Ivano Fossati è una delle figure più influenti e rispettate della musica italiana, conosciuto per la sua sensibilità artistica, le sue composizioni raffinate e i testi intensi e poetici. La sua carriera è stata caratterizzata da un percorso evolutivo che lo ha portato a toccare vari generi musicali, dalla canzone d’autore al rock, dal jazz alla musica popolare. Spirito schivo, fiero e insofferente, ha attraversato la storia della canzone italiana come un viaggiatore perennemente alla ricerca di nuove rotte e percorsi da inseguire. "Come posso dire come passa il tempo/ come posso dire come passa lento", cantava nel 1990 in uno dei suoi album-chiave, Discanto. Un tempo infinito su cui il cantautore genovese ha costruito un connubio speciale tra versi e suoni, senza perdere di vista quella vena sociale e politica che ha sempre ispirato i padri nobili del cantautorato italiano.
Gli Inizi e la Formazione Musicale a Genova
Ivano Fossati nasce a Genova il 21 settembre 1951, nella zona del porto, vicino al mare. Questa città, densa di storia e di malinconia, è da sempre una delle roccaforti della canzone made in Italy, avendo dato i natali a artisti come Gino Paoli, Luigi Tenco, Umberto Bindi e Fabrizio De André. La Genova degli anni Sessanta e Settanta è stata un vivace crocevia culturale, in cui musica, poesia e impegno civile si sono intrecciati, influenzando profondamente la sua arte e sensibilità musicale.
La sua passione per le sette note viene coltivata fin da bambino: a otto anni inizia lo studio del pianoforte, per poi imparare a suonare anche chitarra, flauto e percussioni. Diviene in breve tempo un vero polistrumentista, caratteristica che lo renderà uno dei musicisti più completi della scena italiana.

L'Esperienza con i Delirium e il Rock Progressivo
Non ha neanche sedici anni quando decide di lasciare la scuola per dedicarsi completamente alla professione di musicista. I soldi sono pochi, ma la fantasia supera ogni ostacolo: trasforma la sua chitarra classica in elettrica e usa vecchie lavatrici o altri strumenti rudimentali per amplificare i ritmi. Fossati costruisce testi, musica e canta nei piccoli locali intorno al porto. I suoi primi esperimenti sono tutti legati al rock progressivo, da cui si è poi sempre più staccato, anche se la sua ammirazione per Bruno Lauzi e per i ritmi jazzistici e sudamericani lo ha influenzato fin dagli esordi.
Siamo all'inizio degli anni Settanta e Fossati fonda i Delirium, un piccolo gruppo sperimentale. Arrivano brani di successo come "Jesahel" (presentato addirittura a Sanremo, con tanto di look mistico-hippie) e "Favola o storia del lago di Kriss" (da Dolce Acqua del 1972). Queste suggestive ballate raccontano di luoghi incantati e leggende senza tempo, con le sonorità progressive in voga in quegli anni: flauti, sintetizzatori, arrangiamenti sinfonici. Uno stile che in Italia avrà come portabandiera gruppi come Le Orme, gli Area di Demetrio Stratos, il Banco e la Pfm. Le continue trasformazioni, legate alla sua natura irrequieta, sono anche l'epitome della sensibilità poliedrica del musicista contemporaneo, chiamato ad amalgamare sonorità diverse e apparentemente confliggenti in un unicum inconfondibile.
Il Percorso Solista e la Nascita di un Autore
Congedati così i Delirium, Fossati si imbarca in una carriera solista che lo vedrà destreggiarsi tra composizioni "in proprio" e una miniera di regali ad altre interpreti: Mina, Patty Pravo, Fiorella Mannoia, Loredana Berté, Mia Martini, Ornella Vanoni, Alice. Per non parlare delle collaborazioni con autorevoli colleghi, come Francesco De Gregori e Fabrizio De André.
Il Debutto Solista e i Primi Album
Il debutto del Fossati solista è un 45 giri, "Beati i ricchi", tema dell'omonimo film di Salvatore Samperi con Paolo Villaggio. Fossati canta su musiche di Louis Bacalov, accompagnato dai Godfathers. L'esordio sulla lunga distanza avviene un anno dopo con Il grande mare che avremmo attraversato (1973), che già nel titolo contiene una sorta di "dichiarazione d'intenti" sul futuro percorso artistico da intraprendere. Il viaggio, tema onnipresente nel canzoniere di Fossati, è il leit-motiv di un disco che, per quanto discontinuo, testimonia già una vivida capacità creativa. I riferimenti letterari già si presentano numerosi (eloquente quello a Edgar Allan Poe in "Il pozzo e il pendolo"), così come i versi dedicati al mare (il singolo "Vento caldo"), altro elemento-cardine dell'intero lavoro. Lo strumentale "Jangada", "Canto nuovo" e "Da Recife a Fortaleza" portano invece addosso i primi segni di quella saudade musicale che accosterà spesso Fossati al Brasile.
Prodotto, scritto e arrangiato dal tandem Fossati-Prudente, il successivo Poco prima dell'aurora ribadisce sostanzialmente la formula, mostrando un lato A più convenzionale e una seconda facciata dove, eccezion fatta per il singolo "Libera amore", si osa di più, con la verve sperimentale di "Tema del lupo", "Lo stregone" e "Gil" (voglia di terra), quest'ultima interamente strumentale, eseguita da Fossati al flauto. Ancora indeciso su quale strada imbroccare, confuso tra un songwriting pop di stampo classico e velleità avant-prog tipicamente settantine, Fossati confeziona Goodbye Indiana, che arriverà a definire in seguito "il mio album più brutto e con i peggiori testi mai scritti". L'unica curiosità sta in quella "Harvest Moon" che, oltre ad anticipare di qualche decennio il titolo di un album di Neil Young, sfodera una suggestiva performance in duetto con Marva Jan Marrow.
L'Evoluzione verso il Rock e il Successo come Autore
Il 1977 è anno di rottura anche per Fossati. Approdato alla Rca e affidato alle cure del produttore Antonio Coggio, il cantautore genovese marca un primo passo in direzione di quella evoluzione "rock" che si delineerà meglio negli anni successivi. L'acerbo La casa del serpente si fa ricordare soprattutto per "Anna di primavera", il primo frutto di quella collaborazione con Mia Martini che tante gemme regalerà alla canzone italiana. "Matto", invece, troverà più fortuna nell'interpretazione di una giovanissima Anna Oxa, altra cantante beneficiata da Fossati, grazie soprattutto alla splendida "Un'emozione da poco" con cui debutterà nel 1978 al Festival di Sanremo.
Se i suoi primi album appaiono ancora istantanee sfocate, ben distanti dagli standard dei successivi decenni, la capacità di Fossati di scrivere canzoni si manifesta già in modo prorompente nel tris d'assi calato nel 1978. Oltre alla summenzionata "Un'emozione da poco", infatti, la sua penna dà vita alla struggente ballata di "Dedicato", per Loredana Berté, e alla sublime trasgressione di "Pensiero stupendo", che la voce di Patty Pravo trasformerà in evergreen della canzone italiana. Un exploit che vale a Fossati il Telegatto come miglior autore dell'anno. Non è ancora una Targa Tenco, ma è già un segno che la critica lo ha finalmente scoperto.

La Sfida al Successo: Da "La mia banda suona il rock" all'Esplorazione Sonora
Svolta rock in arrivo, ed ecco allora l'album che per Fossati sarà croce e delizia negli anni a venire. L'enorme successo della title track di La mia banda suona il rock, infatti, gli resterà appiccicato per anni come un'etichetta ingombrante, della quale cercherà in tutti i modi di sbarazzarsi. Già all'epoca, in effetti, aveva cercato di prenderne le distanze: non la voleva come singolo e, soprattutto, non come titolo dell'album. Ma l'ostinazione dei discografici prevalse, con indubbi riscontri finanziari. Per uno strano destino, così, l'inno rock per antonomasia di Fossati, nonché uno dei suoi più grandi successi commerciali, diverrà "la canzone di cui credevo, e speravo, di essermi liberato". Arriverà a suonarla dal vivo in una irriconoscibile versione per pianoforte e voce, fino a farla scomparire del tutto dalle scalette. Registrato nei celebri Criteria Studios di Miami, con musicisti dell'entourage di Eric Clapton e Stephen Stills, La mia banda suona il rock alterna energici uptempo a ballate di classe, come la stessa "Dedicato" e "Limonata e zanzare", che sfoggia un testo di grande arguzia su base quasi reggaeggiante.
Gli Anni '80: Nuove Direzioni Musicali
Panama e dintorni (1981) consolida questo stile, imbroccando anche un hit, ovvero la title track, reggae sornione con un divertente testo dal sapore quasi cinematografico. "La signora cantava il blues", dedicata a Billie Holiday, è la canzone più "americana" del lotto, con le sue raffinate venature jazzy. Ma a far brillare il disco sono soprattutto due ballate: la dolente "Costruzione di un amore", già interpretata da Mia Martini, e l'altra riflessione ad alto tasso melanconico di "J'adore Venice". Fossati mette finalmente a fuoco una scrittura peculiare, capace di dosare l'attitudine rock e la vena intimista e cantautorale in un accattivante impasto musicale, certamente tra i più moderni della canzone italiana di quegli anni.
Dedicato a Randy Newman, Le città di frontiera (1983) è un'altra tappa sulla strada di un songwriting che si fa sempre più acuto e profondo. "La musica che gira intorno" è un apologo sulla musica fatua e al tempo stesso il ritratto dei musicisti controcorrente. "Traslocando" è invece la sua riproposizione dell'ennesimo gioiello regalato a Loredana Berté. Disco di transizione, Le città di frontiera segna la fine del periodo rock di Fossati o forse il primo episodio della fase successiva. Un passaggio formalizzato nella traccia che chiude il disco ("Cow Boys"): il verso "che non ci prenda per Cow Boys" sembra proprio voler indicare un percorso di allontanamento dalla musica americana per antonomasia, che si concretizzerà nel progressivo abbandono di stilemi rock e nella sostituzione delle chitarre elettriche con l'elettronica prima e una strumentazione etnico-acustica poi.
Ventilazione (1984) è un altro passaggio-chiave verso quell'integrazione tra ricerca musicale e letteraria che si sublimerà nei lavori successivi. Disco aspro nei suoni e già piuttosto ermetico nei testi, annovera anche la rivisitazione in chiave rock di Paolo Conte ("Boogie") da sempre considerato con Fabrizio De André "fratello nelle note". Altra cover è "La locomotiva" (da "The Rail Song" di Adrian Belew). Il singolo "Viaggiatori d'Occidente" è un elegante ballad in chiaroscuro, mentre "Il pilota" anticipa quella passione di Fossati per il volo che caratterizzerà Lindbergh.
La Maturità Artistica: World Music, Riflessione e i Grandi Album
Due anni dopo Ventilazione, la scoperta di nuove costruzioni ritmiche, ispirata dalla musica popolare sudafricana contemporanea, è il piatto forte di 700 Giorni. Prodotto da Allan Goldberg, è un disco ancor più sperimentale, quasi sovraccarico di suoni e suggestioni. La danza sudafricana di "Buontempo", il folk celtico di "Gli amanti d'Irlanda", il pastiche etnico di "Non è facile danzare" testimoniano già una ricerca in direzione di quella world-music che troverà definitivo compimento nei lavori successivi di fine decennio. Altre tracce, costruite su una ammaliante base strumentale, propongono una serie di meditazioni sul DNA della nazione italiana. Ma il vero cuore pulsante dell'album è nella solenne poesia di "Una notte in Italia", sorta di piccolo breviario del nostro mal di vivere, in perenne conflitto con i morsi della coscienza, con l'esigenza di una condotta morale. 700 Giorni viene anche premiato come miglior album del 1986 con la prima Targa Tenco della sua carriera.
È l'avvio della stagione d'oro. La pianta del tè (1988) è l'album della definitiva conferma di Ivano Fossati come autore raffinato e musicista di prim'ordine. La prova più lampante della distanza da certe spigolosità degli esordi è il confronto tra "La costruzione di un amore" nella contorta e tormentata versione originale con quella cristallina e impeccabile di questo disco, che è nel complesso perfetto nell'orchestrazione, e alterna originali e colti spunti etnici, intrisi di spezie orientali, a composizioni più classicamente occidentali. Capolavoro nel capolavoro è proprio la title track, "La pianta del tè" (parte I e II), il cui fascino notturno, lunare e misterioso è reso dal contrasto tra i vellutati flauti di canna andini. Un'altra tappa fondamentale nella sua carriera è l'album Lindbergh - Lettere da sopra la pioggia (1992), che contiene alcuni dei suoi brani più noti e apprezzati, tra cui "La canzone popolare", un vero manifesto del cantautorato italiano. Questo album segna anche una svolta più introspettiva e riflessiva nella sua musica, con un tono spesso malinconico e meditativo.
"Confessione di Alonso Chisciano": La Follia come Scelta di Esistenza
Il brano "Confessione di Alonso Chisciano" è contenuto nell'undicesimo album di Ivano Fossati, intitolato Discanto. È chiaramente dedicato alla figura di Don Chisciotte - come si evince dal titolo, nel quale si indica il nome che, come si sa, sarebbe quello del protagonista del romanzo. Il cavaliere si presenta con il suo «vero» nome solo alla fine del libro, proprio nell'ultimo capitolo: «[…] ya no soy Don Quijote de la Mancha, sino Alonso Quijano [...]».

Il protagonista della canzone decide, consciamente, di abbracciare la follia distanziandosi sempre più dalla realtà. Quest'uomo decide di esistere, accettando le conseguenze di un "vivere sentendo", in cui dolori e sconfitte sono ripagati dalla soddisfazione di essere se stessi. Egli sceglie di allontanarsi da un mondo che cerca di annientare gli ideali, imbrogliando chi non ha la forza di combattere. Preferisce destinazioni ignote rispetto a sentieri già tracciati e definiti.
Negli ultimi versi della canzone, Fossati lancia una provocazione: la realtà esiste veramente o si tratta solo di una "recita nella recita"? In questo teatro che sarebbe la realtà, vivono gli inconsapevoli, coloro che si lasciano pilotare come marionette, serrando occhi, orecchie e cervello. Il protagonista della canzone chiude dicendo «dall'altra continuo / solo e senza corpo a scornarmi con il vento», urlando chiaramente la sua volontà di non arrendersi mai e di continuare a ingaggiare battaglie contro l'ingannevole realtà: «dormo nella follia / e tutto il teatro con me».
CONFESSIONE DI ALONSO CHISCIANO
Pensiero Artistico e Ritiro dalle Scene
Fossati ha spesso espresso le sue convinzioni sul mondo della musica, affermando: «Rimango più o meno ai margini delle classifiche di vendita perché non pratico la pedofilia musicale, non corro dietro ai gusti dei ragazzini, non indosso orecchini né cappellini, non uso espedienti… Gli adolescenti sono i maggiori consumatori di musica. Ma si può ragionare sempre e solo in termini di consumo e poi pretendere anche di essere considerati artisti? Credo proprio di no. Così rivolgo la mia musica a chi ha voglia, pazienza e sensibilità, tempo e intelligenza da dedicarmi come un regalo».
Il suo rapporto con l'arte lo porta a esplorare il "Concerto in versi", un'esclusiva per Einaudi, con parole e suoni dallo spettacolo ideato per il teatro con l’attrice Elisabetta Pozzi. Canzoni celebri di Fossati, da «Mio fratello che guardi il mondo» a «Poca voglia di fare il soldato» a «Cow boys» dialogano con le improvvisazioni musicali e con la voce dell’attrice che recita versi di poeti, da Primo Levi a T. S. Eliot. Temi come le "città dove la mia anima si sente più comoda" (Genova, Lisbona o Napoli), la riflessione se "si può ancora fare il rock?", il ruolo dei discografici e di Internet, il successo commerciale e i suoi prezzi, la televisione contro il teatro, il linguaggio jazz, la vera poesia, il mare e l’invisibile, l'ascolto del silenzio e l'equivoco della politica sono solo alcune delle tessere che compongono il suo complesso pensiero artistico. Fossati ha spesso sottolineato l'importanza di maestri e compagni di strada, come Fabrizio De André, e la sua natura di "animale non da palcoscenico".
Nel 2011, Fossati ha annunciato il suo ritiro dalle scene musicali. Questa decisione ha sorpreso molti, ma non si è trattato di una mossa improvvisa: già da tempo aveva manifestato un certo distacco dal mondo dello spettacolo e dall’industria discografica, un ambiente che riteneva sempre più lontano dalle sue esigenze artistiche e personali. In diverse interviste, l'artista ha spiegato le ragioni dietro la sua decisione: sentiva di aver detto tutto quello che poteva dire attraverso la musica, e che continuare a pubblicare nuovi dischi sarebbe stato ripetitivo. La sua scelta è stata quindi dettata da un forte senso di coerenza artistica e dall’esigenza di chiudere un ciclo quando sentiva che era il momento giusto.
La Vita Privata e il Legame Indelebile con Mia Martini
La vita privata di Ivano Fossati è stata sempre mantenuta lontana dai riflettori. Artista riservato, non ha mai amato parlare molto della sua sfera personale, preferendo che fosse la sua musica a parlare per lui. Tuttavia, è noto che Fossati ha avuto un figlio, Claudio, nato da una relazione giovanile. Nel corso degli anni, la sua vita privata è stata segnata da alcune relazioni importanti, ma Fossati ha sempre mantenuto una certa riservatezza su questo aspetto della sua vita.
Uno degli aspetti più noti e toccanti della vita privata di Ivano Fossati è la sua relazione con Mia Martini, una delle voci più struggenti e appassionate della musica italiana. I due hanno avuto una relazione sentimentale e artistica negli anni Ottanta, un legame che ha lasciato un'impronta profonda su entrambi. Fossati ha scritto per Mia Martini alcune delle sue canzoni più belle, tra cui la celebre "E non finisce mica il cielo", presentata al Festival di Sanremo nel 1982. La relazione tra Fossati e Mia Martini non è stata facile, segnata da alti e bassi e da difficoltà personali. In diverse interviste, Mia Martini ha parlato dell'importanza di Fossati nella sua vita, descrivendolo come un amore profondo e tormentato, che ha avuto una grande influenza sulla sua carriera e sul suo modo di cantare. Mia Martini ha vissuto anni difficili, ma la sua relazione con Fossati le ha dato anche momenti di grande ispirazione e creatività. Purtroppo, la loro storia d'amore è finita, anche se il loro legame artistico e umano è rimasto sempre vivo.

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