Il compimento della grazia e la nascita interiore
«Per Elisabetta si compì il tempo del parto ed essa diede alla luce un figlio» (Lc 1,57). La sacra Scrittura usa di solito la parola «compimento» soltanto per la nascita, la morte o le opere dei buoni, indicando che la loro vita ha raggiunto la pienezza della perfezione. Al contrario, i giorni dell'empio sono inutili e vuoti.
Elisabetta è figura dell'anima fedele, definita «la settima del mio Dio» per via dei tre settenari che la riguardano: i sette doni dello Spirito Santo, le sette domande del Padre nostro e le sette beatitudini. Con il primo settenario l'anima viene giustificata, con il secondo progredisce, con il terzo diviene perfetta. Come Elisabetta concepì nel settimo mese e partorì in giugno - interpretato come «santità del dono» - così l'anima concepisce nel riposo della devozione e partorisce l'opera buona.

La gioia della nascita spirituale
Il parto dei santi comporta una grande gioia per molti, poiché essi sono una ricchezza per la comunità. I vicini e i parenti, che si rallegrano con Elisabetta, rappresentano gli angeli e il prossimo che partecipano alla gioia dell'anima che genera opere buone. Si rallegra Cristo, che carica la pecora sulle spalle della croce; si rallegrano gli angeli, esseri intelligenti che gioiscono per la riconciliazione dell'uomo.
Chi desidera che la propria opera sia consacrata al Signore deve guardarsi dall'ebbrezza della vanagloria. Se la tua opera appare piccola ai tuoi occhi, essa sarà grande davanti al Signore; poiché l'uomo è ciò che è davanti a Dio, e nulla di più.
Il nome della grazia: Giovanni
All'ottavo giorno, il bambino viene circonciso, simbolo dell'astinenza che distacca il cuore dal consenso al peccato. Quando i parenti vorrebbero imporgli il nome del padre, Zaccaria, la madre risponde: «Niente affatto: si chiamerà Giovanni!». Il nome Giovanni significa «grazia di Dio» o «inizio del battesimo».
L'anima fedele vuole che la sua opera si chiami «grazia», poiché essa è il mezzo per conservare la virtù. Come il vaso conserva il vino e ne viene a sua volta preservato dalla corruzione, così chi osserva la Parola di Dio viene conservato da essa nell'ora della tentazione, specialmente nel momento supremo della morte.

La figura del beato Giovanni
Giovanni Battista è descritto come un «cervo slanciato», agile e veloce nel superare le spine delle ricchezze mondane e le asperità dei piaceri carnali. Egli è la «voce» che precede il Verbo, colui che ha vissuto nella familiarità delle cose celesti. La sua penitenza - il lamento, il pianto, la rinuncia - abbellisce l'anima, rendendola simile a quella di un bambino dopo il lavacro nel Giordano.
La confessione dell'anima davanti a Dio
La confessione non è solo un racconto del passato, ma un atto dell'anima e un grido della mente. Come testimonia Agostino, il frutto della confessione è duplice: sprona il cuore del lettore a non disperare della propria debolezza e permette ai fratelli di unirsi nel ringraziamento a Dio. Confessarsi significa dispiacersi dei propri errori passati, ma anche riconoscere che ogni bene presente è dono del Creatore.
L'anima si rivolge al medico interiore, chiedendo di vedere chiaramente le proprie iniquità. «O Dio mio Padre, ho peccato contro il cielo e contro di Te, non sono degno di essere chiamato Tuo figlio». In questo atto di umiltà, il peccatore cerca rifugio nelle piaghe del Salvatore, unico rimedio alle ferite dell'anima.