Le prime comunità cristiane e la trasmissione della predicazione apostolica

Le prime comunità cristiane, in particolare quella di Gerusalemme, sono state un modello esemplare di vita incentrata sull'amore verso Dio e i fratelli. La loro identità e la trasmissione della predicazione apostolica si sono delineate attraverso specifiche pratiche e un profondo senso di comunione, come descritto negli Atti degli Apostoli dall'evangelista Luca.

Il paradigma della comunità di Gerusalemme

Negli Atti degli Apostoli (At 2, 42.44-45; 4,32-35), Luca descrive lo stile di vita dei primi cristiani di Gerusalemme, presentandola come un "paradigma di ogni comunità cristiana" e "l’icona di una fraternità che affascina". Questa descrizione, sebbene idealizzata per le comunità degli anni '80, mostra come dovrebbero essere le comunità cristiane. Dopo l'esperienza della Pentecoste, circa tremila persone aderirono all'annuncio di salvezza in Cristo, convertendosi e ricevendo il battesimo, entrando a far parte di quella fraternità che divenne l'habitat dei credenti e il fermento ecclesiale dell'opera di evangelizzazione.

La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.

illustrazione della Pentecoste con lo Spirito Santo che scende sugli apostoli

I quattro pilastri della vita comunitaria

La vita dei credenti di quella primitiva comunità era caratterizzata da quattro elementi fondamentali, che Papa Francesco definisce "tracce di un buon cristiano":

  1. La perseveranza nell'ascolto degli insegnamenti degli apostoli.
  2. La pratica di "un’alta qualità di rapporti interpersonali", anche attraverso la comunione dei beni spirituali e materiali.
  3. Il dialogo con Dio attraverso la preghiera.
  4. La "frazione del pane", cioè l'Eucaristia.

Diversamente dalla società umana, dove si tende a perseguire i propri interessi a scapito degli altri, la comunità dei credenti bandiva l'individualismo in favore della condivisione e della solidarietà. Luca sottolinea che i credenti stavano insieme, evidenziando che la prossimità e l'unità erano lo stile dei redenti. I cristiani erano chiamati a condividere, a immedesimarsi con gli altri e a dare "secondo il bisogno di ciascuno", manifestando generosità e preoccupazione per gli ammalati e i bisognosi. Solo a queste condizioni, la fraternità della Chiesa poteva vivere una vita liturgica vera e autentica.

La perseveranza della comunità in questo rapporto autentico con Dio e con i fratelli diventava una forza attrattiva che affascinava e conquistava molti, garantendo la crescita della comunità stessa.

illustrazione dei primi cristiani che spezzano il pane insieme nelle case

L'insegnamento degli Apostoli: Nuovi occhi per amare Dio e la storia

Il primo pilastro, l'insegnamento degli apostoli, indicava il nuovo quadro di riferimento della vita comunitaria. Questo insegnamento era una nuova interpretazione della vita e della Bibbia, trasmessa dagli apostoli e vissuta nell'esperienza della resurrezione. I cristiani, come Gesù, ebbero il coraggio di rompere con l'insegnamento degli scribi, seguendo la dottrina di dodici pescatori senza istruzione. Questa nuova leadership non derivava dalla tradizione, dalla razza, dal potere o da studi specifici, ma dai segni e miracoli realizzati nella comunità e dai comandi dati da Gesù risorto.

Nonostante l'autorità degli apostoli, i responsabili erano messi in discussione dalla comunità e dovevano rendere conto delle loro azioni.

Comunione e unione fraterna: la condivisione che cambia la vita

La seconda colonna, la comunione e unione fraterna (Koinonia), nasceva dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo e si traduceva in una condivisione profonda dei beni. I primi cristiani mettevano tutto in comune, eliminando la presenza di bisognosi tra loro. Questo adempiva la legge di Dio che recitava: "Non vi sarà nessun bisognoso in mezzo a voi". L'unione fraterna mirava non solo alla condivisione dei beni materiali, ma anche dei sentimenti e delle esperienze di vita, affinché tutti diventassero "un solo cuore e un'anima sola". Questa comunione, considerata sacra, non poteva essere profanata, come dimostra l'episodio di Anania e Saffira.

L'utopia proposta da Luca non era semplicemente l'offerta o la raccolta di elemosine, ma una comunione fondata su valori e logiche diverse, che rompevano la catena del denaro come bene assoluto e la logica del guadagno illimitato, mirando a una società dove tutti avessero il necessario per vivere con dignità.

La frazione del pane: la quotidianità della mensa come presenza di Dio

Il terzo pilastro, la frazione del pane, indicava la nuova fonte della vita comunitaria. Questa espressione ebraica, che si riferiva al convivio dove il padre spezzava il pane con i figli e i bisognosi, richiamava i momenti in cui Gesù stesso spezzava il pane con i discepoli e i poveri. Era un gesto di condivisione che apriva gli occhi dei discepoli alla presenza viva di Gesù nella comunità. Soprattutto, significava l'Eucaristia, "la comunione con il sangue e il corpo di Cristo", la Pasqua del Signore e la memoria della sua morte e risurrezione. La frazione del pane avveniva nelle case, non nella maestà del tempio, rendendo la mensa quotidiana un incontro con Dio. Nonostante ciò, si verificarono abusi, come criticato da Paolo nella comunità di Corinto.

3MC 38 - Cos’è l’Eucaristia?

Preghiere: La Bibbia come luce e fonte di forza

La quarta colonna, le preghiere, indicava il nuovo ambiente della vita comunitaria. Gli apostoli avevano il duplice compito di dedicarsi "assiduamente alla Preghiera e al ministero della Parola". Con la preghiera, i cristiani rimanevano uniti tra loro e con Dio, trovando forza durante le persecuzioni. La Parola, la Bibbia, era la "grammatica" per interpretare gli eventi della vita e la luce che li illuminava nel loro cammino. Pur seguendo una dottrina diversa, i primi cristiani continuavano a frequentare il Tempio, luogo in cui il popolo esprimeva la sua fede, e godevano di grande simpatia tra la gente.

Quando perseguitati, pregavano e rileggevano l'Antico Testamento, traendo ispirazione dall'esempio di Gesù che affrontava la tentazione con la preghiera, e provocando così una nuova Pentecoste. La Bibbia non era solo luce, ma anche fonte di forza.

La formazione dell'identità collettiva e la "tradizione di Gesù"

I credenti in Cristo, fin dagli inizi, avevano la consapevolezza della propria fede e si sforzavano di non dissolversi in diverse credenze, rimanendo fedeli agli insegnamenti ricevuti dai primi annunciatori. Si creò un movimento di persone attorno a Gesù di Nazaret, un sottogruppo all'interno dell'identità collettiva di Israele. Dopo la crocifissione, sorsero comunità di "credenti in Gesù come Cristo e Signore" che, pur restando nell'identità d'Israele, si distinguevano per l'attesa messianica e il nuovo atteggiamento verso il Tempio.

Un cambiamento fondamentale avvenne quando l'adesione si estese anche a coloro che provenivano da altri popoli, formando un "gruppo misto" di credenti in Cristo, giudei e non giudei, chiamati Christianoi. È probabile che già alla fine del I secolo esistessero gruppi di "credenti in Cristo" al di fuori della terra d'Israele, che basavano la loro identità sulla "tradizione di Gesù" (Jesus tradition).

La società civile romana era in grado di distinguere i cristiani dai giudei, come dimostrano l'incendio del 64 e la lettera di Plinio all'imperatore Traiano, che usava l'appellativo "Christiani" senza riferimento al Giudaismo.

L'importanza della tradizione orale e l'emergere dei Vangeli canonici

Nonostante l'esistenza di diversi gruppi di credenti in Cristo, come la comunità gerosolimitana originale, il circolo giovanneo e altri, l'elemento coagulante era la fede in Gesù di Nazareth riconosciuto come Cristo, Signore, Messia risuscitato dai morti. Questi primi gruppi avevano la consapevolezza che con Gesù era iniziato un nuovo periodo della storia, una nuova alleanza e un intervento finale di Dio.

Per questo, erano ansiosi di avere notizie di Gesù da coloro che lo avevano conosciuto o da chi aveva ascoltato i più anziani, preferendo la tradizione orale - la proclamazione a viva voce dell'insegnamento di Gesù - a quanto cominciava a circolare per iscritto.

Il papirologo Papia, ad esempio, affermava di non rallegrarsi di chi tramandava molte cose, ma piuttosto di chi insegnava la verità e i precetti dati alla fede dal Signore. Egli chiedeva ai discepoli dei presbiteri le parole di apostoli come Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo, o di discepoli del Signore come Aristione o il presbitero Giovanni.

La questione dell'emergere e dell'imposizione del vangelo tetramorfo (i quattro Vangeli canonici) si pone tra Papia e Ireneo (un periodo di circa 50-60 anni). In quegli anni, i cristiani non potevano più attingere alla viva voce dei primi missionari e dovettero considerare i libri che circolavano su Gesù, operando scelte per preservare la propria identità. Si ritiene che ben presto, anni prima di Ireneo, i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni furono riconosciuti come la confluenza degli insegnamenti orali di Gesù, degli apostoli e dei presbiteri, ovvero gli scritti in cui le comunità cristiane riconoscevano la propria fede.

Dalla metà del II secolo, si consolidò un comune consenso tra i capi delle comunità cristiane sull'autorità riconosciuta a questi quattro Vangeli. L'opera del Diatessaron di Taziano (160-170 d.C.), basato sui quattro Vangeli canonici, "fornisce la prova che tutti e quattro i vangeli erano considerati autoritativi", come afferma Metzger. Anche Giustino parla di "fatti memorabili degli apostoli" che venivano letti nei contesti celebrativi e chiamati "vangeli".

Il giorno del Signore e i riti distintivi

Un altro elemento distintivo dell'identità collettiva dei primi credenti in Cristo era il giorno della riunione per celebrare Cristo Signore e consumare il pasto comunitario con il pane e il vino: il giorno dopo il sabato, denominato "giorno del Signore" per la celebrazione eucaristica, intesa come rendimento di grazie e riconciliazione con il prossimo.

Riguardo ai riti celebrati, la "cena del Signore" trova la sua testimonianza più antica nella Didachè, che affonda le sue radici nelle origini cristiane e riflette il legame con la spiritualità, l'etica e la liturgia giudaiche. La Didachè ha trasmesso i più antichi formulari liturgici circa l'agape cristiana, da cui si è sviluppata la preghiera eucaristica. La natura esclusivamente cristiana dell'eucaristia nella Didachè è evidente dal divieto per i non battezzati di partecipare. L'uso del termine "eucaristia" testimonia una comune tradizione liturgica formatasi già nelle prime comunità cristiane, con la formula "Ringraziamo" utilizzata in tutte le liturgie.

L'organizzazione della comunità: dall'ufficio apostolico al monoepiscopato

L'organizzazione della comunità non era lasciata alla libera iniziativa, ma era determinata da regole e norme che ne permettevano il funzionamento. La funzione della guida della comunità, affidata ai capi/vescovi e detta monoepiscopato, è riconosciuta dagli studiosi come predominante solo alla fine del II e agli inizi del III secolo. Tuttavia, con Ignazio di Antiochia (110-120 d.C.), si registra l'esistenza dell'episcopato monarchico ad Antiochia e in tutta l'Asia.

Contrariamente, si ritiene che in alcune comunità microasiatiche del tempo di Ignazio, alcuni membri si rifiutassero di riconoscere l'autorità del vescovo, forse a causa di un vuoto organizzativo colmato da un modello giudaico (ordinamento presbiterale) o da un modello "monarchico". Le dispute tra giudeocristiani ed etnocristiani per l'imposizione del modello monoepiscopale sono plausibili. Gli oppositori di Ignazio potrebbero essere identificati in un gruppo proveniente dal profetismo, con una ecclesiologia carismatica e tratti di docetismo.

L'istituto del monoepiscopato emerse gradualmente, ma l'ufficio dell'episkopé, comunque esercitato, fu percepito come di istituzione apostolica, attestandone l'apostolicità.

Una comunità missionaria per l'oggi

Le prime comunità cristiane non fecero "grandi cose" in termini di rivoluzioni o ricerca di notorietà. Mantennero con caparbietà, semplicità e fiducia il loro progetto di seguire Gesù fino in fondo, nella quotidianità. È fondamentale ricordare che la comunità degli Atti degli Apostoli è una comunità missionaria. L'esperienza del Risorto, la sfida della condivisione, la bellezza della frazione del pane celebrata comunitariamente e la preghiera assidua sono caratteristiche intrinseche di una comunità missionaria.

Una comunità che vive tutte queste cose ma si chiude, cercando la stabilità per comodità, è destinata a morire. Vivere con gioia questo rischio significa mantenere la profezia per l'oggi e la freschezza per il domani. Il Dio cristiano è un Dio scomodo, nomade, itinerante, che "ha posto la sua roulotte in mezzo a noi", e questo è il modo di essere cristiani.

tags: #le #prime #comunita #cristiane #tramandavano #la