La scultura del Buon Pastore è una delle prime raffigurazioni di Gesù e si trova attualmente nel Museo Pio Cristiano presso i Musei Vaticani. Rappresenta un pastore nel fiore degli anni dai tratti euritmici, con i capelli lunghi, folti e arricciati. Il giovane è raffigurato con i capelli che gli scivolano fluenti in lunghi riccioli a coprire le orecchie e la testa rivolta verso destra. Indossa una tunica, porta una sacca con un cingolo a tracolla e viene ritratto mentre trasporta un agnello sulle spalle. L'immagine ideale di questa figura è poi completata da una tunica senza maniche e con una sporta indossata a tracolla.
Questa statua è descritta dal Cardinale Gianfranco Ravasi in "Le meraviglie dei Musei Vaticani" come "uscita dal frontale di un sarcofago del III-IV sec., proveniente dalle catacombe di San Callisto e, con un ritocco, è stata avviata verso vita autonoma". L'opera è datata tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C., realizzata in marmo bianco, con dimensioni di cm 100 x 36 x 27. Essa proviene dal complesso delle catacombe di S. Callisto a Roma (prima del 1764).

Il Contesto Storico dell'Iconografia del Pastore
Già 700 anni prima di Cristo il tema del Buon Pastore era presente nella cultura artistica ellenica in larga scala e in varie discipline artistiche. Esempi notevoli includono l'Hermes Crioforo, il “portatore di ariete”, conservato al Museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” di Roma, e il Moscoforo, il “portatore di vitello”, scolpito nel 550 a.C. e custodito nel Museo dell’Acropoli di Atene. I volti di queste opere sono contraddistinti dal tratto apollineo euritmico di nietzschiana memoria.
La raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, così come di scene genericamente pastorali, era assai diffusa nell'arte antica. Questa iconografia era riferita a una pluralità di temi positivi, fra i quali il più significativo appare quello della filantropia (humanitas, in latino). Infatti, il dio Mercurio e l'eroe Ercole, conducevano pietosamente le anime dei defunti nell'aldilà, caricandosele sulle spalle come appunto un pastore porta un agnello. Immagini di pastori criòfori (in greco, "portatori di un ariete") erano, pertanto, frequenti nelle espressioni artistiche dell'antichità greco-romana, intese come personificazioni virtuose della bontà verso il genere umano.
Un Altro Esempio Crioforo nei Musei Vaticani
Un’altra statuetta di pastore crioforo è conservata anch’essa presso i Musei Vaticani: il protagonista mantiene con la mano sinistra un primigenio bacolo ante litteram, e anch’egli sostiene una pecora indosso. Gli studiosi sono propensi a credere che fosse un trapezoforo, cioè un supporto strutturale, restaurato poi nel XVIII secolo dallo scultore romano Bartolomeo Cavaceppi, allievo del Napolioni.
Acquisizione e Restauro della Statuetta Vaticana
Questo splendido monumento fa parte di un gruppo di opere acquisite per liberalità di papa Clemente XIII Rezzonico (1758-1769). Tali opere furono destinate alla collezione di antichità cristiane contenute nel Museo Sacro o Cristiano della Biblioteca Apostolica Vaticana, fondato nel 1756 per illuminata volontà di papa Benedetto XIV (1740-1758), predecessore di Clemente.
Tutte le opere giunte al Museo furono opportunamente restaurate e integrate. Le fronti dei sarcofagi istoriati furono spesso distaccate dalle casse integre ritenute inservibili in quanto prive di rilievi, anche per permetterne l'affissione alle pareti alte del Museo. In alcuni casi, i "restauri" furono veri e propri rifacimenti, al punto da non distinguere più i tratti stilistici originari; talvolta si trasformò persino l'aspetto dell'opera, travisandone l'originaria destinazione, come nel caso della celebre statuetta del Buon Pastore.
Per comprendere l'operazione di restauro, è illuminante rileggere le parole dello scultore Giuseppe Angelini, così come sono riportate nei conti da lui presentati per ricevere il suo compenso: "Essendomi capitato un pezzo di Fragmento di Bassorilievo rappresentante la figura del Buon Pastore è stato da me ristaurato [ ... ], ed essendo approvati li modelli si è eseguito il lavoro di Marmo, quale è stata ridotta ad una buona figurina di Proporzione palmi 4 ½ ed il tutto importa Scudi cento" (Archivio Segreto Vaticano, Sacri Palazzi Apostolici, Computisteria 309, Reg. 216 (anno 1764), p. 2). Se si osserva con attenzione l'opera, si può apprezzare, eliminando idealmente le aggiunte stesse, la sagoma piuttosto bidimensionale della figura, coerente con la sua realtà di "bassorilievo", o più propriamente, d'altorilievo. Se la romantica figura della statuetta è allontanata, così, dal nostro immaginario, non va invece sminuita la straordinaria valenza iconografica di tale opera.
Il Simbolismo Teologico del Buon Pastore nell'Era Cristiana
I cristiani dei primi secoli trovarono del tutto naturale utilizzare le immagini artistiche del pastore crioforo per veicolare un contenuto nuovo: la rivelazione di Gesù quale Buono (e Bel) Pastore, secondo le parole di Giovanni. L'immagine evangelica del Pastore richiama, a sua volta, uno dei temi più significativi della cultura biblica ebraica. Dio stesso, infatti, nell'Antico Testamento si rivela pastore del suo popolo (cfr. Ez 34; Sal 23) e i profeti promettono che egli farà germogliare dal suo popolo un pastore di sua scelta, dal nome simbolico di Davide che esprime la regalità del Messia: "Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide-mio-servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide-mio-servo sarà principe in mezzo a loro" (Ez 34, 23-24).
Dall’esperienza del popolo ebraico fiorisce il simbolismo pastorale con la relativa applicazione teologica al Signore, che è chiamato nel Nuovo Testamento il Pastore grande delle pecore. In questa immagine due sono le componenti fondamentali. Da un lato, il pastore è la guida del gregge, come dice il Salmo 23: il suo bastone e il suo vincastro danno sicurezza e guidano attraverso la valle oscura. O come dice Gesù (Giovanni 10,3-4) il pastore deve condurre il gregge all’ovile e le pecore ascoltano la sua voce e lo seguono. Il pastore è comunque il compagno di vita e di viaggio del suo gregge. Egli non mette in salvo prima se stesso, non si sfama e si disseta indipendentemente dal suo gregge, bensì ne condivide l’esistenza. Il buon pastore è colui che conosce e ama il suo gregge.
Come Origene in Oriente, anche Ireneo di Lione (fine del II sec.) riprende la parabola sinottica del "buon pastore", quella cioè della pecorella smarrita. Proprio Ireneo, riprendendo un'immagine della lettera agli Ebrei (“ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore”: 13, 20), porta a pieno compimento la ricca simbologia del pastore, mostrando infine la sua ascesa (anabasis, in greco), la sua risalita dai morti, la Resurrezione: "dopo essere disceso per noi nelle profondità della terra per cercarvi la pecorella smarrita [...]". Per questo motivo il simbolo pagano della filantropia poté ben esprimere la filantropia di Dio, rivelata in Cristo: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3, 16).
La Parabola della Pecorella Smarrita
Un passaggio evangelico fondamentale che ispira l'iconografia del Buon Pastore è la parabola della pecorella smarrita. Gesù stesso disse loro questa parabola:
- «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?
- Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento,
- va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta.»
Raffigurazioni del Buon Pastore nei Sarcofagi Cristiani
Esistono diverse raffigurazioni del Buon Pastore su sarcofagi antichi, che offrono una profonda visione della teologia paleocristiana. Un esempio significativo è una fronte di sarcofago datata ca. 375-400 d.C., realizzata in marmo bianco (cm 60 x 221 x 11). Proviene dal Cimitero di Ciriaca (o S. Lorenzo), passò per la basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, poi a Santa Maria Nuova (S. Francesca Romana), per giungere dal 1757 nel Museo Cristiano di Benedetto XIV e, dal 1854, nel Museo Pio Cristiano dei Musei Vaticani.
Questa ampia fronte di sarcofago, oggi isolata dalla cassa originaria e priva del coperchio, è interamente ornata di rilievi. Al centro è la figura di Cristo, con il volto apollineo nimbato, raffigurato come "buon pastore" in atto di carezzare alla sua destra un agnello. Ai suoi fianchi si dispongono, su ciascun lato, due teorie di sei personaggi virili in tunica e pallio, variamente atteggiati (gli apostoli, fra cui si distinguono, a destra e a sinistra di Cristo, i tratti fisionomici di Pietro e di Paolo) e, ai loro piedi, sei agnelli, comprendendo il primo alla destra di Cristo.
Al di là del sostrato sociale, è il pensiero teologico della comunità stessa, che si fa più approfondito e sistematico, a manifestarsi nelle opere d'arte prodotte nel suo seno. Se le scene pastorali e l'immagine già "pagana" del pastore criòforo ("che porta un agnello") avevano popolato le fronti dei sarcofagi fra la metà del III e il primo IV secolo, veicolando, in un passaggio interculturale di sorprendente naturalezza, la figura evangelica del Buon Pastore, qui invece la figura di Cristo, Buon Pastore, torna al centro della raffigurazione. Il suo volto umano, prestatogli dal fallace dio della bellezza e dell'eloquenza, ne manifesta la natura celeste, così come il nimbo circolare, mutuato proprio in quegli anni dall'iconografia pagana.
I Dodici appaiono, infatti, raffigurati canonicamente in sontuose vesti, in gesto di acclamazione o di adlocutio, o semplicemente reggenti un rotolo, tutti rivelandosi "discipuli" in dialogo con il loro "magister". Ma è qui la sorpresa: il Maestro che altre raffigurazioni sugli stessi sarcofagi ci hanno abituato a riconoscere in una figura ugualmente e riccamente panneggiata si presenta qui invece umilmente vestito da pastore, con la sua tunica corta e la mantellina abbottonata sulle spalle. Anzi, egli mostra di accarezzare il primo di una serie di dodici agnelli, i quali, posti ai piedi degli apostoli, si manifestano non altro che immagine ribadita degli apostoli stessi, in quella che è forse la più comune delle "sostituzioni zoomorfe" paleocristiane, che traducono in simbolici animali i personaggi biblici (si pensi al Gesù pesce, o appunto agnello; agli apostoli agnelli o altrove colombe, eccetera).
Su questo sarcofago si è dunque operata la fusione di due diverse tipologie iconografiche: il collegio apostolico presieduto dal Maestro "filosofo" e gli agnelli/apostoli che si volgono all'agnello/Cristo. Se la missione degli apostoli è quella di pascere il gregge affidato loro dal Signore (cfr. 1 Pt 5, 2) ammaestrando i fedeli nella verità del suo Vangelo, è pur vero che questo munus pastorale deriva loro dall'ufficio di Gesù stesso, "il pastore supremo" (1 Pt 5, 4), il Buon Pastore appunto raffigurato al centro (cioè a capo) di questo collegio. Pietro, il corìfeo degli apostoli, come il Vangelo rivela in più punti e come l'iconografia sottolinea ponendolo come primo alla destra del Signore, viene esplicitamente indicato come l'agnello/pastore degli altri agnelli/pastori suoi compagni. Alla sinistra di Cristo, la presenza di Paolo, che ha ormai sostituito nell'iconografia l'apostolo traditore, imponendosi nell'immaginario ecclesiale sul Mattia degli Atti. I pastori che accarezzano gli agnelli alle estremità della fronte del sarcofago chiudono, infine, la raffigurazione (anche come pendant iconografico del Cristo/pastore centrale) e forniscono la chiave interpretativa ultima per le due teorie di apostoli: essi sono infatti "inviati" (come dice il loro nome) a pascere il suo popolo con amore, e ascoltano dal loro grande "pastore" l'invito che costituisce l'explicit del Vangelo di Matteo: "Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi [ ... ]. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato."
Il Frammento del Sarcofago con la Nave-Chiesa
Un piccolo frammento del coperchio di un sarcofago, datato ca. 325-350 d.C., realizzato in marmo bianco (cm 20 x 46 x 7,5), di provenienza sconosciuta ma successivamente a Spoleto (località Apostoli), fu riutilizzato quale elemento murario. Acquistato da G.B. de Rossi e donato infine al Museo Pio Cristiano da Natalia Ferraioli de Rossi nel 1931, è anch'esso custodito nei Musei Vaticani.
Questo frammento si ricollega alle tante raffigurazioni marine frequenti nell'arte antica greco-romana, e spesso utilizzate nella decorazione dei sarcofagi. La nave si muove su un mare mosso da onde, mentre a destra si vede a malapena una superstite porzione del basamento di un faro. La generica nave che appare su tanti sarcofagi e iscrizioni antiche riceve dunque, su questo frammento, la sua più vera identità: essa rappresenta, infatti, la Chiesa, la quale, come la barca della tempesta sedata. All'inizio delle sue Omelie, nella lettera indirizzata a Giacomo (14, 1), anche l'autore delle Pseudo-Clementine afferma che "il corpo intero della Chiesa somiglia ad una grande nave, che trasporta in una violenta tempesta uomini di provenienze lontane". Gli evangelisti che sospingono la barca guidata da Cristo, non possono infatti che riferirsi all'invito che Gesù rivolge ai suoi al termine del racconto evangelico: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura."
Interpretazioni Artistiche Moderne del Buon Pastore
L'Opera di Fabrizio Milani
Il "Mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non oscurarsi nella disperazione". In questo contesto, l'opera d'arte creata da Fabrizio Milani, giovane scultore con studi quadriennali e tesi svolti presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, offre una interpretazione contemporanea del Buon Pastore. L’opera è stata realizzata in argilla con la classica tecnica di modellazione su armatura. Dopo essere stata modellata e svuotata al suo interno raggiungendo uno spessore di circa due centimetri (così da evitare rotture durante la cottura), è stata ricomposta e colorata con smalto ceramico. Cristo è raffigurato con lo sguardo volto verso l'alto; indossa un mantello appoggiato su una spalla e un drappo legato in vita. L’opera nasce dal desiderio di Don Remo di onorare la memoria dei parroci di San Giorgio. L’auspicio è stato espresso nel corso dell’omelia di una domenica in Albis (prima domenica dopo Pasqua). Il Buon Pastore, che rappresenta la figura di Gesù, è sempre stato il riferimento amato da ogni sacerdote, quando, inviato nella Parrocchia per mandato dal Vescovo, vive ed offre la sua vita per i parrocchiani che gli sono affidati.

La Statua del Cristo Buon Pastore di Benedetto Cacciatori
La statuetta maschile di Cristo buon pastore costituisce il modello in terracotta per una statua, con l'agnello tra le braccia, eseguita da Benedetto Cacciatori e dalla sua cerchia. Questa statua fu realizzata per decorare l'ingresso dell'abbazia di Altacomba, presso la cappella di Belley (cfr. M. G. Vertova, Benedetto Cacciatori e la committenza Savoia, tesi di laurea in Lettere Moderne, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Pavia, 1994-1995).
Nel 1824 infatti, a Milano, fu indetto un concorso per lavori nell'Abbazia di Altacomba, luogo di sepoltura degli antichi duchi di Savoia, voluto dal Re Carlo Felice, intenzionato a restaurare il complesso danneggiato dai francesi. Sul tema della "Pietà", svolto in bozzetto, Benedetto Cacciatori ebbe la meglio ed ottenne la commissione nella quale coinvolse anche il padre Ludovico, che nel 1825 era già sul luogo, e il fratello Candido (cfr. Sculture a Carrara. Ottocento, Carrara 1993, p. 156).
Il Castello di Agliè possiede numerosi bozzetti delle statue e statuette che furono realizzate per decorare la facciata settentrionale che ornava l'ingresso della cappella di Belley: "[...] statue di santi, apostoli e pleureuses decoravano anche i mausolei addossati alle colonne laterali della navata così come il mauseolo di Aimone e di Jolanda di Savoia localizzato tra il coro e la cappella di S. Michele" (L. Cibrario, Storia e descrizione della R. Badia d'Altacomba...Documenti, Torino 1843, capo III, p. 71).
A ridosso del loro arrivo al castello i bozzetti risultano sottoposti a un intervento di restauro: lo stuccatore Vittorio Borione il 18 agosto 1845 riceve "<<...£ 350 per ammontare della spesa occorsa per lavori dal med.o eseguiti nel ristauro di tutti i modelli in creta pervenuti dalla R.le Abbadia di Altacomba e destinati per essere collocati in una delle camere del R.le Castello d'Agliè consistenti in statuette e Bassi rilievi, come risulta da sua nota che si manda inserire a c.le 461... Quale spesa fu approvata da S. E. il Sig.r Gran Mastro con relazione del 1° Aprile 1845 colla quale ordinò che essa figurasse fra le spese ordinarie di quel R.le Castello benché non compresa in Bilancio. Torino...1845>>" (ASTO, Duca di Genova, Casa S. Maestà la Regina Maria Cristina. Mandanti d'Uscita 1845, 611).
A partire dal 1855, l'"Inventaro Estimativo dei Mobili, oggetti fissi e semoventi esistenti nel castello di Agliè..." registra al numero 1017 <<13 Modelli a basso-rilievi in scagliola 12 statuette a modello in scagliola a creta presi dalli originali d'Alta Comba 750>>, nella "Sala a Libreria N. 135", al secondo piano nobile del castello. Nel 1876 nella "Biblioteca N. 178" al secondo piano, sono registrate con il numero 7 <<124 statuette antiche di terra cotta e gesso...>> che nel 1927 risultano ormai distribuite in vari ambienti del secondo piano: così <<51 Statuine in terra cotta, stile antico, che servono d'ornamento alle guglie della Regia Basilica di Alta Comba>>, sono registrate al numero 5991 nella Galleria della Chiesa; <6 Statuine terra cotta, stile antico, che serve ad ornamento delle guglie della R. Basilica di Alta Comba>> sono inventariate al numero 5836 nella Tribuna della Chiesa e altre <<14 Statuine in terra cotta di stile antico che servono ad ornamento delle guglie della R. Basilica di Alta Comba collocate nei piani inferiori di dette vetrine>> al numero 4570 nella Galleria della Frutta n. 58.