Lutero e la Guerra dei Contadini: Cause, Svolgimento e Conseguenze

Il Contesto del XVI Secolo: Riforma e Malcontento Sociale

Il XVI secolo in Europa è famoso per lo scisma avvenuto nella cristianità fra cattolici e protestanti. In questo periodo Martin Lutero cercò di purificare il mondo cristiano dalle sue nefandezze. Il 31 ottobre 1517, come comunemente raccontato, Lutero affisse le cosiddette 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, critiche contro la corruzione sopravvenuta nel tempo. Queste tesi, come il fatto che i fedeli eleggessero il proprio parroco, sconvolgevano in parte l’assetto del sistema cattolico.

La Riforma fu un periodo di fermento ideologico di massa concentrato principalmente nelle città della Germania. Tuttavia, era accompagnata da un grande malcontento nell’intera società, non soltanto nelle aree urbane. Per molti degli oppositori di Lutero, e in effetti per Lutero stesso, la ribellione esplosa nelle campagne tedesche nel 1524 era una conseguenza diretta del malcontento religioso. La stessa Riforma, come disse Karl Marx, sebbene possa aver avuto inizio “nel cervello del monaco”, era anche collegata ai più ampi sviluppi economici del sedicesimo secolo, in particolare alla crescita degli interessi capitalistici all’interno della società europea.

La società tedesca del sedicesimo secolo dipendeva interamente dai contadini, i quali costituivano la principale classe produttiva. Essi erano orribilmente oppressi e nelle richieste da loro avanzate si percepisce l’ira nei confronti di un sistema feudale che li sfruttava in ogni fase della loro vita. Erano sottoposti a forti vincoli alla loro libertà, onde evitare che abbandonassero i campi o emigrassero nelle città. La miseria gravava sulle spalle dei contadini a causa della decima dovuta alla chiesa, oltre alle imposte chieste dagli stati territoriali tedeschi per il loro sviluppo. Potevano essere picchiati o giustiziati senza possibilità di ricorso e dovevano cedere una percentuale della produzione agricola alla chiesa e ai loro signori, a prescindere da come fosse andato il raccolto. Questo era la base economica della ribellione del 1524. Prima della Guerra dei Contadini, numerose rivolte contadine erano già scaturite e poi soffocate nel sangue.

Mappa della Germania del XVI secolo con le aree della Rivolta dei Contadini

L'Emergere delle Rivendicazioni Contadine e la Figura di Thomas Müntzer

Circa cinquecento anni fa, nel 1524-25, una colossale rivolta investì l’Europa centrale. Guidata dalla popolazione più povera e oppressa della Germania, centinaia di migliaia di persone si sollevarono e sfidarono il sistema feudale. La Guerra dei contadini tedeschi, come è stata poi battezzata, fu una sollevazione che richiamò ampi settori della popolazione in una rivolta dai risvolti economici, religiosi e sociali. Le dimensioni dell’insurrezione furono tali da terrorizzare la classe dirigente tedesca. La stessa denominazione “guerra dei contadini tedeschi” è impropria, poiché la ribellione richiamò tutti gli scontenti e gli oppressi al confronto aperto con le classi dirigenti a livello locale e regionale. Le istanze dei poveri e degli oppressi - sia nelle aree urbane, sia in quelle rurali - unirono gli appelli alla riforma religiosa agli appelli alla liberazione economica.

Le richieste dei contadini furono spesso formalizzate in una serie di articoli. I “Dodici Articoli”, prodotti a marzo del 1525, ne sono l’esempio più noto. Questo manifesto fu rapidamente distribuito e riprodotto in tutta la Germania grazie alla più recente tecnologia di comunicazione, la pressa da stampa. Erano scritti dai rappresentanti di alcune delle più grandi “bande” di contadini, formazioni militari di migliaia di ribelli che marciavano attraverso le campagne. Questi articoli iniziavano con una delle richieste chiave della riforma di Lutero: il diritto delle congregazioni di scegliere i propri parroci, i cui salari dovevano essere pagati con la decima. Gli articoli continuavano con richieste economiche, tra cui l’abolizione della servitù della gleba, dichiarando: “Con la presente dichiariamo che siamo liberi e desideriamo rimanere liberi”. I ribelli contestavano il modo in cui i ricchi proprietari terrieri avevano privatizzato la terra, privando la gente comune del diritto di cacciare, di pescare o di usare le risorse. I dodici articoli esponevano essenzialmente la visione di una società più egualitaria, in cui le risorse della natura sarebbero state a disposizione di chiunque ne avesse bisogno, mentre il potere dei ricchi di controllare i contadini veniva limitato. L’ultimo dei dodici articoli sfidava i critici a trovare nella Bibbia qualcosa che contraddicesse le precedenti richieste.

Man mano che la ribellione si propagava, le richieste avanzate si evolvevano, spesso toccando questioni locali. I ribelli di Francoforte, per esempio, volevano anche l’abolizione dei pedaggi e la fine delle restrizioni al diritto delle persone di prodursi il proprio cibo. C’è in questi documenti una percezione coerente che la gente comune era stanca di meschine oppressioni e di vedersi sottratte le risorse fornite dalla natura. Dio aveva provveduto ai contadini tutto ciò di cui avevano bisogno per vivere la propria vita, ma i ricchi lo avevano distolto loro. Pertanto l’ordine feudale andava contro la volontà di Dio e non aveva alcuna legittimità.

Illustrazione del 1525 raffigurante i Dodici Articoli dei Contadini

In questo clima di rinnovamento religioso e di proposte rivoluzionarie sul piano politico, emerse la figura di Thomas Müntzer (1489-1525). Questo sacerdote molto colto, parroco della cittadina di Zwickau, era particolarmente sensibile alle miserie del popolo. Le sue idee sono spesso considerate quelle di un precursore del pensiero socialista moderno. Müntzer si interrogava: “Qual è l’intruglio malefico da cui scaturiscono ogni usura, ladrocinio e rapina, se non la presunzione dei nostri signori e principi che tutte le creature appartengano loro? I pesci nell’acqua, gli uccelli nell’aria, le piante sulla superficie della terra - tutto deve loro appartenere! E per aggiungere la beffa al danno, fanno proclamare ai poveri il comandamento di Dio: Dio ti ha comandato di non rubare. Ma non vale per loro. Perché mentre fanno violenza a tutti, pelano e spennano i poveri contadini, gli artigiani e tutto ciò che respira, se uno di questi commette il più piccolo crimine, dev’essere impiccato… Sono i signori stessi che fanno dei poveri i loro nemici.”

Müntzer, insieme a quelli che saranno conosciuti come i “tre profeti”, cercò di cavalcare e coordinare le diverse rivolte, che non di rado divennero molto violente, giungendo a dar fuoco a castelli e conventi. Le sue predicazioni, costellate di riferimenti biblici, trovavano orecchie sensibili presso coloro che quotidianamente erano soggetti a innumerevoli angherie. La sua incrollabile fede nella vittoria, che trovava riscontri diretti nell’Antico Testamento, destava preoccupazione. Dal pulpito della chiesa di Zwickau prima e da quello di Mühlhausen poi continuava ad rinfocolare speranze di giustizia e di affrancamento sociale predicando parole di fuoco: “…Questo è il momento, se siete soltanto tre interamente consacrati a Dio non dovete temerne centomila. Avanti! Avanti! Avanti! Non risparmiate nessuno! Nessuna pietà per il pianto degli empi. Ricordate il comandamento di Dio a Mosè di distruggere interamente e di non mostrare pietà. Tutto il paese è in agitazione. Colpite! All’armi! All’armi! Avanti! Avanti”.

Ritratto di Thomas Müntzer

La Posizione di Lutero: Dalla Cautela all'Incito al Massacro

Martin Lutero, dal canto suo, era interessato a portare avanti un cambiamento strettamente sul piano religioso, senza criticare l’autorità temporale allora vigente. Secondo la sua visione politica, l’uomo deve sopportare il potere della spada poiché è radicalmente incapace di fare il bene. Di conseguenza, la rivolta contro il potere temporale, istituito da Dio per porre un freno alla malvagità dell’uomo, è sempre empia. Nel dicembre 1526 Lutero ribadì le sue tesi nello scritto Se anche le genti di guerra possano giungere alla beatitudine. La rivolta contro il tiranno non è mai ammissibile; è preferibile che il tiranno faccia torto cento volte al popolo piuttosto che il popolo lo faccia una volta al tiranno. Dio, infatti, lascia sussistere i tiranni a causa dei nostri peccati e noi siamo in questo mondo sotto il dominio di Satana e per soffrire. Il battesimo non rende liberi corpo e beni, ma solo l’anima; né rende comuni i beni, tranne quelli che alcuno di sua volontà voglia rendere tali.

In un primo momento, quando la ribellione scoppiò nel 1524, Lutero mostrò una posizione più cauta. Da un lato, nella sua Esortazione alla pace, non scagionava i principi e i signori, sostenendo che le loro azioni, l’aver ignorato il Vangelo e aver avanzato pretese economiche ingiuste, avevano causato la ribellione. Egli riconosceva che le autorità si impossessavano ingiustamente delle proprietà dei contadini. Tuttavia, allo stesso tempo, Lutero non insegnava a ribellarsi contro l’autorità, voluta da Dio per mantenere l’ordine in terra. Non spettava ai contadini giudicare chi comanda: “l’autorità ingiusta e malvagia non giustifica affatto né l’organizzazione di bande né la sedizione.”

La situazione cambiò drasticamente quando Lutero percepì che la Riforma gli stesse sfuggendo di mano, minacciata dalla piega radicale presa dalle rivolte e dall'influenza di figure come Müntzer e Carlostadio. Lutero decise di uscire dal proprio ritiro e ritornare a Wittenberg per riprendere le redini della rivoluzione, additando se stesso come l’inviato di Dio. Rivendicava che la riforma si dovesse fare solo con il consenso e la guida dei principi. Per marcare ulteriormente la distanza con Carlostadio e Müntzer, Lutero ripristinò (momentaneamente) il latino nella liturgia, l’uso dei paramenti sacerdotali e la comunione sotto la sola specie del pane. Non che gli importasse realmente di questi aspetti, ma egli voleva e doveva sottolineare che era lui la guida spirituale della riforma, e che nessuno poteva permettersi di prendere iniziative senza il suo consenso e turbare l’ordine civile cui tanto tenevano i principi, suoi protettori. Il suo attacco sistematico e smodato al papato e alla gerarchia cattolica non poteva che avvenire al prezzo della sua dipendenza dai principi, soprattutto dopo che la Dieta di Worms lo aveva dichiarato eretico e quindi passibile di morte.

Quando i contadini protestarono per la perdita dei diritti sotto il nuovo ordine e si rifiutarono di abbandonare il loro dominio per una società più giusta, Lutero istigò i principi al massacro. Nel maggio del 1525, scrisse il libello Contro le empie e scellerate bande dei contadini, un testo di una violenza unica, che dimostra la paura che animava Lutero di fronte al sommovimento popolare e la sua totale partigianeria nei confronti dei principi. Poiché i contadini non gli davano ascolto, poiché rifiutavano il principio dell’obbedienza all’autorità secolare, anche se ingiusta, “allora si dovette stappar loro le orecchie con palle da schioppo, talché le teste saltarono in aria”.

Le argomentazioni di Lutero contro i contadini si basavano su tre punti principali:

  1. **Violazione della fedeltà:** I contadini avevano giurato fedeltà e obbedienza alla loro autorità, come comandato da Dio in Luca XX, 25 (“Date a Cesare quel ch’è di Cesare”) e Romani XIII, I (“Ciascuno sia soggetto all’autorità”). Rompendo volontariamente e con empietà quell’obbedienza, si erano posti contro i loro signori, confondono anima e corpo come “birboni, traditori, infidi, spergiuri, mentitori e ribelli”.
  2. **Crimini e saccheggi:** I ribelli avevano organizzato rivolte, rapinato e saccheggiato con empietà castelli e conventi che non appartenevano a loro, meritando così doppiamente la morte del corpo e dell’anima come “ladroni pubblici e assassini da strada”. Lutero affermava che la sedizione non è solo malvagia criminosità, bensì un gran fuoco che incendia e devasta un paese, portando strage, sangue e distruzione.
  3. **Bestemmia e maschera del Vangelo:** I contadini mascheravano i loro delitti con il Vangelo, chiamandosi “Fratelli Cristiani”, estorcevano giuramenti e obbedienza, costringendo la gente a partecipare a tali empietà. Per questo erano diventati “i più grandi bestemmiatori di Dio e offensori del Suo Santo Nome, a questo modo onorando e servendo il demonio sotto la maschera del Vangelo”.

Lutero ribadiva che "Mosè più non conta né vale nel Nuovo Testamento; qui regna il nostro maestro Cristo, che ci mette anima e corpo sotto l’imperatore e il diritto secolare, allorché dice: 'Date a Cesare quel ch’é di Cesare'". Aggiungeva che "il demonio senta prossimo il giorno del Giudizio, dacché ha scatenato delitti così inauditi".

Alessandro Barbero - Martin Lutero (1. parte)

L’autorità secolare, secondo Lutero, aveva il diritto e il potere di punire i contadini, anzi era tenuta a farlo, poiché essa impugna la spada ed è ministra di Dio sopra quanti commettono il male. Così, Lutero incitava: “Dunque l’autorità proceda di buon animo e colpisca con buona coscienza finché le resta un filo di vita... chiunque dalla parte dell’autorità venga ucciso sia un vero e proprio martire al cospetto di Dio... Ma quanti periranno tra i contadini, saranno tutti anime dannate”. E in un passaggio ancor più crudo: “Cari signori, liberate, salvate, aiutate e abbiate misericordia della povera gente; ma ferisca, scanni, strangoli chi lo può; e se ciò facendo troverai la morte, te felice, morte più beata giammai potresti incontrare, perché muori in obbedienza alla parola e al volere di Dio”.

Il suo linguaggio divenne estremamente violento: “Se il contadino è in aperta ribellione, è fuori dalla legge di Dio, perché la rivolta non è un semplice assassinio, ma è come un gran fuoco che attacca e devasta un intero paese. Perciò la ribellione riempie un paese di assassini e di spargimento di sangue, fa vedove ed orfani e mette sossopra ogni cosa come un gran disastro. Perciò chiunque può farlo colpisca, trafigga e uccida in pubblico o in segreto, ricordando che nulla è così velenoso, dannoso e diabolico come un ribelle. È come quando si deve uccidere un cane arrabbiato; se non lo colpisci tu, lui ti ferisce e rovina l’intero paese con te… Scanni, ammazzi, strangoli chi lo può. E se ci rimetti la vita, buon per te, non potrebbe giungerti morte più beata. Son tempi stupefacenti questi, in cui un principe può guadagnarsi il cielo spargendo sangue meglio che altri pregando”.

Il Massacro e le Conseguenze della Repressione

Le autorità della Sassonia, spaventate dalla violenza crescente, dovettero reagire. I principi di Sassonia convocarono Müntzer e Carlostadio, i quali, nonostante le argomentazioni di Carlostadio per dissociarsi da Müntzer, non convinsero né i principi né Lutero, il quale era letteralmente terrorizzato dai sanguinosi disordini. Carlostadio fu costretto ad abbandonare la Sassonia. Anche Müntzer, che aveva la temerarietà di affermare che “Gli empi non hanno diritto di vivere”, fu costretto ad abbandonare la Sassonia dopo essere stato deferito a una commissione.

I principi tedeschi, ricorrendo ai prestiti dei banchieri Fugger, assoldarono migliaia di Lanzichenecchi portando all’uccisione di circa 100.000 contadini. Lutero, in questo contesto, lodò lo sterminio già in parte avvenuto e ne incentivò il proseguimento, incitando i nobili: “Un sedizioso non è degno che gli si risponda con ragionevolezza, tanto non capirebbe: con il pugno si deve rispondere a quegli zucconi, sì che il sangue gli coli dal naso. […] i contadini non intendevano dare ascolto e addirittura non lasciavano parlare; allora si dovette stappar loro le orecchie con palle di schioppo, talché le teste saltarono in aria.”

Rappresentazione della battaglia di Frankenhausen

La Guerra dei Contadini Tedeschi, sebbene coinvolse decine di migliaia di persone, non fu una rivoluzione in grado di rovesciare il feudalesimo. Ci fu un numero di rivoluzionari che volevano che la sollevazione si spingesse ben oltre i limiti stabiliti da alcuni dei suoi leader, capendo che l’oppressione sarebbe continuata, a meno che non fossero state eliminate le cause profonde della stessa. Ma i principi si rifiutarono di abbandonare il loro dominio per una società più giusta.

L'assolutismo di Stato non fu più posto solo come principio, ma come realtà concreta, giustificata teologicamente da Lutero e da lui politicamente sostenuta. L’alleanza di Lutero con il potere secolare, nata con il suo Appello alla nobiltà della nazione germanica, si rafforzò ancora di più. Il protestantesimo si affermò in molte regioni attraverso il potere dei principi, cioè dall’alto e non dal basso. I sovrani del suo tempo videro in Lutero un’ottima scusa per dare al proprio desiderio di potere e di beni (quelli ecclesiastici da confiscare) anche una legittimità religiosa. Quando il popolo, spesso composto di contadini, si oppose, come in Inghilterra (1536) o in Svezia (1524), scattò la repressione cruenta.

Come ha scritto lo storico protestante R. H. Bainton, “Si è accusato Lutero di aver favorito l’assolutismo politico, di aver lasciato il cittadino senza appoggio contro la tirannia, di aver consegnato la coscienza allo Stato e di aver asservito la Chiesa ai potenti del momento. Queste accuse poggiano su una certa parte di verità”. La brutalità del linguaggio di Lutero contro i contadini insorti, come anche nelle sue espressioni riguardanti gli ebrei, è stata definita “senza riscontro nella storia tedesca sino ai tempi del nazismo” dallo storico William Shirer.

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