Il tema delle confessioni, inteso sia come racconto intimo sia come elemento narrativo, si intreccia con il vasto universo del commercio librario e la diffusione delle informazioni attraverso i secoli. Sebbene in contesti geografici e temporali distinti, la dinamica della trasmissione del sapere e delle storie personali emerge con forza, evidenziando il ruolo cruciale del libro e degli incontri nel plasmare la comprensione umana.
Le Confessioni nel Contesto Narrativo: Il Romanzo "Donnaregina"
Una serata di particolare rilevanza, intitolata “Del Racconto, la Comunità”, ha messo in luce il potere delle storie e delle confessioni. L'appuntamento è stato impreziosito dalla presenza di una delle più apprezzate scrittrici italiane, Teresa Ciabatti.
Un Incontro di Storie e Rivelazioni
Insieme alla giornalista Antonella W. Gaeta (La Repubblica), Teresa Ciabatti ha presentato al pubblico “Donnaregina” (Mondadori), il suo ultimo romanzo, descritto come un'opera piena di grazia sul crimine e la maternità. Il nucleo del romanzo è un incontro-scontro tra una scrittrice che di camorra ne sa poco e un superboss che, pur non rinnegando il proprio passato, si mostra vulnerabile. Questo duetto, sempre carico di diffidenza, si trasforma in un viaggio tra ricordi, confessioni, fraintendimenti e proiezioni, ma soprattutto in rivelazioni su figli che non sono quello che loro credono.

Il Cinema come Specchio della Realtà: "Familia"
L'evento ha visto anche la proiezione di uno dei migliori film italiani dell'ultima stagione, Familia, presentato dal regista Francesco Costabile. Si tratta di un melodramma nero che contamina un'opera sulla violenza familiare con i linguaggi tipici del cinema di genere. Presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 81 e tratto dall'autobiografia “Non sarà sempre così” di Luigi Celeste, il film è stato interpretato da uno straordinario coro di attori, tra cui Francesco Gheghi (Premio Orizzonti a Venezia per la miglior interpretazione maschile), Barbara Ronchi, Tecla Insolia (Premio Nuovo Imaie a Venezia per la miglior attrice esordiente) e Francesco Di Leva, quest'ultimo premiato con il David per il miglior attore non protagonista per il suo ruolo.
FAMILIA di Francesco Costabile (2024) Trailer Ufficiale | Al Cinema
Negozi e Informazioni: La Produzione e il Commercio Librario nella Venezia del Quattrocento
Nel primo Quattrocento, Venezia si affermava come una metropoli cosmopolita, ricca e in piena espansione. Le merci abbondavano, e tra esse non mancavano i libri. L'alfabetizzazione era elevata, e la conoscenza della scrittura e qualche nozione di contabilità erano indispensabili a coloro che si dedicavano al commercio, numerosissimi sia nella classe patrizia che negli altri ceti.
Il Bisogno di Istruzione e la Diffusione della Scrittura
Il bisogno di istruzione era diffuso, anche in rapporto alla progressiva burocratizzazione dello Stato, processo riscontrabile nel Quattrocento in tutta Europa e particolarmente evidente nelle grandi città italiane. A Venezia, tale processo era già in atto nel Trecento e anche prima. Nel 1345, per volontà del colto doge Andrea Dandolo, storico e giurista, erano sorti i diplomatari contenenti gli atti relativi ai rapporti tra Venezia e gli Stati d'Oriente e d'Occidente, rispettivamente il Liber Albus e il Liber Blancus. Si erano formati già prima i registri dei Pacta, contenenti gli atti di diritto internazionale; vi erano poi i Commemoriali, in cui venivano trascritti gli atti di maggior rilievo per la città. Quest'opera di riordinamento degli atti pubblici era espressione di un bisogno di registrazione e di documentazione, che si rifletteva in vari aspetti dei rapporti tra cittadini e Stato, rendendo sempre più necessario l'uso dello scritto. Ciò presupponeva la presenza di un numero adeguato di scuole.
Le Scuole e i Metodi di Apprendimento
A Venezia gli insegnanti erano molto numerosi: un centinaio, e forse assai di più. Essi venivano assunti non da istituzioni pubbliche, come accadeva in varie città della terraferma, ma dai privati, che si accordavano per stipendiare maestri di loro fiducia. Ciascuno di questi impartiva le sue lezioni a un numero variabile, ma certo non piccolo, di allievi. L'apprendimento seguiva regole antiche e si attuava sulla scorta di testi non meno antichi.
Il bambino muoveva i primi passi nella lettura avvalendosi della tabula (in veneziano tola): un foglio su cui erano tracciate le lettere dell'alfabeto, che veniva incollato su una tavola di legno appesa alla parete della scuola (onde il nome). Il maestro indicava sulla tavola le lettere con una bacchetta, e gli scolari si sforzavano di riconoscerle. Esistevano poi delle tavole più piccole (a Venezia, tolete) che riproducevano la maggiore e che ogni scolaro teneva con sé, per meglio seguire e ripetere la lezione.
Testi Elementari e Opere Avanzate
Una volta memorizzato l'alfabeto, si imparava a leggere col salterio (raccolta di preghiere e di salmi) o piuttosto con un estratto di tale libro, il psalteriolus, a Venezia psalterio picolo, o psalterio da puti, contenente alcune delle preghiere più note, come il Pater noster, l'Ave Maria, il Salve Regina. Il passo successivo era lo studio del Donato, vale a dire dell'opera del grammatico Elio Donato, vissuto nel IV secolo, rielaborata e adattata in epoca più tarda. Il bisogno di tabule, salteri e Donati era grande, tanto che vi si provvedeva già nella prima metà del secolo con l'ausilio della xilografia: si stampavano tali testi elementari incidendoli su matrici di legno, come già alla fine del Trecento si faceva con le immagini dei santi.
Accanto alle scuole di grammatica, basate sull'insegnamento del latino, esistevano poi le scuole d'abbaco, destinate alla formazione professionale del mercante. Qui si insegnava l'aritmetica commerciale, il calcolo degli interessi e dei cambi, la suddivisione dei profitti e delle perdite, le stime delle merci, la tenuta dei libri contabili e la corrispondenza commerciale. L'insegnamento si svolgeva in volgare; la scrittura impiegata era la mercantesca, così chiamata perché diffusa appunto nel mondo del commercio. Vi accedevano giovani di solito provenienti dai gradi più bassi della scuola di grammatica, capaci ormai di leggere e in possesso di qualche nozione di latino.
Molti dei "latinantes" si fermavano al livello più basso, "a tabula usque ad introitum Donati"; altri proseguivano; quattro gradi d'istruzione, ad esempio, erano previsti a Treviso e a Chioggia. I discenti affrontavano, assieme e dopo il Donato, i Disticha Catonis (raccolta tardoantica di massime morali), il Liber Aesopi (compilazione del XII secolo), l'Ecloga Teoduli (operetta del X secolo in cui si contrapponevano in forma dialogica il vero e il falso, gli dei pagani e l'insegnamento di Cristo), il Liber Eve Columbe di Prudenzio, le opere di Prospero di Aquitania, il Physiologus. Vasta diffusione avevano il Catholicon di Giovanni Balbi, dizionario enciclopedico, e la massiccia opera grammaticale in versi di Alessandro di Villedieu, il Doctrinale. Era naturale che vi fosse una forte richiesta di questi testi, tanto maggiore quanto più elementare ne era il contenuto; se tutti chiedevano tabule e salteri, tanto da renderne conveniente la riproduzione xilografica, la domanda si restringeva via via per le opere di contenuto più impegnativo.
Il Ruolo degli Istituti Religiosi nella Produzione Libraria
Ci si poteva procurare il libro desiderato in due modi principali: si poteva trovarlo già confezionato, o farlo fare espressamente. I maggiori produttori di manoscritti erano i monasteri e i conventi. A Venezia essi erano molto numerosi e godevano generalmente di buone, talvolta ottime, situazioni economiche.
Monasteri e Conventi come Produttori e Venditori
Vi erano anzitutto vari monasteri benedettini, di diverse osservanze. Presso alcuni dei più importanti vi era uno scriptorium, organizzato ai fini della produzione di libri. Di regola si trattava di libri destinati all'accumulazione nel monastero stesso, ma spesso essi venivano invece venduti al di fuori del monastero. Il maggiore scriptorium veneziano era forse quello del monastero camaldolese di S. Michele in Isola; esso non lavorava solo per i monaci, ma anche per altri. Matteo Guidoni, abate di S. Maria degli Angeli a Firenze, consigliava nel 1401 a Tommaso Caffarini, domenicano senese trasferitosi a Venezia, di rivolgersi all'abate di S. Michele per le necessità librarie del suo convento, indicando che quest'ultimo avrebbe fatto fare "per suos vel alios fidos" ciò che serviva. Il monastero muranese cercava anche fuori di Venezia libri di particolare qualità artistica, come modelli per i miniatori del proprio scriptorium; per questo era in rapporto con il monastero fiorentino, che fornì allo scopo alcuni raffinati graduali. Nel 1422 furono acquistati a Firenze tre libri sacri, con una spesa di rilievo: 60 fiorini. Per i Benedettini la produzione di libri rientrava nei compiti del monaco ed era raccomandata come opera di pietà.
Diverso era l'atteggiamento degli Ordini mendicanti. Per i Francescani il libro era un mezzo da usare, non oggetto di possesso e di accumulo. Per i Domenicani esso interessava in quanto strumento dell'attività intellettuale e spirituale, sussidio all'insegnamento e alla predicazione: non importavano pretiositas e pulchritudo, contavano legibilitas ed emendatio, per una lettura diffusa e controllata. L'acquisto di libri era incoraggiato (la diligenza del librarius si misurava dall'incremento dei volumi durante il periodo dell'incarico), ma si considerava secondaria l'attività di trascrizione rispetto allo studio e alla predicazione: ciò che contava era avere i libri a disposizione, comperati o trascritti che fossero. Poteva comunque essere vantaggiosa per il convento la seconda soluzione; e infatti nel convento di S. Domenico di Castello e in quello dei SS. Giovanni e Paolo la produzione di codici era considerevole. Alle suore del Corpus Domini, che evidentemente trascrivevano codici abitualmente, Giovanni Dominici consigliava, nel 1401, di chiedere in prestito all'abate di S. Monasteri e conventi non solo acquistavano e producevano manoscritti, ma anche li vendevano. La produzione cartografica di S. Michele non era certo destinata ai soli monaci. A due frati dei SS. Giovanni e Paolo pensava di rivolgersi, già nel 1335, Oliviero Forzetta, lo straordinario collezionista trevigiano, per comperare Seneca, Orosio e i commenti di s. Tommaso e Averroè alle principali opere di Aristotele. A S. Domenico si vendevano manoscritti anche nel secondo Quattrocento: rimane un libro di conti, dove risulta che vi si trascrivevano libri in buon numero, che venivano poi venduti tra gli anni 1460-1476.

Artigiani e Professionisti del Libro
Alla produzione del libro attendevano, oltre agli istituti religiosi, artigiani specializzati: cartolai e librai. Anche se i termini venivano spesso usati indifferentemente, compito specifico dei cartolai era la fornitura dei materiali scrittorî (la carta, la pergamena semilavorata), mentre il librarius produceva e vendeva il prodotto finito.
Cartolai, Librai e Copisti Specializzati
Al cartolaio toccava conciare la pergamena, raschiarla, riunirla in fascicoli; quanto alla carta, doveva fascicolarla e darle il formato richiesto. Subentrava poi il libraio, che curava direttamente, o attraverso suoi collaboratori esterni o dipendenti, la copia; poi, se del caso, il codice passava al miniatore; seguiva, ma non sempre, l'ultima fase, quella della legatura. Il libraio provvedeva poi alla vendita. I librai veneziani (detti anche bidelli; il termine a Venezia, come attesta il Filelfo, equivaleva a librarius publicus) erano numerosi anche prima della stampa ed avevano le loro botteghe nei punti più diversi della città. A S. Salvador aveva sede quella dell'incauto acquirente di un libro rubato nel convento dei Crociferi da un tal Antonio detto a tabuleis. A S. Canciano era sito il negozio di un altro cliente di Antonio, che paga due ducati per un libro rubato a S. Zaccaria. A Rialto risiedeva mastro Nascimbene a cartis, che comprò una schiava nel 1421. Molti svolgevano la loro attività nelle Mercerie, come il "bidellus" di cui parla il Filelfo a Pietro Tomasi, la cui "taberna libraria" era situata appunto "euntibus ex Rivoalto ad forum divi Marci ad dextram", o come Gasparo e Niccolò, che poco dopo il 1440 avevano il loro negozio sul ponte sito al mezzo di tale strada; negli stessi anni Giacomo di Giorgio aveva una bottega in salle Lunga a S.
Categorie Particolari di Copisti
Fra i copisti professionisti, operanti per lucro, si distinguevano i notai. Essi padroneggiavano la tecnica della scrittura ed era naturale che fosse loro richiesto di trascrivere non solo atti giuridici, ma anche testi diversi. A Venezia appartenevano spesso al clero. Quello del notariato ecclesiastico era un uso antico, che nel Quattrocento sopravviveva soprattutto a Venezia, sino ad un decreto del 1433 di Eugenio IV, che mirava a porre fine a quell'antico costume. Ma la disposizione papale non ebbe l'effetto sperato, tanto che il maggior consiglio dovette reiterare il divieto, con decreto del 19 gennaio 1474, e poi ancora il 28 giugno 1521, riferendosi in particolare agli uffici dipendenti dai procuratori di S.
Un'altra categoria di copisti di grande dignità e prestigio era quella dei membri della cancelleria. Anch'essi avevano grande dimestichezza con la scrittura in relazione ai loro incarichi e veniva quindi loro richiesto di trascrivere opere letterarie. È probabile che essi svolgessero tale attività occasionale di copia non solo per lucro, ma anche per altre ragioni: per compiacere i loro superiori patrizi, o per procurare determinate opere a se stessi o al proprio colto entourage. Michele Salvatico, ad esempio, notaio presso i capi sestiere, copiò numerosi codici per Francesco Barbaro. Nei pressi dell'entrata del palazzo Ducale si affollavano poi degli scribi, la cui esistenza è ampiamente documentata per gli ultimi secoli della Repubblica, ma che con ogni probabilità operavano già nel Quattrocento: essi informavano avvocati e clienti circa l'andamento delle loro cause, segnalavano nascite e morti patrizie, comunicavano i risultati delle elezioni.
Una singolare categoria di copisti era rappresentata dai prigionieri: anche a Venezia, come altrove, i carcerati che possedevano l'arte dello scrivere venivano utilizzati come scribi. Così Giovanni Soranzo di S. Giovanni in Bragora si fece copiare la Commedia da un mantovano detenuto nelle pubbliche prigioni, che terminò l'opera nell'agosto del 1498. Molti copisti erano poi forestieri: soprattutto in età umanistica le persone capaci di scrivere con eleganza si spostavano da una città all'altra, seguendo le richieste dei committenti. Così Giovanni Aretino, uno dei primi ad usare la littera antiqua, lavorò per qualche tempo a Venezia. Biagio da Ragusa copiò codici petrarcheschi nella casa di Paolo Loredan, nel 1435. Zuan Todesco trascrisse codici umanistici per Leonardo Sanudo. Un'analoga mobilità si riscontra in un'altra prestigiosa e raffinata categoria di artigiani che partecipano alla produzione del libro, quella dei miniatori. Nel processo di produzione del libro l'importanza dei produttori di carta e di pergamena era certo grande, al pari di quella dei venditori all'ingrosso di tali materiali. Nell'era della stampa gli Agostini, banchieri operanti anche nel commercio della carta, apparvero coinvolti nell'attività di alcuni tipografi; alla fine del secolo i Barbarigo, proprietari di cartiere, sostennero l'azienda editoriale di Aldo.
Il Commercio e la Distribuzione dei Libri
Alla vendita dei libri provvedevano i privati, con scambio diretto tra loro, e i produttori stessi: i monasteri, i conventi, i librai. La vasta presenza di istituti religiosi e i non pochi librai di cui ci è giunta notizia inducono a ritenere che il commercio librario fosse vivace, grazie anche all'atmosfera stessa della città, in cui la mercatura faceva parte integrante della vita quotidiana. Vi partecipavano librai di rango, come quelli che servivano Oliviero Forzetta, ma anche personaggi assai più modesti, come quella rivendugliola ai Carmini cui il già incontrato Antonio rubò un libro nel 1363, rivendendolo per 16 soldi di piccoli; o quel tartaro, probabilmente uno schiavo affrancato, che teneva sul balcone nel 1396 "unus breviarius portatile ad vendendum" chiedendone 6 lire di piccoli; o quella schiava abitante a S. Cassiano che esponeva sul balcone, per venderli, uffizi, salmi, orazioni in volgare. Una qualche forma di commercio librario esisteva già nel Duecento: Iacopo abate di Moggio si era procurato a Venezia una decina di libri di argomento sacro, poco dopo il 1240. Non si è in grado di sapere a chi si fosse rivolto: se a conventi, a librai, o ad altra fonte. Rimane il fatto che era riuscito a trovare a Venezia ciò che gli interessava. Una fonte importante per l'approvvigionam...
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