La "Chiamata di Matteo" è il titolo del celebre dipinto del Caravaggio, datato 1599, e si trova nella cappella della famiglia Contarelli all'interno della Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. Quest'opera, tra le più significative del maestro, rappresenta con grande dinamismo artistico il tema della chiamata alla sequela di Cristo.

Il Contesto: La Cappella Contarelli e l'Opera di Caravaggio
Nel 1565, la Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi fu acquistata dal cardinale francese Matthieu Cointerel (1519-1585), italianizzato in Matteo Contarelli. Il suo intento era decorarla con un ciclo di dipinti che raffigurasse episodi della vita del Santo, suo protettore. Inizialmente il lavoro fu commissionato ad altri artisti, come Girolamo Muziano e il Cavalier d'Arpino, che tuttavia non riuscirono a realizzarlo. Alla morte di Mathieu Cointrel, la Fabbrica di San Pietro, su incarico di Papa Clemente VIII e su proposta del cardinale Gessi, chiamò Caravaggio a lavorare per la Cappella.
All'artista furono concessi solo pochi mesi per portare a termine l'opera, poiché questa doveva essere posta in situ per il Giubileo, quando molti pellegrini avrebbero visitato la chiesa. Questo incarico fu decisivo nella sua evoluzione pittorica, poiché fu la prima opera pubblica del pittore e le prime tele dipinte con figure a grandezza naturale, enormi rispetto all'abitudine di Caravaggio che aveva fin qui dipinto solo quadri di dimensioni molto più ridotte per abitazioni private.
Descrizione e Analisi della "Vocazione di San Matteo"
Composizione e Personaggi
Il dipinto, eseguito tra il 1599 e il 1600, a olio su tela (h. 322 cm; l. 340 cm), è ubicato nella parete sinistra della Cappella Contarelli. Nel quadro sono presenti due gruppi di persone, uno a destra e uno a sinistra di una finestra. Il gruppo di sinistra è composto da cinque individui, seduti a un tavolo, eleganti nei loro abiti del '500 e intenti a contare dei soldi. Matteo, noto esattore delle tasse (pubblicano, quello che oggi chiamiamo “recupero crediti”), è seduto al centro. Il racconto evangelico, infatti, colpisce per l'immediatezza del messaggio: Matteo (Levi) svolge il suo ingrato compito per conto dei romani, ed è odiato e disprezzato dai suoi concittadini.
A destra, invece, sono in due, in piedi, vestiti in modo classico, all'antica Roma, scalzi. Sono Gesù, all'estrema destra riconoscibile dall'aureola lineare dorata, e San Pietro. Il volto di Gesù è ben illuminato e visibile, mentre quello di Pietro, ritratto quasi totalmente di spalle, si intravede appena. Il personaggio di Pietro, non previsto nella prima stesura del dipinto, è stato aggiunto successivamente, con in mano il bastone del pellegrino, e indica chi si incammina con Gesù.
L'idea di differenziare i personaggi nel modo di vestire è un modo interessante per dire che gli episodi del Vangelo parlano alla gente del suo tempo, ma anche ai contemporanei. I cinque personaggi intorno al tavolo sono simbolo dell'umanità rappresentata in tutte le diverse età e in tutte le sue differenti attività, immersa nel peccato e dimentica di ciò che è davvero importante. Tradizionalmente, San Matteo è identificato con il personaggio con la folta barba che indica a sinistra. Vi è stata un'ipotesi alternativa che lo identificava con il ragazzo seduto a capotavola, ma è ritenuta poco probabile dagli studiosi. Il personaggio identificato come Matteo, pubblicano e detto anche Levi, con un copricapo a forma di basco e una folta barba chiara, indica a sinistra e osserva stupito i due nuovi entrati. Egli è presentato come un gabelliere seduto al suo tavolo di lavoro con denari e libri, il cui abito lo connota come un uomo benestante.
Il giovane, a capotavola, seduto su una savonarola, è intento non solo a contare le monete sparse di fronte a sé, ma ne nasconde un sacchetto sotto il braccio. Ha i capelli folti e scuri che gli coprono parte del volto. Accanto a lui, un uomo anziano, anch'egli a capotavola, è in piedi, vestito con un abito pesante. Di questi cinque, solo San Matteo e due compagni rivolgono lo sguardo verso Gesù, mentre gli altri due gabellieri non distolgono nemmeno per un istante lo sguardo dal denaro, ritenuto più prezioso di ogni altra cosa; sono coloro che non rispondono alla chiamata di Cristo.
Il Dialogo dei Gesti e gli Sguardi
Osserviamo ora la figura di Cristo: il suo sguardo è fissato su Matteo, ha le labbra semiaperte, e la sua mano destra, sostenuta da un gesto deciso del braccio, rende esplicite le parole che ha appena pronunciato. Questa mano non è una pura invenzione di Caravaggio, ma una sua rielaborazione di un’altra mano vista nella Cappella Sistina dipinta da Michelangelo: la mano di Adamo che nel dipinto di Caravaggio viene rovesciata. Gesù è il nuovo Adamo, "spirito datore e vita", come scrive San Paolo nella I lettera ai Corinzi (cap. 15, versetto 45). A livello simbolico, l'utilizzo di un particolare della Creazione di Adamo insinua che la chiamata dell'evangelista appartiene a una nuova creazione.
L'indice di Pietro, invece, riprende quello di Gesù e a Lui rimanda: non è un gesto originale. Pietro rappresenta la Chiesa, costituita, nel tempo, sacramento della presenza di Gesù: compito della Chiesa è infatti rendere presente Gesù nella storia. Gesù e Pietro sono uniti: sebbene le mani siano due, la chiamata è la stessa, esattamente come oggi Gesù chiama attraverso la Chiesa.
Infine Matteo: è seduto al centro, sorpreso dalle parole di Gesù; la mano destra ha appena fatto cadere una moneta sul tavolo. Ma gli occhi e la mano sinistra, con l'indice puntato verso di sé, rivelano una sorpresa e uno stupore suscitati dall'arrivo di Gesù e dal suo invito "Seguimi". Una chiamata inattesa; indica sé stesso come a dire "Io? Perché proprio a me? È sicuro che lo dice alla persona giusta? Non si sta confondendo per caso?". La risposta di Matteo è positiva ed immediata, anche se nel brano evangelico non c’è una vera e propria risposta verbale, ma il racconto prosegue dicendo: «Egli, alzatosi, lo seguì». Egli compie due azioni (alzarsi e seguire) che lo mettono subito in movimento, decidendo di porsi alla sequela di Cristo senza pensarci due volte.
L'indice di Gesù non è il dito puntato di chi comanda. Dio, infatti, ci ha creati liberi e da noi attende una risposta libera, fosse anche un rifiuto camuffato da indifferenza. Matteo è un uomo, pubblicano, peccatore pubblico, coi suoi difetti e limiti umani. È seduto, immobilizzato dal suo stato di uomo peccatore, si ritiene indegno e incapace di seguire Gesù.

Luce e Ombra: La Grazia Divina che Irrompe
Le tenebre dei quadri di Caravaggio traducono la situazione di non salvezza in cui è posta la comunità umana: Matteo si trova in questa situazione, ma ora viene illuminato dalla luce che entra non dalla finestra, ma da una fonte che sta alle spalle di Gesù. Un taglio di luce, una diagonale di luce, accompagna il gesto di Gesù. Quella luce, che taglia in due l'opera, è talmente simbolica da non entrare da alcuna finestra, né da un'apertura definita. Matteo, quel giorno, aveva chiaramente percepito che da quella fonte poteva attingere la Verità, che quella parola era diversa da tutte le altre, perché dava la forza per la sequela.
In altri termini, si vuole intendere che la luce della grazia di Dio, che irrompe con l'arrivo di Gesù, illumina il volto di Matteo e ne cambia la vita. Scrive San Giovanni nel suo Vangelo: "Veniva a me la luce vera quella che illumina ogni uomo". Tutto questo per dire che a tutti è data la possibilità di seguire Gesù e la chiamata non conclude un cammino, ma lo inizia in modo nuovo: la grazia di Dio, il suo amore, raggiunge l'essere fragile e peccatore e illumina la strada della realizzazione umana.
La Finestra: Apertura sull'Assoluto
Nonostante l'unico particolare architettonico, chiaramente rappresentato, sia in alto la finestra impannata (ricoperta di tela o carta, al posto del vetro troppo costoso) suddivisa in quattro riquadri, si coglie a pieno la dimensionalità dell'ambiente. La finestra, sebbene chiusa e non fonte fisica di luce, assume il valore di un'apertura verso una realtà ulteriore, sull'Assoluto, una sorta di portale verso altre dimensioni che irrompono nella quotidianità. In questo caso, la realtà trascendente che irrompe nella stanza è comunque presente. La finestra, inoltre, è a forma di croce greca, quasi ad indicare che la morte non è l'ultima parola, che ad ogni problema c'è una soluzione, ad ogni peccato corrisponde, attraverso la richiesta di perdono, la possibilità di redenzione e il riscatto umano, perché quella croce è stata vinta dalla resurrezione di Gesù che ha illuminato di speranza la storia del genere umano.
Secondo la studiosa Nadia Scardeoni, uno dei quattro riquadri della finestra contiene l'icona in filigrana di un angelo, simbolo dell'evangelista Matteo. Non è inverosimile ipotizzare che tra le ombre e le luci sugli altri tre vi siano i profili di un'aquila, un leone e di un bue, simboli rispettivamente di Giovanni, Marco e Luca, gli altri tre evangelisti.
La Chiamata Universale: Una Prospettiva Vocazionale
Il Racconto Evangelico (Mc 2,13-17)
Il brano evangelico di riferimento per il dipinto è tratto dal Vangelo di San Marco (cap. 2, versi dal 13 al 17): "Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì." È uno dei brani evangelici che colpisce per l'immediatezza del messaggio e la determinazione espressa con pochissime parole! In soli due versetti, infatti, il Vangelo racconta la chiamata alla sequela di Matteo e in qualche modo la dinamica di ogni vocazione cristiana!
Gesù gli va incontro e a lui si rivolge chiedendogli di seguirlo. La risposta di Matteo è positiva ed immediata, sebbene non ci sia una vera e propria risposta verbale, il classico “eccomi” o un semplice “sì”. Il racconto evangelico prosegue dicendo: «Egli, alzatosi, lo seguì». Ecco dunque la risposta di Matteo, che compie due azioni (alzarsi e seguire) che lo mettono subito in movimento. L’invito del Nazareno lo coinvolge a tal punto che Matteo decide di porsi alla sequela di Cristo senza pensarci due volte, mettendo in moto tutta la sua persona. Seguire Cristo significa muoversi verso di Lui. Il Cristianesimo non è una realtà statica, è la storia di coloro che, lasciato tutto, muovono i loro passi verso Dio.
Le Fasi della Conversione e della Sequela
Possiamo ridurre i momenti della conversione a tre fasi, come descritto nel Vangelo di Marco: la chiamata di Levi dal posto di lavoro, la mensa consumata con lo stesso Levi assieme ai discepoli ed ai peccatori e la sequela attiva di Gesù. Levi viene raggiunto mentre lavora, ossia, essendo un funzionario delle imposte, durante il pieno svolgimento dell’attività peccaminosa che l’aveva allontanato da Dio. Il comando di Gesù a seguirlo implica un subitaneo allontanamento proprio dall’atto del peccato, il quale esce in modo definitivo dalla vita di Levi. L’azione peccaminosa viene descritta come statica, uno stare seduto, mentre quella dell’uomo redento è una sequela, un atto dinamico.
La parte più interessante è quella posta fra queste due fasi: la mensa. Invece di abbandonare immediatamente la totalità della propria vita, Levi, dopo essersi lasciato alle spalle il peccato, torna in quella casa che ben simboleggia la totalità della sua esistenza. Questo cuore esperienziale e relazionale non viene abbandonato o rinnegato, ma riabbracciato nella sua interezza; solo il peccato ed i suoi atti vengono rifiutati, non quei contesti che dal male erano stati corrotti. Il centro del brano, ossia la presenza di Gesù in mezzo ai peccatori, assume il suo pieno carattere redentivo: Egli si colloca, assieme alla Chiesa rappresentata dai discepoli, in mezzo alla quotidianità di Levi e, così facendo, la “cura”, ossia la redime da quel male che l’aveva corrotta.
Cristo stesso, tramite l’efficace metafora del medico, definisce la natura di questo suo intervento: è una guarigione, un predisporre l’elemento malato a recuperare autonomamente quella salute prima perduta. San Marco tiene a specificare che solo dopo che l’interezza della vita di Levi è stata ricondotta e riordinata alla sua vera fonte, l’uomo può incamminarsi dietro a Gesù. La fase intermedia è costituita dall’accogliere la totalità della propria esistenza, liberata dal male, per ricostituirla e riordinarla alla luce di quel Cristo che ci accompagna durante l’intero percorso. Il vero convertito non è colui che si reinventa o rinnega il proprio passato, ma quell’uomo o quella donna che si dimostra capace di riorganizzare la totalità del proprio tempo attorno alla relazione con Dio, ora ritrovata.
Queste tre fasi non valgono solo per le grandi conversioni, ma anche per le piccole: ogni volta che confessiamo un peccato e ci presentiamo di fronte alla Divina Misericordia, dobbiamo vivere quell’incontro con Dio come fosse la prima fase del cammino appena descritto. Il Signore ci attende nell’intimo della nostra vita, pronto a divenire quel sole di salvezza che ridona peso e misura a tutti gli elementi che il peccato aveva sfiorato e corrotto.
Libertà e Forza della Grazia
La chiamata avviene nella vita di tutti i giorni, nel proprio ambiente di impegno e di lavoro: non bisogna essere dei preti per accogliere la proposta di Gesù, né è necessario andare a Lourdes o a Roma per scoprire Dio, basta saperlo ascoltare nella propria intimità. L'indice di Matteo, sorpreso e interrogativo, è quello di Dio in Michelangelo: tocca a me. Inizia così il cammino di fede di Matteo, un cammino difficile perché si deve fare i conti con i propri difetti e limiti, ci saranno difficoltà, delusioni, fallimenti. Tuttavia, la luce della grazia di Dio illumina anche la finestra a forma di croce greca, quasi ad indicare che la morte non è l'ultima parola e che ad ogni peccato corrisponde la possibilità di redenzione e riscatto umano, grazie alla resurrezione di Gesù che ha illuminato di speranza la storia del genere umano.
Gli Altri Dipinti della Cappella Contarelli
Il ciclo della Cappella Contarelli si compone di diverse opere che narrano la vita di San Matteo, sebbene l'ordine di realizzazione non coincida con l'ordine tematico iconografico.
San Matteo e l'Angelo (Pala d'Altare)
La seconda tela in ordine tematico è la pala d'altare che raffigura Matteo mentre scrive il suo Vangelo. L’Angelo discende ad ispirare l’evangelista, poiché il suo Vangelo non è frutto solo di ricerca umana, bensì di ispirazione divina. Il libro è a forma di codice, così come si immaginava al tempo del Caravaggio il materiale scrittorio.
Il Martirio di San Matteo (Prima opera realizzata)
La quarta tappa tematica, ma la prima realizzata da Caravaggio, è la tela di destra, che raffigura il martirio dell’apostolo. Secondo gli Atti apocrifi di Matteo, avvenne che, alla morte del re Egippo, il suo successore Irtaco voleva sposarne la figlia, la quale però aveva scelto la verginità essendosi convertita al Cristianesimo grazie alla predicazione di Matteo. Il re, preso dall’ira, decise di inviare un sicario per uccidere l’evangelista.
La tela caravaggesca ritrae il momento in cui il sicario martirizza San Matteo su comando del re. L’evangelista, come vogliono le due fonti, aveva appena finito di celebrare l’Eucaristia, quando venne colpito. Egli è riverso a terra, non ancora colpito a morte, e riveste i paramenti sacerdotali, così come li immaginava la Controriforma. Nella parte bassa si vede una struttura a forma semicircolare concava, che potrebbe rappresentare un battistero, ad indicare che San Matteo aveva anche battezzato la prima generazione di cristiani etiopi, raffigurando la realtà sacramentale della Chiesa che celebra i sacramenti.
Il sicario, nudo, prende San Matteo per un braccio e sta per infliggergli il colpo mortale. Un angelo si sporge dall’alto per porgere all’evangelista la palma, il simbolo dell’Apocalisse che indica il martirio. Intorno all’apostolo, le figure si dispongono in un cerchio, mostrando le reazioni impaurite degli astanti. Il corpo di San Matteo è pittoricamente unito a sinistra con una figura seminuda che potrebbe essere uno dei neo-battezzati.
Le analisi radiografiche del Martirio di San Matteo hanno evidenziato una precedente versione del dipinto, opera dello stesso Caravaggio, in cui le figure erano molto più piccole di quelle attuali. Caravaggio si rese conto che la tela così dipinta non era adeguata allo spazio della Cappella e sfigurava in un ambiente tanto grande. Per questo dipinse sulla precedente la versione attuale. È famosissima la figura del ragazzo che urla e scappa allontanandosi dalla scena, e ancor più lo è l'autoritratto che il pittore inserisce nell'opera, come aveva fatto anche in altre sue tele, ad esempio nella "Cattura di Cristo".

La Guarigione del Figlio di Egippo (Affresco del Cavalier d'Arpino)
La terza opera in sequenza tematica è l'affresco della volta, non una tela, opera del Cavalier d'Arpino, maestro di Caravaggio. Al Cavalier d'Arpino venne commissionata la rappresentazione della guarigione miracolosa operata da San Matteo del figlio del re Egippo d'Etiopia. È interessante osservare nell’affresco del d’Arpino il taglio di luce, perché è simile a quello della Vocazione di San Matteo di Caravaggio che è appena sotto sulla sinistra: il Merisi lo riprese, ma riproponendolo in maniera estremamente più incisiva, invertendo le zone di luce e di ombre. Nell'affresco, la luce entra più naturalisticamente dalla porta che si apre per far entrare Matteo, preannunciando con la sua diagonale la resurrezione del giovane che sta già avvenendo.
Il Legato di Caravaggio: Luce, Buio e l'Esperienza Umana
Il ciclo della Cappella Contarelli mette in evidenza quanto per il Caravaggio sia importante il rapporto tra buio e luce: egli ne farà la cifra pittorica della sua intera opera. L’esasperazione dei colori scuri e il contrasto della luce non appare una scelta puramente estetica: esprime piuttosto una situazione di lotta, nella quale l’esperienza dell’ira, della fatica di vivere, della morte stessa non viene lasciata a se stessa, ma confrontata con una sorgente di luce.
Caravaggio, lombardo, scelse Roma già da giovane, e qui ebbe contatti frequenti con le più importanti personalità ecclesiastiche della Roma controriformista, come i cardinali Del Monte, Gessi, Cerasi, Borghese, Mattei e Giustiniani. Abitò a lungo nella residenza del cardinal Del Monte, l'attuale Palazzo Madama, e si può ipotizzare che le tele della Cappella Contarelli furono dipinte in quel luogo. Dopo una permanenza a Napoli e la fuga dall'Urbe, Caravaggio si recò a Malta, chiedendo di poter essere ammesso nella milizia dei Cavalieri di Malta, firmandosi poi come "frate" nelle sue opere, a testimonianza del suo ingresso nell'obbedienza. Desiderava tornare a Roma, che sentiva come il luogo più adeguato per esprimere la sua arte.
Nel 1610, la notizia del perdono papale lo raggiunse. Caravaggio si imbarcò, ma un incidente a Palo, un feudo degli Orsini, lo privò delle sue tele e dei suoi averi. Durante il viaggio via terra per recuperarli, lungo il litorale laziale e toscano, contrasse un'infezione che lo condusse alla morte presso l'ospedale di Porto Ercole. Se non avesse trovato la morte in queste sfortunate circostanze, avrebbe ripreso a dipingere nella Roma controriformista del tempo, arricchendo il suo già straordinario corpus di opere.