La Blasfemia: Analisi e Dottrina Secondo la Chiesa Cattolica

Il Problema della Blasfemia nella Società Contemporanea

Il tema della blasfemia, intesa come grave offesa alla divinità, continua a essere una questione rilevante, come testimoniato dalle preoccupazioni espresse da fedeli nella vita quotidiana. Per anni, in un piccolo paese di montagna, presso la chiesa è stato ricavato un locale adibito a circolo ricreativo culturale dove il sabato sera si ritrovano persone per un paio d’ore di svago. Nonostante l'intento ricreativo, il gioco è spesso condito da continue bestemmie per le quali nessuno dice niente. La fede insegna che la gloria di Dio non può essere sminuita dalle miserabili ingiurie che l’uomo gli lancia contro.

Fino a qualche anno fa bestemmiare in pubblico era un reato perseguibile penalmente. Nel 1999 il reato è stato depenalizzato, ma sono rimaste alcune conseguenze pecuniarie per cui, anche oggi, chi utilizza pubblicamente invettive o parole oltraggiose contro la divinità soggiace a una sanzione amministrativa compresa tra 51 euro e 309 euro. Questo vale anche per i social network, considerati luoghi pubblici. Tuttavia, secondo alcuni, il fatto che chi bestemmia non creda in Dio, fa perdere alla bestemmia tutta la sua temerarietà; cioè, è un po’ come se ci si mettesse davanti al rubinetto del bagno, e si iniziasse a urlare contro un personaggio di fantasia, minacciandolo di uscire dalle tubature di casa. Di fronte a questa realtà, la domanda sorge spontanea: come è possibile arginare questa vergogna?

Rappresentazione simbolica del secondo comandamento o del Catechismo

La Blasfemia nel Catechismo della Chiesa Cattolica

La Chiesa ha sempre deprecato la bestemmia che, si legge nel Catechismo al n. 2148, «si oppone direttamente al secondo comandamento». La vera bestemmia «consiste nel proferire contro Dio - interiormente o esteriormente - parole di odio, di rimprovero, di sfida, nel parlare male di Dio, nel mancare di rispetto verso di lui nei propositi, nell’abusare del nome di Dio».

Il secondo comandamento vieta proprio la bestemmia del nome di Dio, che è il peccato più grave contro questo comandamento. Il Catechismo della Chiesa cattolica, al numero 2148, insegna che "la bestemmia si oppone direttamente al secondo comandamento". In particolare, «è blasfemo ricorrere al nome di Dio per mascherare pratiche criminali, ridurre popoli in schiavitù, torturare o mettere a morte». Si tratta dunque di un peccato grave.

Bestemmiare interiormente non significa - come è accaduto a molti santi - sentire dentro di sé pensieri di bestemmia contro Dio. Questa è una dura prova; il peccato c'è solamente quando c'è il consenso. Avvertire involontariamente dentro di sé pensieri o parole di bestemmia è una prova concessa a molti per la propria purificazione: la discriminante tra la prova/tentazione e il peccato sta nel consenso.

Distinzione tra Blasfemia, Imprecazioni e Giuramento

La blasfemia non deve essere confusa con «le imprecazioni in cui viene inserito il nome di Dio senza intenzione di bestemmia». Queste sono però una mancanza di rispetto verso il Signore. Il PRINCIPIO CHIAVE è il seguente: l'utilizzo del nome di Dio al di fuori di un contesto di riverenza, di lode, di preghiera, di supplica, di rispetto va contro il secondo comandamento.

Le Imprecazioni

Un altro divieto riguarda LE IMPRECAZIONI. Le imprecazioni si differenziano dalla bestemmia in quanto il nome di Dio viene usato in contesti di odio o di ira. Giovanni Paolo II, in un Angelus del 21 marzo del 1993, dedicato proprio al Secondo comandamento, specificò che anche la blasfemia è contraria a questo comandamento, esprimendosi con "spettacoli dissacranti, scherno, pubblicazioni altamente offensive del senso religioso". Queste imprecazioni sminuiscono le persone stesse che le usano. La cosa migliore è dare il buon esempio e chiedere, con calma e magari come favore personale, di non essere infastiditi da queste espressioni, che sono cattive abitudini, segno di poco rispetto per sé stessi e per gli altri.

Il Giuramento e lo Spergiuro

Un altro grande gruppo di proibizioni riguarda IL GIURAMENTO (nn. 2150-2151 del Catechismo), e LO SPERGIURO. Il falso giuramento è la prima proibizione. Giurare qualcosa di falso va totalmente contro il secondo comandamento perché usiamo il nome di Dio in modo del tutto irrispettoso della sua persona, come se Dio possa essere il garante della falsità. Poi abbiamo lo spergiuro. "È spergiuro colui che, sotto giuramento, fa una promessa con l'intenzione di non mantenerla, o che, dopo aver promesso sotto giuramento, non vi si attiene. Lo spergiuro costituisce una grave mancanza di rispetto verso il Signore di ogni parola." Mentre il falso giuramento significa giurare qualcosa che è già falso, lo spergiuro comporta il giurare qualcosa sapendo che non si ha alcuna intenzione di mantenere il giuramento, o comunque giurare e poi disattendere.

Il Giuramento "Buono"

Si potrebbe sollevare un'obiezione contro il "giuramento buono": nel Vangelo di Matteo, al capitolo 5, all’interno del discorso della Montagna, viene proibita ogni forma di giuramento, mentre la Chiesa Cattolica consente certi tipi di giuramento. Il principio a cui dobbiamo ispirarci è che la Rivelazione è un tutt'uno. Non si può isolare una frase dal contesto dell’insieme della Rivelazione. E così troviamo che nel primo capitolo della Seconda lettera ai Corinzi e nel primo capitolo della lettera ai Galati, San Paolo fa dei giuramenti. Ovviamente Vangelo e lettere di San Paolo sono entrambi ispirati e sono parte della Rivelazione; dunque non possono essere in contraddizione tra loro. "Gesù insegna che ogni giuramento implica un riferimento a Dio e che la presenza di Dio e della sua verità deve essere onorata in ogni parola."

Oltre agli obblighi, il secondo comandamento prevede anche dei divieti: bestemmia, imprecazione, blasfemia. L'onorare il nome di Dio significa onorare Dio stesso, riconoscendogli tutto l'onore, la riverenza, il rispetto e la devozione che la sua persona divina, la sua santità, la sua onnipotenza, il suo essere carità esigono. Tutto questo si trasferisce sul nome di Dio, con l’obbligo di utilizzare il nome di Dio sempre in un contesto rispettoso. Un discorso analogo a quello sul nome di Dio e di Gesù viene fatto anche per il nome della Santissima Vergine, dei Santi Arcangeli e dei Santi. Il principio è simile a quello presentato nella lezione sulle immagini sacre: la liceità di venerare le immagini della SS.

Schema illustrativo della differenza tra bestemmia, imprecazione e spergiuro

Profondità della Blasfemia e il Peccato contro lo Spirito Santo

La parola che vivifica e sublima può anche irreparabilmente offendere. Di fronte a certe offese non c'è scampo. Il "blasfemo" Paolo, ad esempio, prima della sua conversione dichiarò: "Ero un blasfemo, un persecutore e un violento". Questo mostra la possibilità di una trasformazione anche da uno stato di profonda offesa.

La Bibbia condanna severamente la blasfemia, affermando: «Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare». Persino Gesù, nei Vangeli, è stato accusato di aver bestemmiato per ben sei volte. Il libro di Giobbe, ad esempio, è un immenso grido di disperazione e di rivolta. Nelle situazioni di estrema sofferenza, quando si è caduti in una buca e si desidera che qualcuno ci tiri fuori, la forma più primitiva e più elementare di preghiera che sale alle labbra può essere il grido. Saper gridare questa disperazione è una tappa importante: così facendo ci familiarizziamo poco alla volta con essa, il che è assolutamente positivo, come suggerisce André Louf. Ne possiamo concludere che le bestemmie non sono estranee a Dio: se appaiono nella nostra vita, hanno - in un modo o in un altro - qualcosa a che fare con lo Spirito Santo che ha ispirato la Bibbia. Quando la sofferenza è tale da farci talmente delusi da Dio, si può essere tentati di maledirlo e bestemmiarlo, fino a dubitare della sua esistenza, o a voler vendicarsi di Dio.

Il Peccato contro lo Spirito di Blasfemia

Un testo intitolato "De spiritu blasphemie" affronta la questione dell'imperdonabilità dell'accusa rivolta contro lo Spirito. Quale ragione per la gravità di una simile colpa? Qui si mischiano antiche questioni, come la prescienza, la potenza divina e la predeterminazione. Senza incontrare una via risolutiva per il problema proposto, ne scaturiscono riflessioni disorientanti e di acutezza tagliente, capaci di evidenziare una lettura moderata di sicura provenienza agostiniana.

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