Introduzione: Duccio di Buoninsegna e la Maestà di Siena
La Maestà di Duccio di Buoninsegna, considerata uno dei massimi capolavori della pittura italiana su tavola di inizio Trecento, fu eseguita per l'altare maggiore del Duomo di Siena tra il 1308 e il 1311. Duccio, riconosciuto come l'iniziatore della scuola senese, realizzò quest'opera complessa che lo impegnò per tre anni.
La pala d'altare andava a sostituire un'icona della Vergine particolarmente cara ai senesi, legata alla vittoria della Battaglia di Montaperti (1260). Con questa nuova grandiosa opera, la città intendeva omaggiare ancora maggiormente la loro protettrice, alla quale era dedicata anche la Cattedrale.
Sulla vita del pittore senese sono rimasti alcuni documenti, tra cui la biografia scritta da Giorgio Vasari, che presenta tuttavia molte lacune, non conoscendosi né parenti né eredi. La prima notizia su Duccio si registra nel 1278 per il compenso riscosso per la pittura di alcune casse di documenti dell’Ufficio della Biccherna, l’erario del Comune di Siena. In seguito Duccio dipinse diverse tavolette (oggi perdute) destinate a ornare le copertine dei registri annuali dell’erario. Al 1285 risale la Maestà per la Compagnia dei Laudesi in Santa Maria Novella a Firenze (ora alla Galleria degli Uffizi), per errore attribuita da Vasari a Cimabue: un dipinto imponente e prezioso, per il quale il pittore senese fece largo uso di lapislazzuli. Tra il 1285 e il 1288 Duccio disegnò la grande vetrata per il Duomo di Siena e nel 1302 una Maestà per la Cappella dei Nove nel Palazzo Pubblico (perduta).
La Struttura e l'Iconografia della Maestà
La Maestà del Duomo di Siena è una grande tavola (425 x 212 cm) a due facce, anche se oggi si presenta tagliata lungo lo spessore a seguito di un discutibile intervento del 1771 che non mancò di creare alcuni danni. La grande pala d'altare era dotata di predella e coronamento, nonché sormontata da cuspidi dipinte con angeli a mezzo busto.

Nella sua collocazione originaria la Maestà era visibile da ogni lato, offrendo una ricchezza iconografica su entrambe le facce:
Il Fronte Anteriore: La Vergine in Trono
Il lato principale, quello originariamente rivolto ai fedeli, era dipinto con una monumentale Vergine con Bambino in trono, circondata da un'affollata teoria di santi e angeli su fondo oro. La Madonna è seduta su un ampio e sfarzoso trono, che accenna a una spazialità tridimensionale secondo le novità già praticate da Cimabue, ed è dipinta con una cromia morbida, che dona naturalezza al dolce incarnato. Anche il Bambino esprime una profonda tenerezza, sebbene il suo corpo non sembri generare peso e le mani di Maria che lo reggono siano piuttosto innaturali. Quattro altri santi si trovano in secondo piano (San Paolo e San Giovanni Evangelista a sinistra, San Giovanni Battista e San Pietro a destra), mentre tutto intorno si dispone con rigida simmetria un coro di venti angeli alati, disposti in modo appiattito. A parte gli angeli, Duccio si sforzò di caratterizzare individualmente le fisionomie, raggiungendo il vertice nei volti delle divinità.
La predella anteriore, di cui oggi rimangono nel Museo dell'Opera cinque scene, presentava alcune storie dell'infanzia di Cristo, nelle quali la protagonista è Maria, alternate a figure di Profeti (Isaia, Ezechiele, Salomone, Malachia, Geremia, Osea). Il coronamento anteriore, ispirato alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, presentava le storie della morte e dei funerali della Vergine. Di quest'ultimo rimangono sei pannelli, ridimensionati rispetto alle misure originali.
Il Retro: Storie della Passione e Resurrezione di Cristo
Sul retro della Maestà, destinato alla visione del clero, erano rappresentate 26 Storie della Passione e Resurrezione di Cristo, divise in formelle più piccole, uno dei cicli più ampi dedicati a questo tema in Italia. La fonte per le scene della Passione si fonda sulla lettura dei Vangeli canonici, a parte un'unica scena, quella della Discesa al Limbo, dove la fonte testuale è da identificarsi nel Vangelo apocrifo di Nicodemo. Nella grande tavola principale, il posto d'onore, al centro, è dato dalla Crocefissione, di larghezza maggiore e altezza doppia. Anche la formella doppia nell'angolo in basso a sinistra con l'Entrata a Gerusalemme (da dove inizia la lettura) ha dimensioni maggiori, e il tiburio gotico che sporge dalle mura potrebbe essere una citazione fantasiosa della cupola del Duomo di Siena. Dopo il pannello centrale (Preghiera nel Getsemani e Bacio di Giuda), la narrazione riprende nell'angolo in basso opposto, procedendo verso sinistra, sempre dal basso verso l'alto. Questo espediente, già usato da secoli, serve per convogliare la lettura verso la scena centrale della Crocefissione.
Nella predella posteriore, composta solo da due scene, si narravano storie della vita pubblica di Cristo. Il coronamento posteriore illustrava invece storie di Cristo dopo la resurrezione, e di esso rimangono sei pannelli, ridimensionati.
In varie scene Duccio diede prova di essere aggiornato rispetto alle "prospettive" dei fondali architettonici di Giotto. Uno dei più notevoli esempi si ha nella scena di Gesù davanti al Sommo Sacerdote, dove è rappresentato un edificio che continua nella formella inferiore, il Tradimento di Pietro, collegato da una verosimile scalinata con tanto di pianerottolo tra le due scene, ravvivato da un'elegante bifora. Lo spazio però per Duccio non è mai condizione sine qua non; anzi, in talune scene deroga volontariamente alla raffigurazione spaziale per mettere in risalto particolari che gli premono, come la tavola apparecchiata nella scena dell'Ultima Cena (troppo inclinata rispetto al soffitto) o come il gesto di Ponzio Pilato nella Flagellazione, che è in primo piano rispetto a una colonna nonostante i suoi piedi poggino su un piedistallo che è collocato dietro.
"Le Marie davanti al Santo Sepolcro": Dettaglio della Passione
Tra le scene della Passione, il pannello delle Marie davanti al Santo Sepolcro (retro della Maestà) cattura un momento di grande intensità drammatica. Le tre Marie - Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salomè (Marco 16, 1) - raffigurate sulla sinistra della scena, hanno volti stupiti e increduli. Sono intimorite dalla visione dell'angelo vestito di bianco che siede sul sepolcro, dove si vede la pietra aperta (Matteo 28, 1-3).

Il loro spavento viene suggerito dall'indietreggiare dei corpi e dal loro stringersi nei manti, tanto che due di loro alzano la mano in segno di pace. Le donne hanno con sé contenitori dove si trovano gli oli profumati, pronti per l'unzione. La scena è dominata dalla figura di questo splendido angelo che, con la sua veste abbagliante, indica il sudario di Cristo appoggiato su un lato del sepolcro. In secondo piano, rocce tinte di rosa si stagliano sul fondo oro, ad indicare l'alba di un nuovo giorno.
La Storia Conservativa e i Restauri della Maestà
La Solenne Processione del 1311
Come ci informa nella sua "Cronaca" Agnolo di Tura del Grasso, il 9 giugno 1311 la grande tavola venne portata in Duomo con una processione che coinvolse tutta la città. Quel giorno, «tutte le botteghe rimasero chiuse e il vescovo guidò una lunga fila di preti e monaci in solenne processione. Erano accompagnati dagli ufficiali del comune e da tutta la gente; tutti i cittadini importanti di Siena circondavano la pala con i ceri nelle mani, e le donne e i bambini li seguivano umilmente. Accompagnarono la pala tra i suoni delle campane attraverso la Piazza del Campo fino all'interno della cattedrale con profondo rispetto per la preziosa pala. I poveri ricevettero molte elemosine e noi pregammo la Santa Madre di Dio, nostra patrona, affinché nella sua infinita misericordia preservasse la nostra città di Siena dalle sfortune, dai traditori e dai nemici».
Duccio - Maestà del Duomo di Siena
Le Vicende dell'Opera nei Secoli
La pala d'altare rimase al suo posto fino al 1506, quando fu spostata e appesa in una parete del transetto sinistro e sostituita con il ciborio bronzeo del Vecchietta. Nel 1536 è documentata presso l'altare di San Sebastiano. In seguito, per il mutato gusto in fatto d'arte sacra, nel 1771 la tavola fu smembrata e segata in due parti: la parte anteriore fu posta nella cappella di Sant'Ansano, nel transetto sinistro, e la parte posteriore nella cappella di San Vittore, nel transetto destro. Gli scomparti delle predelle e dei coronamenti furono collocati in sacrestia. In quell'occasione, purtroppo, numerosi pannelli andarono perduti.
A partire dalla metà dell'Ottocento, si hanno notizie dei pannelli oggi mancanti e conservati in vari musei o collezioni private, tra cui:
- Tentazione sul monte (Frick Collection, New York)
- Vocazione di Pietro e Andrea (National Gallery of Art, Washington)
- Cristo e la Samaritana (Collezione Thyssen-Bornemisza, Madrid)
- Guarigione del cieco e Trasfigurazione (National Gallery, Londra)
- Resurrezione di Lazzaro (Kimbell Art Museum, Texas)
- Annunciazione (National Gallery, Londra)
- Natività con Isaia e Ezechiele (National Gallery of Art, Washington)
- Quattro tavolette con mezze figure d'angeli (Collezione Johnson a Philadelphia, Mount Holyoke College nel Massachusetts, Collezione Stoclet a Bruxelles, Collezione J.H.)
Nel 1878 la tavola fu ricomposta, almeno per ciò che riguarda i due grandi scomparti centrali e i restanti pannelli, e collocata nel Museo dell'Opera, dove tutt'ora è esposta.
Interventi di Restauro
Numerosi restauri hanno scandito la storia conservativa della Maestà. Tra il 1952 e il 1958 ebbe luogo un importante restauro, diretto da Cesare Brandi presso l'I.C.R. di Roma e limitato alle parti principali. Nel 1964 si concluse un intervento su quattro tavole del coronamento anteriore. Più recentemente, in occasione della mostra "Duccio. Alle origini della pittura senese", l'ARPAI ha finanziato il restauro di una serie di opere di grande rilevanza: tredici tavolette dipinte da Duccio di Buoninsegna nel 1308-1311 per la Maestà, conservate nel Museo dell'Opera del Duomo di Siena, e la grande Croce dipinta intorno al 1330 da Ugolino di Nerio per la Chiesa dei Servi di Siena.
Le tavole, dopo un primo strato di preparazione a base di gesso e colla, sono state completamente incamottate con una tela di lino alquanto compatta (per la predella anche nella cornice) e successivamente lavorate a più strati di gesso-colla. La pittura, estremamente raffinata anche per l'uso di pigmenti preziosi e guidata da un disegno preparatorio a pennello intriso di carboncino, ha un legante proteico a base di caseina di latte di capra, come è risultato dai saggi immunoenzimatici. La foglia metallica d'oro è stata fatta aderire su di uno strato di bolo armeno rosso-arancio. In alcuni casi erano previsti eventuali debordamenti andando leggermente all’interno delle parti propriamente dipinte; altre decorazioni a foglia d’oro poste sulle vesti di Cristo e della Madonna a piccole lamelle di stile bizantino sono state fissate con colle a base di mecca. La celebrazione per la conclusione di questo restauro è avvenuta a Siena presso il Complesso di Santa Maria della Scala, Chiesa della Santissima Annunziata, Piazza del Duomo, il 3 ottobre 2003.
La Fortuna Critica e gli Studi Moderni
Se la critica moderna ha prodotto una vastissima letteratura su Duccio e la sua Maestà, questo non è avvenuto in tempi più remoti. A partire dal Vasari e fino alla fine del Settecento non si hanno, infatti, notizie di questo capolavoro. Solo con il Della Valle e il Lanzi il nome di Duccio riappare nella letteratura artistica senese. Solo con l'esposizione permanente della Maestà nel Museo dell'Opera, a partire dal 1878, si diede avvio a una nuova e ampia tradizione critica legata a Duccio e alla sua opera.
Nel tempo, numerose sono state le proposte fatte dai più importanti studiosi di arte senese in merito alla ricostruzione della grande ancona. Si ricordano qui Carli (1979), White (1973-1979), Deuchler (1984), a cui vale la pena aggiungere il lavoro della Gardner von Teuffel (1979) che riteneva la pala fiancheggiata e sostenuta da due pilastri laterali a sezione quadrata.
Per predelle e coronamenti, il tema iconografico si lega strettamente al problema della ricostruzione del complesso. L’individuazione di altre tavolette in vari musei ha consentito di ricomporre in modo soddisfacente la predella anteriore, mentre per quella posteriore sono state rintracciate solo otto storie su nove. Sia le tavolette della predella che quelle del coronamento sono state ricavate da una serie contigua di assi subradiali disposte in orizzontale, probabilmente per facilitare il percorso di lettura seguendo la fibra legnosa.
Il Museo dell'Opera del Duomo di Siena: Sede del Capolavoro
Il complesso del Duomo di Siena comprende una serie di monumenti tra i più significativi nel panorama artistico europeo. Il Duomo è strutturato a croce latina, con tre immense navate, ornato da un pavimento a commessi marmorei raffigurante le 17 Sibille divise in tre gruppi: ioniche, italiche e orientali. La navata centrale è invece ornata da un davanzale sovrastante, con raffigurati i busti dei Papi.
Il Battistero, costruito tra il 1316 e il 1325 da Camaino di Crescentino, in stile gotico, è caratterizzato dalla facciata incompiuta nella parte superiore. Al suo interno si può ammirare la fonte battesimale esagonale realizzata in marmo, bronzo e smalto. La sala affrescata è divisa in 3 navate da 2 grandi colonne.
Durante il percorso che si snoda intorno al complesso museale della Cattedrale, i visitatori vengono condotti all’interno della navata destra del Duomo Nuovo. Qui ha sede il Museo dell’Opera del Duomo, uno dei più antichi musei privati istituiti in Italia, fondato nel 1869 con il consenso del Ministero della Pubblica Istruzione. La sede è prestigiosa: la collezione è conservata negli ambienti ricavati dalla chiusura delle prime tre campate della navata destra del cosiddetto “Duomo Nuovo”, la cui costruzione, iniziata nel 1339, venne interrotta dopo la peste del 1348. La galleria raccoglie opere provenienti dal Duomo, tra le quali spiccano la gran parte della produzione artistica di Duccio di Buoninsegna, con il capolavoro assoluto della Maestà, che un tempo ornava l'altare maggiore della cattedrale, e la vetrata dedicata alla Vergine Assunta, posta in alto nell'abside del Duomo.