La Nuova Traduzione del Padre Nostro e le Sue Implicazioni

La questione della traduzione della preghiera del Padre Nostro ha suscitato un ampio dibattito all'interno della Chiesa cattolica, in particolare riguardo alla frase "non ci indurre in tentazione". Questa modifica, insieme ad altre revisioni liturgiche, ha generato discussioni su fedeltà ai testi originali, tradizione esegetica e impatto sulla comprensione della fede. La Nuova Bussola Quotidiana, tra gli altri, ha dedicato spazio a questa complessa tematica, evidenziando le diverse posizioni e le ragioni sottostanti.

La Modifica della Traduzione: "Non Indurci" vs. "Non Abbandonarci"

La nuova versione del Padre Nostro ha sostituito l'invocazione "non indurci in tentazione" con "non abbandonarci alla tentazione". Questa scelta è stata ufficialmente introdotta la prima domenica di Avvento, il 29 novembre. Si sostiene che questa nuova traduzione sia più appropriata e fedele sia alle intenzioni che Gesù voleva esprimere sia al testo originale greco.

Ragioni Teologiche e Linguistiche del Cambiamento

Il termine "indurre", dal latino inducere, suggerirebbe al fedele che Dio possa spingerlo a cadere in tentazione, un'idea ritenuta dissonante rispetto al Dio amorevole di Gesù. Nessun cristiano che conosca la Bibbia crederebbe che Dio possa tentarlo, come è scritto nella Lettera di Giacomo (1,13): «Nessuno, quando è tentato, dica: Sono tentato da Dio!». Papa Francesco stesso ha affermato: «Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana» (Quando pregate dite: Padre nostro, p. 94).

Tuttavia, alcuni teologi e linguisti evidenziano che il verbo greco εἰσενέγκῃς (da εἰσφέρω - eisfèro), nel Vocabolario Rocci, significa "porto, reco, metto dentro, introduco, trasporto". Una traduzione che modifichi il senso specifico di questo verbo usato da Gesù è quindi interpretativa e non corrispondente al testo. Il termine greco peirasmòs, tradizionalmente tradotto con "tentazione", ha significati più ampi come "prova, esperienza, esperimento, tentazione, sollecitazione". Scegliendo "prova" invece di "tentazione", il senso della frase cambia, poiché in italiano "tentazione" assume una valenza prevalentemente negativa, mentre "prova" può riferirsi anche a una maggiore fiducia in Dio.

Il "non ci indurre in tentazione" esprime, secondo questa interpretazione, la costruzione greco-latina "non lasciare, non permettere che entriamo dentro la tentazione". Molti esperti ritengono che l'espressione "non abbandonarci alla tentazione" sia una cattiva traduzione, poiché induce il fedele a pensare che Dio possa abbandonarlo, contraddicendo passi biblici come Salmo 27,10: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto».

Schema che illustra la comparazione tra le traduzioni dei termini greci e latini nel Padre Nostro.

Il Contesto del "Peirasmòs" Biblico

Dio prova tutto ciò che crea, inclusi gli angeli, la luce e l'intera creazione. Prova la fede di Abramo e di ogni credente (1 Pietro 4,12). Persino Gesù fu provato all'inizio del suo ministero (Luca 4,1-2). Queste prove non intendono indurre al male, ma promuovere una maggiore fiducia in Dio. Nel Padre Nostro, si ritiene che si tratti di una prova futura per tutti gli uomini, specialmente negli ultimi tempi, come le richieste "Venga il tuo regno" e "Sia fatta la tua volontà in cielo come in terra" sono rivolte al ritorno del Signore e al periodo della grande tribolazione. L'Apocalisse menziona una chiesa, quella di Filadelfia, che sarà risparmiata da questa prova.

L'attuale traduzione, pur non correttissima, è più ricca di significati, mantenendo in sottofondo la categoria di Dio che prova e mette alla prova, come dimostrano passi come Deuteronomio 13,4 e Giudici 3,4. Questo non significa che Dio ci tenti al male oltre le nostre forze (Giacomo 1,12-13; 1 Corinzi 10,13), ma che permette le prove per purificare la fede e l'amore, "stando a vedere" la nostra contesa, come testimoniato da sant'Atanasio nella vita di Antonio.

La Tradizione Liturgica e l'Istruzione Liturgiam Authenticam

La nuova traduzione del Padre Nostro, così come quella del Gloria, si estranea decisamente dalla tradizione esegetica della Chiesa latina. L'Istruzione Liturgiam Authenticam (LA) del 2001, che fornisce i criteri per una corretta traduzione dei testi liturgici, richiede una corrispondenza tra la varietà di vocaboli del testo originale e le traduzioni (n. 51). Inoltre, le traduzioni devono essere fatte direttamente dai testi originali (ebraico, aramaico o greco per le Scritture, e latino per i testi ecclesiastici) e riferirsi alla Neo-Vulgata per i libri sacri destinati all'uso liturgico, al fine di conservare la tradizione esegetica propria della liturgia latina (n. 24).

Nel caso dell'inizio del Gloria in excelsis, il testo di riferimento è "et in terra pax hominibus bonae voluntatis", presente sia nel testo liturgico latino che nella Neo-Vulgata. Una maggiore aderenza al testo latino avrebbe permesso di osservare il n. 41 di LA, che invita i traduttori a considerare attentamente la storia dell'esegesi, come deducibile dagli scritti dei Padri della Chiesa. San Leone Magno e Sant'Agostino, ad esempio, interpretavano "bonae voluntatis" come genitivo di qualità, indicando che la pace è concessa a coloro che aderiscono alla volontà di Dio. L'espressione "agli uomini di buona volontà" è inoltre entrata nell'uso comune, e LA raccomanda di mantenere le formulazioni bibliche comunemente usate nella catechesi e nella devozione popolare (n. 40), nonché di conservare termini del tesoro di tutta la Chiesa (n. 56).

Illustrazione di un manoscritto antico che mostra la preghiera del Padre Nostro in latino.

Le Inquietudini nella Chiesa Cattolica e la Critica di Scalfari

La modifica del Padre Nostro ha scatenato una dura polemica, rivelando profonde inquietudini e divisioni all'interno della Chiesa cattolica. Molti teologi e fedeli non condividono la nuova formulazione, ritenendo che quella tradizionale fosse più immediata nel significato. Queste tensioni si inseriscono in un contesto di "novità" che sembrano orientarsi verso un cedimento alla mentalità del mondo, come la discussa rivalutazione di Martin Lutero, l'apertura a diaconesse e preti sposati, e il primato della prassi sull'ortodossia. Critici del nuovo corso parlano di una "Chiesa di Francesco" o di una "nuova Chiesa", indicando una rottura con un passato ritenuto incapace di comunicare al mondo moderno.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 2846-2849) offre già una spiegazione del versetto "non ci indurre in tentazione" che non collima con la nuova traduzione. Si tratta della seconda volta in pochi mesi che il Catechismo viene "toccato", dopo il cambiamento sulla pena di morte introdotto da Papa Francesco nell'agosto precedente.

Un esempio di critica laica alla preghiera, ma anche di come essa sia entrata nel dibattito culturale, viene da Eugenio Scalfari che in un domenicale del 1996 sulla Repubblica si interrogava sul "Padre Nostro". Scalfari, pur laico, sceglieva l'argomento per stanchezza della politica italiana, affermando che le sei parole iniziali della preghiera sono "il condensato di tutta la civiltà ebraica-cristiana-islamica". Sebbene questo possa essere problematico per l'islam, la sua analisi metteva in discussione il ruolo di un Padre celeste, sostenendo che la salvezza e la distinzione tra bene e male siano compiti interamente umani, dettati dalla coscienza e dall'amore reciproco. Scalfari interpretava la possibile modifica del Padre Nostro come un adattamento ai "mutamenti della modernità", dove il Padre non condanna nessuno né tantomeno induce in tentazione, lasciando all'uomo la piena responsabilità delle sue scelte.

Nella tentazione: indurre o abbandonare? La nuova traduzione del #Padrenostro

Il Ruolo dello Spirito Santo nella Preghiera

L'Udienza Generale di Papa Francesco ha sottolineato come il Padre Nostro faccia risuonare in noi i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù. È la preghiera dei figli di Dio, consegnataci nel giorno del Battesimo. Nessuno potrebbe chiamare Dio familiarmente "Abbà" - "Padre" - senza essere stato generato da Dio e senza l'ispirazione dello Spirito Santo, come insegna San Paolo (Romani 8,15). Quando preghiamo il Padre Nostro, chiediamo il "pane quotidiano", con particolare riferimento al Pane eucaristico, e imploriamo la "remissione dei nostri debiti", impegnandoci a perdonare chi ci ha offeso. Questo ci predispone all'amore fraterno. Infine, chiediamo a Dio di "liberarci dal male" che ci separa da Lui e ci divide dai fratelli, una richiesta che si prolunga nella preghiera del sacerdote che supplica: «Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni». Il rito della pace, che precede la Comunione, invoca il dono della pace di Cristo, essenziale per la comunione eucaristica e la fraternità.

La "Religione Universale" e il Sostegno Vescovile

Un'altra controversia è emersa a Bergamo, dove il vescovo ha benedetto un sussidio per la Quaresima preparato dalle Acli, che proponeva preghiere musulmane, sikh, ebree, gianiste e luterane, seguite dalla recita del Padre Nostro. Questo ha suscitato dibattiti sul concetto di "religione universale" e sulla sua compatibilità con la fede cattolica. Nell'introduzione del sussidio si specifica che il testo nasce per accompagnare i cristiani durante la Quaresima, ma lo schema proposto include riflessioni di "maestri" di diverse fedi, tra cui Martin Buber (ebraica) e Lytta Basset (protestante).

Le preghiere sono definite "preghiere dalla tradizione religiosa universale", non semplicemente "di altre religioni", evocando il concetto di una grande Chiesa che abbraccia diverse spiritualità. La recita del Padre Nostro dopo preghiere che si riferiscono a un Dio diverso da Gesù Cristo è stata vista come problematica, specialmente considerando che, nella tradizione islamica, i "santi" combattono gli infedeli (cristiani ed ebrei). Benedetto XVI aveva avvertito che "un dialogo paritario tra le religioni sarebbe letale per la fede cristiana", e la Dominus Jesus del 2000, scritta dall'allora prefetto Ratzinger e ratificata da Giovanni Paolo II, aveva già messo in guardia contro teorie relativistiche che giustificano il pluralismo religioso.

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