L'Episodio della Donna Adultera nel Vangelo di Giovanni: Analisi e Significato

Il racconto del perdono della donna adultera, presente in Giovanni al capitolo ottavo (Gv 8,1-11), sembra essere un testo di Luca inserito nel quarto vangelo, rappresentando uno degli episodi più sorprendenti e significativi di tutto il ministero di Gesù. Sorprendente perché ci rivela come Gesù risolve il caso che gli viene presentato, e significativo perché ci fa capire in maniera inequivocabile lo scopo della sua missione, che è quello di manifestare la misericordia di Dio, la sua grazia e il suo perdono.

Stranamente, questo racconto, che proviene da un’antica tradizione storicamente incontestabile, è stato omesso nei più antichi manoscritti greci e in alcune delle più antiche traduzioni. Si trova invece in alcuni manoscritti dell’antica versione latina (la Vetus Latina), nella Vulgata, nel lezionario siro-palestinese e nella versione etiopica. Con certezza non faceva parte del primitivo vangelo di Giovanni. Tutto questo perché i dirigenti della Chiesa antica, che si sforzavano di inculcare una severa disciplina, soprattutto in materia di adulterio, hanno preferito omettere questo episodio, in cui Gesù poteva sembrare troppo indulgente.

Gesù insegna nel Tempio circondato dalla folla, mentre gli scribi e i farisei si avvicinano

Il Contesto e l'Accusa (Gv 8,1-5)

Gesù, dopo aver trascorso la notte sul monte degli Ulivi, ritorna al Tempio di Gerusalemme e si mette ad insegnare alla folla che puntualmente si raccoglieva intorno a lui. Il suo insegnamento viene all’improvviso interrotto dall’irrompere degli scribi e dei farisei, tradizionali oppositori, giunti per sottoporgli il caso di una donna sorpresa in flagrante adulterio. La posero in mezzo a tutti. Come indica il termine «adulterio», si tratta di una donna sposata. Per contro, il narratore non cita né chi l’ha colta sul fatto, né chi sia il suo amante, né la reazione di suo marito. La narrazione si concentra interamente su questa donna posta al centro.

Gli scribi e i farisei gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Il v. 4 formula esplicitamente l’accusa mossa contro di lei, mentre il v. 5 ricorda che, nella Legge di Mosè, il decalogo vieta l’adulterio (Es 20,14): la pena in cui si incorre in caso di infrazione è la morte (cfr. Dt 22,22; Lv 20,10) per lapidazione (cfr. Dt 22,24). A volte le leggi possono presentare delle difficoltà interpretative, ma non era questo il caso.

La Trappola degli Accusatori (Gv 8,6)

Fingendo di riconoscere in Gesù un maestro e sollecitandone un parere, gli scribi e i farisei perseguivano uno scopo ben preciso, esplicitamente detto dal commento del narratore: «Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» (v. 6a). I custodi zelanti della Legge rinchiudono Gesù in un dilemma per metterlo all’angolo, in un vicolo cieco: o Gesù rispetta la Legge e perciò nega la sua misericordia alla gente comune, o usa misericordia verso la gente comune violando la Legge.

La Risposta Silenziosa e Profonda di Gesù (Gv 8,6-8)

Gesù non risponde subito. Egli costruisce la sua risposta in due tempi. Per prima cosa, Gesù pone un gesto: egli si china e si mette a scrivere col dito per terra (v. 6b). Con il suo silenzio e il suo comportamento, il rabbi di Nazareth segnala che ha compreso le intenzioni dei suoi contraddittori e che si rifiuta di stare al loro gioco. Il suo gesto ha forse un senso nascosto? Che cosa scrive per terra? A queste due domande il narratore non risponde, lasciando il lettore alle proprie inferenze sul comportamento di Gesù.

Qualcuno ha osato pensare che Gesù stava scrivendo: «...ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato» (Dt 24,16). Girolamo ha pensato che scrivesse il testo di Geremia 17,13: «Coloro che si allontanano da te saranno scritti sulla polvere, perché hanno abbandonato il Signore, la fonte di acqua viva».

Gesù scrive sulla terra mentre la donna adultera è prostrata e gli accusatori attendono

La Sfida ai Cuori degli Accusatori (Gv 8,7-8)

Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo (v. 7b), Gesù, rialzatosi, rivolse loro le famose parole: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». La risposta fa leva su Dt 13,10-11 e Lv 17,5-7: in caso di lapidazione è il testimone del crimine contro la Legge ad avere il diritto di scagliare la prima pietra. Gesù, tuttavia, reinterpreta la prescrizione della Scrittura: solo chi è senza peccato possiede un simile diritto. La risposta di Gesù consiste dunque nel ristabilire il vero senso della Legge. Chi esige un’applicazione rigorosa della Legge deve contestualmente applicarla a se stesso e così facendo si scopre a sua volta trasgressore e sotto la minaccia del giudizio di Dio: l’accusatore si trasforma in accusato. Rientrato nel raggio dei peccatori, non è più in grado di utilizzare la volontà di Dio per condannare il prossimo. Gesù, tornando a chinarsi e ricominciando a scrivere per terra (v. 8), rafforza questo messaggio.

Il Ritiro degli Accusatori e il Silenzio del Giudizio (Gv 8,9)

L’andarsene degli accusatori (v. 9) rende plasticamente la loro sconfitta. Uno dopo l’altro, a partire dai più anziani e rispettabili, ognuno di essi si scopre (al pari della donna) in situazione di peccato e quindi non in condizione di giudicare il prossimo (cfr. Mt 7,1). Si allontanarono a capo basso, accusati dalla loro coscienza. Questo lasciò Gesù solo con la donna sulla scena, là in mezzo.

LA DONNA ADULTERA

Il Dialogo di Misericordia e Rinascita (Gv 8,10-11)

La conclusione del racconto pone al centro l’incontro tra la donna e Gesù. Rialzatosi, Gesù si rivolge per la prima volta alla donna, non per interrogarla sul suo comportamento bensì su quello dei suoi accusatori. «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». La loro scomparsa, confermata dalla donna, significa che l’accusa è stata ritirata. Ed ella rispose: «Nessuno, Signore».

Gesù non dice una sola parola che possa significare attenuazione della colpa della donna, ma neanche la condanna, perché Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. Egli non giudica la donna, ma completa l’antica legge e la supera, va oltre la lettera della norma. Mentre gli scribi e i farisei esigevano un verdetto di condanna e di morte per l’adulterio commesso, Gesù si rifiuta di ridurre la donna alla sua trasgressione. Non gli interessa il suo passato, ma il suo futuro. Il suo verdetto è all’insegna della misericordia. Senza banalizzare né dimenticare il peccato, Gesù riaccende la speranza e la vita. La misericordia di Gesù è un “puro” atto di nuova creazione, sufficiente perché la donna possa cambiare.

Gesù sceglie la misericordia senza mettersi contro la Legge, perché sa distinguere il peccato dal peccatore. Ripetutamente la Legge invita ad estirpare il male che è in mezzo al popolo (Dt 17,7; 19,19; 21,21; 22,24; 24,7). Questa donna, «posta in mezzo» dai suoi accusatori, è presentata a Gesù come un cancro da eliminare. Gli scribi e i farisei si percepivano come i difensori della Legge mosaica rispetto alla maggioranza del popolo.

Insegnamenti e Riflessioni Teologiche

L'Antropocentrismo Teologico del Cristianesimo

Ciò che distingue il cristianesimo da ogni altra religione è il suo antropocentrismo teologico, cioè il fatto che l’uomo, l’umanità, è al centro dei pensieri di Dio, che Dio vuole il bene dell’uomo. La fede cristiana è vera se è impregnata di amore per Dio e per l'uomo. Il Dio cristiano è colui che ha legato interamente se stesso alla vita degli uomini, di ogni singolo uomo e di ogni singola donna. Per Tommaso d'Aquino, la persona non può mai essere strumentalizzata, perché la persona umana non è mai mezzo ma fine (Inos Biffi, San Tommaso d'Aquino. Il teologo).

Il Divieto di Giudicare il Prossimo

Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, bisogna sempre stare attenti a non ergersi giudici di altri, perché come scrive l'apostolo Paolo: «… chiunque tu sia che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose. Ora noi sappiamo che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità. Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio?» (Rom 2,1-3). E Giacomo aggiunge: «Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Gc 4,12). Gesù stesso disse: «Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave nell'occhio tuo?» (Mt 7,3).

Il Compito del Discepolo di Aiutare e Non Ostacolare

Dobbiamo prendere in seria considerazione il fatto che anche noi, discepoli del Maestro, abbiamo il compito di aiutare gli altri a crescere nella fede e nell’amore, ma mai a porre su di loro dei pesi o essere delle pietre d’inciampo che ostacolano il loro cammino, la loro crescita.

Una Prospettiva Narrativa Approfondita: La Donna Adultera e l'Ipocrisia dei suoi Accusatori

Questo episodio offre numerosi insegnamenti e dettagli che ci permettono di immergerci più a fondo nella scena. Vediamo l'interno del recinto del Tempio, ossia uno dei tanti cortili contornati da porticati. Gesù, molto ammantellato in una veste rosso cupo, parla a una folla che lo circonda in una giornata invernale. Un drappello di scribi e farisei, gesticolanti e velenosi, trascina una donna sui trent’anni, scapigliata e piangente, gettandola ai piedi di Gesù come fosse un mucchio di cenci.

«Maestro, costei è stata colta in flagrante adulterio. Suo marito l’amava, nulla le faceva mancare. Ella era regina nella sua casa. E lei lo ha tradito perché è una peccatrice, una viziosa, un’ingrata, una profanatrice. Adultera è, e come tale va lapidata. Mosé l’ha detto. Nella sua legge lo comanda che queste tali siano lapidate come bestie immonde. E immonde sono. Peggio delle meretrici sono, perché senza morso di bisogno danno se stesse per dare cibo alla loro impudicizia. Corrotte sono. Contaminatrici sono. A morte devono esser condannate. Mosé l’ha detto.»

Il Gesto di Gesù e i Peccati Svelati

Gesù, che aveva interrotto di parlare, guarda la muta astiosa con sguardo penetrante e poi china lo sguardo sulla donna avvilita. Tace. Si curva e con un dito scrive sulle pietre del portico, coperte di terriccio. Gli accusatori, impazienti, insistono: «Maestro? Parliamo a Te. Ascoltaci. Rispondici. Non hai capito? Questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Nella sua casa. Nel letto dell’uomo suo. Ella lo ha sporcato con la sua libidine». Gesù continua a scrivere, ignorando le provocazioni e le descrizioni dettagliate della "colpa" della donna, che la dipingono come ribelle, sacrilega e bestemmiatrice.

Gesù scrive e cancella, poi scrive più in là. Non è un gioco. Ha scritto successivamente: «Usuraio», «Falso», «Figlio irriverente», «Fornicatore», «Assassino», «Profanatore della Legge», «Ladro», «Libidinoso», «Usurpatore», «Marito e padre indegno», «Bestemmiatore», «Ribelle a Dio», «Adultero». Scritto e riscritto mentre sempre nuovi accusatori parlavano, esigendo il suo giudizio.

La Reazione degli Accusatori e il Conflitto Interiore

Gesù si alza con un viso che è un balenare di lampi, avventandosi sugli accusatori. Sembra un re sul suo trono, tanto è severo e solenne. Con volto chiuso, fissa la folla che arretra come davanti a due lame. La fissa con un’intensità di indagine che fa paura, e i fissati cercano di nascondersi. Il cerchio si allarga e sgretola. Infine, parla: «Chi di voi è senza peccato scagli sulla donna la prima pietra». La sua voce è un tuono, accompagnato da un ancor più vivo lampeggiare di sguardi. Gesù, con le braccia conserte sul petto, attende come un giudice. Il suo sguardo fruga, penetra, accusa. Prima uno, poi due, poi cinque, poi a gruppi, i presenti si allontanano a capo basso, non solo gli scribi e i farisei, ma anche coloro che si erano uniti a loro per insolentire la colpevole e chiedere la lapidazione.

Gesù e la Donna: Soli nella Misericordia

Quando il cortile si svuota, e un gran silenzio si fa, Gesù alza il capo e guarda. Il suo volto si è placato, è mesto, ma non più irato. Osserva la donna, ancora prostrata e piangente ai suoi piedi. Si alza, si riaggiusta il manto. Poi, quando è solo con lei, la chiama: «Donna, ascoltami. Guardami». Ripete il comando perché essa non osa alzare il viso. «Donna, siamo soli. Guardami». La disgraziata alza un viso su cui pianto e polvere fanno una maschera di avvilimento. «Dove sono, o donna, quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?». La donna risponde: «Nessuno, Maestro». «E neppure Io ti condannerò. Va’. E non peccare più. Va’ alla tua casa. E sappi farti perdonare. Da Dio e dall’offeso. Non abusare della benignità del Signore. Va’». E la aiuta a rialzarsi prendendola per una mano.

La Vera Essenza del Peccato e della Carità

Gesù stesso spiega che ciò che lo feriva era la mancanza di carità e di sincerità negli accusatori. La donna era realmente colpevole, ma gli accusatori erano insinceri, facendosi scandalo di cose da loro commesse mille volte, che unicamente una maggior astuzia e fortuna avevano permesso rimanessero occulte. La donna, al suo primo peccato, era stata meno astuta e meno fortunata. Nessuno dei suoi accusatori, e neanche le accusatrici in fondo al cuore, erano scevri di colpa. Adultero è chi trascende all’atto e chi appetisce all’atto e lo desidera con tutte le sue forze. La lussuria è tanto in chi pecca che in chi desidera peccare.

Gesù ricorda: «Il male non basta non farlo. Bisogna anche non desiderare di farlo». Chi accarezza pensieri di senso, e suscita con letture e spettacoli cercati appositamente e con abitudini malsane sensazioni di senso, è ugualmente impuro come chi commette la colpa materialmente. Addirittura, può essere maggiormente colpevole perché va col pensiero contro natura, oltre che contro morale. Per condannare con giustizia occorrerebbe essere immuni da colpa. A Gesù non erano ignoti i cuori di quei farisei e scribi, peccatori contro Dio e contro il prossimo, con colpe contro il culto, contro i genitori, contro i vicini, e soprattutto numerose colpe contro le loro mogli.

Gesù ha detto: «È quello che viene dal cuore che contamina l’uomo». E, tolto il suo cuore, non vi era alcuno fra i giudici che avesse il cuore incontaminato. Senza sincerità e senza carità, neppure l’esser simili a lei nella fame concupiscente li induceva a carità. Gesù era l'unico che aveva carità per l’avvilita, l’unico che ne avrebbe dovuto aver schifo. Ma quanto più uno è buono e più è pietoso verso i colpevoli. Non indulge alla colpa per se stessa, ma compatisce i deboli che alla colpa non hanno saputo resistere. Spesso la colpa avviene, specie nel sesso più debole, per la ricerca di conforto. Perciò, chi manca di affetto per la sua donna, ed anche per la figlia, è per novanta parti su cento responsabile della colpa della sua donna o della sua creatura e ne risponderà per esse.

Tanto l’affetto stolto, che è soltanto stupido schiavismo, quanto una trascuratezza d’affetti, o peggio una colpa di propria libidine che porta un marito ad altri amori e dei genitori ad altre cure che non siano i figli, sono fomite ad adulterio e prostituzione e, come tali, sono condannati. Siamo esseri dotati di ragione e guidati da una legge divina e da una legge morale. Avvilirsi perciò ad una condotta da selvaggi o da bruti dovrebbe fare orrore alla nostra grande superbia.

Rappresentazione della scena dopo che gli accusatori se ne sono andati, lasciando Gesù e la donna soli

Il Perdono e la Redenzione

Gesù ha guardato Pietro e Giovanni in maniera diversa: a Pietro, uomo, ha voluto dire: «Pietro, non mancare tu pure di carità e di sincerità», e dirgli pure, come a futuro suo Pontefice: «Ricorda quest’ora e giudica come il tuo Maestro, in avvenire»; mentre a Giovanni, giovane dall’anima di bambino, ha voluto dire: «Tu puoi giudicare e non giudichi perché hai il mio stesso cuore. Grazie, amato, d’esser tanto mio da essere un secondo Me». Egli ha allontanato i due prima di chiamare la donna per non aumentare la sua mortificazione con la presenza di due testimoni.

Impariamo, o uomini senza pietà: per quanto uno sia colpevole, va sempre trattato con rispetto e carità. Non gioire del suo annichilimento, non accanircisi contro neppure con sguardi curiosi. Pietà, pietà per chi cade! Alla colpevole Gesù indica la via da seguirsi per redimersi: tornare alla sua casa, umilmente chiedere perdono e ottenerlo con una vita retta. Non cedere più alla carne. Non abusare della bontà divina e della bontà umana per non scontare più duramente di ora la duplice o molteplice colpa. Dio perdona, e perdona perché è la Bontà. Ma l’uomo, per quanto Gesù abbia detto: «Perdona al fratello tuo settanta volte sette», non sa perdonare due volte.

Gesù non le dà pace e benedizione perché non era in lei quella completa recisione dal suo peccato che è richiesta per essere perdonati. Nella sua carne, e purtroppo nel suo cuore, non era la nausea per il peccato. Maria di Magdala, sentito il sapore del suo Verbo, aveva avuto disgusto per il peccato ed era venuta a Lui con la volontà totale di essere un’altra. In costei era ancora un ondeggiamento fra le voci della carne e dello spirito. Né ella, nel turbamento dell’ora, aveva ancora potuto mettere la scure contro il ceppo della carne e reciderla per andare mutilata del suo peso bramoso al Regno di Dio. Mutilata di ciò che era rovina, ma accresciuta di ciò che è salvezza.

Non a tutti Gesù fu Salvatore. Per tutti lo volle essere, ma non lo fu perché non tutti ebbero la volontà d’esser salvati. E questo è stato uno dei più penetranti strali della sua agonia del Getsemani. Va’ in pace tu, e non voler più peccare neppure nelle inezie. Sotto il manto di Maria non stanno che cose pure. Ricordalo.

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