Andrea Mantegna (1431 ca. - 1506) è stato uno dei più influenti artisti del Rinascimento italiano, noto per la sua maestria nella prospettiva e per il suo realismo. Tra le sue opere più celebri e significative si annoverano il *Cristo Redentore* e il *Cristo Morto*, due dipinti che, pur con differenze stilistiche e iconografiche, rivelano la profonda sensibilità dell'artista verso il dramma sacro e la condizione umana.

Il Cristo Redentore (1493)
Il *Gesù Cristo redentore* è un dipinto, eseguito nel 1493, a tempera su tela, con dimensioni di h. 55 cm; l. 43 cm. Quest'opera presenta Gesù Cristo redentore, a mezzo busto, con i boccoli scuri e gli occhi dal taglio a mandorla, elementi tipici dell'ultimo Mantegna. Cristo indossa una veste rossa scollata decorata da arabeschi dorati.
Iconografia e Stile
A una rappresentazione fortemente emotiva dell'Uomo dei dolori, l'artista sostituisce un'immagine solo apparentemente iconica, data l'assenza di elementi legati alla crocifissione, come le stimmate e la corona di spine, e l'impostazione frontale della figura tagliata all'altezza del petto. Questa scelta iconografica appare opportunamente riconducibile al carattere devozionale privato del dipinto. Lo storico dell'arte Filippo Todini ravvisa nel dipinto affinità con la pittura del cognato Giovanni Bellini (1427/1430-1516) e di Vittore Carpaccio (1465 ca.-1525/1526), sottolineando il "delicato chiaroscuro, libero da qualsiasi netto contorno".
Storia e Provenienza
L'opera fu eseguita da Andrea Mantegna come dono, probabilmente offerto dall'artista a un alto prelato o a una fondazione ecclesiastica. Secondo un'ipotesi formulata da alcuni studiosi, il dipinto potrebbe aver fatto parte della collezione dei conti di Correggio, andata poi dispersa con la rovina economica del principe Siro (1590-1645). Nella seconda metà del XVII secolo, l'opera sarebbe finita nelle mani dei fratelli Contarelli, amministratori di una parte dei beni del principe.
Il lungo uso devozionale dovette senz'altro danneggiare il dipinto e farne perdere la coscienza della notevole qualità artistica, tanto che esso non si trova neppure menzionato nel minuzioso inventario dei beni di Caterina Contarelli, morta senza eredi nel 1851. Finito in mezzo ad "oggetti fuori d'uso" che la Congregazione di Carità, erede della Contarelli, vendette nel 1914 a due rigattieri di Correggio, il solo dipinto fu poi venduto da questi ultimi, per 10 lire, a Carlo Foresti di Carpi, che lo offrì al marchese e collezionista d'arte modenese Matteo Campori (1856-1933) per 250 lire.

Affidato da quest'ultimo al restauratore Moroni di Milano, il dipinto fu riconosciuto come opera di Andrea Mantegna dal critico d'arte Gustavo Frizzoni (1840-1919) in un suo articolo su "L'Arte" del 1916. Il contenzioso fra vecchi e nuovi proprietari, che seguì a tale eccezionale attribuzione, fu vinto dalla Congregazione di Carità di Correggio che, con sentenza del Tribunale di Modena, datata 30 gennaio e 3 febbraio 1917, fu riconosciuta come proprietaria legittima e ottenne la riconsegna del capolavoro mantegnesco.
Il Cristo Morto (1475-1478 circa)
Il *Cristo Morto* di Andrea Mantegna è un capolavoro di emozione e commozione, tra le opere più impressionanti e famose dell'artista, uno dei principali artisti rinascimentali attivi nel nord Italia. L'opera è nota con i titoli di *Lamento sul Cristo morto* o *Cristo morto e tre dolenti*.
Significato del Cristo morto - Andrea Mantegna - SIMBOLI NELL'ARTE
Datazione e Contesto
Tradizionalmente, l'opera è datata intorno al 1475-1478, anche se la datazione è dibattuta, con diverse ipotesi che vanno dalla fine del periodo padovano dell'artista (1457 circa) al 1501. Non vi sono, infatti, documenti a riguardo, e la datazione si basa sul confronto con gli affreschi realizzati da Mantegna sulle pareti della Camera degli Sposi di Mantova, in particolare le costruzioni prospettiche dei dipinti. In una lettera scritta il 2 ottobre 1506 al Duca di Mantova, Ludovico Mantegna menziona un "Cristo di scorcio" tra le opere lasciate dal padre. Probabilmente l'opera risale al 1470. Il *Cristo Morto* venne dipinto dal grande pittore Andrea Mantegna (1431-1506) intorno al 1480, probabilmente per la sua cappella funeraria. Fu esposta a capo del suo catafalco quando morì.

Descrizione dell'Opera
L'opera rappresenta il cadavere di Cristo, coperto in parte dal sudario, steso su una lastra di pietra rossastra venata di bianco e con la testa appoggiata su un cuscino. Il corpo di Cristo giace inerme su di una lastra di fredda pietra coperta da un lenzuolo. Un telo protegge il cadavere dal bacino ai piedi che rimangono esposti e mostrano le ferite dei chiodi sulle piante. Il capo di Gesù poggia su di un cuscino rettangolare mentre le braccia sono abbandonate lungo i fianchi. Sul dorso delle mani sono evidenti i fori dei chiodi. A destra, ai lati del cuscino, è visibile il contenitore di unguenti, utilizzato per preparare il corpo alla sepoltura. A sinistra, verso l'alto del dipinto, vi sono i dolenti che piangono e vegliano il corpo. Si tratta, probabilmente di Maria, san Giovanni e la Maddalena. La Vergine si asciuga le lacrime con un fazzoletto. Il giovane apostolo ha le mani giunte. La figura sul fondo, seminascosta, è certamente la Maddalena.

Realismo e Prospettiva
L'aspetto più sorprendente del dipinto è la costruzione prospettica per cui l'immagine di Cristo sembra “seguire” il visitatore nella stanza attraverso l'uso di una tecnica illusionistica. Il punto di vista scelto dall'artista, leggermente rialzato rispetto al piano su cui giace il corpo esanime, ci mostra i piedi di Gesù in primissimo piano, un caso unico nella storia della pittura quattrocentesca. La scena si svolge in un ambiente chiuso e buio, probabilmente il sepolcro. Mantegna utilizza la geometria per creare la sua visione, che diventa misura e proporzione. Applica le regole della prospettiva su di un corpo, ma interviene alterando le regole per evitare che l'anatomia risultasse troppo deformata. I piedi sono, così, più piccoli del reale. Inoltre, le gambe appaiono più corte. Le braccia, poi, risultano più lunghe e il torace eccessivamente largo. Questo crea un forte impatto emotivo nell'osservatore, che ha la sensazione di essere a contatto diretto col corpo e con le tracce della sofferenza di Cristo.

Il realismo di Mantegna prevale su qualsiasi indulgenza estetica. Non si fanno sconti sull'immagine di Cristo che qui è realmente morto, come un corpo steso sul lettino di un medico legale. Il corpo di Gesù è impietosamente descritto in ogni dettaglio. Le linee delle forme e i volumi rendono efficacemente il rigor mortis accentuato dal colore terreo della pelle. Il panneggio del lenzuolo, inoltre, restituisce un effetto bagnato. Questa caratteristica si ritrova in molte opere dell'artista.
Tecnica e Colori
Il dipinto di Mantegna fu realizzato su tela, una scelta sperimentale per l'epoca, dato che il materiale più usato era la tempera su tavola. Il passaggio alla tela consentì di aumentare le dimensioni dei dipinti per via del minor peso e della maggiore maneggevolezza delle opere. Andrea Mantegna si formò presso la bottega dello Squarcione e dipinse le figure sovrapponendo le diverse velature di colore. In questo modo ottenne le variazioni di tono necessarie ad ottenere i volumi e il marcato chiaroscuro apprezzabile nelle pieghe del sudario. Non esistono bozzetti che descrivono le fasi di progettazione del dipinto.
La tonalità generale del dipinto è calda, con la pietra e il cuscino che tendono al rosa. L'incarnato di Cristo è grigio-bruno, mentre quello dei dolenti tende all'ocra e al rosa. Infine, il fondo e le ombre sono marrone scuro. Le figure in primo piano sono poste in evidenza dalla luce, che è assente sullo sfondo. L'illuminazione filtra nel sepolcro dall'esterno, proveniente da destra, creando i volumi e mettendo in netto risalto le forme anatomiche di Cristo.
Simbologia e Interpretazione
Il modello iconografico del dipinto di Mantegna deriva dalla tipologia tradizionale del Compianto sul Cristo morto. Secondo tale tema, il corpo di Cristo, ormai esanime, è posato sulla pietra e unto con i balsami della sepoltura. Intorno a Gesù sono riuniti i dolenti che piangono la sua morte. La destinazione del dipinto era, probabilmente, la devozione privata del Mantegna. La lastra di pietra rossa andrebbe dunque identificata con la cosiddetta "pietra dell'unzione", una preziosa reliquia che, sino al XII secolo, si trovava nella Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme e che, trasportata a Costantinopoli, andò in seguito smarrita.

L'opera di Mantegna è considerata un capolavoro rinascimentale, apprezzata per la forza espressiva dell'immagine che sottolinea il dramma con una sobria costruzione e una invenzione prospettica di grande effetto. Nonostante ciò, il capolavoro non ebbe un successo immediato: troppo esplicito e radicale il suo realismo, troppo accentuato il pathos che lo pervade. Soprattutto, l'audacissimo scorcio del Cristo impediva di contemplarne il corpo con le sue esatte proporzioni e questo infastidì non poco i sostenitori del classicismo. Vasari definì questo suo scorciare i corpi dal basso una «invenzione difficile e capricciosa».
Provenienza del Cristo Morto
Del dipinto conosciuto con il titolo *Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti* esistono diverse varianti. L'opera esposta presso la Pinacoteca di Brera di Milano, secondo l'ipotesi più accreditata, è quella che fu ritrovata nello studio del Mantegna dopo la sua morte. Il figlio dell'artista, Ludovico, la vendette poi al cardinale Sigismondo Gonzaga nel 1507. Nel 1531 il dipinto decorò, forse, il camerino di Margherita Paleologa, sposa di Federico Gonzaga. Da questo momento dell'opera non vi sono tracce precise. Fu, poi, inventariata tra i beni dei signori di Mantova nel 1627. Da questa data le tracce del dipinto sono confuse, in quanto i documenti che ne attestano i passaggi di proprietà sono pochi e non precisi.
Nel 1628 il dipinto divenne proprietà di Carlo I d'Inghilterra, insieme ad altre opere della collezione dei Gonzaga. Passò, poi, al mercato antiquariale e, quindi, al cardinale Mazarin. L'opera seguì, poi, la sorte della collezione dispersa del religioso e di essa si perdono le tracce per più di cento anni. Nel 1806, Giuseppe Bossi, segretario della Pinacoteca di Brera, convinse il Canova a mediare l'acquisto del *Cristo morto*. Il dipinto giunse, così, a Brera nel 1824. Il *Cristo morto* rimase di proprietà della famiglia Gonzaga almeno fino al 1627, quando tutta la collezione fu dispersa.