Il nome Letizia, con la sua radice latina che evoca concetti di gioia e allegria, ha attraversato secoli di storia e tradizioni. Non solo è l'appellativo di membri di famiglie reali, come l'attuale regina di Spagna, ma nasconde anche un profondo significato spirituale e biblico, inteso come un'esperienza di gioia che trascende il comune successo e si lega all'umiltà e alla fede.
Origine e Etimologia del Nome Letizia
Con una grande popolarità recente raggiunta indubbiamente grazie all’omonima regina, personalità che, insieme al marito Filippo VI, ha contribuito a dare nuovo prestigio alla corona spagnola, il nome Letizia affonda in realtà le sue radici in tempi antichi. Derivato dal termine latino laetitia che, tradotto in italiano, indica il concetto di gioia e allegria, era già abbondantemente utilizzato dagli Antichi Romani che, nella loro mitologia, lo avevano affidato alla dea dell’abbondanza, della fertilità e della felicità.
Nel corso del Medioevo, il nome prese piede soprattutto in Inghilterra nella variante Lettice ed è solo a partire dal XVIII secolo che lo si ritrova nella forma Letitia sempre nel Paese nordeuropeo. In Italia, invece, la sua diffusione potrebbe essere legata a Letizia Ramolino, madre di Napoleone. Nei suoi testi scritti, infatti, il poeta Giosuè Carducci ci ha lasciato ampi riferimenti a questa figura, sottolineando come il nome, proprio a causa della difficile storia di suo figlio, fosse al tempo diventato un sinonimo di sventura. Da ultimo, l’attuale notorietà del nome Letizia nel Belpaese potrebbe essere legata a Colette Rosselli, scrittrice italiana nota soprattutto per la sua rubrica di bon ton Il saper vivere, firmata nella seconda parte del Novecento con lo pseudonimo di Donna Letizia.

Santa Letizia: Una Figura di Devozione
Nella tradizione cattolica, il nome Letizia è legato alla memoria di santa Letizia, una misteriosa figura di cui si trovano poche tracce nelle fonti. Si tratta infatti di una personalità, venerata soprattutto nel territorio spagnolo, su cui vige grande incertezza a partire proprio dall’onomastico che, a seconda dei testi presi come riferimento, può cadere il 13 marzo, il 9 luglio o il 21 dicembre.
Con ogni probabilità, Letizia potrebbe essere stata una delle compagne di sant’Orsola, ma la sua storia non ha contorni definiti e sfuma spesso nella leggenda, mescolandosi con le più svariate tradizioni popolari tramandate oralmente di generazione in generazione. Molti fedeli, tuttavia, la elevano a simbolo di coraggio e devozione per aver difeso la sua fede cristiana anche a costo di un lungo esilio e del conseguente martirio. Recentemente, però, la sua vicenda è legata soprattutto alla città di Ayerbe, a pochi chilometri dal confine tra Spagna e Francia. In particolare, è proprio qui che nel 1521 il barone Hugo de Urriés avrebbe portato una sua reliquia trovata nel convento di Santa Clara a Bruxelles, dove sarebbe arrivata da Colonia. Alla sua morte, invece, sarebbe stata la moglie Lanuza a diffondere la memoria della santa, depositando la reliquia nel convento di Santo Domingo nel 1549. Letizia divenne così la patrona della città, sostituendo la precedente santa Barbara.

Letizia Ortiz: Scelta di un Nome
Indipendentemente dalla difficile ricostruzione della sua storia, il nome Letizia viene oggi associato soprattutto a Letizia Ortiz Rocasolano, ex giornalista e attuale regina consorte spagnola. Anche in questo caso, è difficile risalire al motivo che potrebbe aver spinto i genitori della regnante a scegliere per lei questo appellativo, che non si trova nell’albero genealogico più recente della moglie di Filippo VI. È plausibile, quindi, che il nome derivi dalla devozione della famiglia nei confronti dell’omonima santa. Potrebbe poi essere stato scelto anche per il significato latino di gioia e allegria, come gesto benaugurale alla nascita.

La Letizia nella Tradizione Cristiana: Gioia Vera e Perfetta
Il concetto di letizia, inteso come gioia, assume una connotazione profonda nella fede cristiana e nella tradizione biblica, spesso in contrasto con la percezione comune. Per la mentalità odierna, vivere in letizia significa spesso assumere una posizione dominante, avere successo, acquistare notorietà, o risolvere problemi e appagare bisogni. Tuttavia, questa visione, ponendo al centro noi stessi e le nostre smanie di gloria, porta a sentirsi svuotati, insoddisatti e delusi, ricchi di una specie di gioia che dura solo il tempo di un respiro.
«Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra», ci ammonisce il salmista per mettere in luce il primato di Dio sulla nostra vita. Solo riconoscere la signoria di Dio su di noi ci può permettere di provare letizia, e questo persino nelle contraddizioni e nelle persecuzioni. Solo la croce di Gesù apre i nostri occhi a vedere la gloria di Dio nelle miserie dell’uomo e a prendere le distanze da una vita autoreferenziata. Naturalmente si parla del cammino di tutta la vita ma, evidentemente, saremo facilitati nel compito di assumere il peso della nostra esistenza se ci adopereremo per conoscere le parole e i gesti di Gesù e praticare la vita sacramentale.
Dalla Pasqua vissuta scaturisce la gioia. Eppure, tra le virtù cristiane, essa è la grande dimenticata. Per limitarci al Nuovo Testamento, dove c’è Gesù c’è la gioia. Egli è ancora nel grembo di Maria, e fa esultare di gioia il Battista nel grembo di Elisabetta (Lc 1,44). È appena nato e l’angelo lo annuncia ai pastori come «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Il suo primo intervento nella sinagoga di Nazaret è per contenuto un annuncio di gioia rivolto ai poveri (cf Lc4,18). Anzi, l’intera sua predicazione è preceduta da un invito a gioire: «Beati!», è il ritornello che apre il discorso della montagna (Mt 5,3-11). Per l’apostolo Paolo, la gioia è la prima conseguenza dell’amore che è frutto dello Spirito (GaI 5,22).
“La libertà dei figli di Dio. La perfetta letizia e la morte come sorella” Fra Roberto Pasolini
La Letizia secondo San Francesco
Francesco d’Assisi mostra una particolare sensibilità alla gioia. Anzitutto alla gioia, per così dire, primordiale, quella che è a disposizione di ogni creatura in quanto tale: la gioia per il dono della vita, per la nostra persona, per le persone che ci circondano e per tutte le creature. Basti ancora una volta ricordare quel vero e proprio magnificat francescano che è il Cantico di frate Sole.
La gioia di cui Francesco è maestro, non è però un atteggiamento solo psicologico, risultato di un approccio superficiale alla realtà o di un esercizio di autopersuasione. La sua è piuttosto la gioia pasquale, la gioia che scaturisce dalla risurrezione del Crocifisso. Non è una gioia ignara della sofferenza, ma piuttosto la gioia che integra e supera la sofferenza nella parola definitiva di speranza, che la risurrezione rappresenta per tutta la storia umana.
Francesco approfondisce questa verità nell’ottavo dei Fioretti, dedicato alla perfetta letizia. Dialogando con frate Leone, egli spiega che la gioia perfetta non si gusta nel successo - nella perfezione di santità dei frati, nella capacità di operare miracoli, nel possesso di carismi straordinari, nel predicare tanto suasivamente da convertire gli infedeli - bensì nell’insuccesso. Ha così modo di ribadire che la gioia cristiana non è disgiunta dalla fatica della lotta e della tribolazione. Anzi, è proprio nel servizio ai fratelli che letizia e sofferenza si congiungono, in quanto l’amore per una sua legge propria espone alla sofferenza, offrendo la propria vulnerabilità alla persona amata. Esattamente chi ama di più deve prepararsi a soffrire di più. Ma in questo tipo di sofferenza legata al servizio sta anche la gioia più profonda, quella del Signore Gesù nel momento in cui lava i piedi ai Dodici. Gli apostoli erano «Lieti di soffrire».

Letizia, Umiltà e Amore Divino
Antonio Bello elabora un interessante approfondimento della visione francescana della gioia. Egli parte dall’osservare che, nel finale del Cantico di frate Sole, Francesco formula quest’invito: «Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate e serviteli cun grande umiltate». Francesco associa l’umiltà con la lode e il ringraziamento, e don Tonino associa l’umiltà con la gioia e la letizia. Umiltà, infatti, deriva da humus, terra, e letizia ha la stessa radice di laetamen (letame). Laetificare significa, quindi, rendere lieti e fecondare. Quando questa operazione giunge al vertice, allora si ha la letizia. La letizia è la pienezza, la fiorescenza delle erbe, delle piante e dei fiori: ecco il nesso tra letizia e letame.
S. Francesco non parla di perfetta ma di vera letizia. La prima rischia di avere una semplice e sola accezione morale: «mi devo sforzare per essere come mi dice la legge di Dio»; mentre la seconda apre alla relazione con il Dio vivo e vero, portandoci al cuore e al senso profondo dell’esistenza: «siamo amati da Dio per quello che siamo e non per quello che vorremmo o dovremmo diventare». L’esempio del santo di Assisi ci sprona a stare fermi davanti alla porta chiusa della libertà dei fratelli perché forti della presenza del Cristo crocifisso e risorto, la quale ci scalda il cuore e non permette a risentimento, rancore, ira di avere la meglio. Solo se la croce di Cristo è impressa nel nostro cuore e in tutte le membra, si realizza anche per noi la possibilità di stare in pace davanti ad ogni porta chiusa. Non si tratta di mostrarsi forti, ma di manifestare il volto crocifisso del più bello tra i figli dell’uomo, l’unico in grado di vincere ogni durezza del nostro cuore. La vera letizia ci apre e ci permette di mantenere relazioni libere e feconde donandoci di vivere senza nulla di proprio. Si rinuncia persino alla pretesa di essere amati dai propri fratelli, consapevoli che Dio non costringe nessuno a ricambiare il suo dono d’amore. Solo un cuore che si lascia ferire può stare davanti alla porta chiusa del fratello, bruciando interiormente per il peccato di non accoglienza, certi che il Signore permette tutto questo per un bene più grande.
Che cos’è infatti l’Eucarestia se non la celebrazione dell’amore di Dio, l’accoglienza di questo amore, del quale la chiesa si ricarica per trasmetterlo ad ogni uomo e ad ogni creatura? Ma la gioia viene da Dio, perché la gioia è in Dio. Anzi Dio stesso è gioia, ed è gioia perché è amore. L’evangelista Giovanni nella sua prima Lettera, proclama che «Dio è amore» (4,8.16). Francesco fa udire la sua eco e, contemplando tale realtà, nelle Lodi di Dio Altissimo canta «Tu sei umiltà!» e «Tu sei gioia!».

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