Spesso ci capita di leggere o ascoltare una pagina dei Vangeli, ricordando magari qualche parabola o detto che ci ha profondamente colpito. Tuttavia, rischiamo di non coglierne pienamente il significato e la portata se non li collochiamo nella loro prospettiva originaria. Gesù di Nazareth non si presentava come un maestro di vita che offriva una visione del mondo basata sull'esperienza umana o un insieme di verità religiose e morali frutto di riflessione penetrante.
Piuttosto, Gesù si presenta come il messaggero di un avvenimento che è appena iniziato e si sta svolgendo. Una frase, posta in apertura del Vangelo di Marco, riassume l'essenza della sua predicazione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Questa è la buona notizia che Gesù desidera comunicare.
I concetti di vangelo e di regno di Dio, strettamente interconnessi, affondano le loro radici in alcuni oracoli del libro di Isaia. Questi oracoli prospettano un grandioso intervento divino a favore di Israele, un nuovo esodo (cfr. Is 35,1-10; 40,1-11; 52,7-12). Dio si prenderà cura personalmente del suo popolo, guidandolo, liberandolo e risanandolo, proprio come un pastore si prende cura del suo gregge. Un messaggero annuncerà questa buona notizia, portando pace, salvezza e proclamando a Sion: «Regna il tuo Dio!» (Is 52,7).
Su questo sfondo profetico, Gesù afferma che la storia ha raggiunto una svolta decisiva: la grande promessa sta per realizzarsi. Dio sta per intervenire per regnare in modo nuovo e definitivo, aprendo un cammino sicuro verso la pienezza della vita e della pace. Il suo regno va inteso principalmente come sovranità e regalità, una realtà misteriosa e dinamica che si è fatta vicina, anzi è già in mezzo agli uomini e deve essere accolta con umiltà e fiducia (cfr. Mc 10,15).
Gesù si identifica con la figura del messaggero che annuncia l'inaugurazione del regno di Dio: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21). Oltre ad essere messaggero, si considera anche il protagonista del Regno, poiché l'intervento di Dio si attua attraverso di lui. Egli è venuto per radunare le «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24), attirando a sé anche le nazioni «dall’oriente e dall’occidente» (Mt 8,11).
Incontrare il Maestro e vivere in comunione con lui significa fare un'esperienza privilegiata, superiore persino a quella di Giovanni Battista (cfr. Mt 11,11). I discepoli devono rendersi conto di partecipare a un avvenimento di importanza unica, il culmine della storia: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete».

Il Significato Profondo del Vangelo
Se Vangelo significa "buona notizia", qual è dunque questa buona notizia nella sua essenza profonda? Nonostante sia stato talvolta incompreso, mal interpretato o addirittura falsato nel corso della storia, il Vangelo trova le sue radici sin dalle prime pagine dell'Antico Testamento. Il termine "Vangelo" non indica soltanto il genere letterario del Nuovo Testamento che raccoglie la vita e le parole di Gesù di Nazareth, ma, prima di tutto, si riferisce a Cristo stesso, che rimane il centro della fede cristiana.
Tracciando un percorso scritturistico che va dall'Esodo all'epistolario paolino, emerge la continuità e la rottura tra le due alleanze. Il cuore della Torah, per i cristiani, non è la Legge in sé, ma l'autorivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai (cfr. Es 3,14; 34,5-7). Lì, svelando il suo nome, Dio si rivela come misericordia. Questa è la "buona notizia" che funge da criterio ermeneutico per l'evangelicità dell'Antico Testamento.
Nel Nuovo Testamento, la "buona notizia" è la vita stessa di Gesù: egli è l'inveramento della misericordia di Dio annunciata nel Primo Testamento. Gesù annuncia e realizza il perdono dei peccati, mettendosi dalla parte dei peccatori e andando alla ricerca di chi soffre, amandoli e trasformando le loro vite. Questo atteggiamento del Vangelo diventa uno scandalo per gli uomini religiosi: il Santo e senza peccato si mescola con i peccatori.
Per i cristiani, la fede non consiste semplicemente nel credere in Dio, ma nel credere che Dio ci ama. Questo messaggio si compendia nel messaggio pasquale: «Gesù di Nazaret è morto ed è risorto». La ragione ultima della morte di Gesù risiede nell'incapacità umana di accogliere l'amore gratuito. La proposta evangelica relativizza l'importanza di ogni credenza religiosa o forma di incredulità ai fini del kérygma (l'annuncio della fede cristiana).
Origini e Sviluppo del Concetto di "Buona Notizia"
L'espressione "buona notizia", in ambito biblico, traduce il termine greco euaggelion. Questo sostantivo e il corrispondente verbo euaggelizomai significano, rispettivamente, "buona notizia" e "annunciare una buona notizia". Questi termini affondano le loro radici nell'ebraico.
Nell'Antico Testamento
Nell'Antico Testamento, prevale l'uso del verbo ebraico bsr, associato all'annuncio di messaggi di gioia (come in 1 Sam 31,9; 1 Re 1,42; Is 52,7), sia di natura politico-militare che religiosa. Il verbo stesso racchiude in sé la connotazione di bontà dell'annuncio.
Nel Secondo Isaia (Is 40-55), troviamo l'annuncio di buone notizie con un forte connotato religioso, che aiutano a comprendere il significato del termine "Vangelo" che il Nuovo Testamento proporrà. Si attende la vittoria del Signore, la sua ascensione al trono e l'inizio di una nuova era. Il mebasser (colui che annuncia liete notizie) assume un'importanza fondamentale. Egli è l'araldo che precede il popolo nel ritorno da Babilonia, proclamando l'arrivo della nuova era e la presenza del regno di Dio.
È importante notare che il messaggero non annuncia un evento futuro, ma qualcosa che è già in atto: il regno di Dio è presente. La nuova creazione e l'era escatologica sono effettivamente presenti perché vengono create attraverso l'atto della predicazione. Questa buona notizia non è più riservata solo a Israele, ma deve essere annunciata a tutti i popoli (cfr. Sal 96,2-3; Is 66,6).
Nel Mondo Greco
Il mondo greco conosceva il verbo euaggelizomai, usato per indicare l'annuncio di vittoria. L'euaggelos, l'annunciatore di liete notizie, poteva provenire dal campo di battaglia per annunciare alla città la vittoria dell'esercito. Talvolta la "buona notizia" veniva diffusa strategicamente per dare coraggio, non sempre corrispondendo ai fatti. L'annuncio di gioia poteva avere anche una funzione sacrale.
Pur essendo lo stesso verbo che verrà utilizzato nel Nuovo Testamento e condividendo una base di significato simile, nel mondo greco non si riscontra la stessa accezione divina che gli evangelisti attribuiranno a euaggelizomai. Il termine euaggelion, oltre a indicare l'annuncio di buone notizie, era legato anche al culto imperiale. In questo contesto, euaggelion annunciava la nascita o l'ascesa al trono dell'imperatore (il soter, il salvatore), proclamando l'inizio di tempi nuovi di pace.
Nella Versione Greca dei Settanta (LXX)
Nella versione greca dell'Antico Testamento (LXX), il verbo euaggelizomai viene utilizzato per tradurre l'ebraico bsr. Spesso si usa il participio sostantivato euaggelizomenos, traduzione dell'ebraico mebasser. Tuttavia, nei LXX, il significato originale del Deuteroisaia riguardo al messaggero di gioia e all'attuazione del regno di Dio spesso si perde.
Il termine euaggelion nei LXX non si incontra al singolare, e al plurale ricorre poche volte (cfr. 2 Sam 4,10; 18,20.22.25.27 e 2 Re 7,9). In questi casi, il messaggio di gioia non assume mai un valore religioso esplicito.
Il Vangelo nel Nuovo Testamento
La ripresa del termine euaggelion da parte dei primi autori neotestamentari (Marco e Paolo) costituisce di fatto un neologismo. Il "Vangelo" presente nei testi sinottici e paolini possiede un'affermazione cristologica: Cristo sostituisce la Torah nel confronto con il mondo giudaico, essendo il Vangelo di Dio nelle sue azioni e parole, nella sua vita, morte e risurrezione. Questo distingue la vita dei cristiani dalla tradizione rabbinica.
Nei Sinottici
Sebbene il Vangelo di Marco utilizzi più frequentemente il termine euaggelion rispetto al verbo euaggelizomai, è significativo notare che, con poche eccezioni (Mc 1,1 e 1,14), il termine compare quasi sempre sulla bocca di Gesù.
L'espressione iniziale di Marco, «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo [Figlio di Dio]» (Mc 1,1), dichiara apertamente il contenuto del testo e il suo protagonista. Per Marco, ciò che inizia è il "Vangelo", ovvero quanto è stato detto e fatto da Gesù, il Cristo (l'Unto, il Messia), il Figlio di Dio. L'espressione greca può avere un valore sia oggettivo ("Vangelo di", proclamato da Gesù) sia soggettivo ("Vangelo che è", enfatizzando Gesù come il Vangelo stesso).
Da questa analisi emerge che il termine euaggelion si riferisce sia alla predicazione (parole e fatti riguardanti Gesù Cristo), sia alla persona stessa di Gesù Cristo, che è il Vangelo in persona. Pertanto, il Vangelo di Gesù non è una nuova dottrina, ma la sua stessa persona che si manifesta attraverso ciò che dice e fa. Gesù è colui che porta il Regno di Dio, che si attualizza nella sua parola (cfr. Mc 1,15).
Questo messaggio richiede la fede, poiché il suo compimento sembra contraddire le apparenze. Gesù, nell'annunciare il messaggio messianico, si limita inizialmente a Israele. Solo dopo la sua risurrezione e ascensione al cielo inizia per tutto il mondo il tempo della salvezza (cfr. Mt 28,18-20).

In Paolo
La maggior parte delle occorrenze del termine euaggelion si trova nelle lettere paoline. Per Paolo, parlare di "Vangelo" era cosa ovvia. Euaggelion descrive sia l'azione dell'annuncio (cfr. Fil 4,3) sia il contenuto dell'annuncio (cfr. 1 Cor 9,14).
Secondo Mt 11,5, Gesù è il messaggero di gioia atteso alla fine dei tempi. Nella sua risposta ai discepoli di Giovanni Battista, egli afferma che «ai poveri è annunciata la buona notizia». I segni del compimento messianico si manifestano, la parola attualizza il regno di Dio, e l'era messianica attesa si sta realizzando.
Il verbo kerysso (proclamare) è spesso sinonimo di euaggelizomai. Già con Gesù, gli apostoli e i discepoli diventano coloro che proclamano la buona notizia, inviati da Cristo stesso (cfr. Lc 9,1-6). Dopo la Pentecoste, inizia l'attività missionaria degli apostoli, che «non cessavano di insegnare e di annunciare la buona notizia che Gesù è il Cristo» (At 5,42).
Il messaggio della buona notizia viene proclamato prima ai Giudei e poi ai Greci (cfr. At 11,20). Paolo diventa l'apostolo dei Gentili (cfr. At 14,7.15.21 ecc.), chiamato espressamente a "evangelizzare".
La Buona Notizia nel Cristianesimo Oggi
Nel Cristianesimo, le "Buone Notizie" si riferiscono al messaggio di speranza e salvezza attraverso Gesù Cristo. Questo annuncio, noto come Vangelo, porta conforto e trasformazione. Gesù fu unto per proclamare queste buone notizie ai poveri, liberare i prigionieri e guarire i malati.
Il messaggio centrale include la morte e risurrezione di Cristo, offrendo salvezza, pace e la promessa di una vita rinnovata. Il Vangelo cristiano è un annuncio di pace attraverso Gesù Cristo, destinato a essere proclamato a tutte le genti. Rappresenta le notizie positive sull'amore di Dio in Gesù Cristo, che portano gioia e speranza.
Le "Buone Notizie" cristiane includono la promessa di salvezza per gli umili e l'annuncio della presenza e cura di Dio per il suo popolo. La resurrezione di Gesù è una "Buona Notizia" centrale, un annuncio gioioso da condividere. Gesù stesso ha condiviso la "Buona Notizia" predicando il Vangelo ai poveri, dimostrando la compassione del suo ministero.
La nascita di Cristo è descritta come un messaggio di grande gioia per tutti, un evento di significato eterno annunciato dall'angelo Gabriele a Maria. Le "Buone Notizie" sono anche associate alla costanza nella fede. I credenti sono spinti a condividere queste "Buone Notizie" come espressione naturale della loro fede.
Questo messaggio di speranza e pace, portato da coloro che predicano il Vangelo, si è diffuso da Giudea in tutto il mondo, diventando sempre più forte e impossibile da sopprimere.
I Segreti Sepolti della Bibbia
Il Progetto di Dio: Pace e Vita
Dio non ci ha creati come automi, ma come esseri viventi fatti a sua immagine (cfr. Genesi 1:27), dotati della capacità di relazionarci con Lui a livello razionale e del libero arbitrio. Desiderava qualcuno da amare liberamente.
Il Nostro Problema: la Separazione da Dio
Dio pose Adamo ed Eva in un meraviglioso giardino con un'unica regola: non mangiare dall'albero della conoscenza del bene e del male, la cui trasgressione avrebbe comportato la morte spirituale e la separazione da Dio (cfr. Genesi 2:16-17). Purtroppo, Adamo ed Eva scelsero di disubbidire (cfr. Genesi 3:6) e furono separati da Lui (cfr. Genesi 3:22-24).
La Soluzione di Dio: la Croce
Gesù è l'unica soluzione al problema della separazione tra gli esseri umani e Dio. Morendo sulla croce e risuscitando dai morti, Gesù ha pagato il prezzo del nostro peccato e ha colmato l'abisso creatosi tra noi e Dio. Grazie alla sua morte e risurrezione, tutti coloro che credono in Lui possono iniziare una nuova vita.
«Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti» (1 Timoteo 2:5-6).
La Nostra Risposta: Accettare Gesù Cristo
Tutti noi dobbiamo arrivare al punto di ammettere: "Sono un peccatore/sono una peccatrice". Coloro che hanno accolto favorevolmente il messaggio di Gesù ed esercitato fede nella buona notizia hanno ricevuto grandi benedizioni. Giovanni 1:12 dice: «A quanti l’hanno ricevuto [Gesù] ha dato l’autorità di divenire figli di Dio, perché hanno esercitato fede nel suo nome».
Oggi, la buona notizia del Regno di Dio viene proclamata e insegnata in tutta la terra abitata. Le benedizioni del Regno sono ancora disponibili per coloro che cercano il significato e lo scopo della vita.