La liturgia del 24 ottobre ci invita a una profonda riflessione sulla condizione umana, segnata dalla lotta interiore tra il desiderio del bene e l'incapacità di realizzarlo pienamente, ma anche sulla costante presenza della grazia divina e sulla potenza della fede. Attraverso le parole di San Paolo, il Vangelo e i Salmi, siamo chiamati a riconoscere le nostre fragilità e ad aprirci alla salvezza che Cristo offre.
La Dualità della Natura Umana: Desiderio di Bene e Inclinazione al Male
La presenza del male nel cuore dell'uomo è una realtà terribile, che san Paolo descrive con lucidità e che Gesù stesso ci mostra chiamandoci ipocriti. L'uomo da solo è incapace di fare il bene, anche se lo ama e lo desidera. San Paolo apostolo, nella sua lettera ai Romani (Rm 7,18-25a), afferma: «Fratelli, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra.»
Questo è il grido di chi si scopre fragile, prigioniero di contraddizioni, eppure non smette di credere che la grazia è più forte del peccato. In queste parole si sente la fatica di ogni uomo e donna che, pur volendo amare, inciampa nei propri limiti. Molto spesso le buone intenzioni conducono soltanto ad azioni malvage. Il desiderio dell'amore, che è la cosa migliore del mondo, talvolta si trasforma in situazioni dove vediamo famiglie distrutte e bambini abbandonati. Allo stesso modo, il desiderio di giustizia, splendido nel cuore dell'uomo, può portare a commettere violenze che conducono ad ingiustizie peggiori di quella a cui si voleva riparare.
Anche il desiderio di perfezione è una cosa bella nel cuore dell'uomo, ma se egli pretende di realizzarlo da solo, commette il peccato del fariseo: «Io sono buono, io non sono come...». L'uomo non può da solo compiere il bene che desidera. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Abbiamo bisogno di un salvatore, di qualcuno che ci salvi non una volta, ma che sia sempre con noi, che sia sempre presente in noi, per salvarci in ogni nostra azione. Nessuna azione possiamo compiere da soli, perché sarebbe inevitabilmente viziata dal male.

Il Sommo Sacerdote: Ponte tra Uomo e Dio
La Lettera agli Ebrei (Eb 5,1-6) ci presenta la figura del sommo sacerdote, un mediatore essenziale nella relazione tra Dio e l'umanità: «Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.»
Questa figura prefigura Cristo Gesù, il salvatore nostro, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo. Lui è il sacerdote fedele che agirà secondo i desideri del cuore di Dio, capace di comprendere la nostra debolezza perché l'ha assunta su di sé.
Discernere i Segni dei Tempi
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,54-59), Gesù rimprovera le folle per la loro incapacità di leggere i segni spirituali, pur essendo abili nel prevedere il tempo atmosferico: «In quel tempo, Gesù diceva alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ‘Arriva la pioggia’, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: ‘Farà caldo’, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione.»
Conoscere i segni dei tempi è proprio della saggezza cristiana. Significa comprendere i cambiamenti, i diversi momenti e il loro significato profondo. Questo richiede un lavoro di discernimento, fatto senza paura e con libertà. Per capire i segni dei tempi è necessario innanzitutto il silenzio: fare silenzio e guardare, poi riflettere dentro di noi, e infine pregare. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci. I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente, rimanendo saldi nella fede in Gesù Cristo e nella verità del Vangelo, ma muovendo il nostro atteggiamento secondo i segni dei tempi.

La Fede che Salva: L'incontro con Bartimeo
Il Vangelo secondo Marco (Mc 10,46-52) ci narra l'episodio del cieco Bartimeo, un esempio luminoso di fede e perseveranza: «In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va', la tua fede ti ha salvato”.»
Bartimeo, nonostante i rimproveri della folla, non smette di invocare Gesù. La sua determinazione e la sua fede lo portano a gettare via il mantello - simbolo forse della sua vecchia vita di mendicante e della sua disabilità - per andare incontro a Colui che può donargli la vista. La risposta di Gesù è chiara: la sua fede lo ha salvato. Questo episodio ci ricorda che «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza», come dice il Signore in Gv 10,10, e che «Questi i segni che accompagneranno coloro che credono in me», dice il Signore, «scacceranno i demoni, imporranno le mani ai malati ed essi guariranno.»

La Preghiera come Richiesta di Salvezza e Guida Divina
Di fronte alla consapevolezza della nostra fragilità e del bisogno di un salvatore, la preghiera diventa un elemento centrale. I Salmi e le suppliche liturgiche esprimono questo profondo desiderio di Dio. Il Salmo 125 (126) proclama: «R. Grandi cose ha fatto il Signore per noi. Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia. Allora si diceva tra le genti: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia. Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell'andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.»
Questo è un inno di speranza e fiducia, che accompagna la liberazione interiore. La preghiera del Salmista: «Insegnami, Signore, i tuoi decreti» (Salmo 118) non è un’obbedienza fredda, ma un desiderio vivo di imparare le vie di Dio con fiducia. È la preghiera di chi vuole camminare nella luce, giorno dopo giorno. Il Salmista non si rifugia nell’illusione di bastare a se stesso, ma apre le mani e dice: «Guidami, Signore, nella tua parola». In questa docilità la lotta interiore trova pace, e la Parola diventa lampada, guida, respiro.
Siamo chiamati a chiedere al Signore un'unica cosa e quella sola cercare di ottenere, con certezza e sicurezza, senza temere che ci possa nuocere. Questa è l'unica e vera vita, la sola beata, in cui si godono le delizie del Signore per l'eternità. Per ora, viviamo nella speranza e poniamo dinanzi a Lui ogni nostro desiderio di inebriarci dell’abbondanza della sua casa e di dissetarci al torrente delle sue delizie, perché presso di lui è la sorgente della vita e nella sua luce vedremo la luce. Anche quando chiediamo questa pace che trascende ogni umana intelligenza, non sappiamo sempre cosa chiedere come si conviene. Vi è in noi una "dotta ignoranza", istruita dallo Spirito di Dio, che aiuta la nostra debolezza, muovendo i santi a pregare con gemiti inesprimibili, ispirando loro il desiderio di una cosa tanto grande, ma ancora sconosciuta, che noi aspettiamo mediante la speranza.
L'invocazione "Io t’invoco, o Dio, poiché tu mi rispondi; tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole. Custodiscimi come pupilla degli occhi, all’ombra delle tue ali nascondimi" è un grido di fiducia nella protezione divina. La preghiera finale della liturgia riassume il desiderio della comunità: «Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito.»