In occasione del tempo di Pasqua, viene presentato il capolavoro di Salvador Dalí, il Cristo di San Giovanni della Croce, analizzato attraverso tre punti chiave per comprendere e diffondere la bellezza nell'arte.
L'Ispirazione e la Visione Originale di Dalí
Seguendo un'ispirazione derivata da un disegno del XVI secolo di San Giovanni della Croce, Salvador Dalí concepisce un'opera dal taglio del tutto originale. In questa rappresentazione, il Cristo in croce non viene osservato da un punto di vista frontale, laterale o dal basso verso l'alto, come ci ha abituati l'iconografia tradizionale.
Avvolta in una sospensione metafisica, quasi onirica, la croce sembra appesa, ma allo stesso tempo è immobile e giganteggia nello spazio dell'opera. Accoglie un Cristo che non presenta i segni della Passione sul Suo corpo. Non vi sono la corona di spine né i chiodi a trafiggere le Sue mani. Tuttavia, in questo tempo divino, il corpo del Figlio, sfidando la legge di gravità, non cade, pur distaccandosi grevemente dalla croce.
Nel 1948, dopo il periodo natalizio, Dalí si trovò ad Ávila, una città benedetta dalla neve, e ebbe l'opportunità di vedere un piccolo frammento disegnato da San Giovanni della Croce. In quel periodo della sua vita, Dalí stava vivendo un profondo stravolgimento spirituale che lo portò a riscoprire la bellezza della fede cattolica. Decise quindi di prepararsi a dipingere il suo Cristo, e quasi non osando mostrare la bellezza che supera ogni immaginazione, si lasciò ispirare dal Maestro Giovanni della Croce, presentandocelo dall'alto, in modo che non potessimo vedergli gli occhi. Tuttavia, ne percepiamo la fisicità stupenda e perfetta.
Lo schizzo di San Giovanni della Croce mostra il Crocifisso schiacciato dal dolore, con il capo riverso, le braccia stirate e trascinate dal peso del busto, e le mani trafitte da chiodi enormi. Il volto non è visibile. Anche Dalí dipinge Cristo come visto dall'alto, come lo vide il Padre, e anche qui il volto non è visibile. La croce è un solido pesante sospeso nel vuoto. Cristo non è inchiodato al legno, né vi è traccia di sangue. Non si tratta semplicemente di un modo "metafisico" di intendere il segno sconvolgente della croce. Per Dalí, Gesù "sceglie" di essere crocifisso; il suo sacrificio non ha bisogno di essere trattenuto da uno strumento di tortura. La sua sofferenza è tutta nel peso che lo tira e lo trascina, tendendo ogni muscolo del suo corpo.

Il Legame con il Giubileo e l'Esposizione a Roma
È un'occasione unica poter vedere per la prima volta un capolavoro di Dalí accanto al disegno che lo ha ispirato, il disegno-reliquia di San Giovanni della Croce. Due opere profondamente diverse, in apparenza, ma unite dalla stessa sete di Dio.
Questa iniziativa si inserisce nel percorso di preparazione al prossimo Giubileo. Il cammino verso il Giubileo è ricco di luoghi di ristoro, vere e proprie oasi di grande bellezza e contemplazione spirituale. La rassegna "Cieli Aperti" giunge al terzo appuntamento con quella che è una autentica e inedita sorpresa. Per la prima volta, a Roma, nella chiesa di San Marcello al Corso, sono esposti il capolavoro di Salvador Dalí, il Cristo di San Juan de la Cruz, e il disegno-reliquia tratteggiato dal santo carmelitano che l'ha ispirato con una singolare iconografia.
Nella chiesa di San Marcello al Corso, sull'altare maggiore, campeggia un grande drappo con le parole che Dio disse a San Giovanni della Croce proprio in quell'occasione: "Se vuoi una parola di speranza, fissa lo sguardo in Lui solo. Vi troverai più di quanto desideri".
Come ha affermato Monsignor Rino Fisichella durante l'inaugurazione della mostra, "il Giubileo è un’esperienza spirituale che assume in sé anche l’esperienza culturale, formando due realtà unite, che conferiscono godibilità all’evento prossimo dell’Anno Santo, attraverso quella bellezza che incarna l’esperienza mistica che è l’incontro con Dio. La bellezza consente di vivere bene, perché eleva l’animo e lo spinge ad andare oltre".
L'opera di Dalí è stata prestata dal Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, mentre la reliquia del santo carmelitano proviene dal Monasterio de la Encarnación di Ávila.
Subito varcata la soglia della Chiesa di San Marcello, un diaframma che separa le voci e il traffico della strada dal silenzio dello spazio sacro, ci si imbatte nell'architettura essenziale che accoglie l'allestimento, progettata dall'architetto Roberto Pulitani. Sembra di entrare in un sacrario dove si è subito catturati dall'opera di Dalí, il Crocifisso sospeso nel buio. Ma ancor più si viene calamitati da una teca rossa, in basso, dove si trova la piccola immagine disegnata con rapidi tratti a inchiostro su un pezzetto di carta, racchiuso dal giro d'oro del reliquiario. Occorre avvicinarsi il più possibile per distinguere il disegno particolarissimo: un Cristo in croce visto come dall'alto e di sbieco. Un punto di vista arditissimo, del tutto inedito nell'iconografia del tempo.
Salvador Dalí vide ad Ávila, dalle mani delle suore, questo schizzo di San Giovanni della Croce e ne rimase impressionato, così nel 1951 tradusse a suo modo quell'immagine. Il curatore della mostra e autore del catalogo, don Alessio Geretti, accompagna alla piena comprensione dell'opera del pittore catalano, noto per le sue bizzarrie e per il suo animo tormentato.
Don Alessio Geretti spiega che "Con questo evento dal 13 maggio al 23 giugno a Roma, potremo ammirare il Cristo di Salvador Dalì, il Cristo di San Giovanni della Croce, come lui ha voluto che si chiamasse. Questo dipinto spettacolare, famosissimo, tra i più iconici al mondo che, come suggerisce nel titolo stesso, è legato all'esperienza mistica del santo carmelitano spagnolo Giovanni della Croce e a una sua visione mistica che lo portò, intorno al 1572, a lasciare traccia su un frammento di carta, rubato all'amica Teresa d'Ávila - tra santi si potevano anche fare dei piccoli furti d'amore. Giovanni tratteggiò la figura del Signore in croce, come lui lo aveva visto durante un’estasi, mentre il Padre gli parlava del grande dono d'amore di suo Figlio".
Don Geretti continua raccontando che "Dalì, nel 1948, dopo il tempo del Natale, in una Ávila circondata dalle sue torri e benedetta dalla neve che scendeva, ebbe l'occasione di vedere questo piccolo frammento e, vivendo in quella stagione della sua vita, un profondo stravolgimento spirituale che gli fece riscoprire la bellezza della fede cattolica, decise di prepararsi a dipingere il suo Cristo e, quasi non osando mostrarne la bellezza che supera ogni immaginazione, si lasciò ispirare dal Maestro Giovanni della Croce, mostrandocelo dall'alto, in modo che non possiamo vedergli gli occhi. Però ne percepiamo la fisicità stupenda e perfetta".
Come modello, Dalí scelse lo stuntman e acrobata di Hollywood Russell Maurice Saunders, per dipingere, osserva Geretti, un "corpo da divinità greca, una sintesi di bellezza, di genio, di spiritualità, di mistero".

Analisi Iconografica e Simbolica dell'Opera
Il pensiero corre a un'altra crocifissione di Dalí, il Corpus Hypercubus del 1954, dove Cristo è preso dal basso, con un punto di vista ancora inferiore a quello della Vergine che lo sta guardando. Qui Cristo è sospeso nel vuoto e neppure sfiora una croce geometrica, l'ipercubo appunto, che è lo sviluppo tridimensionale e perfettamente geometrico del solido con l'allusione ai significati teorici del rapporto tra fede e ragione.
Anche nel Cristo di Port Lligat Dalí traccia composizioni geometriche: il triangolo equilatero ideale descritto dalla croce che si incunea verso il basso e il cerchio che tutto racchiude. Nel Manifesto mistico lo stesso Dalì spiega: "Prima di tutto nel 1950 vidi un sogno cosmico nel quale il quadro, che mi appariva a colori, rappresentava il nucleo dell’atomo. Questo nucleo assunse più tardi un significato metafisico, io vi vedo l’unità dell’universo: Cristo. Poi vidi il Cristo disegnato da San Giovanni della Croce. Costruii geometricamente un triangolo e un cerchio, il riassunto estetico di tutte le mie precedenti esperienze, e iscrissi il mio Cristo in questo triangolo".
Don Alessio Geretti continua mostrando come l'opera esposta a Roma sia "anche una forte indicazione di speranza, perché questo Cristo che pende sul mondo nel buio si offre con amore e garantisce che il mondo giunga a un porto di salvezza che noi vediamo in basso, nella veduta di Port Lligat, il luogo della creatività di Dalí, ma che rappresenta anche il mondo intero che in questo luogo si riconosce".
Il paesaggio è infatti una baia tranquilla, soffusa di luce. Una barca è sulla battigia. Piccole figure alludono, chissà, a passi evangelici come l'apostolo che tira le reti, e sono anche citazioni di opere di pittori precedenti come Velázquez. Sono figure comunque inconsapevoli di ciò che sta accadendo oltre il cielo, dove inizia l'oscurità senza fine, eppure questi piccoli personaggi sono immersi nella grazia, nella luce della speranza.
Don Geretti mostra altri particolari affascinanti del dipinto che inducono a riflettere, come il cartiglio sulla croce sul quale non è scritto niente, come se fosse una pagina su cui tutti invece hanno scritto, "perché tutta l’umanità ha partecipato alla crocifissione, al dolore di Cristo".
Giovanni della Croce ha tratteggiato un'immagine stupefacente che, come si è detto, non ha confronti con l'arte del Cinquecento. Un disegno che fa pensare che non si tratti di estro artistico ma proprio di qualcosa che si è visto nella realtà e si è voluto fissare sulla carta. Don Geretti osserva che questo schizzo "è l'unica cosa che il santo carmelitano osò disegnare perché non era la sua arte, ma sicuramente il Signore lo ispirò, come quando scriveva la Salita al Monte Carmelo o altri versi nei quali raccontò, in modo artistico e toccante, il cammino dell'anima che cerca di giungere all'unione perfetta con Dio".
Nella chiesa di San Marcello al Corso, vi è un altro crocifisso particolare, molto caro ai romani e conosciuto in tutto il mondo. È quel Crocifisso miracoloso protagonista di molti eventi difficili della storia, prima di Roma, poi del mondo, quando Papa Francesco lo volle sul sagrato della basilica di San Pietro insieme alla Salus Populi romani in quella sera di marzo della Statio Orbis, durante la Pandemia. Per questo motivo, per il terzo appuntamento di preparazione al Giubileo, è stata scelta proprio questa chiesa.
Un luogo dove la rappresentazione del crocifisso ricorre con potenza interpretando alla lettera il motto dei monaci certosini: Stat crux dum volvitur orbis, la "croce resta salda mentre il mondo gira", tra guerre, ingiustizie e umane miserie.
"Senza dubbio - riflette Geretti - questa è un'occasione per frequentare ancora di più la chiesa romana dove si venera il Crocifisso miracoloso e in generale un modo per invitarci a fissare lo sguardo su Cristo, come Giovanni della Croce suggeriva ai suoi lettori. Però è anche un modo per riscoprire la strada diretta e certamente impegnativa che lui indica per arrivare a Dio, che è quella di attraversare la notte. Non semplicemente una fuga dai bagliori stupidi e confusi di questo mondo, ma con lo stile dell'amante che, per unirsi all'amata sul talamo della loro tenerezza, di notte nudi si congiungono."
Analisi dell'opera: L'Ultima cena di Salvador Dalì
Dalí, Surrealismo e Tradizione Cattolica
Dalí è, infatti, tra i firmatari del Manifesto Surrealista del 1935, tuttavia non è inseribile completamente in alcun movimento. Vedendo l'opera come un'esplosione surrealista, con architetture sezionate, oggetti sospesi, corpi attraversati, in una sorta di sogno o di incubo, in cui appare evidente anche la fascinazione verso la fisica atomica e le esplosioni nucleari, sembrerebbe poco adatta ad un soggetto ed a un contesto sacro, perché acquista un'aria di gioco, quasi irriverente, sul tema della maternità di Maria.
L'elemento che più attira l'attenzione nella Madonna di Port Lligat è la conchiglia, posta al vertice della composizione, ed è allusione alla grande conchiglia posta da Piero della Francesca nella Pala di Brera del 1472 ca., dove occupa tutto il catino absidale, in una citazione della architettura antica, che da quella romana, passando attraverso quella bizantina, giunge fino al Rinascimento. La conchiglia nella tradizione iconografica cristiana ha un peculiare significato mariano. Dalí, grazie al linguaggio di sospensione della sua opera, può girare la conchiglia, risemantizzandola: la trasforma da copertura a contenitore, come fosse una acquasantiera, alludendo a Maria che si riempie di Spirito Santo, quando concepisce il Figlio. Inoltre, dalla conchiglia nella Pala di Piero scende un grande uovo di struzzo, anch'esso portatore di significati mariani, tra cui l'Immacolata Concezione.
Dalí dipinge Maria con il volto della moglie Gala, peraltro nel contesto di Port Lligat, residenza di elezione di Dalí e della moglie, e la rappresenta come attraversata da una finestra, contenente Gesù Bambino che a sua volta contiene un pane. Questa struttura peculiarmente surrealista è da leggere in realtà insieme alla simbologia mariana della conchiglia e dell’uovo, e rimanda a immagini della Immacolata Concezione del ‘400 e del ‘500, come per esempio l’incisione di Sant’Anna con la Vergine e il Bambino in grembo nel Libro d’Ore secondo l’uso di Le Mans e la piccola Immacolata Concezione dipinta dalla Bottega di Pinturicchio, dove la Trinità contiene l’universo, nel cui centro Maria contiene il Bambino.
Nella struttura surreale dell’opera di Dalí, questi elementi non perdono significato, anzi lo potenziano mediante il dialogo con altri segni, interni ed esterni al mondo pittorico di Dalì. Tra questi, notevole è senza dubbio la cesta di pane: nella Madonna di Port Lligat troviamo il cestino con il pane sospeso nell’aria, il pane dentro il Bambino, e la cesta vuota sul sarcofago in primo piano, insieme ad altri simboli di antica tradizione cristiana come il pesce, il giglio, l’olivo. Con questa grammatica, chiaramente Dalí parla di Gesù come Pane Eucaristico, e con tutta evidenza rimanda a due suoi altri dipinti rappresentanti un cesto di pane, realizzati nel 1926 e nel 1945, che a loro volta chiaramente dialogano con Zurbarán, che per esempio nella Carità di San Martino, rappresenta il pane come carità per i poveri e come sacrificio eucaristico, come esplicitato dallo stesso Zurbarán nella serie dei dipinti dedicati all’agnello.
Quel pane che sembra sollevarsi e che ha il suo vero posto dentro il petto di Gesù, allude anche al nome del luogo della sua nascita, Betlheem, che significa appunto casa del pane. Tutti gli elementi nel dipinto, apparentemente casuali come le schegge di una esplosione, sono in realtà termini coerenti di un linguaggio colto dal profondo significato.
È ben nota la grande cultura artistica di Salvador Dalí, ed anche il suo radicarsi, costante seppure controverso, nella tradizione cattolica, ed anche la libertà con cui ha attraversato le grandi sperimentazioni artistiche del Novecento dal Dada al Surrealismo, basti pensare a come irride gli esiti dadaisti ne I cornuti della vecchia arte moderna, da grande artista protagonista dell’arte nell’intero arco del Novecento, capace di dire tanto di nuovo, senza mai dimenticare le radici con il passato.

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