La Produzione Tradizionale della Calce: Le Fornaci (Calchere)

La calce, un materiale da costruzione fondamentale, ha avuto un ruolo cruciale nella vita quotidiana e nell'edilizia per secoli. Mentre oggi imbiancare un appartamento è un'operazione semplice che richiede solo una chiamata all'imbianchino, in passato, nella maggior parte delle abitazioni, soprattutto sammarchesi, l'imbiancatura era un compito svolto autonomamente, spesso dalle donne. Bastava acquistare la calcina, depositata all'aperto in vasche chiamate caviciunare, che era un elemento indispensabile anche per i muratori, i quali senza la calce non avrebbero potuto lavorare. È importante considerare che in passato il cemento era quasi sconosciuto.

Questa calcina veniva sciolta in un secchio con l'acqua e, una volta ben diluita, si poteva iniziare l'imbiancatura con un particolare pennello rotondo a forma di girasole, noto come lu scupele. Questo strumento era composto da molti pennellini di setola legati tra loro attorno a un supporto, formando un grosso pennello del diametro di dodici-quindici centimetri. I muratori utilizzavano la calce amalgamandola sia con la rena (sabbia) che con la pezzelama (pozzolana) per specifiche occasioni, sebbene quest'ultima non sia più in uso oggi.

La Costruzione della Calecara

Per ottenere la calce, era necessario costruire la calecara, una fornace dedicata alla cottura delle pietre calcaree. La sua realizzazione coinvolgeva circa quindici operai: alcuni scavavano un fosso profondo tre metri per cinque di diametro, altri raccoglievano la pietra e altri ancora la frasca e la legna necessarie.

Schema di un forno per calce

Nel fosso, le pareti venivano rivestite con pietre, creando una sorta di muro a secco fino al livello del suolo. Da qui, la costruzione proseguiva allineando pietre sempre più grosse e generalmente lunghe per garantire una maggiore stabilità. Il muro circolare, raggiunta l'altezza di un paio di metri, tendeva a restringersi fino alla chiusura completa. Al centro dell'ultimo spazio rimasto, veniva incuneata una grossa pietra a forma conica, chiamata chiava. Internamente, la parte più alta della fornace misurava circa sei metri da centro a centro.

Il costruttore doveva fare attenzione a non lasciare troppi spazi vuoti nell'allineare le pietre; dove queste non combaciavano, si utilizzava del pietrisco per impedire vie di fuga per il calore. All'esterno della parte superiore, i vuoti venivano chiusi con la pezzelama per evitare ogni possibile entrata e uscita d'aria, seguendo il detto dei vecchi calecarule: "Il calore deve morire dentro". Nella parte esposta a mezzogiorno, si lasciava una apertura, la vocca, attraverso cui si introduceva la legna. Sopra questa porticina, dove a turni di sei ore sostavano continuamente gli uomini addetti al fuoco (i menature), si costruiva una loggia, una sorta di pensilina fatta di frasche, paglia e altro, per ripararli dalla pioggia e dal vento. Intorno alla struttura, a protezione, veniva eretto un muro a secco, chiamato camiscia morta, la cui funzione non era la cottura ma la salvaguardia dell'intero complesso dalla base alla cima, la cui camiscia era detta ciavurre.

Foto di calecara tradizionale con camiscia morta

Il Processo di Cottura

L'accensione del fuoco nella calecara era un compito che spettava al padrone, il quale lo svolgeva quasi come un rito. Una volta acceso, il fuoco doveva divampare continuamente per almeno otto giorni, o comunque fino a quando non si percepiva distintamente l'odore caratteristico della pietra cotta. Inoltre, quando la pietra raggiungeva la giusta cottura, l'interno della fornace assumeva un colore verdastro, e tutti i buchi tra le pietre del muro si chiudevano a causa della fusione, trasformando l'intera parete circolare in una struttura compatta. Anche da lontano, i lavoratori addetti alla fornace riuscivano a sentire l'odore della calce, segnale che indicava il momento di smettere di alimentare il fuoco.

Il Raffreddamento e lo Scarico della Fornace

Dopo aver cessato di alimentare il fuoco, era necessario attendere ventiquattro-trentasei ore prima di iniziare la fase di "scamiciare", ovvero liberare la calecara dalla massa di pietrame che la avvolgeva. I lavoratori, che per quindici o venti giorni erano stati assenti da casa per scavare la puscina, approvvigionare la pietra e ammassare legna, potevano finalmente fare una "scappata" al paese per riposare un giorno, stare con le loro famiglie o amici. Sul posto rimaneva solo un responsabile, che seguiva attentamente l'evoluzione della fase di raffreddamento.

Antichi mestieri: lavoratori al forno per calce

Quando la fornace veniva "scaricata", il lavoro diventava particolarmente delicato e pericoloso. Richiedeva grande esperienza, capacità e, soprattutto, prudenza, poiché si iniziava dalla chiava, procedendo a ritroso rispetto alla costruzione. Era fondamentale prestare attenzione a non cadere dove ancora ardeva il fuoco. Una volta raccolta la pietra cotta, sulle ceneri rimanenti si spargeva dell'acqua per spegnere la brace che covava sotto, recuperando alla fine diversi sacchi di carbone.

Resa e Impatto Sociale

Ogni calecara produceva generalmente quattrocento quintali di calce. Al termine del processo di cottura e scarico, terminava anche il lavoro, dando inizio a una lunga fase di disoccupazione con le conseguenze sociali facilmente immaginabili. Antonio Coco ('Ndrechettedde), uno dei lavoratori impegnati in questo mestiere, nonostante i suoi oltre ottant'anni, ricorda ancora perfettamente la sua attività nel campo delle calecare.

Le Calchere nell'Alto Garda e Ledro: Un Censimento Storico

Le calchere, definite come fornaci utilizzate in passato per cuocere le pietre calcaree e trasformarle in calce viva, sono state oggetto di un censimento nell'ex Comprensorio Alto Garda e Ledro. Questo progetto ha preso avvio dalla catalogazione degli Operatori Ambientali effettuata tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, culminata con la pubblicazione del libro "Le calchere del Comprensorio Alto Garda e Ledro 6".

Mappa o infografica delle calchere censite in Val di Ledro

Successivamente, sono stati condotti numerosi sopralluoghi sul territorio per individuare questi manufatti. Le testimonianze orali e le indicazioni delle persone che ancora oggi ne conservano memoria hanno avuto un ruolo fondamentale nel ritrovamento di molte calchere. Confrontando i risultati delle diverse ricerche, si stima che in un arco di tempo di circa tre secoli, fino alla metà del XX secolo, siano stati attivi nella Val di Ledro complessivamente circa 70 forni per la produzione di calce.

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