La Caccia Nello Stato Pontificio: Storia, Regolamentazione e Pratiche

La storia della caccia nello Stato Pontificio è un intreccio complesso di legislazione, tradizioni aristocratiche e popolari, che riflette l'evoluzione sociale e culturale dei territori sotto il dominio papale. Se da un lato l'attività venatoria era spesso un privilegio riservato a pochi, dall'altro le tauromachie e le "cacce dei tori" rappresentavano spettacoli cruenti ma molto sentiti dalla popolazione, spesso regolamentati per mantenere l'ordine e la salute pubblica.

Le Regolamentazioni Venatorie di Leone XII (Inizio XIX Secolo)

All'inizio dell'Ottocento, l'esercizio della caccia nel territorio fanese, parte dello Stato della Chiesa, era un fenomeno ristretto e d'élite. Era limitato per lo più a pochi signori e privilegiati, i quali si svagavano nei territori ricchi di selvaggina con l'aiuto di gente di campagna, battitori e cacciatori di professione. Questo avveniva in un contesto ambientale non ancora segnato dalla distruzione delle zone umide, dei boschi e dalla pratica deleteria dei veleni agricoli.

illustrazione antica di una battuta di caccia aristocratica o di regolamento venatorio

L'invenzione dei fucili a retrocarica e il numero sempre crescente dei cacciatori sollecitarono lo Stato Pontificio, al fine di eliminare anche le pratiche fraudolente, a promulgare norme che disciplinarono l'attività venatoria. Papa Leone XII, felicemente regnante, mosso dal desiderio di conservare le specie di quadrupedi e volatili utili - la cui diminuzione era ormai oggetto di comune lamento a causa di "arbitrarj e distruttivi modi di cacciare" - e con lo zelo di impedire che le cacce si trasformassero "in occasione di litigi e di risse", volle che fossero regolate con opportune leggi generali in tutto lo Stato.

Disposizioni Specifiche del Regolamento

Il regolamento papale stabiliva norme precise per l'attività venatoria, ripartite in diversi titoli:

  • TITOLO I: "In qualunque tempo rimane proibito di guastare le uova, i nidi o covili, e uccidere i figli piccioli degli stessi utili animali."
  • TITOLO II: "Nessuno senza consenso del proprietario potrà far caccia ne' terreni altrui, i quali sieno muniti di muro, siepe, staccio¬nata o altro riparo a norma di quanto è prescritto nell'articolo 150 del Motu-proprio di SUA SANTITA' del 5 Ottobre 1824." Era inoltre previsto che i proprietari di latifondi riservati e di fondi annoverati che volessero mantenere uno o più guardiani per custodire le riserve o le loro proprietà, dovessero richiedere licenza a Monsignor Governatore e Direttore Generale di Polizia e vestirli dell'uniforme prescritta.
  • TITOLO III: "Resta asolutamente e rigorosamente proibito nella caccia de' quadrupedi e volatili ogni uso di paste o sementi venefiche, le quali possano nuocere alla salute de' consumatori."
  • TITOLO IV: I contravventori agli articoli proibitivi del regolamento, oltre alla perdita, dove abbia luogo, degli strumenti da caccia e della cacciagione fatta o commerciata, erano soggetti a una multa non minore di scudi 10. Chi fosse recidivo nella contravvenzione alla Legge, sarebbe stato condannato, oltre alle pene suddette, a doppia multa. Le multe sarebbero state divise, per una metà all'accusatore o all'inventore, e per l'altra a beneficio delle Comuni rispettive.
  • TITOLO V: In questa materia di cacce non si poteva intentare da chicchessia giudizio contro alcuno per danno alle proprietà sue dato, od offesa dei propri diritti ricevuta, se non per denuncia e petizione, "non mai per via di fatto".

Le Tauromachie e le Cacce dei Tori Nello Stato Pontificio

Le tauromachie, conosciute anche come cacce, corse, giostre dei tori o venagioni, erano eventi popolari in molte città, specialmente nel Centro-Sud Italia, inclusi i territori dello Stato Pontificio.

illustrazione storica di una caccia al toro in piazza o anfiteatro

Roma

A Roma, Manzi rievoca una giostra dei tori che ebbe luogo nel Colosseo il 3 settembre 1332. Organizzata per la nobiltà romana, questa sanguinosa caccia vide diciotto morti e nove feriti, con l'uccisione di undici tori. Alla caccia presero parte, oltre ai rampolli delle famiglie nobili romane, anche il figlio del signore di Rimini, Galeotto Malatesta, e il figlio di messer Ludovico da Polenta, signore di Ravenna.

Romagna

Il cronista cesenate Giuliano Fantaguzzi (1453-1521) documenta che nel 1501 "el duca fe fare la caza del toro in piaza", un evento che si rivelò altrettanto pericoloso, causando feriti e lamentale per i disordini, come quando "gettò in terra e stette male per morto Pietro Luserta e un barbiero, e don Cristofano da Boro et uno li taiò una gamba e non se ne posette aver piacere de brigate".

Perugia

La caccia ai tori a Perugia è attestata fin dal 1260, solitamente in occasione della festa del santo patrono (San Costanzo, 29 gennaio) o della Fiera di Ognissanti. Il Comune acquistava un toro che doveva essere "pulcrum et ferocem" (bello e feroce), scelto da una commissione di cinque persone elette dal consiglio generale, tra le bestie allevate dalle suore di Santa Mustiola a Chiusi (Siena) e trasportato a Perugia dopo un viaggio di tre giorni. Le cacce si svolgevano in un recinto approntato per l'occasione, a spese del Comune, nel Campus prelii, nella zona dell'attuale via Campo Battaglia. Esse prevedevano l'uso di una muta di cani per eccitare il toro e non consentivano l'accesso nell'arena di uomini né di aizzare l'animale con l'impiego di pungoli o il lancio di pietre.

Lo storico perugino Luigi Bonazzi (1811-1879) ricorda che queste cacce erano un'attrazione anche per feste private, come quelle di matrimonio, e vedevano nell'arena, oltre ai tori maremmani, anche i bufali. Bonazzi racconta del grandissimo successo di un toro del Monte Malbe, detto "il Numero Venti", che era ormai esperto di tutti i trucchi dei giostratori, dato che in queste cacce il toro non veniva ucciso al termine della lotta, ma utilizzato più volte per altri combattimenti.

Nel 1425, le prediche di San Bernardino da Siena a Perugia presero di mira i giochi di piazza cruenti, inclusa la "caccia al toro della fiera di Ognissanti", che ne avrebbero determinato la fine. Tuttavia, una lapide murata sotto le logge del cortile della Cattedrale di Perugia testimonia una sopravvivenza di tali giochi oltre tre secoli e mezzo dopo, riportando che: "La Santità di N.S. Pio VI proibisce nella piazza avanti questa chiesa cattedrale la caccia del bue, inculcandone una esatta rigorosa osservanza a mons. governatore con lettera di Segreteria di Stato in data del dì 24 febbraio 1790".

Todi

Luigi Morandi (1844-1922), curatore di un'edizione dei Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, racconta di aver assistito "da bambino il 25 ottobre 1848" a una giostra sulla piazza di Todi, appositamente ridotta ad anfiteatro. Sergio Anselmi (1966) cita anche Gubbio tra le città in cui si svolgevano queste cacce.

Montefalco

A Montefalco, nel periodo natalizio, si disputava la tradizionale "Fuga del Bove". Il bue prendeva un beverone a base di vino e pepe e poi risaliva per le vie della città. Oltre ai cani addestrati ad attaccare il bovino, la folla, protetta da cancellate di legno di quercia, agitava stracci e pupazzi di pezza rosso porpora e, per proteggersi dalle cariche dell'animale, si nascondeva dentro grosse botti. Il gioco terminava quando l'animale, sfinito, si immobilizzava. Il giorno di Natale le carni del bove erano consumate anche come segno di devozione.

Terni

Terni era nota come una città "che dette i più bravi giostratori", tra i quali, secondo Morandi, Cinicella, molto popolare a Roma, immortalato da Giuseppe Gioachino Belli nel suo sonetto "La ggiostra a Ggorèa". A Perugia era anche famoso un giostratore detto "il Ternano". L'usanza di trasferire i bovini al macello facendoli correre per le strade, aizzati da mastini, era uno spettacolo, detto vaccina, comune a Terni e nel 1740 suscitò reclami tra i cittadini, che protestarono per la crudeltà della pratica, gl'inconvenienti a scapito della tranquillità cittadina, e della salubrità delle carni da macello, chiedendone almeno la proibizione estiva, da estendere possibilmente all'intero anno.

Per il 17 febbraio 1808, in occasione dei festeggiamenti per il patrono San Valentino, si annunciava "uno steccato de’ Bovi, esclusi li Tori e li Maglioni, col premio di scudi quindici al Bove più valoroso, e scudi tre al cane". Per festeggiare la nascita del figlio di Napoleone, il 20 marzo 1811, nel Campo Boario di Terni, si tenne una giostra con torelli, che si lasciavano galoppare tra la folla, per poi spingerli a entrare nella adiacente chiesa dei Santi Filippo e Giacomo.

Nel 1818, l'imprenditore Paolo Gazzoli acquistò case e terreni nel centro cittadino, per costruire un'arena simile alle plazas de toros spagnole, capace di quattromila posti, l'Arena Gazzoli (oggi Politeama), inaugurata il 19 aprile 1825 alla presenza del re e della regina delle Due Sicilie, con una giostra con i cani e il toro. I giostratori ternani si esibirono anche nel 1833 a Jesi, in occasione della festa patronale di San Settimio, nell'anfiteatro costruito per l'occasione nel cortile del grande Palazzo Ducale di Leuchtenberg, dove "oltre un sufficiente numero di scelti buoi da orecchiarsi, si esporranno delle Vacche, giovenchi, un Maglione, e delle Bufale delle Masserie di Roma e Viterbo di sperimentata ferocia, che dovranno lottare alternativamente con i rinomati Giostratori di Terni". Il giornale Il Pirata dava notizia di una giostra dei tori tenutasi nel carnevale del 1846 all'Anfiteatro Gazzoli eseguita da cinque giostratori e cinque cani mastini, con grande divertimento del pubblico. Luigi Morandi ricorda una parodia della giostra a Terni, nel 1849, durante il governo della Repubblica romana, "quando in mezzo alla piazza fu appeso ad una corda un grosso fantoccio rappresentante Radetzky, che naturalmente fu sbudellato dai tori".

Tuscia Viterbese (Monte Soratte)

Nella Tuscia viterbese ci sono notizie di tauromachie fin verso l'inizio della Prima guerra mondiale. Verdone cita un manifesto del 1904, in possesso di un collezionista di Ronciglione, nel quale si portava a conoscenza la popolazione della giostra delle vaccine del 27, 28, 29 agosto, data dai celebri giostratori di Vetralla. A Monte Soratte, il 3 settembre, in occasione delle celebrazioni del copatrono San Nonnoso, si montava uno steccato per proteggere gli spettatori nella piazza Carlo Alberto, anticamente detta "lo spiazzo", da cui il luogo fu anche detto "piazza dello steccato". Nel mezzo dell'arena era innalzato un alto palo, alla cui base si poneva un grosso tino.

In un recinto si tenevano chiusi alcuni torelli dai 3 ai 5 anni; allo squillar delle trombe un torello veniva lanciato nella piazza, dove erano ad attenderlo i giostratori, interamente vestiti di bianco, con fazzoletto rosso al collo, molto ampio, berretto o fazzoletto rosso in testa, fascia rossa alla vita, bandierina rossa in mano. Il primo giostratore si avvicinava al torello, e lo aizzava, con la bandierina, con fischi, con grida e risate. Entravano in lizza un secondo, e un terzo giostratore, finché il torello cominciava a caricare l'uno o l'altro giostratore. In caso di pericolo essi entravano nel tino o si arrampicavano sulla trave, mentre il torello cercava di raggiungerli, e capitava che dovessero fuggire per l'arena, inseguiti dal torello. Quando il torello era stremato per aver corso dietro a un fantoccio di pezza, il giostratore afferrava il bovino per le corna e l'abbatteva a terra sedendosi sulla testa dell'animale, tra le corna. Altre volte il giostratore riusciva a "infrociare" l'animale, ossia lo afferrava con le dita per le narici ("frosce"). A volte si incollava con la pece una moneta da 5 lire sulla fronte del torello e la sfida per i giostratori era di riuscire a staccarla.

Paliano

Fino a circa il 1910, a Paliano si teneva la "corsa deglio bufolo", una corsa in strada, tra porta Napoletana e viale Umberto I (l'antica piazza del Macello), con un bufalo acquistato per l'occasione, nel quadro di una festa non meglio specificata. Il tragitto era allestito con steccati di protezione per il pubblico e mezze botti come riparo per i giostratori. I giovani del paese mostravano la propria destrezza e il proprio coraggio inseguendo l'animale, saltando su di esso, afferrandolo per le corna, pungolandolo con aste appuntite fino a quando il bufalo, esausto e ferito, non veniva macellato, cucinato sul posto ed offerto alla popolazione in una sorta di pasto rituale che rimandava alle antiche usanze dei popoli mediterranei. I bufali erano molto diffusi come animali da lavoro in tutta la campagna romana da diversi secoli e sono tuttora diffusi diversi modi di dire che citano tale specie come animale molto irascibile.

tags: #la #caccia #nello #stato #pontificio