez, scatenando una faida violenta che si basa sul sospetto. Il romanzo solleva interrogativi sui limiti dell'etica, della morale e della legge: fino a che punto ci si può spingere per fermare un criminale?

Copertina del romanzo

Marco Tullio Giordana e il Film "La Vita Accanto"

Il Regista e la Sua Opera

Marco Tullio Giordana è un regista, sceneggiatore e produttore italiano, noto per i suoi film di impegno sociale e politico. Tra le sue opere più celebri ci sono "La meglio gioventù" (2003), un affresco generazionale che ha ottenuto numerosi premi, e "Romanzo di una strage" (2012), che racconta la strage di Piazza Fontana. La pellicola "I cento passi" (2000), proiettata in lingua italiana con sottotitoli in inglese e preceduta da un’analisi del contesto e dell’opera del regista, ha vinto un premio ai Nastri d’Argento, 4 David di Donatello ed è stata premiata al Festival di Venezia, ottenendo anche una candidatura ai Golden Globes. Questo film narra la storia di Peppino Impastato, un martire antimafia di Cinisi, in Sicilia.

Foto ritratto di Marco Tullio Giordana, regista italiano.

"La Vita Accanto": Temi, Collaborazione e Realizzazione

Il film "La vita accanto", diretto da Marco Tullio Giordana, è stato presentato al Festival di Locarno, dove il regista è stato insignito del Pardo speciale alla carriera. La pellicola, uscita nelle sale il 22 agosto, è tratta dal romanzo omonimo di Mariapia Veladiano ed esplora i temi della malattia e della rinascita, immergendo lo spettatore nel buio della perdita per far emergere la luce attraverso la potenza salvifica della musica. La storia affonda le mani nella materia magmatica del cinema di Marco Bellocchio, che in origine avrebbe dovuto dirigerlo. Giordana stesso ha ammesso che il film gli "è capitato" ed è stato proposto da Marco Bellocchio, insieme a Simone Gattoni, produttori dell'opera.

Inizialmente, il progetto era un vecchio desiderio di Bellocchio, abbandonato a causa di nuove, seppur splendide, direzioni nella sua carriera. Giordana ha letto prima la sceneggiatura e poi il romanzo di Mariapia Veladiano. Ha trovato geniale l'idea di trasformare, nel film, la mostruosità che caratterizza la bambina protagonista del libro in qualcosa di molto più ordinario: una difformità anziché una deformità, concretizzata in un angioma sul viso della ragazzina.

Questo cambiamento è stato fondamentale, poiché ha permesso un'identificazione e una condivisione del "problema del corpo", del non sentirsi a posto, del non essere perfettamente conforme, a differenza di una condizione di mostruosità che avrebbe generato un altro tipo di rapporto tra personaggio e spettatore, come in film quali "The Elephant Man". Parlare della diversità di chi ha un segno che lo marchia, ma che forse è più un problema degli altri che suo, è sembrata un'intuizione geniale. Dopo la sceneggiatura, firmata anche da Gloria Malatesta, Giordana si è inserito in un processo di riscrittura, operando modifiche, ricalchi o allontanamenti dal testo originale per far proprio il progetto.

Locandina ufficiale del film

Il regista ha anche deciso di collocare la storia in un arco temporale diverso da quello suggerito nel romanzo e nella sceneggiatura (vaghi anni '60-'70), spostandosi negli anni '80-'90, sfiorando l'inizio del nuovo millennio, per distaccarsi dai decenni già ampiamente raccontati nei suoi precedenti film. Il film di Giordana (e Bellocchio) è un'opera sulla diversità, dove l'angioma funge da metafora forte e ineludibile. La narrazione esplora il disagio mentale che non è solo borghese, come già evidenziato da Antonioni ne "Il grido" (1957).

I dilemmi e le convulsioni familiari sono nella tradizione del grande cinema italiano. Bellocchio, con "I pugni in tasca", eredita e esplicita questa nevrosi, innestando su questa tradizione il meccanismo dell'esplosione anziché dell'implosione. Nel film, il personaggio imploso, Osvaldo, interpretato da Paolo Pierobon, rappresenta l'essenza di questa facciata impeccabile che cela un profondo disfacimento interiore.

Il finale del film, a differenza del romanzo che racconta l'ineluttabilità della bruttezza, offre una liberazione. La protagonista, Rebecca, ormai adulta, comprende che la causa della nevrosi della madre e della sua perdita non è stata la sua condizione fisica, ma l'idea, l'ossessione - forse sbagliata - della madre di un rapporto incestuoso tra il marito e la sorella gemella. Quando Rebecca comprende ciò, guarisce. La scena della scomparsa dell'angioma, rara ma possibile, aggiunge un elemento di sorpresa e di riflessione sull'incrocio tra scienza e mistero, dato che il medico stesso è il primo a esserne sorpreso, non credendo né nella scienza come ultima istanza né in un miracolo divino. Questo film è anche un'opera sul femminile, che riesce a costruire ritratti diversi e sfaccettati di donne, con una ricchezza e complessità non comuni nel cinema italiano contemporaneo.

Un aspetto fondamentale della realizzazione è la scelta di utilizzare musicisti veri per le scene al pianoforte, tra cui Sonia Bergamasco (diplomata in pianoforte) e Beatrice Barison (pianista professionista). Questa autenticità nella performance musicale, che include anche le attrici bambine Sara Ciocca e Viola Basso, era cruciale per Giordana per creare una connessione profonda e non "fraudolenta" con lo spettatore.

LA VITA ACCANTO di Marco Tullio Giordana (2024) - Clip musicale con Sonia Bergamasco

Il "Padre Nostro" nella Tradizione Cristiana: Dibattito Teologico e Filologico

La Controversia sulla Traduzione della Preghiera

Le discussioni e le polemiche sul cambio della traduzione del "Padre Nostro" nella nuova versione italiana del Messale Romano si sono concentrate sul verbo "indurre" ("non ci indurre in tentazione"). Questo dibattito, che va avanti da più di quindici anni, ha evidenziato come il problema teologico sorga soprattutto dall'idea di un Dio che fa o omette qualcosa che espone l'uomo al male, un concetto che Gesù stesso ha espresso.

La storia del cristianesimo è marcata fin dalle origini da una simile disposizione: la preghiera del Signore, pervenutaci in due redazioni e insegnata probabilmente in aramaico, è già nel testo greco una versione. Le successive traduzioni dal greco al latino e poi dal latino alle altre lingue evidenziano una "storia volgare" del cristianesimo, in cui la rivendicazione di una "lingua ieratica" ignora la tradizione di traduzione e adattamento.

Il Significato Teologico di "Tentazione" e la Volontà di Dio

Nel dibattito sulla traduzione, l'attenzione è stata eccessivamente convogliata sul verbo "indurci" e troppo poco sul sostantivo "tentazione" (πειρασμός - peirasmós). Dal punto di vista filologico, la traduzione del verbo greco εἰσφέρω (eisphero) con "abbandonare" è opinabile, poiché la questione diventa problematica a seconda dell'accezione di "πειρασμός". La lettera di Giacomo esplicita: «Dio non può essere tentato al male e nessuno tenta» (1, 13). Il verbo greco nel Nuovo Testamento significa fondamentalmente "testare" ma con una sfumatura peggiorativa, un connotato di dolo e malizia.

Perché Gesù formula la domanda che implica che Dio possa esporci al male? L'esperienza di ogni padre conferma che si lasciano i figli affrontare difficoltà per farli crescere, non per sadismo. Gesù ci rivela un contesto in cui il "crash-test" (πειρασμός) è procurato da due agenti che conferiscono alla prova un carattere contemporaneamente di malizia e di speranza. Il Vangelo di Matteo (4,1) ricorda: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo». La tentazione viene dal diavolo, ma rientra nel compito messianico di Gesù il superare le grandi tentazioni per aprirci la via della salvezza.

Uno sguardo al Libro di Giobbe può fornire ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l'uomo per schernire Dio, ritenendo la sua creatura miserevole e interessata solo al proprio benessere. Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, entro limiti ben definiti, non lasciando cadere l'uomo ma permettendo che venga messo alla prova. Qui traspare il mistero della vicarietà: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell'uomo, ristabilendo l'onore dell'essere umano mediante la sua fede provata nella sofferenza.

Illustrazione biblica o icona che rappresenta Giobbe nella sua sofferenza.

L'Interpretazione della Sesta Domanda

Il Libro di Giobbe aiuta anche nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare e trovare la strada verso una profonda unione con la volontà di Dio, l'uomo ha bisogno della prova, che comporta purificazioni e trasformazioni pericolose ma indispensabili. Con la sesta domanda del Padre Nostro, diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me».

San Cipriano ha interpretato la domanda esprimendo la consapevolezza che «il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio». Dio concede al Maligno un potere limitato per due motivi: come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia e farci sperimentare la povertà del nostro credere, sperare e amare; o "ad gloriam", per la sua gloria. I grandi santi, da Antonio nel deserto a Teresa di Lisieux, hanno subito carichi gravosi di tentazioni, ponendosi sulle orme di Giobbe e in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni.

Rappresentazione artistica della preghiera del Padre Nostro o icona di San Cipriano.

La Visione Teologica del Giudeo-Cristianesimo e l'Antropologia di Rahner

La complessa visione teologica del giudeo-cristianesimo esprime che il male non è solo frutto di un asettico libero arbitrio o effetto inerte di un tentatore esterno. Gli autori del Nuovo Testamento hanno risemantizzato (e talvolta esposto all'equivoco) un verbo e un sostantivo anteriormente meno ambigui. Benedetto XVI, nel suo "Gesù di Nazaret", cita Cipriano per illuminare il senso della "tentazione" e il perché Dio permetta la tentazione da Satana: penitenza e gloria. Il Concilio Tridentino professa che nei battezzati rimane la concupiscenza, ma essa è lasciata per la prova e non può nuocere a chi le si oppone virilmente con la grazia di Gesù Cristo.

La fede ci dà la certezza che solo Dio può creare giustizia, e l'immagine del Giudizio finale è primariamente un'immagine di speranza che chiama in causa la responsabilità. Dio è giustizia e grazia insieme. La grazia non esclude la giustizia, come Dostoëvskij ha giustamente protestato ne "I fratelli Karamazov", sottolineando che i malvagi non siederanno indistintamente a tavola con le vittime.

La riflessione di Rahner si inserisce in un dibattito più ampio sulle "due visioni di Chiesa" e il rischio di un elitarismo gnosticheggiante. La cosiddetta "svolta antropologica" di Rahner non esclude Dio, ma afferma che in ogni angolo del nostro essere deve trovarsi il Suo nome. Rahner riteneva che il tempo presente ci chieda di diventare mistici: «Il cristiano di domani sarà un mistico o non sarà», intendendo chi «cerca e trova Dio in ogni cosa», lontano da un cedimento alle istanze radicali o "fricchettoni".

Questa impostazione non è relativistica o lassista, ma una lettura attenta ed espressiva della fede cristiana. La sfida è evangelizzare con la consapevolezza che l'uomo è stato fatto per Gesù Cristo, e fidarsi di Dio significa anche essere disposti a rischiare con gli uomini, come Cristo che andò da Zaccheo senza conoscere in anticipo il finale, ma sperando in una sua conversione.

Marco Tullio Barboni: Regista, Sceneggiatore e Scrittore

Un altro illustre "Marco Tullio" nel panorama culturale italiano è Marco Tullio Barboni, noto sceneggiatore, regista e scrittore. Appartiene a una famiglia che ha segnato tratti importanti del cinema italiano d'Autore. Suo zio Leonida è stato un magistrale direttore della fotografia, amatissimo da Anna Magnani; suo padre Enzo, prima operatore alla macchina, poi direttore della fotografia e infine regista con lo pseudonimo di E.B. Clucher, ha legato gran parte della sua fama a film interpretati da Bud Spencer e Terence Hill e all’indimenticabile filone dei fagioli western.

Marco Tullio Barboni ha proseguito idealmente, dal punto di vista letterario, la storia cinematografica di un suo corto come regista di qualche anno fa, che ha avuto successo anche all'estero: "Il Grande Forse". Il protagonista animale di questa pellicola è il medesimo del suo secondo libro, "A spasso con il mago", ovvero l'amato cane Merlino che non c'è più. Il libro ha recentemente vinto il Premio Speciale della Giuria al Pegasus Literary Awards Città di Cattolica. Questo incontro tra Cinema e Letteratura è stato celebrato in un evento emozionante a Milano, dove si è percepita ammirazione generale per lo scrittore e la sua straordinaria storia d'amore.

Foto di Marco Tullio Barboni, seduto con il suo cane o durante una presentazione del libro.

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