L'arte di Rimini, fiorita tra il Trecento e il Quattrocento, rappresenta uno dei momenti di snodo cruciali della storia dell'arte in Italia. Questo periodo vide l'emergere di maestri capaci di interpretare con originalità le nuove tendenze artistiche, lasciando un'eredità di opere di non minore importanza sia per la pittura riminese che, più in generale, per l'arte italiana di quel secolo. Tra questi, spiccano figure ancora avvolte nel mistero, come il "Maestro di Rimini", e personalità ben documentate, come il pittore Pietro da Rimini, le cui opere includono significative rappresentazioni della Natività.
Il Misterioso Maestro di Rimini: Scultore in Alabastro
Identità e Contesto Artistico
Agli inizi del Quattrocento, la scultura in alabastro raggiunse vette di impareggiabile bellezza, e Rimini è una delle poche testimoni italiane di questa maestria. Alabastro e maestria, tecnica e leggerezza, minuzia e irrealtà si impastavano tra le mani di uno scultore sapiente per realizzare opere d’arte di cui restano poche tracce e un solo grande interrogativo: chi è quel virtuoso scultore? Viene chiamato Maestro di Rimini, ma in realtà ci troviamo di fronte a un’entità più che a una persona unica, forse una bottega quattrocentesca composta da più persone. Opere del Maestro di Rimini sono sparse per tutta Europa, la loro bellezza e qualità sono apprezzate fin dall’antichità. Eppure, di lui (o della sua bottega) si è persa ogni traccia, tanto che storici dell’arte e ricercatori, da anni dibattono sulla sua identità e provenienza, formulando ipotesi sulla sua permanenza a Rimini e sui percorsi che le sue statue dovettero compiere per l’intera Europa. Quel che è certo è il grande valore artistico dello scultore, la cui maestria nello scolpire l’alabastro, materiale delicato ed estremamente difficile da lavorare, era stata riconosciuta e apprezzata già in tempi antichi.

Le Opere Principali: La Pietà e gli Altari
È ancora possibile ammirare l’unica opera sopravvissuta a Rimini: il magnifico gruppo scultoreo noto come Pietà o Madonna dell’Acqua. Si trova nel Tempio Malatestiano, all’interno di una nicchia nella prima cappella sinistra. Si tratta di un’opera di grande qualità stilistica in cui è possibile rintracciare alcuni elementi distintivi che ne hanno permesso l’attribuzione al Maestro di Rimini: una grande attenzione ai particolari e nello stesso tempo, il respiro idealistico delle forme. Le stesse caratteristiche individuano l’altra opera del nostro Maestro, quella forse più grandiosa: l’Altare di Rimini, ora al Museo Liebieghaus di Francoforte sul Meno. Costruito molto probabilmente per la chiesa di Santa Maria delle Grazie attorno al 1430, l’opera venne venduta dai Frati Francescani nel 1910 a un antiquario romano che ne trattò poi la vendita al Museo tedesco. L’Altare è costituito da un Calvario attorniato dai 12 apostoli. Le statue, alte una quarantina di centimetri, sono contraddistinte da quella contrapposizione tra realismo e idealismo delle forme che è proprio del Maestro e che ne costituisce non solo un tratto distintivo, ma anche un livello di grandissima qualità espressiva. In quel loro atteggiarsi in pose irreali, nelle espressioni patetiche perdute nel vuoto; queste figure evocano un contrasto così interessante - con quel panneggio delicato e particolareggiato che costituisce le vesti - da raggiungere un’armonia e un’espressività senza precedenti nella scultura alabastrina di quell’epoca. Impareggiabile per intensità e bellezza, questo altare ora esposto al museo di Francoforte, conta un solo simile in Italia. Si tratta dell’Altare dell’Umiltà, unica altra opera dell’anonimo scultore, oggi conservata all’interno delle collezioni Borromeo sull’Isola Bella (Stresa) e proveniente da Santa Maria in Podone a Milano. L’opera reca addosso quelle stesse caratteristiche connaturate alla mano del Maestro, pur non eguagliando la grandiosità dell’Altare di Rimini.
Origini, Trasporto e Destino delle Opere
Francesca Nanni, storico dell’arte riminese, ha contribuito in modo determinante, con le sue ricerche, a far luce su questo artista, virtuoso quanto difficile da collocare, pubblicando un saggio “Il Maestro di Rimini: una traccia” nella storica rivista “Romagna, arte e storia”, numero 80. Pare che il Maestro di Rimini fosse originario di una regione compresa tra la Francia e il Belgio e in particolare di una zona tra Tournai e Lille, e non di origine tedesca come invece si riteneva fino a pochi anni fa. Molto probabilmente, il nostro Maestro era titolare di una bottega quattrocentesca organizzata sul lavoro di più scultori, ma guidata da un’artista più virtuoso degli altri, il capo-bottega, ruolo probabilmente di appannaggio del Maestro. In quell’epoca, la prima metà del Quattrocento, le statue in alabastro erano in voga in tutta Europa e venivano commercializzate in gran quantità nei mercati delle principali città. Questo spiegherebbe le dimensioni ridotte delle statue che compongono i due altari italiani (di Rimini e dell’Umiltà), costruite appositamente con caratteristiche idonee al trasporto su lunghe tratte. Poi, in seguito alla Controriforma Cinquecentesca, che causò la distruzione di ingenti quantità di opere d’arte in tutto il nord Europa risparmiando però l’Italia, le opere del Maestro andarono in gran parte distrutte. Questo spiegherebbe come in Italia, gli altari in alabastro siano potuti arrivare integri ai giorni nostri. Ciò nonostante, restano molti interrogativi circa l’effettiva presenza del Maestro a Rimini. Le opere potrebbero essere state spedite dal nord Europa, come indicherebbero le piccole dimensioni delle statue. Ma non è facile spiegare come una città come Rimini, legata da vincoli storici e artistici alla tradizione veneziana e orientale, abbia guardato al nord Europa per l’acquisto di opere in alabastro. Secondo le ipotesi formulate dalla Nanni, fu proprio il legame tra i Borromeo, signori di Milano e francofili per tradizione, e Galeotto Roberto, signore di Rimini all’inizio del Quattrocento, a determinare quel “contagio” stilistico responsabile della comparsa, entro le mura del Santuario delle Grazie, del dibattuto altare. Della collocazione originaria resta una testimonianza dal Malazzappi precedente al 1580, dopo la quale pare essere sceso sul gruppo scultoreo un silenzio profondo delle fonti. Che l’altare sia stato successivamente spostato dalla sua dimora originaria? O semplicemente, col passare del tempo, le statue in alabastro sono passate di moda? Allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile risalire alla verità. Certamente, col tempo, le statue sono state ricoperte da una patina nera che probabilmente ne impediva il riconoscimento e la giusta considerazione.
Pietro da Rimini: Un Protagonista della Pittura Giottesca
Vita e Contesto Artistico
Pietro da Rimini, pittore riminese, è documentato tra il 1324, data di un polittico perduto realizzato insieme a Giuliano da Rimini per la chiesa degli Eremitani a Padova, e il 1338, anno in cui compare, in qualità di testimone, in due documenti connessi con i canonici di S. Maria in Porto Fuori a Ravenna. Nel primo, datato 14 febbraio 1338, «magistro Petro pictore de Arimino» prestava testimonianza su alcuni censi spettanti ai canonici di S. Maria in Porto Fuori a Ravenna per dei loro possedimenti a Rimini; nel secondo, datato 3 maggio dello stesso anno, l’artista ripeteva la dichiarazione, qualificandosi come «magistro Petro pictore de contrata Sancti Bartholi». La definizione della figura e del catalogo dell’artista nell’ambito della scuola pittorica riminese, fiorita tra la Romagna e le Marche nella prima metà del Trecento sull’onda delle novità giottesche di Assisi e Rimini, si deve, a partire dall’unica opera firmata (il Crocifisso della cattedrale di Urbania) e dal primo nucleo individuato da Joseph A. Crowe e Giovan Battista Cavalcaselle (1883), alle ricerche di Cesare Brandi (Mostra della pittura riminese, 1935), Carlo Volpe (1965), Miklós Boskovits (1987, 1988, 1989, 1993), Pier Giorgio Pasini (1990, 1995, 1999, 2012), Oreste Delucca (1992, 1997) e Daniele Benati (1992a, 1992b, 1995).
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Le Opere Murali e la Ricerca Espressiva
In particolare, con gli studi di Boskovits, s’è affermata nella critica la tendenza ad accorpare sotto il nome di Pietro importanti imprese ad affresco di cultura riminese. A Pietro e alla sua bottega sono stati riferiti anche gli Apostoli, acefali, della pieve di S. Cassiano presso Castelcavallino, frazione di Urbino, e le distrutte Storie di Cristo e s. Prosdocimo del castello di S. Salvatore dei conti di Collalto, a Susegana. Maggior consenso suscita l’inclusione nel catalogo di Pietro dell’impresa a fresco del Cappellone di S. Nicola a Tolentino (Macerata), con Storie della Vergine, Storie di Cristo e Storie di s. Nicola (lungo le pareti), Evangelisti e Dottori della Chiesa (nelle vele), datata tra il 1317 e il 1325. Caratterizzato da una materia pittorica compatta, dalla cromia preziosa e squillante, e dal ricorso a fasce decorative in cui sono intercalati busti di santi e teste grottesche, consonanti con le prove di Pietro Lorenzetti nel transetto della Basilica Inferiore ad Assisi (1320 circa), il ciclo fu probabilmente eseguito da una maestranza numerosa e ben organizzata sotto le direttive di Pietro, al quale spetterebbero direttamente i brani di più accentuato senso espressivo e narrativo (Strage degli Innocenti, Disputa con i dottori, Nozze di Cana, Orazione nell’Orto, Discesa al Limbo, Resurrezione, Pentecoste, Dormitio Virginis, Natività, Evangelisti e Dottori). La ricerca del patetismo espressivo e del ritmo in tensione riscontrabili nelle scene tolentinati ascrivibili direttamente a Pietro sono evidenti anche nell’unica opera che reca, seppur oggi solo intuibile, la firma dell’artista («Petrus de Arimino fecit [hoc]»): il Crocifisso della cattedrale di Urbania. Datato intorno al 1320, il dipinto è da sempre un punto fermo per la ricostruzione della fisionomia dell’artista, «attirato dall’antichità e affascinato dalla realtà, e impegnato a trasfigurarle con la fantasia in forme nuove, preziose e piene di pathos». Probabilmente agli inizi del terzo decennio Pietro realizzò le Storie di Cristo ad affresco in S. Francesco. Nel 1324 il maestro eseguì, insieme a Giuliano da Rimini, il polittico per l’altare maggiore della chiesa degli eremitani a Padova, oggi perduto. Datati intorno alla metà del terzo decennio sono i diciotto frammenti ad affresco con Storie di Cristo (Padova, Museo civico) provenienti dal convento degli eremitani; un insieme in cui si è riscontrato come la visione degli affreschi padovani di Giotto abbia potuto stimolare nel pittore la ricerca di effetti più contrastati e drammatici, e insieme monumentali. Questa prima accelerazione in senso gotico, contraddistinta da ritmi cadenzati e compostezza di gesti, si manifesta anche nell’impresa, ormai unanimemente attribuita a Pietro, dell’abside della pieve di S. Giovanni in Compito.
La Natività nelle Opere di Pietro da Rimini
Tra le opere più significative di Pietro da Rimini si annoverano diverse rappresentazioni della Natività, un tema iconografico centrale nell'arte cristiana. La chiesa di S. Chiara, oggi adibita a teatro, presentava nell’abside, lungo le pareti, Storie della vita di Cristo tra cui Annunciazione, Natività, Adorazione dei Magi, Battesimo, Orazione nell’Orto e Crocifissione, insieme a quattro santi francescani. Gli affreschi di S. Chiara, staccati per ragioni conservative e attualmente esposti nel Museo nazionale di Ravenna, non hanno mai suscitato dubbi riguardo all’autografia di Pietro, rappresentandone anzi l’estrema maturità. Allo stesso punto di stile, anche se il tono narrativo risulta meno drammatico, probabilmente a causa di un più largo intervento della bottega, è stato individuato nel ciclo della chiesa di S. Maria in Porto Fuori, bombardata il 5 novembre 1944, di cui oggi sopravvivono nove frammenti. Per il forte tono drammatico, inquadrabile nella temperie culturale del quarto decennio, si attribuiscono inoltre a Pietro cinque tavolette, probabilmente in origine unite a formare una piccola ancona. Tra queste spicca la Natività (Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza), affiancata da altre scene come la Presentazione al Tempio e la Deposizione nel sepolcro (Berlino, Gemäldegalerie), la Resurrezione e il Noli me tangere (Rimini, Collezione d’arte Fondazione Cassa di risparmio).
Giovanni da Rimini e Altre Natività
La Natività di Gesù è un tema ricorrente anche nell'opera di altri artisti riminesi, dimostrando la centralità di questo soggetto nel contesto devozionale dell'epoca. Tra questi, merita menzione una Natività di Gesù (Dipinto) di Giovanni da Rimini. Giovanni da Rimini è un altro pittore significativo del Trecento riminese, e alcuni studiosi hanno identificato il "Maestro del Coro di S. Agostino a Rimini" con Giovanni da Rimini stesso, suggerendo una figura artistica di rilievo già nei primi decenni del secolo. Queste opere riflettono la profonda influenza francescana nella predicazione e nella produzione di testi devozionali, con i pittori che, per genuina adesione ai loro modelli religiosi, mostravano abilità predicatoria nella stesura del programma iconografico.

Rilevanza dell'Arte Riminese
L'arte riminese, sia scultorea che pittorica, non solo ha plasmato l'identità artistica della regione, ma ha anche contribuito in modo significativo al panorama artistico italiano ed europeo. La presenza di opere del Maestro di Rimini e di Pietro da Rimini in importanti musei internazionali testimonia il loro valore universale. L'impegno nel valorizzare i tanti materiali poco noti custoditi nei depositi museali, o individuati sul mercato antiquario o in altri musei, è fondamentale per completare la conoscenza di questi maestri e delle loro creazioni, offrendo una visione sempre più completa di uno dei periodi più fertili dell'arte italiana.