Il Natale per i Bambini: Scoprire la Luce della Nascita
La catechesi dei bambini, specialmente nella fascia d'età 3-5 anni, si propone di orientarli a comprendere il significato bello e profondo del Natale, attraverso momenti di riflessione, preghiera in famiglia e attività pratiche. Una di queste attività può essere la costruzione di un lapbook intitolato «Natale è...», spiegato passo dopo passo.
Tornando a casa dalla scuola dell’infanzia o passeggiando per le vie del centro, possiamo domandare al bambino: «Sai perché ci sono così tante luci e festoni colorati lungo le strade, nei negozi, nelle case?». È importante dare al bambino il tempo per rispondere. Le luci, le musiche e i canti ci fanno capire che c’è nell’aria profumo di festa, un desiderio di festeggiare che precede il Natale.
Ascoltiamo la risposta del bambino alla domanda «Ma tu sai perché a Natale si fa festa?» e cerchiamo di valorizzarla, ampliando il discorso al tema di una nuova nascita. Proprio come la nascita di un fratellino, una sorellina o un cuginetto porta gioia e desiderio di fare festa, così è a Natale: Dio, il nostro Papà, per dimostrarci quanto ci vuole bene, ha mandato suo Figlio Gesù in mezzo a noi. Ogni anno, a Natale, ricordiamo la sua nascita, che è il dono più grande che Dio ci ha fatto.
Per approfondire l'evento della nascita di Gesù, si può presentare il brano del Vangelo secondo Luca (2,1-20) o guardare un video dedicato ai bambini. Al termine, si ripropone l'esperienza dei pastori che, dopo un primo momento di stupore per l'annuncio della nascita di Gesù, corrono a vederlo per ringraziare Dio e festeggiare l'evento. Anche noi, ogni anno, non vediamo l'ora di fare festa insieme per ringraziare Dio Padre di questo grandissimo dono. Questa occasione ci ricorda che anche noi possiamo essere un dono l’uno per l’altro, ogni volta che ci rivolgiamo con gentilezza e ci rispettiamo a vicenda.
Un'altra attività significativa è costruire il presepe insieme, che ci ricorda l'avvicinarsi del Natale. È un modo per festeggiare il dono più grande che Dio ci ha fatto e ringraziarlo cercando di essere un dono per gli altri. Spesso, anche in chiesa si allestisce un bellissimo presepe che vale la pena visitare.
La Nascita di Gesù: Luce dal Cielo per Tutti
È nel IV secolo che si diffuse la celebrazione della festa cristiana del Natale di Gesù il 25 dicembre. Alcuni studiosi ritengono che questa data sia stata scelta dalla Chiesa in contrapposizione alla festa pagana del Sole invitto, celebrata il 25 dicembre, quattro giorni dopo il solstizio d'inverno.
Le parole dell'inno «Christe, redemptor omnium» ci introducono nella vita intima di Dio: Cristo, redentore del mondo, Unigenito del Padre, è nato ineffabilmente dal Padre prima di tutti i tempi. Le celebrazioni liturgiche, i momenti di meditazione davanti al presepe e la vita familiare più intensa ci aiutano a contemplare la Parola che si è fatta Bambino, guardandolo con «le disposizioni di umiltà proprie dell’anima cristiana», cercando di capire che, nella sua oscurità, questo mistero è luce che guida la vita degli uomini.
Dio è Luce
«Dio è luce»: in Lui non c’è oscurità. Quando interviene nella storia degli uomini, le tenebre si dissolvono. Per questo, nel giorno di Natale, cantiamo: «lux fulgebit hodie super nobis, quia natus est nobis Dominus», oggi su di noi splenderà la luce, perché è nato per noi il Signore.
Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, nasce per illuminare il nostro cammino sulla terra, per mostrarci il volto amabile del Padre e rivelare il mistero di un Dio che non è un essere solitario, ma Padre, Figlio e Spirito Santo. Egli è «Luce da Luce, Dio vero da Dio vero», e sebbene la sua generazione sia ineffabile, il Signore ci ha lasciato un segno per intravedere tale mistero: la nascita verginale di Gesù nella notte di Betlemme. La verginità di Maria manifesta l’iniziativa assoluta di Dio nell’Incarnazione; l’unico Figlio di Maria è l’Unigenito del Padre, nato ineffabilmente da una madre vergine. Questo mistero rivela lo splendore della gloria divina a chi si avvicina con semplicità, come i pastori e i Magi, riconoscendo nel volto del Bambino il riverbero della sua generazione eterna.

Il Presepe: Una Tradizione Illuminata dalla Fede
Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività nei loro brani, ponendo le basi per la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium, ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Luca narra l'umile nascita di Gesù «in una mangiatoia perché non c'era per essi posto nell'albergo» (Ev., 2,7), l'annuncio ai pastori, e i Magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino, annunciato dai prodigi del cielo come re.
Le prime raffigurazioni risalgono al III secolo, con effigi parietali nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla a Roma, che mostrano una Natività e l'adorazione dei Magi. Il vangelo apocrifo armeno attribuisce ai Magi i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. I personaggi del presepe si caricano di significati allegorici: il bue e l'asino, aggiunti da Origene come interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani. Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l'incenso per la sua Divinità, la mirra per il suo essere uomo, l'oro perché dono riservato ai re.
A partire dal IV secolo, la Natività diviene uno dei temi dominanti dell'arte religiosa, con opere di grande valore artistico come il dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo nel Duomo di Milano, e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia, e delle Basiliche di S. Maria in Trastevere e Santa Maria Maggiore a Roma, dove già nel 600 esisteva una riproduzione della grotta di Betlemme: «Sancta Maria ad Praesepem».
San Francesco e l'Origine del Presepe
Alcuni studiosi ritengono non del tutto corretto attribuire a San Francesco la paternità del presepe come lo conosciamo oggi. Tommaso da Celano, biografo del santo, narra che Francesco, nel Natale del 1222, assistette alle funzioni liturgiche della nascita di Gesù a Betlemme. Tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di ripeterle per il Natale successivo. Il Papa, essendo vietati i drammi sacri dalla Chiesa, gli permise solo di celebrare la messa in una grotta naturale anziché in chiesa. Così, nella notte santa, accorsero contadini e Frati con fiaccole. All’interno della grotta furono posti una greppia riempita di paglia, un asino e un bue. Non si trattò della realizzazione di un vero presepe inteso come rappresentazione tridimensionale con statuine, ma piuttosto di una messa celebrata eccezionalmente in un luogo simbolo della natività.
Il primo presepe con personaggi a tutto tondo risalirebbe al 1283, opera di Arnolfo di Cambio, che scolpì otto statuette in legno rappresentanti la Natività e i Magi, tuttora conservate nella basilica romana di S. Maria Maggiore. Da allora e fino alla metà del 1400, gli artisti modellano statue di legno o terracotta, esposte nelle chiese durante il periodo natalizio davanti a un fondale pitturato. Culla di tale attività artistica fu la Toscana, ma presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli e nel resto degli Stati italiani.
L'Evoluzione del Presepe e la Sua Diffusione
Nel '600 e '700 gli artisti napoletani diedero alla sacra rappresentazione un'impronta naturalistica, inserendo la Natività nel paesaggio campano con scene di vita quotidiana e personaggi di nobiltà, borghesia e popolo. Le statue si trasformarono in manichini di legno con arti in fil di ferro, abbigliati con indumenti dell'epoca e muniti di strumenti di svago o lavoro, riprodotti con esattezza. Queste composizioni fastose erano arricchite dal contributo di artigiani e nobili, come attestano gli splendidi abiti ricamati dei Re Magi. Si distinsero anche gli artisti liguri, in particolare a Genova, e i siciliani, ispirandosi alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come l'uso della cera a Palermo e Siracusa o le terrecotte dipinte a freddo di Savona e Albisola. Sempre nel '700 si diffuse il presepe meccanico o di movimento.
La diffusione a livello popolare si realizzò pienamente nell'800, quando ogni famiglia costruiva un presepe in casa con statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altri materiali forniti da un fiorente artigianato. L'arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, si caratterizzò per l'uso innovativo della cartapesta. A Roma, le famiglie importanti gareggiavano nella costruzione di presepi imponenti, ambientati nella città o nella campagna romana, aperti alle visite dei concittadini e dei turisti. Dopo un affievolirsi della tradizione negli anni '60 e '70, anche a causa dell'introduzione dell'albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all'impegno di religiosi e privati, con associazioni, musei e mostre.

La Corona d'Avvento: Un Cammino di Luce Verso il Natale
La «corona d’Avvento» è un simbolo che accompagna le comunità cristiane, illuminandone e scandendone l’attesa di «Colui che verrà, è venuto, viene presto, sta in mezzo a noi». L'uso della Corona d'Avvento è da collegarsi a un'antica consuetudine germanico-precristiana, derivata dai riti pagani della luce che si celebravano nel mese di Yule (dicembre). Nel XVI secolo si diffuse tra i cristiani divenendo un simbolo di questo periodo che precede il Natale.
Simbologia della Corona d'Avvento
La corona dell’Avvento consiste in un oggetto circolare rivestito di rami verdi (senza fiori) sul quale vengono collocate quattro candele. A partire dal 1600 cattolici e protestanti tedeschi iniziarono a usare questo simbolo per rappresentare Gesù, che è la luce venuta nel mondo.
- La forma circolare: il cerchio non ha principio né fine, è un segno di eternità e di unità. La corona è anche segno di regalità e di vittoria e annuncia che sta per nascere Gesù, il re che vince le tenebre con la sua luce.
- I rami verdi: simboleggiano la speranza e la vita: sta per arrivare il Signore che sconfigge le tenebre e la morte. Richiamano anche il saluto del popolo a Gesù quando entra a Gerusalemme.
- Le quattro candele: le candele si accendono una per volta durante le quattro domeniche di Avvento. Simboleggiano la luce in mezzo alle tenebre: la salvezza portata da Gesù Cristo è la luce per la vita di ogni persona. L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre dovuta alla sempre più prossima venuta del Messia.
- I colori: la ghirlanda può essere decorata con tessuti rosso e viola: il rosso sta a simboleggiare l’amore di Gesù, mentre il viola indica penitenza e conversione. Il colore delle candele (tre viola, una rosa) riflette i colori liturgici di questo periodo. Nella liturgia il colore viola indica penitenza, conversione, speranza, attesa e suffragio, e si usa nei tempi d’Avvento e di Quaresima. La candela rosa viene accesa la terza domenica di Avvento, detta Gaudete, quando anche il sacerdote indossa paramenti rosa; la domenica Gaudete è la domenica della gioia perché i fedeli sono arrivati a metà dell’Avvento e il Natale è vicino.
Il Significato delle Quattro Candele
Le quattro candele accese nelle quattro domeniche di Avvento hanno un nome e un significato peculiari:
- La prima candela è detta “del Profeta“, poiché ricorda il profeta Michea, che aveva predetto che il Messia sarebbe nato a Betlemme, e simboleggia la speranza.
- La seconda candela è detta “di Betlemme“, per ricordare la città in cui è nato il Messia, e simboleggia la chiamata universale alla salvezza.
- La terza candela è detta “dei Pastori“, i primi che videro ed adorarono il Messia, e simboleggia la gioia, da qui il colore rosa.
- La quarta candela è detta “degli Angeli“, i primi ad annunciare al mondo la nascita del Messia e a vegliare sulla capanna dove è nato il Salvatore. Simboleggia l’amore.
L'attesa dell'Avvento è trepidazione, stupore, desiderio, aspettativa, preparazione e bisogno; è speranza che diventa realtà, è buio che si fa Luce, è essere Felici verso la Luce.

Il Mistero del Natale e la Sua Risonanza nella Vita
L'Inizio del Cammino verso la Pasqua
«Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo». La notte santa della nascita del Redentore è contrassegnata dalla durezza e dall'indifferenza del cuore umano: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno riconosciuto». Se la nascita senza dolore anticipava la gloria del Regno, anticipava anche l’ora di Gesù, nella quale avrebbe dato la vita per amore delle creature. Le sue braccia di Bambino sono le stesse che aprirà sulla Croce per attirare a sé tutti gli uomini.
Nella liturgia del tempo di Natale, la Chiesa ci invita a ricordare l’inizio della passione d’amore di Dio per gli uomini che culmina con la celebrazione annuale della Pasqua. Natale e Pasqua sono uniti non soltanto dalla luce, ma anche dalla potenza della Croce gloriosa.
Le parole del libro della Sapienza: «Dum medium silentium... Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio», fanno un immediato riferimento alla Pasqua antica, all’Esodo. La liturgia le impiega nel tempo di Natale per presentarci, attraverso i contrasti, la figura del Verbo che viene sulla terra. Egli, che è infinito, si circoscrive nel tempo; il Padrone del mondo non trova posto nel suo mondo; il Principe della Pace scende come «guerriero implacabile» dal suo trono regale. La nascita di Gesù è la fine della tirannide del peccato, l’inizio della liberazione dei figli di Dio.
Gesù ci ha liberato dal peccato grazie al suo mistero Pasquale. Egli assume una natura come la nostra, con le sue debolezze, per liberarci dal peccato mediante la sua morte. Questo si può comprendere soltanto a partire dall’amore, che richiede l'unione e la condivisione della sorte della persona amata: «L’unica norma o misura che ci permette di capire il modo di operare di Dio, è di renderci conto che non ha misura, che nasce da una pazzia d’amore che lo porta ad assumere la nostra carne e a prendere su di sé il peso dei nostri peccati». Il Signore ha voluto avere un cuore di carne come il nostro per tradurre in un linguaggio umano la pazzia d’amore di Dio per ciascuno di noi.
La Chiesa si rallegra esclamando: «Puer natus est nobis», è nato per noi un bambino; è Lui il Messia atteso, la cui missione ha una portata universale. Gesù nasce per tutti, «si è unito in certo modo a ogni uomo», non si vergogna di chiamarci “fratelli” e vuole lodare con noi la bontà del Padre. È naturale che nel giorno del Natale viviamo in modo particolare la fraternità cristiana, amando tutte le persone senza distinzioni. Dobbiamo accogliere l’amore liberatore di Gesù, che ci trae fuori dalla schiavitù delle nostre cattive inclinazioni, abbatte i muri tra gli uomini, per renderci finalmente «figli nel Figlio».
Un Mistero che Illumina la Famiglia
Le feste relative al Mistero dell’Incarnazione (Annunciazione, Natale, Epifania) fanno memoria degli inizi della nostra salvezza e ci comunicano le primizie del Mistero di Pasqua. Queste primizie provengono sempre dal contatto con Gesù, dai rapporti che si creano attorno al Bambino, che sono prima di tutto rapporti familiari. La luce del Bambino si estende in primo luogo a Maria e a Giuseppe, e attraverso di loro a tutte le famiglie.
Nel tempo di Natale, la festa della Sacra Famiglia ci ricorda che le famiglie cristiane sono chiamate a riflettere la luce della casa di Nazaret. Sono un dono del Padre celeste, che vuole che vi siano nel mondo delle oasi nelle quali l’amore sia stato liberato dalla schiavitù dell’egoismo. Le letture della festa propongono alcuni consigli per rendere santa la vita di famiglia: «Rivestitevi [...] di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3, 12-13). Si tratta di atteggiamenti concreti per far diventare realtà il grande paradosso del Vangelo: che soltanto la rinuncia e il sacrificio conducono al vero amore.
La Salvezza per Tutti gli Uomini
L’ottava di Natale si chiude con la solennità di Santa Maria Madre di Dio, una festa che ci aiuta a ricordare che il Figlio di Dio è anche Figlio di colei che ha creduto nelle promesse di Dio, e che Egli si è fatto carne per redimerci. Pochi giorni dopo festeggiamo il Nome di Gesù, quel nome nel quale troviamo consolazione nella nostra orazione, in quanto ci ricorda che il Bambino che adoriamo si chiama Gesù perché ci salva dai nostri peccati.
Gli ultimi giorni del ciclo di Natale rievocano la forza espansiva della Luce di Dio, che vuole riunire tutti gli uomini nella grande famiglia di Dio. Nella solennità dell’Epifania la Chiesa invita a seguire l’esempio dei Magi, che perseverano nella ricerca della Verità, non hanno paura di chiedere quando perdono la luce della stella e trovano la loro grandezza personale nell’adorare il Bambino appena nato. Come loro, anche noi vogliamo dargli tutto il meglio, ben sapendo che donare è la caratteristica degli innamorati e che al Signore «non importano le ricchezze, i frutti o gli animali della terra, del mare o dell’aria, perché tutto è suo; vuole qualcosa di intimo che gli dobbiamo offrire con libertà: figlio mio, dammi il tuo cuore (Pro 23, 26)».
Festeggiare il Battesimo
La festa del Battesimo del Signore chiude il tempo di Natale. Ci invita a contemplare Gesù che si abbassa a santificare le acque, affinché nel sacramento del Battesimo ci potessimo unire alla sua Pasqua: «Noi, con il Battesimo, veniamo immersi in quella sorgente inesauribile di vita che è la morte di Gesù, il più grande atto d’amore di tutta la storia». Perciò, come dice Papa Francesco, è naturale che ricordiamo con gioia la data in cui abbiamo ricevuto questo sacramento: «Conoscere la data del nostro Battesimo è conoscere una data felice. Il rischio di non saperlo è di perdere la memoria di quello che il Signore ha fatto in noi, la memoria del dono che abbiamo ricevuto».
In uno dei suoi ultimi compleanni sulla terra, san Josemaría, uscendo dall’oratorio di Santa Maria della Pace dopo aver celebrato la Messa, si fermò un momento davanti al fonte battesimale, lo baciò e osservò: «Mi dà molta gioia baciarlo. Qui mi fecero cristiano».
Ogni tre anni, nella prima domenica dopo il Battesimo del Signore, si proclama il vangelo delle nozze di Cana. All’inizio del Tempo Ordinario ci viene ricordato che la luce che risplendette nel Presepe e nel Giordano non è una parentesi nella nostra vita, ma una forza trasformatrice che vuole arrivare all’intera società a partire dal suo nucleo, le relazioni familiari. La trasformazione dell’acqua in vino ci suggerisce che le realtà umane, compreso il lavoro ben fatto di ogni giorno, si possono trasformare in qualcosa di divino. Gesù ci chiede di riempire le giare «fino all’orlo», e che con l’aiuto della sua grazia colmiamo proprio fino all’orlo con il nostro impegno, in modo tale che la nostra vita acquisti un valore soprannaturale. In questo compito di santificare il lavoro quotidiano troviamo ancora una volta Santa Maria, che ci indirizza al Maestro con il consiglio sicuro: «Fate quello che vi dirà».
La vera origine del Natale
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