La fratellanza, un concetto apparentemente semplice, si rivela complesso e multifattoriale, profondamente radicato nella tradizione biblica e nella coscienza collettiva occidentale. Il termine “fratello” indica certamente legami di sangue, ma può estendersi ben al di là, indicando il rapporto con un amico o amica, o anche con chi si è condivisa un'esperienza particolarmente importante.

L'Archetipo della Fratellanza e la sua Complessità
La relazione tra Giacobbe ed Esaù si è imposta come uno dei grandi archetipi dell'immaginario occidentale. La vendita della primogenitura, il "furto" della benedizione paterna, il sogno della scala, la lotta con l'angelo e l'incontro fra i fratelli si sono man mano affermate come immagini della coscienza collettiva occidentale. Questa attenzione è testimoniata sia dalla tradizione esegetico-biblica, sia dalla sensibilità artistica, che più volte, si pensi solo a Rembrandt, è tornata a rappresentare la storia dei due figli di Isacco. Questa relazione è un momento importante per la storia dell'umanità: per la prima volta si propone l'ideale di una fratellanza universale, capace di costruire vincoli di appartenenza che superano i tradizionali legami tribali ed identitari. Attraverso il rapporto fra Giacobbe ed Esaù si pensa, così, l'identità del Vecchio Continente: i suoi confini ed il modo in cui decide di relazionarsi all'Alterità.
Il concetto di fratellanza nella tradizione ebraica affronta un tema centrale fin dai primi capitoli del testo biblico, un rapporto complesso che si lega alla più ampia necessità di ripensare i rapporti all’interno della famiglia, all’interno delle singole tradizioni e nel rapporto fra culture diverse. Davide Assael, curatore di incontri sul tema, osserva che, se è difficile definire ogni concetto, l'impresa sembra farsi più ardua nel caso dell'idea di fratellanza. Troppi e troppo diversi i contesti in cui compare la parola fratello per non porsi la domanda: chi è mio fratello? Cos'è la fratellanza? Il testo biblico, in particolare quello che per la tradizione cristiana è il Vecchio Testamento, sembra essere il supporto adatto per rispondere al quesito perché è, in fondo, una storia di fratelli.
Per Assael, la domanda “Chi è mio fratello?” sta all’inizio della sua ricerca. È possibile chiamare fratello anche un amico, come nel linguaggio colloquiale si dice “è un mio amico fraterno”. Dunque, il campo semantico della parola continua a estendersi: da fratello di sangue a fratello adottivo, ad amico fraterno. Per questo, ha cercato una definizione che tenesse insieme tutti i campi di applicazione del termine, individuando quella che può apparire la più semplice: fratello è colui con cui io entro semplicemente in relazione. Ha potuto arrivare a tale definizione dalla stessa lingua ebraica, a partire dalla Torah, dal Pentateuco. In ebraico “fratello” si pronuncia ‘àch, mentre “altro” si dice ‘achèr: la radice è la stessa. Non solo: è interessante notare come il termine che indica una relazione tra àch e achèr sia ‘achariùt: con la stessa radice la lingua ebraica esprime il vincolo della relazione, la responsabilità che lega l’uno all’altro. Dunque, per fratellanza si intende la relazione costitutiva dell’uno con l’altro: il vincolo di responsabilità che lega, dentro e oltre i legami di sangue.
La Narrazione Biblica come Storia di Fratelli
Caino e Abele: L'Origine del Conflitto
Fin dai primi capitoli del testo biblico, il tema della fratellanza si presenta immediatamente nella forma dell’opposizione e dello scontro, o meglio, e più duramente, di un rapporto che conduce alla soppressione violenta dell’altro: il fratricidio. La prima esperienza di fratellanza si conclude con l’assassinio di Abele per mano di suo fratello Caino. Nel caso di Caino e Abele, non è in questione la primogenitura, perché, nel racconto, ci troviamo ad un livello più semplice dell’organizzazione politica della società. Però la domanda di senso resta la stessa: “Chi è il preferito dei genitori?”. Quando la preferenza per le offerte di Abele viene attribuita da Caino alla responsabilità del fratello, scattano i meccanismi di contrasto. La coppia “Caino e Abele” è pertanto paradigmatica dei rapporti di fratellanza. In ebraico si usa lo stesso termine per dire invidia e gelosia: qin’àh ha la stessa radice di Qàyin, Caino. L’invidia e la gelosia sono strettamente correlate ai rapporti di fratellanza. Nella tradizione ebraica Abele viene definito ad esempio il “muto”. Nel capitolo quarto del libro della Genesi, infatti, non c’è mai una parola di Abele. Viene da sé chiedersi: “Che cosa ha fatto Abele per cercare di spiegare a Caino come avrebbe dovuto portare le sue offerte perché fossero gradite, ovvero - fuor di metafora - come avrebbe potuto e dovuto condurre bene la sua vita? Cosa ha fatto Abele per scongiurare l’esito nefasto della relazione con suo fratello?”.
Nei conflitti non si capisce mai chi ha dato veramente inizio. Di chi è dunque la responsabilità o la “colpa”? In tutti i conflitti relazionali queste domande non hanno mai risposte certe. Bisogna allora prendere semplicemente coscienza della crisi di una relazione. È sempre molto probabile che l’azione dell’un polo non sia altro che la reazione all’azione dell’altro. Ecco perché è sempre molto difficile stabilire una responsabilità, specie assoluta.
Giacobbe ed Esaù: Identità, Lotta e Riconciliazione
La relazione Giacobbe-Esaù è una delle tappe fondamentali del percorso identitario di Israele. Proprio in seguito alla celebre lotta con la strana figura apparsa durante la notte (un angelo?), Giacobbe sarà chiamato Israel: perciò, proprio da quella lotta, nasce Israele. Il rapporto Giacobbe-Esaù diventa pertanto paradigma nella narrazione biblica del rapporto di fratellanza, sia nel primo che nel secondo Testamento. Questo nesso che nella tradizione ebraica indica la nascita del percorso identitario di Israele, la sua più autentica vocazione, il proprio ‘ethos’, viene utilizzato nella tradizione cristiana come il segno del ribaltamento del rapporto tra l’antico e il nuovo Israele, ossia la comunità cristiana. La ‘predilezione’ per Giacobbe su Esaù diventa l’“inveramento” della predilezione del nuovo Israele sul ‘vecchio’.
Il valore dirompente di questa mossa è esplicitamente affermato da Paolo nell’Epistola ai Romani: «Il maggiore sarà sottomesso al minore, come sta scritto: Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» (Rm, 9. 12-13). Questa è la grande rottura introdotta dall’etica biblica: la primogenitura passa nelle mani del fratello minore, con tutte le conseguenze del caso, perché si va a stabilire un modello di fratellanza non più costruito sulla gerarchia e la genealogia. In questo contesto, Giacobbe è colui che riesce, sia pure sempre in maniera incompleta, a conciliarsi con il fratello Esaù, dopo i vent’anni di esilio dalla terra. Giacobbe torna nella sua terra e si inchina sette volte - particolare non insignificante - in segno di riconciliazione col fratello. Infine, lo abbraccia. Giacobbe riesce a fare ciò che Abele, invece, non riesce a fare. Ma la questione di fondo è sempre la qin’àh, l’invidia, la gelosia, la domanda: “Chi è il preferito?” oppure: “Chi è il primo?”
Altre Coppie Fraterne Rilevanti
La storia del Pentateuco sembra essere una storia di fratelli di cui Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe e Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli, Mosè e Aronne rappresentano varie tappe. Il progetto di studio della fratellanza nell’Antico Testamento esamina alcuni dei principali rapporti fraterni proposti dalla Bibbia ebraica, inclusi Isacco-Ismaele, Giacobbe-Esaù e Giuseppe e i suoi fratelli. La scelta di questi rapporti risiede nelle caratteristiche specifiche che li legano a temi centrali della nostra quotidianità:
- Il legame fra i figli di Abramo (Isacco-Ismaele) offre le coordinate interpretative per la comprensione del rapporto tra Ebraismo e Islam.
- La relazione Giacobbe-Esaù vede il sorgere dell’identità israelita e l’interrogazione del suo rapporto con il potere temporale.
- Il gesto di Giuseppe si propone come precursore dell’universalismo cristiano.
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Il Concetto di Limite nella Fratellanza Biblica
Il concetto di “limite” è fondamentale per comprendere la fratellanza. In Occidente, per ragioni culturali, siamo inclini a pensare il limite come un muro che separa e ostacola la relazione. Eppure, solo il limite è ciò che in fondo garantisce una vera relazione, perché la relazione è sempre fra due. L’immagine della coppia di fratelli è la metafora di una relazione molto densa, pregnante, complessa. Se si toglie fra loro ogni distinzione, quale relazione resta? Il rischio è la reductio ad unum: uno fagocita l’altro. Il limite - se può essere un reale ostacolo alla relazione fra le parti - è pure la condizione che garantisce la stessa. Dobbiamo preoccuparci quando non ci sono più limiti fra le parti, perché vuol dire che ci troviamo in una situazione che potremmo definire assimilazionista, in cui l’identità delle parti in relazione si affievolisce, sino a scomparire.
Attraverso il significato del limite, si introducono le differenze tra un modello di fratellanza ebraica e un modello di fratellanza cristiana. I due modelli richiamati vengono dal confronto tra il commento ebraico e il commento cristiano delle Scritture. Paolo, attraverso l’etica ebraica del figlio minore - quindi a partire dallo stesso superamento delle genealogie e delle gerarchie - recupera la figura di Esaù, il fratello maggiore, apparentemente sacrificato. Questo perché tende a costruire una comunità e quindi una società egualitaria. L'etica ebraica propone, così, un modello relazionale fondato sull’idea di limite. In opposizione all’idea cristiana di universalismo come superamento di ogni limite (il limite della legge, della nozione di popolo, di ogni ‘frontiera’ escatologica) su cui la storia dell’Occidente ha costruito la propria nozione di spazio del ‘politico’, l’etica ebraica impone di interrogarsi sul senso e sul valore del concetto di limite. Il limite, che può essere attaccato da due parti: da sinistra, col tentativo di assimilare di Labano, archetipo di tutti gli sguardi universalistici, e da destra, col ritorno delle pulsioni di gerarchia, possesso e genealogia simboleggiate dalla figura di Esaù. Piuttosto che contraddire gli ideali universalistici di partenza, il limite è ciò che consente di concretizzarli, evitando il “diluvio” che indica la perdita del discernimento. Il pensiero ebraico individua un approccio relazionale che tenta di tenere insieme istanze apparentemente antitetiche come gli ideali universali e l’idea di un limite che sembrerebbe amputare la loro portata. Uno schema che, a buon diritto, potrebbe essere definito un universalismo con limite.
Anche il tema della terra rientra nella grande questione dei modelli di fratellanza. È un caso emblematico della declinazione del concetto di fratellanza. Il cristianesimo e la coscienza occidentale moderna hanno ritenuto che la terra sia un limite dell’ideale di fratellanza, sino al punto di pensare alla sua rimozione. La risposta cristiana è chiaramente “no”. Il modello cristiano proclama una fratellanza universale al di là di ogni confine territoriale. Se si dà prova, nella propria terra, di riuscire a costruire una società in cui lo straniero abbia gli stessi diritti di chi vi nasce, si può offrire un modello a cui altre genti, in altre terre, possono ispirarsi. Ecco, dunque, il grande tema della responsabilità storica di Israele, a partire dalla Torah. La vicenda ebraica si è realizzata in un dato territorio - in una data terra - e non ha alcun diritto di espandersi ad altri territori. Ha semmai la possibilità di offrirsi quale modello esemplare. E qui si torna alla diversità cristiana. La terra è un ostacolo o la condizione di possibilità della fratellanza? Siamo all’interno della dialettica fra una prospettiva dualistica e una monista.
Antigiudaismo e Antisemitismo: Interpretazioni del Conflitto Fraterno
La distinzione tra antigiudaismo e antisemitismo è evidentemente importante. Si sono date due forme di odio nei confronti degli ebrei, storicamente parlando. L’antigiudaismo deriva dai grandi sguardi universalistici sulla storia dettati dal cristianesimo, il quale rimprovera all’ebraismo di aver mantenuto il limite che distingue. L’antisemitismo, invece, ha di per sé un’altra origine, quella che hanno incarnato i nazisti al massimo grado. L’antisemitismo pone, o meglio, impone il rimedio al passaggio fondamentale della fondazione identitaria ebraica, ossia alla sottrazione della primogenitura. L’antisemitismo è l’odio di Esaù nei confronti del fratello Giacobbe. È la vendetta sanguinaria di Esaù nei confronti di Giacobbe. Esaù sarebbe dunque stato sacrificato in nome dell’affermazione della logica egualitaria, ebraica. Perciò l’antisemitismo nazista si propone di ripristinare la gerarchia originaria, rubata da Giacobbe in maniera meschina. Da qui l’immagine deforme dell’astuto ebreo che inganna tutti per sottrarre.

La Fratellanza nella Modernità e nel Cristianesimo Antico
La Rielaborazione Moderna degli Archetipi Biblici
È molto interessante considerare come la modernità si sia dedicata alle coppie dei fratelli biblici: Caino e Abele, Giacobbe e Esaù. Il paradigma della fratellanza è stato molto sviluppato, nella modernità, dal teatro: ad esempio da Metastasio, Alfieri, Byron. La modernità ha avuto l’intuizione di individuare nella prima coppia biblica di fratelli l’origine di tutti i temi teatrali. Prendiamo, ad esempio, il Caino di Byron: è un’invettiva contro Dio. Caino viene interpretato come colui che subisce l’ingiustizia, il ribelle giustificato nei confronti di Dio, colui che interroga Dio lamentando l’ingiustizia subita. La modernità scompiglia le rigidità del passato, per cui non è più possibile stabilire chi sia colpevole e chi sia innocente. Tutto è mischiato. Ciò ha avuto una funzione critica decisiva per l’evoluzione dei modelli di fratellanza. Siamo ancora chiamati a rinnovare l’ideale della fratellanza. È importante confrontarsi con i testi moderni che hanno indagato le coppie di fratelli biblici perché li hanno messi in scena, in primo piano, con istanze critiche da considerare per costruire un nuovo modello di fratellanza del nostro tempo. La modernità ci mostra che i modelli non sono mai definitivi, dobbiamo esserne coscienti e pronti a rivedere i limiti che hanno definito i modelli relazionali sino ad oggi.
Fratellanza nel Cristianesimo e nello Gnosticismo
La "Fratellanza" nel Cristianesimo, nello Gnosticismo e nel Cristianesimo delle origini si riferisce principalmente alla comunità dei credenti. Nel Cristianesimo, sottolinea il senso di comunità, rispetto e cura reciproca. Si riferisce al legame stretto tra i credenti, un vincolo che simboleggia il mutuo supporto e una connessione familiare all'interno della chiesa. Questo concetto si estende anche al legame tra gli individui nella società, sottolineando la responsabilità collettiva verso le azioni reciproche. Nei primi tempi del Cristianesimo, la "Fratellanza" rappresentava un senso di unità e legami comuni tra i primi convertiti, alimentati da esperienze condivise e dalla fede in un contesto di sconvolgimenti sociali. Era un termine che indicava la comunità dei cristiani, enfatizzando il rispetto reciproco, la cura e l'affetto tra i membri come istinti fondamentali della loro fede. La "Fratellanza" si manifestava anche nella condivisione di esperienze di sofferenza, imprigionamento e, in ultima analisi, martirio. I membri della comunità si incoraggiavano a vicenda a rimanere saldi nella fede, offrendo sostegno reciproco in mezzo alle persecuzioni. Questo legame di "Fratellanza" era considerato un elemento cruciale per la crescita e la perseveranza della Chiesa primitiva. La "Fratellanza" cristiana è un invito all'unità, all'amore fraterno e alla responsabilità reciproca, che si manifesta sia all'interno della comunità di fede che nella società in generale. Nella gnosi, "Fratellanza" indica una coabitazione che genera gioia.
"Fratelli Tutti": La Visione di Papa Francesco
L'enciclica di papa Francesco "Fratelli tutti" è un punto di riferimento contemporaneo per il tema della fratellanza. Il papa ha effettivamente colto il punto di crisi focale del nostro tempo, riconoscendogli una funzione veramente politica. Francesco si è posto a capo di quel partito trasversale che è oggi contrario ad ogni sovranismo. Il papa è la figura culturale e politica che più di ogni altra si è espressa in maniera netta nei confronti della tendenza neo-nazionalistica. È manifesta la sua difficoltà umana anche solo ad incontrare i leaders del neonazionalismo mondiale, molti dei quali ostentano l’appartenenza cattolica. Avrebbe potuto quindi accostarsi a queste figure per opportunità, ma il papa, con l’enciclica, ha ribadito l'importanza di una fratellanza universale che supera i confini nazionali e ideologici.
Davide Assael: Un Approfondimento Filosofico ed Esegetico
Davide Assael (1976) si è laureato in Filosofia teoretica con Carlo Sini, per poi conseguire un DÉA (master) in teologia all’Università di Ginevra. Dal 2003 al 2009 ha svolto attività di ricerca per la Fondazione ISEC, svolgendo studi relativi alla Filosofia italiana contemporanea. Ha pubblicato, per Guerini e Associati, due volumi monografici e suoi articoli sono apparsi su diverse riviste specializzate. Assael, ebreo italiano, fondatore e presidente dell’associazione lech lechà, docente di filosofia e scrittore, ha contribuito in modo significativo allo studio della fratellanza nella tradizione biblica. La sua analisi affronta il problema partendo dalla vicenda narrata nel Genesi dei due figli di Isacco, Ya’akov e ‘Esaw. Il suo approccio, anche quando entra nel testo biblico, resta eminentemente filosofico, cercando di definire concetti fondamentali, come quello di fratellanza, a partire dall'originale ebraico. Con la Fondazione Centro Studi Campostrini ha pubblicato due volumi dedicati alla Fratellanza nella tradizione biblica: rispettivamente “Giacobbe e Esaù” vol. I e “Caino e Abele” vol. II.
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