Lutero e il Diritto: Certezza della Fede e Istituzioni Ecclesiali

Il rapporto di Martin Lutero con il diritto, in particolare quello canonico, è uno degli aspetti più complessi e apparentemente contraddittori della sua riforma teologica. Il 10 dicembre 1520, presso la Elstertor di Wittenberg, Lutero compì un gesto dirompente: bruciò, insieme alla bolla di minaccia di scomunica di Papa Leone X, il Corpus Iuris Canonici, considerata la più disprezzata "struttura" della Chiesa cattolica romana. Questo atto rappresenta il gesto più eclatante della sua opposizione nei confronti del diritto, specialmente quello canonico.

illustrazione del rogo del Corpus Iuris Canonici da parte di Lutero a Wittenberg

La Tensione tra Rifiuto e Necessità del Diritto

Nonostante l'opposizione manifestata, l'identificazione di un profilo evangelico del diritto mondano non è assente negli scritti di Lutero. Neppure la definizione degli strumenti giuridici che debbono essere conservati nella Chiesa è stata trascurata dal Riformatore. Questo solleva una questione fondamentale: come può convivere in Lutero la convinzione dell'inutilità del diritto con la consapevolezza che persino la comunità cristiana non può farne a meno?

Il volume "Lutero e il diritto - certezza della fede e istituzioni ecclesiali" di don Nicola Reali, sacerdote spezzino e docente di Teologia pastorale dei sacramenti, tenta di rispondere a questa domanda. Lo studio indaga le motivazioni teologiche che soggiacciono alla visione luterana sia del diritto civile sia di quello canonico, ponendo al centro la questione del diritto naturale, dell'identità istituzionale della chiesa e della certezza con la quale l'uomo può abbandonarsi nella fede alla misericordiosa redenzione di Cristo.

Il Gesto del 1520 e le sue Conseguenze

Fu l'evento del rogo del Corpus Iuris Canonici, molto più che l'affissione delle 95 tesi tre anni prima, a siglare la definitiva separazione di Lutero dalla Chiesa di Roma e l'inizio della Riforma. Nello stesso tempo, è altrettanto documentato che, nel giro di dieci anni, gli stati e le città che seguirono la Riforma di Lutero riorganizzarono la vita ecclesiale utilizzando in gran parte proprio le medesime fonti giuridiche bruciate a Wittenberg.

Come si domanda Eilert Herms, tra i più autorevoli teologi riformati, nella prefazione al volume di Reali: «Che cosa dice questa tensione? Deve essere letta come una tacita ritrattazione del giudizio espresso sul diritto canonico nel drammatico evento del 1520? Oppure la successiva valorizzazione delle fonti giuridiche canoniche deve essere considerata come l’atto finale che porta a compimento il falò di Wittenberg?».

Lutero non "Nemico" del Diritto: La Visione Teologica

Reali, prendendo in considerazione sia il diritto civile (nella prima parte del suo libro) sia quello canonico (nella seconda parte), presenta un Lutero che non si può affatto catalogare come un "nemico" dell'universo giuridico. Al contrario, Lutero si è costantemente sforzato di pensare al diritto (in particolare al diritto umano positivo) solo come uno strumento per regolare "l'ordine esteriore" (come espresso nel De servo arbitrio) della convivenza umana sia nella società civile sia nella chiesa.

Questa conclusione, apparentemente minimalistica, può essere apprezzata a patto che se ne svisceri i presupposti teologici. È proprio a questo livello che si può cogliere nel pensiero di Lutero una provocazione al rinnovamento ecclesiale e non alla rottura dell'unità della chiesa. Il 19 gennaio 2017, Papa Francesco, ricevendo la delegazione ecumenica finlandese, ha affermato che «…l’intento di Martin Lutero, cinquecento anni fa, era quello di rinnovare la Chiesa, non di dividerla». Reali, nella sua introduzione, cita un brano del commento al salmo 82 in cui il Riformatore afferma esattamente quanto dichiarato dal Papa, aiutando il lettore ad accostare il pensiero dell'ex monaco agostiniano mettendo al centro proprio quell'intento di rinnovamento ecclesiale.

Primato dell'Opera di Dio e Ruolo dell'Uomo

Reali chiarisce come Lutero interpretò il suo profilo di riformatore: egli non si è mai concepito come il "papa di Wittenberg", né ha mai pensato che lo spirito di riforma dovesse ritrovarsi nelle sue parole e azioni. Ha semplicemente verificato a posteriori che la critica da lui avanzata alle strutture ecclesiali del suo tempo ha riformato la chiesa più di quanto avrebbero potuto fare l'imperatore o il Papa stesso. Questo significa che «è Dio che fa tutto»? Non esattamente. È da intendere in riferimento al primato dell’opera di Dio, ma essendo ben avvertiti che l’operari Dei include sempre, e necessariamente, l’operari hominum. Quest'ultimo non va né disprezzato né calpestato. Deve essere solamente collocato al suo posto: non sullo stesso piano di quello divino, ma concesso e disposto dall’opera misericordiosa di Dio in favore degli uomini.

Partendo da qui, per Lutero, al centro non può non esserci quel che Dio ha compiuto e garantito con la sua promessa: la sua Parola, i sacramenti istituiti da Cristo e la comunità dei credenti. Tutto il resto va rifiutato? Niente affatto! C’è spazio per tutto (anche per il diritto), a condizione tuttavia che nulla diventi una “struttura umana”: qualcosa che, pretendendo per sé un carattere divino che in realtà non possiede, imprigiona lo Spirito-della-verità. Di conseguenza, deve essere perlomeno sfumata l’idea di un Lutero individualista che riduce la chiesa alla parola e a tre sacramenti.

La Riforma Protestante: Martin Lutero e la Sfida alla Chiesa Cattolica – Storia Moderna

La Forma Istituzionale della Comunità dei Credenti

Quando sia chiaro che le strutture e le decisioni umane sono solo umane, nulla impedisce di dare forma istituzionale (e, quindi, giuridica) alla comunità dei credenti. È vero: i confini della chiesa sono invisibili, perché lo Spirito “soffia dove vuole” (Gv 3,8), ma non lo sarebbero se non ci fosse visibilmente un luogo garantito dallo Spirito-della-verità.

infografica sulle principali differenze tra la visione di Lutero e quella cattolica sulle istituzioni ecclesiali

La Certezza della Fede: Oltre la Persuasione Soggettiva

Un altro aspetto decisivo della teologia di Lutero messo in evidenza da Reali nella terza parte del suo studio riguarda la certezza della fede: come si fa a essere certi di seguire Dio e non gli uomini? Su cosa si appoggia la certezza della fede? Contrariamente ai luoghi comuni cattolici, Lutero non pensa la certezza della fede come una convinzione soggettiva. Egli afferma che «…di certo esiste solamente quel che Dio compie e promette. Pretendere di valutare o di descrivere la certezza di cui gode la fede in termini di coerenza psicologica, di analisi dei sentimenti, di vicende interiori non può che portare a enormi errori di giudizio e a gravi incomprensioni, poiché non è la fede come attitudine umana a essere certa, ma quel che Dio vuole, realizza e promette» (p. 110).

Di conseguenza, l’adesione alla comunità ecclesiale non rappresenta un optional per il credente: essa fa parte dei mezzi di grazia istituiti da Cristo.

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