Per compiere l’opera della salvezza, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale lo invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre. Fin dalle origini, l'Eucaristia è stata la manifestazione e la realizzazione dell’unità del nuovo popolo di Dio, radunato da Cristo e in lui.
L'Eucaristia come Sacramento dell'Assemblea
La Chiesa come Corpo di Cristo e l'Assemblea Liturgica
La liturgia è il “sacramento dell’assemblea”. Cristo è venuto “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52). È necessario essere pienamente consapevoli che ci rechiamo in chiesa non per pregare individualmente, ma per riunirci nell’assemblea ecclesiale. La chiesa visibile non è che la figura di quella invisibile, che essa riveste e che non è fatta “da mani d’uomo” (Mc 14,58).
Perciò l’assemblea è effettivamente l’atto liturgico primario, fondamento di tutta la celebrazione. Se non lo si coglie non si può comprendere lo svolgimento della Liturgia. Quando dico che vado in chiesa, questo significa che vado all’assemblea dei fedeli per costituire la chiesa con loro, per essere quello che sono divenuto nel giorno del mio battesimo: un membro del corpo di Cristo, nel senso pieno del termine. “Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27).
Io mi reco in chiesa per manifestare la mia qualità di membro, per attestare davanti a Dio e al mondo il mistero del Regno, già venuto con potenza. È venuto e viene con potenza, nella chiesa. Tale è il mistero della Chiesa, quello del corpo di Cristo: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Il miracolo dell’assemblea ecclesiale consiste nel fatto che essa non è la somma delle persone peccatrici e indegne che la compongono, ma che è il corpo di Cristo.
Molto spesso diciamo di andare in chiesa per ricevere aiuto, grazia, consolazione, e dimentichiamo di essere noi la chiesa, che Cristo dimora nelle sue membra e che la chiesa non è al di fuori né al di sopra di noi: noi siamo in Cristo, e Cristo è in noi. Il cristianesimo non consiste nell’offrire a ciascuno la possibilità di divenire personalmente migliore; consiste innanzitutto nel fatto che viene donato e comandato ai cristiani di essere chiesa, “la stirpe eletta, il sacerdozio regale il popolo santo” (1Pt 2,9), di manifestare e di confessare la presenza di Cristo e del suo Regno nel mondo.
L’Eucaristia non è “uno dei sacramenti”, un ufficio liturgico tra gli altri, ma è la manifestazione e la realizzazione della chiesa in potenza, santità e pienezza. Soltanto partecipandovi possiamo crescere in santità e compiere a tutto ciò che ci viene comandato. La chiesa radunata nell’Eucaristia, quand’anche si limitasse a “due o tre”, è figura e attualizzazione del corpo di Cristo.
La Triplice Unità: Assemblea, Eucaristia e Chiesa
Le parole dell’Apostolo Paolo: “In primo luogo, dunque, quando vi radunate in Chiesa”, con le quali egli si rivolge ai Corinzi, come per lui stesso così per i primi Cristiani, si riferiscono, ad ogni modo, non al tempio, ma alla natura ed al fine dell’adunanza. Queste parole avevano avuto stesso significato per tutti i primi Cristiani. Come è noto, la parola “Chiesa” - ekklisia - indica l’assemblea, l’adunanza, la riunione.
In base a ciò, secondo la concezione del più antico Cristianesimo “raccogliersi in chiesa” significa creare, realizzare un’assemblea, il cui fine consiste nel manifestare e nel realizzare la Chiesa. Quest’assemblea è di carattere eucaristico ed in essa, come suo fine e realizzazione, si compie la “Cena del Signore”, cioè la frazione eucaristica del pane. In questa stessa lettera l’Apostolo Paolo rimprovera quei Corinzi, i quali nell’assemblea si comportano in tal modo come se non avessero da mangiare la Cena del Signore.
È evidente e non c’è alcun dubbio che questa triplice unità - Assemblea, Eucaristia e Chiesa - sussiste dai primi inizi del Cristianesimo, del che, sull’esempio dell’Apostolo Paolo, abbiamo un’univoca testimonianza nella tradizione primitiva della Chiesa. Tale compito è tanto più necessario in quanto questa triplice unità, che era evidente per i primi Cristiani, non lo è più per la coscienza ecclesiale contemporanea.

La Riduzione del Significato Eucaristico nella Teologia e nella Devozione
Le Critiche alla Teologia "Manualistica" Occidentale
Nella teologia, cosiddetta “Manualistica” e che dopo l’interruzione della Tradizione dei Padri, s’è sviluppata particolarmente secondo la concezione occidentale come metodo e come natura, nulla si dice del rapporto tra Assemblea, Eucaristia e Chiesa. La concezione occidentale considera l’Eucaristia come uno dei Sacramenti, ma non come “il sacramento dell’assemblea”, significato che le attribuiva ancora nel secolo V l’autore dei cosiddetti scritti areopagitici.
Senza esagerare si può dire che il significato ecclesiologico dell’Eucaristia in questa nuova dogmatica è semplicemente trascurato, nello stesso modo in cui essa dimentica il significato eucaristico dell’ecclesiologia, cioè della dottrina della Chiesa. Il difetto fondamentale della nostra vita liturgica consiste nel fatto che noi tutti attribuiamo maggior significato a particolarità, che si sono aggiunte casualmente o meno ai nostri riti eucaristici, anziché alla loro sostanza.
La Devozione Individualistica e la Scomparsa del Ricordo Comunitario
Dobbiamo pure mettere subito in evidenza che il ricordo dell’Eucaristia come “sacramento dell’assemblea” poco a poco è scomparso dalla devozione. È vero, nei manuali di liturgia è annoverata tra i pubblici servizi religiosi e si celebra, in genere, in quanto “si raccolgono i fedeli”. Ma questa “raccolta di fedeli”, cioè assemblea, s’è cessato di considerare come la primitiva “forma” della Chiesa.
La devozione liturgica è divenuta all’estremo individualistica, com’è testimoniato dall’attuale pratica della comunione, che completamente dipende dalle “necessità” spirituali dell’individuo e che nessuno, né i sacerdoti, né i fedeli concepiscono nello spirito della preghiera di san Basilio il Grande: “E noi tutti, che ci comunichiamo con un unico Pane e da un unico Calice, costituisci in una unità…”. In tal modo e nella devozione e “nello spirito della Chiesa” (Cerkovnost) s’è verificata certamente una riduzione “sui generis” dell’Eucaristia e del suo originario significato e funzione nella vita della Chiesa.
Il più evidente e, verosimilmente, il più triste risultato di questa nuova “pietà” è il pratico distacco dei fedeli dalla comunione, che è cessata di dipendere dalla loro partecipazione alla Liturgia e che successivamente è diventata assai rara. Tuttavia ciò non può diminuire la diretta testimonianza dell’ufficio eucaristico: “…noi tutti che ci comunichiamo da un pane e da un calice…”, “Con timore di Dio e con fede accostatevi…”, ecc… Tutti questi testi, questi inviti, queste parole si riferiscono, senza dubbio, a tutta l’assemblea e non a singoli suoi membri.
La Struttura Fondamentale del Rito Eucaristico
L'Inseparabilità di "Lex Credendi" e "Lex Orandi"
In primo luogo a questo punto bisogna dire che tutte e due queste “riduzioni” dell’Eucaristia, sia nella teologia che nella devozione privata, si contrappongono apertamente a quel rito dell’Eucaristia, che la Chiesa conserva dal suo inizio. Con il termine “rito” non si intendono alcune particolarità dei riti o dei testi, che nel corso dei venti secoli della vita della Chiesa si sono sviluppati, modificati e si sono complicati, ma la struttura fondamentale dell’Eucaristia, quella sua forma, “shape”, secondo l’espressione di Dom Gregory Dix, che secondo le ultime prove, deriva dal primitivo ufficio divino cristiano, costituito dagli Apostoli.
Abbiamo già detto che l’errore fondamentale della “teologia manualistica” consiste nel fatto che nella sua interpretazione del sacramento non procede dalla viva esperienza della Chiesa e dalla concreta tradizione liturgica, che in essa si conserva, ma da categorie personali aprioristiche ed astratte e da definizioni che non s’accordano sempre e pienamente con la realtà della vita ecclesiale. Nell’antichità la Chiesa ben sapeva che la “lex credendi” e la “lex orandi” sono inseparabili l’una dall’altra e che si condizionano reciprocamente, così che, secondo le parole di sant’Ireneo di Lione, “il nostro insegnamento si accorda con l’Eucaristia e l’Eucaristia conferma il nostro insegnamento”.
Ma la teologia costruita secondo i modelli occidentali in genere non s’interessa dell’ufficio divino, quale è celebrato dalla Chiesa, né della logica che gli è propria, né del rito. Partendo dalle sue premesse astratte, essa a priori stabilisce ciò che è “più importante e ciò la cui importanza è minore”, poiché non presenta interesse teologico, e come tale risulta in fin dei conti proprio l’ufficio divino, nella sua complessità e varietà di forme, cioè proprio ciò di cui vive realmente la Chiesa. Nell’Ufficio divino si staccano “momenti” importanti, sui quali si concentra tutta l’attenzione del teologo. Al teologo, che pensa secondo queste categorie, non viene in mente che il “valore” di questi momenti è indivisibile dal contesto liturgico, il quale realmente manifesta il loro autentico significato. Da ciò deriva la spaventosa povertà e unilateralità nell’interpretazione dei sacramenti e dell’accostamento ad essi nei nostri trattati dogmatici di carattere scolastico, poiché, non nutriti né sorretti, come nelle “Catechesi liturgiche” dei santi Padri, da un’autentica interpretazione liturgica, l’interpretazione e l’accostamento ad essi si riducono ad interpretazioni simboliche ed allegoriche d’ogni genere, ad una specie di “folclore” liturgico.

La Concelebrazione: Presiedente e Popolo
Ogni studio, per quanto modesto, ma serio e sistematico dell’Eucaristia ci deve convincere che tutto il rito eucaristico, dall’inizio alla fine, si fonda sul principio della comune celebrazione di colui che presiede il rito e del popolo, che sono tra loro interdipendenti. Questo rapporto, con maggior esattezza si può determinare come concelebrazione, come fece il defunto padre Nikolaj Afanasjev nella sua eccellente opera, “Trapeza Gospodnja” (La mensa del Signore), che purtroppo sin ora non ha ottenuto un giudizio corrispondente al suo valore.
È vero, nella teologia manualistica di impronta scolastica e nella pietà liturgica, che da essa deriva, questa idea non ha nessuna importanza ed addirittura neppure ci si preoccupa di confutarla. In questa teologia il termine concelebrazione si riferisce solo ai sacerdoti che partecipano al rito, mentre la partecipazione del popolo si considera come una presenza passiva. Prova di ciò sono “le preghiere durante la divina liturgia”, che in alcuni “Liturgika” sono pubblicate a parte per i fedeli, perché le leggano durante la Liturgia. I loro autori ad ogni modo ritenevano che le preghiere dell’ufficio eucaristico riguardassero solo il clero. Ancor più triste è il fatto che i censori ecclesiastici, che approvavano la pubblicazione di queste preghiere, sostennero per decenni questo punto di vista.
L'Assemblea come Atto Liturgico Primario
Tuttavia tutte le testimonianze antiche unanimi testimoniano che l’assemblea (synaxis) s’è considerata sempre il primo e fondamentale atto dell’Eucaristia. Ciò è dimostrato anche dalla più antica denominazione liturgica di colui che celebra l’Eucaristia: proistamenos - “colui che presiede”, la cui prima funzione consiste nel presiedere l’assemblea, cioè nell’essere a capo dei fratelli. L’assemblea, in tal modo, è il primo atto liturgico dell’Eucaristia, il suo fondamento e principio.
Perciò, a differenza della prassi attuale, l’assemblea nell’antichità precedeva l’ingresso di colui che la presiedeva. “La Chiesa - scrive san Giovanni Crisostomo - è la casa comune a noi tutti e voi ci precedete quando noi entriamo. Perciò subito dopo noi vi salutiamo con il segno della pace”.
Evoluzione e Distorsioni della Pratica Liturgica
La Separazione di Vestizione e Preparazione dei Doni
Già ora è necessario parlare dell’attuale prassi, secondo la quale tutto il principio della Liturgia, l’ingresso dei celebranti, la loro vestizione, la lavanda delle mani ed, infine, la preparazione dei Doni non solo sono diventati, per così dire, un atto privato, ma, quel che più conta, si sono staccati dal resto della Liturgia costituendo un apposito “rito della Santa Liturgia”, che ha una sua particolare “apolysis”.
Questa prassi, per quanto formalmente codificata nell’attuale “Liturgikon”, deve essere considerata alla luce di un’altra, più antica, che pure è giunta a noi, dalla prassi cioè della celebrazione eucaristica da parte dei vescovi. Quando un vescovo celebra l’Eucaristia, sono ben visibili i seguenti momenti: l’incontro del vescovo con l’assemblea, la sua vestizione in mezzo ad essa ed il fatto che egli non entra nel Santuario prima del piccolo ingresso ed infine, la ripetizione da parte sua, per così dire, della Proskomidia, prima della stessa offerta, cioè dell’attuale “Grande Ingresso”.
Non è il caso di pensare che tutto ciò si è sviluppato dalla particolare “solennità” propria del rito episcopale, contro la quale riecheggiano alle volte le proteste dei zelatori della “semplicità dei primi tempi del Cristianesimo”. All’opposto il rituale pontificale ha conservato molto più, non certamente in tutti i dettagli, ma nella sua sostanza, la forma e lo spirito dell’antica prassi eucaristica, e ciò è avvenuto perché nell’antica Chiesa il vescovo ordinariamente presiedeva l’assemblea eucaristica. E soltanto molto più tardi, quando incominciò la trasformazione della locale Chiesa-comunità in un distretto amministrativo (eparchia) con la frantumazione di un gran numero di parrocchie, il sacerdote, da celebrante straordinario dell’Eucaristia (sostituto del vescovo), si trasformò in ordinario.
La Struttura Dialogica e la "Synergia" Universale
Il rapporto reciproco tra colui che presiede l’assemblea e quest’ultima, la loro concelebrazione si esprime, ulteriormente, nella struttura dialogica di tutte le preghiere eucaristiche senza alcuna esclusione. Ognuna di esse ha il sigillo della parola “Amìn”, che è uno dei termini chiave del rituale cristiano, che unisce in un insieme organico colui che presiede l’assemblea ed il popolo che egli presiede. Ognuna di esse (ad eccezione della sola “preghiera del sacerdote per sé stesso” letta durante il canto dell’inno cherubico) è pronunciata a nome nostro.
Tutte le parti che costituiscono la funzione eucaristica - la lettura della parola di Dio, l’offerta, la comunione - cominciano con la reciproca benedizione della pace: “Pace a tutti” - “Ed allo spirito tuo”. Lo stesso si può dire anche a proposito di tutte le parti dell’ufficio eucaristico: esse tutte in varia misura esprimono non solo l’unità di colui che presiede e del popolo, ma anche la loro “synergia”, la loro collaborazione, la loro concelebrazione nel significato letterale di queste parole. Così la lettura della parola di Dio e la sua spiegazione nella predica, che costituisce, per unanime testimonianza di tutte le fonti, il contenuto della prima parte della celebrazione eucaristica, presuppongono la presenza di coloro a cui è dedicata la predica.
Il trasferimento della Proskomidia nell’altare e la formazione in esso di un particolare “altarino” per le offerte, non ha annullato l’originaria prassi dell’offerta dei doni nell’assemblea da parte del popolo, il che anche si compie nell’attuale “grande ingresso”. Tutto ciò richiede maggiore attenzione per il fatto che il rito “bizantino” dell’Eucaristia s’è sviluppato sistematicamente nel senso di una crescente divisione tra il “popolo” ed il “clero”, tra “coloro che pregano” e “coloro che celebrano”.
La pietà liturgica bizantina sempre più ha subito l’influsso della concezione del mistero dell’ufficio divino, fondata sulla contrapposizione tra “coloro” che sono consacrati” e quanti non lo sono. Tuttavia quest’influsso s’è dimostrato incapace di modificare fondamentalmente l’originario rito dell’Eucaristia, che ancora in ogni parola ed azione esprime la concelebrazione di tutti, di ciascuno nel suo ordine e nel suo servizio, in un solo rito sacro della Chiesa. È un’altra questione il fatto che del primitivo, diretto ed immediato significato di queste parole e di quest’azione hanno cessato di essere consapevoli il clero ed i fedeli e che nella loro consapevolezza s’è manifestata una particolare distinzione tra gli “elementi” dell’Ufficio divino e la loro interpretazione e che, come risultato di questo distacco, si sono formate e sviluppate tutte le posteriori spiegazioni “simboliche” delle più semplici parole ed azioni, che spesso nulla hanno a che fare con il loro significato autentico.
3MC 38 - Cos’è l’Eucaristia?
Alexander Schmemann e la Riscoperta del Sacramento del Regno
Alexander Schmemann (1921-1983), presbitero ortodosso, docente di Storia della chiesa all’Institut Saint-Serge di Parigi e poi di Liturgia al seminario teologico Saint Vladimir di New York, ha contribuito al rinnovamento e alla diffusione del pensiero teologico ortodosso in Europa occidentale e negli Stati Uniti. L'opera L’eucarestia. Sacramento del Regno (Qiqajon, Magnano 2005) offre una sapiente rilettura dei fondamenti teologici della celebrazione eucaristica, riscoprendone così il senso originale e le ricadute esistenziali.
Secondo Schmemann, l’Eucaristia è al cuore della rivelazione cristiana e anticipa il Regno veniente, “è il mistero che mi ha interpellato fin dall’adolescenza - confessa l’autore - e che non ha mai cessato di colmarmi di gioia”. Più che una realtà santa, più che un mezzo di lode divina e di santificazione, prima ancora di essere un cibo per l’eternità, un pasto nel quale si annodano i legami della comunità, l’Eucaristia è fondamentalmente la venuta personale del Cristo pasquale. Di fronte alla sfida dell’incessante frenesia e crescente velocità della vita moderna, questo libro propone di ritrovare l’arte perduta di fermarsi, di rallentare il passo.
Schmemann afferma: “È nell’eucaristia, in questo santo dei santi della chiesa, in questa ascesa verso la cena del Signore, verso il suo Regno che si trova la fonte della sperata rinascita della testimonianza cristiana nel mondo”.

Il Tempio come Incarnazione dell'Assemblea Eucaristica
Ed infine, il tempio, cioè il luogo nel quale si celebra l’Eucaristia, esprime ed incarna in sé questa stessa idea del raccogliersi e del concelebrare. I manuali di liturgia trattano molto ed in modo particolareggiato del tempio, della sua struttura e del significato “simbolico” delle sue varie parti, ma in queste descrizioni e definizioni quasi assolutamente non si menziona l’evidente rapporto esistente tra il tempio cristiano e l’idea dell’-assemblea- con il carattere assembleare dell’Eucaristia.
Basterà ricordare che il tempio cristiano agli inizi era principalmente “domus ecclesiae”, il luogo di raccolta della Chiesa dove si spezzava il pane eucaristico. Per quanto complesso sia stato questo sviluppo e quale che sia stato l’influsso di quella che abbiamo chiamato devozione “misteriologica”, i principi fondamentali della dottrina sull’Eucaristia vi si manifestano abbastanza chiaramente.
Come giustamente scrive Afanasjev: “Se respingessimo tutto ciò che è stato introdotto nella nostra vita liturgica nel corso degli ultimi secoli, non troveremmo alcuna sostanziale differenza con l’antica prassi della Chiesa”.
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