Machiavelli e il Conflitto tra Politica e Morale Religiosa

Sopra il portale principale di Palazzo Vecchio campeggia un frontespizio decorativo in marmo, con il monogramma raggiato di Cristo Re. Al centro, affiancato da due leoni, c'è il trigramma di Cristo circondato dalla scritta Rex Regum et Dominus Dominantium (Re dei Re e Signore dei Signori).

Monogramma di Cristo Re sul Palazzo Vecchio a Firenze

Questa iscrizione, che risale al tempo di Cosimo I, sostituiva una precedente, ispirata da Savonarola, che con molta probabilità recitava così: Iesus Christus rex florentini populi S.P. decreto electus, intendendo cioè che Cristo era il sovrano della città e che nessuno avrebbe mai osato "spodestare" il Cristo prendendo il comando di Firenze. Cosimo I la fece sostituire, indicando abilmente sì Cristo Re, ma Re dei re e Signore dei signori, ovvero colui che legittima il potere di coloro che ce l'hanno.

Tra queste due iscrizioni, tra il breve periodo della Repubblica fiorentina, ispirata dalla riforma morale del Savonarola, e il ritorno della Signoria, pragmatica nel considerare che al "reggimento" dello Stato non basta la preghiera, si consuma la stagione politica di Niccolò Machiavelli. Religione e potere: un intreccio inestricabile che lo stesso Machiavelli cerca di dipanare nel suo Principe tra un richiamo alla Provvidenza e la superiorità dell'antiqua virtus sulla vita cristiana quale era insegnata dalla Chiesa.

La Nascita della Scienza Politica e la Condanna di Machiavelli

Il quinto centenario de Il Principe ha offerto l'occasione per una riflessione su un tema che rimane sempre attuale: Gesù Cristo Re del popolo fiorentino o Signore dei Signori? L'opera di Machiavelli inaugura la scienza della politica, separandola dalla morale religiosa.

Ritratto di Niccolò Machiavelli

Il nome di Machiavelli produce ogni volta l’effetto di scuotere i lettori, metterne alla prova i convincimenti, costringerli a reagire e a misurare i loro strumenti di comprensione e di giudizio, restando però sempre irriducibile a formule o etichette. Sostanzialmente ignorato finché Machiavelli fu vivo, solo dopo la sua morte Il Principe trovò nella stampa postuma sotto le insegne papali la porta per entrare davvero nell’orizzonte del tempo.

Ma intanto, in quella diffrazione temporale tra la stesura e la stampa, si era prodotto un cambiamento di clima decisivo: assente il nuovo stato italiano da lui sognato, era il papato che saldava per i secoli a venire la sua preminenza su un’Italia pura espressione geografica, perdendo però non solo il potere materiale degli eserciti ma anche quello immateriale delle indulgenze, come Machiavelli stesso aveva lucidamente compreso. La lotta che si svolgeva allora in Europa aveva per campo la Riforma protestante, che saldava nei cuori la devozione e chiedeva la trasparenza tra convinzioni interiori e confessione pubblica di fede, come un patto scritto tra sovrani e sudditi.

In quel contesto, dire e scrivere che per un capo politico contava più l’apparenza che la realtà e che nella lotta per il potere vigevano altre regole che quelle della morale privata non era possibile. Ecco perché la Chiesa cattolica fu la prima a condannare quei libri a non essere letti, perché la chiesa calvinista creò l’invenzione polemica del machiavellismo come dottrina di immoralità, finzione e delitto, e perché infine in Inghilterra Il Principe venne letto come un libro scritto col dito di Satana.

Adriano Prosperi, professore emerito di Storia moderna alla Scuola Normale di Pisa, ha profondamente modificato la storia italiana dell’età moderna con i suoi lavori, offrendo una chiave di lettura essenziale per comprendere il contesto in cui l'opera di Machiavelli fu condannata e demonizzata dalle istituzioni religiose.

I "Consigli" di Machiavelli per la Politica Moderna

Nonostante la storica condanna, l'attualità de Il Principe di Machiavelli è indiscutibile. L'autore rimane uno dei più famosi, profondi e attuali trattati sull'arte del Governo. Maurizio Viroli, professore di Teoria politica all'Università di Princeton e professore di Comunicazione politica all'Università della Svizzera italiana, ha riletto il capolavoro, traendone principi utili per la politica contemporanea.

ONE - INTERVISTA A CACCIARI - MACHIAVELLI

Principio 1: L'Importanza della Partecipazione

Il primo consiglio machiavelliano, secondo Viroli, è "prendere il manco tristo per buono". La traduzione di Viroli suggerisce che «I cittadini intelligenti hanno a cuore il bene pubblico e fanno sentire la propria voce». Un'esegesi di questo principio evidenzia che chi non vota non fa sentire la propria voce, lasciando che siano gli altri a prendere decisioni al suo posto e perdendo, di conseguenza, il diritto di lamentarsi.

Principio 2: Giudicare dalle Azioni, non dalle Apparenze

Il secondo consiglio è "giudica alle mani, non agli occhi", come dice Machiavelli. Viroli commenta che «I politici si giudicano guardando i fatti e non le apparenze». Questo suggerisce di non farsi ingannare dalle apparenze, ma di guardare ai fatti, ai comportamenti effettivi di ogni candidato, sia nella sua carriera politica, sia nel corso della campagna elettorale. È fondamentale raccogliere informazioni e documentarsi sulle leggi che i candidati hanno sostenuto e votato, poiché nella scelta dovrebbero contare di più i valori concretamente sostenuti, piuttosto che l'immagine mediatica offerta.

Principio 3: Trasparenza nella Ricerca di Favori Pubblici

Un altro principio cruciale è che "una Repubblica bene ordinata debbe aprire le vie a chi cerca favori per vie pubbliche, e chiuderle a chi li cerca per vie private". Viroli interpreta questo affermando che «Chi fa i favori e promette la luna vuol dominare, anche se sembra buono». Questo principio considera legittimo cercare i propri "favori", purché lo si faccia rispettando le leggi e in modo trasparente, in una sorta di moderna concezione di lobbying corretta e legale. L'uomo ha diritto a perseguire il proprio interesse, ma il problema sorge quando cerca di ottenerli per vie private, di nascosto, corrompendo o pagando tangenti. Viroli sottolinea inoltre un'altra implicazione del testo machiavellico: dietro ogni promessa bisogna saper intravvedere una volontà di dominio, non il desiderio di servire il bene pubblico.

È certo che non tutto ciò che scrisse e predicò l'intellettuale va preso per verità incontrovertibile, ben sapendo che alcune pieghe del suo pensiero non si conformano alla morale e alla Dottrina della Chiesa. Tuttavia, l'analisi di questi "consigli" machiavelliani dimostra la sua profonda e ancora attuale intuizione sulla natura del potere e dell'azione politica, spesso in netto contrasto con le aspettative di moralità religiosa o "evangelica".

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