Il tema della missione evangelica ha radici profonde nella storia cristiana, manifestandosi attraverso diverse epoche e contesti culturali. L'esperienza personale di un missionario, che ricorda il suo primo arrivo in Brasile nel 1972, evoca il senso di accoglienza e la perenne presenza del divino. Entrando con la nave nella Baia di Guanabara e ammirando la statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro, l'immagine del Cristo con le braccia spalancate gli diede un'impressione di benvenuto. Questo momento ha segnato il pensiero del missionario: "Sono venuto in Brasile per annunciarlo, ma lui è già qui che mi aspetta". Questa convinzione, che il Signore è presente nella storia, nella cultura e nel dolore dei popoli, ha sempre guidato la sua vita missionaria, richiamandolo a condividere l'esperienza di Dio per un arricchimento reciproco con i fratelli e le sorelle a cui è inviato.

L'Evoluzione Storica del Termine "Missione"
Prima che il termine "missione" entrasse nell'uso comune, la Chiesa si avvalse di altre espressioni per indicare la stessa realtà, quali "Dilatatio fidei", "Propagatio fidei", "Evangelii Praedicatio", "ministerium Verbi", "Procuratio salutis", "Convocatio gentium" e "Praedicatio apostolica". Gli storici individuano l'inizio dell'utilizzo del termine "missione" in riferimento a Ignazio di Loyola, che propose alla Compagnia di Gesù il "voto de las misiones". Questo voto prevedeva la disponibilità dei membri della Compagnia ad accettare qualsiasi destinazione e compito, o "misión", in qualsiasi luogo o territorio, o "división".
Già agli inizi del 1600, il termine uscì dall'ambito della letteratura gesuitica e si diffuse rapidamente, al punto che "missioni" sarebbe equivalso a "missioni estere". Questa diffusione avvenne in particolare attraverso i carmelitani riformati, i quali, riflettendo sulle direzioni da dare alla loro riforma, si interrogavano sugli aspetti contemplativi e apostolici della riforma teresiana. L'accoglienza ecclesiale del termine dipese dai legami che i padri carmelitani avevano con la curia pontificia. Nel 1599, Clemente VIII aveva istituito una Commissione di nove cardinali con il compito di gestire i problemi della missione e della conversione degli eretici. In questa iniziativa non solo i carmelitani furono presenti, ma fu carmelitano Pietro della Madre di Dio, il "superintendens missionum" o segretario generale, per incarico del quale Giovanni di Gesù Maria scrisse i suoi lavori.
Anche per questi motivi, il termine "missione" entrò nel linguaggio pontificio: Paolo V lo utilizzò nella bolla di erezione della Congregazione di S. Paolo apostolo per le missioni, la Onus pastoralis officii, del 22 luglio 1608. Il termine "missione", mutuato dal contesto e dal significato fornito dai gesuiti, fu quindi impiegato per indicare l'apostolato iniziale presso i paesi non credenti in Cristo. Il nuovo termine, "missione", è legato indissolubilmente, dal punto di vista storico, all'epoca coloniale e all'idea di un incarico magisteriale.
La Storiografia delle Missioni
La storia della missione ad gentes si intreccia e si confonde con la storia stessa della Chiesa. Le opere di storia delle missioni dell'Ottocento, risentendo eccessivamente del metodo apologetico, furono più attente alla celebrazione delle glorie dei missionari piuttosto che alle informazioni documentarie. Fu grazie alla facoltà di Missiologia di Münster che nel 1924 venne prodotto il primo lavoro scientifico ("secondo le fonti") di parte cattolica sulla storia delle missioni, a opera di Joseph Schmidlin, seguito da altre opere scientifiche impostate secondo l'ordine cronologico e geografico delle missioni.
Le Missioni nei Primi Secoli del Cristianesimo
La comunità di Antiochia, soprattutto grazie all'opera di Paolo e Barnaba, aprì già intorno al 40 d.C. le prospettive della missione cristiana a una dimensione universale, accogliendo senza distinzioni ebrei e gentili. Le tensioni con la Chiesa di Gerusalemme circa il ruolo dei gentili furono chiarite nel cosiddetto Concilio apostolico (o Concilio di Gerusalemme) tra il 47 e il 48 d.C. La guerra giudaica (66-70) e la distruzione di Gerusalemme (70) portarono a un progressivo irrigidimento del giudaismo farisaico, rendendo prima difficile la partecipazione dei giudeo-cristiani alla vita della sinagoga e infine, intorno all'85, impossibile dopo la promulgazione delle Diciotto benedizioni che anatemizzavano i cristiani e gli eretici.

Spontaneità e Persecuzioni
In questo primo periodo della storia della Chiesa, l'attività missionaria fu essenzialmente spontanea. Essa nasceva dalla naturale esigenza di comunicazione della fede cristiana e non prevedeva alcuna tattica predisposta di proselitismo. Le persecuzioni e il martirio, lungi dall'indebolire o frenare l'espansione cristiana, la rinvigorirono, conferendo ancor di più agli occhi dei pagani un'autorevolezza derivante dalla testimonianza dell'amore universale.
Cristianizzazione dell'Impero e Conversioni di Massa
Con il riconoscimento ufficiale e la libertà di culto promossa da Costantino e Teodosio, la Chiesa si confrontò con il massiccio ingresso di neofiti dovuto all'identificazione tra cristianesimo e impero. Dal IV secolo in poi, l'evangelizzazione e le conversioni non furono più il risultato di testimonianza personale e persuasione. Si trattò, soprattutto per i popoli germanici, di conversioni di massa conseguenti alla conversione dei capi.
Il primo popolo germanico che abbracciò il cristianesimo (di matrice ariana, però) durante la sua migrazione verso l'area mediterranea fu quello dei Visigoti. Un altro popolo la cui conversione segnò la storia dell'Europa è quello dei Franchi, grazie al battesimo di Clodoveo I. I Longobardi si convertirono grazie soprattutto al papa Gregorio Magno. Per quanto riguarda l'evangelizzazione dei popoli slavi, essa avvenne in un contesto di concorrenza tra l'impero greco e il nuovo impero proclamato da Carlo Magno. L'iniziativa fu assunta dai principi e dall'imperatore, e l'adesione al cristianesimo di questi ultimi aveva una rilevanza sociale, civile e religiosa insieme.

Il Ruolo del Monachesimo nella Missione
Anche se le comunità monastiche non erano intenzionalmente missionarie (cioè create avendo per scopo la missione), erano permeate da una dimensione missionaria. Un ruolo significativo per la missione ebbe il monachesimo irlandese (o celtico), in particolare con la figura di San Colombano.
Strumenti Coercitivi e Contrasti Etici
In questo periodo della storia della Chiesa e delle missioni, uno dei principali problemi storiografici è l'analisi degli strumenti coercitivi usati per la diffusione del cristianesimo. Il testo biblico di riferimento, usato esplicitamente o implicitamente per giustificare la coercizione al battesimo di pagani e giudei, fu Luca 14,23: «Compelle intrare» ("E costringeteli a entrare"). Questa frase fu utilizzata in questo senso per la prima volta da Agostino nella controversia donatista, sebbene in riferimento agli apostati e non ai pagani.
Se inizialmente la coercizione escludeva l'uccisione e si riferiva ai soli apostati, piano piano si fece strada, soprattutto con Gregorio Magno, l'idea di una "guerra giusta" (bellum justum) che preparasse indirettamente il terreno per la missione ai pagani. La guerra di Carlo Magno contro i Sassoni (772-804) fu la conseguenza di una progressiva teorizzazione del confuso legame tra religione e politica. Una volta battezzati, i Sassoni andavano incontro alla pena di morte se ritornavano alla loro fede tradizionale: era infatti inconcepibile per la mentalità dell'epoca credere alla loro lealtà politica se era in dubbio la loro lealtà religiosa. La "Capitulatio de partibus Saxoniae", di incerta datazione, forse del 782, testimonia la violenta severità con la quale Carlo Magno intervenne nei confronti della religione tradizionale del popolo conquistato.
Nella Chiesa di questo periodo ci furono, però, anche figure e stili di missione che rifiutarono la violenza e la coercizione in materia di fede. Esemplare è la posizione di Alcuino di York, il quale, ad esempio, cercò di mitigare e consigliare Carlo Magno circa i metodi di cristianizzazione dei popoli sottomessi. In una sua lettera così si esprime con chiarezza: «Absque fide quid proficit baptisma? Dicente apostolo: Sine fide impossibile placere Deo» (Senza la fede a che serve il battesimo? Dice infatti l'apostolo che senza la fede è impossibile essere graditi a Dio).
La Chiesa e il suo potere politico nel Medioevo
L'Indebolimento e il Rilancio Missionario nell'Anno Mille
Intorno all'anno mille, la storia delle missioni registrò un certo indebolimento dell'azione missionaria, dovuto alle complesse condizioni della Chiesa di quel periodo, come interferenze politiche, la lotta per le investiture e il feudalesimo. Si era fatta strada, inoltre, la convinzione che ormai l'Europa fosse già cristiana. I primi fermenti in grado di scuotere la struttura fortemente sclerotizzata delle istituzioni ecclesiastiche, ormai del tutto inserite nell'organismo della società feudale, si manifestarono verso la metà dell'XI secolo a opera di movimenti popolari evangelicali. La dimensione missionaria della Chiesa di questo periodo vide protagonisti soprattutto questi movimenti popolari, guidati da personalità carismatiche che iniziarono a predicare ideali religiosi di riforma ecclesiastica e che si distinguevano per l'affermazione della povertà evangelica e per la predicazione itinerante.
Gli Ordini Mendicanti e l'Approccio all'Islam
In questo contesto, la Chiesa gerarchica promosse la vocazione missionaria alla predicazione itinerante di Francesco d'Assisi e di Domenico di Guzman per far fronte alla predicazione itinerante degli eretici, soprattutto catari e albigesi. Il XIII secolo vide, con la fondazione degli Ordini mendicanti, un rilancio dell'azione missionaria, che fu caratterizzata dalla responsabilità diretta del Papa e dalla itineranza nelle nascenti città, tra gli eretici e i dissidenti.
Oltre alle missioni contro gli eretici, i Mendicanti si interessarono della questione musulmana affrontandola in modo diverso dall'impostazione "crociata" del tempo. Sia i Domenicani che i Francescani si resero conto che il metodo armato delle Crociate poteva difendere la Chiesa ma non convertire l'Islam. Per la conversione sarebbe stato necessario un approccio diverso: bisognava comprendere l'Islam, acquistarne la fiducia, replicare ai suoi argomenti e alla sua teologia con ragioni valide.
Le Grandi Scoperte Geografiche e il Patronato Regio
Nella seconda metà del XV secolo, le nuove scoperte geografiche resero evidente alla Chiesa l'esistenza di territori ancora da cristianizzare. Dopo l'impresa di Cristoforo Colombo del 1492, papa Alessandro VI risolse pacificamente la vertenza geografica e politica tra Spagna e Portogallo con una serie di bolle. La prima, Inter coetera, datata 3 maggio 1493, fu una bolla di donazione, con la quale il pontefice concedeva ai sovrani spagnoli Ferdinando e Isabella le terre scoperte o da scoprire verso l'India. Il giorno dopo promulgò la seconda bolla, sempre chiamata Inter coetera, di spartizione, che tracciava una linea assegnando i territori alle due Corone (la linea di demarcazione fu poi modificata con il trattato di Tordesillas). Con la Eximiae devotionis, sempre del 4 maggio, Alessandro VI concesse ai re di Castiglia e d'Aragona gli stessi privilegi pontifici riconosciuti anteriormente al Portogallo tra il 1454 e il 1481.
La bolla Universalis Ecclesiae Regimini del 1508 di Giulio II investiva il re di Spagna di compiti apostolici, fino a farne il suo delegato per la missione. Questi privilegi, concessi dal papato ai sovrani portoghesi e spagnoli in cambio dell'impegno a cristianizzare i territori occupati, portarono alla teoria del patronato regio (o vicariato regio). Secondo tale teoria, i re diventavano vicari del Papa e assumevano piena autorità sulle chiese dei nuovi territori, fino a diventarne patroni. Concretamente, i re di Spagna e Portogallo conferivano i benefici ecclesiastici, erigevano parrocchie e diocesi definendone i confini, e controllavano e autorizzavano le partenze dei missionari in base alla nazionalità e alla lealtà politica. Il patronato giunse al punto che gli stessi interventi del Papa non avevano valore nei territori di missione se non dopo l'approvazione regia.

La Missione nelle Americhe e la Colonizzazione
I primi missionari che partirono per le Americhe agirono senza metodo nel tentativo di cristianizzare gli indigeni. La "encomienda" era la struttura giuridica in base alla quale un "encomendero" riceveva il diritto di colonizzare un territorio e di commerciare con gli indigeni. Questi diritti erano molto vasti, comprendendo permessi commerciali, aspetti amministrativi, militari e religiosi. L'encomendero aveva il diritto di stabilire divisioni territoriali, di fondare città, di regalare territori ai propri dipendenti, di battere moneta e di dispensare giustizia. Saranno i missionari della seconda e della terza generazione a ricorrere a metodi più evangelici e più fruttuosi con l'istituzione della "doctrina", della "congregación" e delle "reducciónes". Lo stretto legame tra l'azione missionaria e quella politica alimentò diffidenza e ostilità verso i missionari e portò, infine, a uno scontro tra le ragioni socio-politiche della conquista e gli ideali dell'evangelizzazione. La colonizzazione fu una forma di brutale conquista, emblematicamente segnata dal dramma della schiavitù.
La Propagazione del Cristianesimo in Africa e Asia
Le Missioni in Africa
Nel XV secolo iniziò la propagazione del cristianesimo nelle zone costiere dell'Africa, grazie al re portoghese Enrico il Navigatore (1394-1460), il quale, nello spirito della "riconquista", decise di affrontare i saraceni sui loro territori. Nel 1452, papa Niccolò V lo autorizzò a conquistare i territori dei musulmani e dei pagani, riconfermando tale diritto nel 1454 con la bolla Romanus Pontifex, nella quale assegnava al Portogallo il diritto a tutte le future conquiste a sud di Capo Bojador "fino alle Indie". Questi privilegi furono affiancati in campo religioso dalla bolla Inter coetera di Callisto III, che concesse "per sempre" la giurisdizione ecclesiastica all'Ordine del Cristo nella persona del Gran Priore di Tomar.
Il cristianesimo portato in Africa dai navigatori e commercianti portoghesi tra il XV e il XVI secolo non attecchì profondamente. Tuttavia, in alcune zone, i tentativi missionari proseguirono fino al 1632 (data dell'espulsione dei gesuiti dall'Etiopia, dove era stato tentato per circa 150 anni un avvicinamento della Chiesa etiope a quella romana), al 1807 (nel caso del Regno di Warri) e al 1835 (nel caso del Regno del Kongo - corrispondente all'attuale Congo e Angola, dell'Impero di Mwene Mutapa - cioè le regioni degli attuali Zimbabwe e Mozambico - e della missione di Luanda). Nell'Africa orientale, l'attività missionaria fu limitata alle aree islamizzate delle città-stato (ad esempio Malindi, Kilwa, Sofala, Mombasa, Barawa, Faza, Pate, Lamu, Zanzibar), non andando oltre qualche iniziale tentativo d'evangelizzazione.
Le Missioni in Asia
Il cristianesimo, secondo la tradizione, arrivò in Asia già nel primo secolo con l'apostolo Tommaso, che dal 52 d.C. avrebbe fondato comunità dall'India dell'est fino al sud del Paese. Tra il III e il V secolo, un ruolo fondamentale svolsero le comunità siriane che avevano come centro Edessa. In Cina, già nel V secolo...
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