Anna Achmatova e il Requiem: Il Dolore della Crocifissione e la Voce di un Popolo

Anna Achmatova (1889-1966), grande poeta - così amava definirsi, al maschile - di origini russo-ucraine, ebbe una vita segnata dal tormento e dagli eventi drammatici della Russia sovietica. Durante gli anni delle purghe e del terrore stalinista, la sua poesia divenne un inno alla sofferenza universale, culminando nel suo capolavoro, il poemetto Requiem.

Il Requiem come Testimonianza Collettiva

Scritto tra il 1935 e il 1940, ma mai messo su carta prima del 1962 per il rischio mortale che comportava, il Requiem è un'opera di straordinaria potenza. Anatolij Najman, molto vicino ad Anna Achmatova, descriveva il poemetto come "poesia sovietica, realizzata in quella forma ideale descritta in tutte le sue dichiarazioni. L'eroe di questa poesia è il popolo. Non ciò che è definito tale dagli interessi politici, nazionali o ideali di una maggioranza più o meno estesa di gente, ma tutto il popolo: tutti fino all'ultimo partecipano da questa o da quella parte in ciò che succede." Questa poesia parla a nome del popolo, il poeta è con lui, è una sua parte. La sua parola è semplice quasi come quella dei quotidiani, comprensibile al popolo, i suoi procedimenti diretti: "per loro ho intessuto io un ampio manto di parole povere, che da loro ho origliato."

Ritratto di Anna Achmatova in un periodo di difficoltà

Gli Anni del Terrore e l'Esperienza Personale

La vita di Anna Achmatova fu tragicamente intrecciata con la storia del suo paese. Suo primo marito, il poeta acmeista Gumilëv, fu fucilato nel 1921, e il loro figlio, Lev, venne arrestato per ben tre volte tra il 1935 e il 1940. Per diciassette mesi, Anna si mise in fila con tante altre madri davanti al carcere delle Croci di Leningrado (Krestý) per avere notizie di Lev, imprigionato. Erano gli anni drammatici di Stalin e del suo terrore, la cosiddetta "ežòvšĉina", un periodo di persecuzione insensata e indiscriminata volta a reprimere ogni minaccia di opposizione. Quel rifiuto avrebbe significato che loro figlio (o marito) era stato condannato alla fucilazione o già giustiziato. In quegli anni, clamorosi processi sommari rafforzarono il potere di controllo di Stalin, scatenando un effetto domino di stritolamento sul popolo russo: un arresto provocava altri arresti, una delazione nuove delazioni.

Anna visse quel periodo e volle farsi testimone della sofferenza sua e del popolo. La poetessa ricorda così la sua esperienza: "Nei terribili anni della «ežòvšĉina» ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi «riconobbe». Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro me e che, sicuramente non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di tutti noi e mi domandò in un orecchio (lì parlavano sussurrando): 'Ma questo lei può descriverlo?'. E io dissi: 'Posso'."

La Poesia come Atto di Resistenza: Il Samizdat

Nonostante la sorveglianza e il pericolo, la poesia di Achmatova trovò il modo di diffondersi. Il regime sovietico teneva sotto sorveglianza l'Achmatova, con cimici nascoste nelle pareti e nel soffitto della sua stanza. Lidija Čukovskaja, amica intima della poetessa, ricorda nel libro Incontri con Anna Achmatova 1938-1941 il rito segreto della creazione poetica: "Anna Andreevna, quando veniva a trovarmi, mi leggeva versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, non si risolveva neppure a sussurrare; d’un tratto, nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzetto di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo... scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. Io leggevo i versi e, quando li avevo impressi nella memoria, glieli restituivo in silenzio. ...acceso un fiammifero, bruciava il foglietto in un posacenere."

Per oltre vent'anni, il testo di Requiem non ebbe una versione scritta, ma fu preservato solo nella memoria della poetessa e di alcuni amici fidati. Quando fu possibile trascriverlo, si diffuse immediatamente in tutto il Paese attraverso il samizdat, l'editoria clandestina degli anni '60, per essere pubblicato ufficialmente solo negli anni Ottanta. Natal'ja Gorbanevskaja racconta di aver trascritto il Requiem nel 1962, contribuendo alla sua diffusione. Il manto di parole di Achmatova proteggeva la memoria di quelle donne, diventando "luogo di salvezza, di forza e possibilità di resistenza".

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Il Dolore della Madre: La Crocifissione e la Pietà

Il Requiem è una composizione in dieci parti, vicina alla struttura dello Stabat Mater, il pianto della Madre di Dio presso la croce. Questo poemetto divenne la "Pietà" dipinta da Achmatova secondo i canoni antichi dell'iconografia (nella tradizione ortodossa, il pianto sul Cristo si chiama "Non piangere per Me, Madre").

L'Identificazione con Maria

Nel Requiem, nel momento più struggente e alto della sua poesia, Anna Achmatova si identifica col dolore provato da Maria sotto la croce: "Non piangere per Me, Madre, che giaccio nella bara". Questo dolore è sovrapersonale, tutto suo in quanto tutto di un popolo che piange i suoi figli. Il verso "Ho appreso come s’infossino i volti, / come di sotto alle palpebre s’affacci la paura, / come dure pagine di scrittura cuneiforme / il dolore tracci sulle guance" esprime l'universalità di questa sofferenza.

La poetessa non solo si identifica con la Madre di Dio, ma anche con la Maddalena: "Maddalena si disperava e singhiozzava, / Il discepolo prediletto era impietrito, / E là dove in silenzio stava la Madre / Nessuno osava neppure volgere lo sguardo." Questa "bipolarità", come la definisce il testo, le permette di abbracciare la totalità del dolore umano, riconoscendo che chi è inchiodato sulla croce muore, ma muore anche chi resta giù, ai suoi piedi.

La Crocifissione nell'Arte: Tissot e Ghirlandaio

L'iconografia della crocifissione è tra le più rappresentate nell'arte, ma un acquerello di James Tissot, celebre artista della Belle Époque, rovescia il punto di vista tradizionale. In esso, "non siamo noi a guardare il Cristo, ma è lui che guarda noi." Della figura di Gesù si vedono soltanto i piedi, lungo il margine in basso del dipinto, così come nella sua posizione del supplizio, poteva appena vedere di se stesso. Il paesaggio è popolato da una folla di figure dai volti quasi tutti caricaturali, trasformati dall’odio, che ridono e si agitano. Al centro, tra questo orrore, Gesù vede due donne, Giovanni e, staccata da tutti, immersa nel silenzio, la Madre. Maria porta le mani al petto per trattenere il dolore di una spada invisibile e guarda il Figlio con occhi larghi e liquidi, il suo volto sembra quello di una bambina. Alcuni versi di Achmatova sembrano riflettersi perfettamente nell’opera di Tissot, quasi come in uno specchio, esprimendo il dolore inimmaginabile di una madre che assiste alla morte del proprio figlio e quello di un figlio morente costretto a guardare la sofferenza della madre.

Acquerello di James Tissot

L'identificazione di Achmatova col dolore di Maria richiama anche l'affresco della Madonna della Misericordia del Ghirlandaio. La Madonna del Ghirlandaio è "più madre di molte 'Madonne con bambino' dipinte in tutto il Rinascimento". È "madre di Dio e dei suoi figli", che potrebbe essere chiamata "Vita", tanta è la sua forza simbolica ed espressiva. Le sue mani e le sue braccia accolgono e accarezzano, e il suo volto di ragazza imbarazzata, pure nella severità e nella regalità, è rivolto in basso, come a leggere il mondo e ad addolorarsi delle sue miserie. Questa Madonna è "fecondata dell’altrui miseria", assorbendo su di sé l'intero sacrificio dell'umano, accogliendo nel cuore il dolore di un popolo intero e facendolo suo, custodendolo e infine cantandolo. L'Achmatova, dunque, supera la giustizia con la misericordia, con il perdono, entrando nel ventre del dolore e vivendolo senza abbandonarlo per un istante.

Il Rancore di Lev e la Preghiera della Madre

Nonostante la profonda identificazione di Achmatova con il dolore materno, il figlio Lev Gumilëv, arrestato per la terza volta, confidò alla sua amica Emma Gerstajn il suo rancore nei confronti della madre. Credeva che Anna, essendo una celebre poetessa, avrebbe potuto, se solo lo avesse voluto, attivarsi per salvarlo. Lev non sapeva che sua madre ogni giorno era in fila davanti al carcere e che la sua prudenza derivava dalla paura che ogni sua parola potesse essere usata contro il figlio. Achmatova non esitò a scrivere quindici liriche dedicate a Stalin per ottenere la liberazione di Lev, ma il rancore del figlio aveva radici più remote, legato a un senso di abbandono infantile e alle umiliazioni subite dal terzo marito di Anna, Punin. Alla domanda di Lidija Čukovskaja su come potesse sopportare tutto questo, la risposta di Achmatova fu "pietrificante: ho saputo sopportare tutto".

Anna aveva compreso che per accettare che la sua vita continuasse dopo la morte dei suoi cari - e di un intero popolo - non sarebbe servito appellarsi alla giustizia, che l'avrebbe condotta solo alla rabbia e all'odio. Aveva scavalcato la giustizia con la misericordia, col perdono, cioè con la preghiera, nel tentativo di ricostruire uno spazio bianco e una lingua nuova. Aveva interiorizzato non soltanto la morte di suo figlio (che pure, di fatto, mai avvenne) e di un intero popolo, ma anche la disumanità dei suoi carnefici, restituendo il male a Dio e al suo giudizio.

La Poesia tra Intimità e Universalità

Spesso si è scritto che la poesia di Anna Achmatova cambia radicalmente con Requiem. Prima del poemetto c'era stata l'ingenua intimità di Sera e Rosario, raccolte che la resero celebre in tutta la Russia per lo stile semplice e oggettuale. Poi la pietrificazione della propria voce nella meravigliosa raccolta Lo stormo bianco, dove il verso non smette di essere preghiera. Un critico, per screditarla agli occhi del regime stalinista, la definì con cattiveria una volta prostituta e una volta suora. Tuttavia, in Achmatova, la "bipolarità" tra Madonna e Maddalena non è contraddizione, ma una totalità. Anche quando scrive di amore, Achmatova dona tutto: "Ti ho dato tutto: la quotidiana preghiera / e l’illanguidente febbre dell’insonnia." La "quotidiana preghiera" è sinonimo di poesia, i versi sono "bianchi", senza ombre, privi di menzogna, espressione di una natura vera e intima. L'Io si dona al Tu attraverso Dio, dove "la fede in Lui è anche fedeltà a noi stessi: una fedeltà alla fedeltà".

La Poetessa come "Custode" e "Voce Corale"

Secondo il teologo Alexander Schmemann, "in Anna Achmatova il secolo d'argento ha trovato la sua ultima verità: la verità della coscienza". Il leitmotiv nella poesia e nella vita dell'Achmatova divenne la conservazione, una missione rara per un poeta dei tempi nuovi. Il suo conservatorismo, profondo e universale, si esprime nel motto latino dei conti Seremetev, Deus conservai omnia, che è la summa della concezione achmatoviana del mondo e del tempo. Non il Creatore, ma il Custode diviene in lei il modello divino dell'artista, comprendendo la propria posizione come protezione ("per loro ho tessuto un ampio manto"), e non come edificazione di "mondi propri".

Ciò che l'Achmatova custodisce non è solo un "santo passato", ma "la parola, innanzitutto; il ricordo, la virtù, la tristezza, la bellezza, il legame con tutto il mondo fino a quella 'inaccessibile' zona dell'essere, quella 'alta libertà' della comunione umana". Tutte realtà destinate a sprofondare e in grandissima parte annientate dal regime. Grazie all'integrità di questa posizione, nella poesia dell'Achmatova, "povera di immagini o innovazioni formali, esile nella concezione metafisica", si ascolta "qualcosa al di là delle parole: 'un suono'".

La sua peculiare religiosità, tutt'altro che scontata o superficiale, vibra in una nota propria nell'apparente "abitudinarietà" del rifugio nella tradizione ortodossa popolare, con la sua peculiare penitenza, consolazione e un tono radicalmente sottomesso. Questa tradizione determina tutta la struttura della sua comprensione e del suo pensiero, incentrato sul tema del peccato e della giustizia di Dio, la cui risposta è "completa povertà, follia in Cristo, mitezza". Questo tono "monastico" o "da folli in Cristo" raggiunge il proprio apogeo nelle raccolte cruciali di Lo stormo bianco (1917) e di Anno Domini MCMXXII (1921-1923).

L'Achmatova concepisce la propria vita come una rappresentanza, come servizio del poeta reso al popolo. La storia russa si distende in lei come una serie di canti funebri, di epicedi, di requiem. La voce dell'Achmatova raggiunge un suono corale, diventando "la voce di molti", nonostante la sua vocazione alla concretezza biografica. Ciò che di più intimo vi è nell'Io achmatoviano, è universale ("In me la tristezza, e il re David / Regalmente donò ai millenni"). La sua musa è una "Musa della Festa" in misura non minore che una "Musa del Pianto".

Il Poeta e il Lettore

In uno degli ultimi cicli, I segreti del mestiere (Tajny remesla), una delle sezioni s'intitola "Lettore". Per Achmatova è proprio il lettore il destinatario, il "committente" dei suoi versi. L'occasione di Requiem fu la richiesta di una donna sconosciuta, in fila davanti al carcere, di "scrivere questo". Questo rapporto con il lettore determina molto della poesia achmatoviana, e forse per questo il suo stile negli anni trenta divenne sempre più conservatore e più vicino al secolo premodernista della poesia russa. Nella materia dolente dei suoi pianti senza lacrime spira un'aria nekrasoviana.

La poesia per Achmatova non è solo esperienza dell'uomo, ma una pratica antropologica sui generis, un atto di "riconoscimento di sé" e dell'umano nella sua totalità. Il suo lavoro si lega all'idea di una "mitologia individuale", un "mondo del poeta" che descrive il caos e il cosmo, e la cui "necessità strutturale" è paragonabile alle figure e ai tropi poetici che, come la grammatica, sono indispensabili. L'antropologia poetica di Achmatova, fondata sulla percezione del dolore e della misericordia, ha trasformato la sua sofferenza personale in un canto eterno per tutti coloro che hanno sofferto, rendendola un simbolo della "grandezza della Russia" nel periodo meno glorioso della sua storia.

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