La Formazione dei Presbiteri: Un Percorso Integrale per il Sacerdozio Contemporaneo

Il sacerdozio è una professione di enorme importanza all’interno delle tante religioni che esistono nel mondo. Uomini e donne si preparano duramente a servire il loro Dio e il loro prossimo. In particolare, i sacerdoti cattolici consacrano la loro vita al servizio della Chiesa e della comunità, amministrando molti dei sacramenti religiosi. La loro formazione, quindi, è un processo rigoroso e continuo, volto a plasmare non solo l'intelletto, ma specialmente il cuore dell'uomo chiamato a diventare pastore di anime.

Il Nuovo Documento CEI e le Norme per i Seminari in Italia

Il 9 gennaio 2025 sono entrate in vigore, ad experimentum per tre anni, le nuove disposizioni del documento “La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Orientamenti e norme per i Seminari”. L’iter di approvazione di questo documento è stato caratterizzato da diverse e articolate fasi. Già nel dicembre del 2016 il Dicastero (allora Congregazione) per il Clero approvava la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, fornendo indicazioni unitarie circa la formazione sacerdotale in tutto il mondo.

La competenza circa la formazione dei presbiteri era stata affidata già dal 2013 da Benedetto XVI, con Lettera Apostolica in forma di motu proprio Ministrorum Istitutio, alla Congregazione per il Clero, competenza fino a quel momento demandata alla Congregazione per l’Educazione Cattolica. Alla Ratio fundamentalis universale ha fatto seguito il documento della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), redatto e approvato dall’Assemblea Generale tenutasi ad Assisi dal 13 al 16 novembre del 2023.

Come affermato da Mons. Stefano Manetti, vescovo di Fiesole e presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata della CEI, il documento non è una revisione di quanto già stabilito, ma piuttosto una nuova versione nata dal desiderio di riprendere il discorso sull’intera materia per dare nuove e più concrete risposte alle esigenze di un presbitero che si trova a vivere le necessità del mondo contemporaneo. La sfida maggiore per un formatore, ha ricordato Mons. Manetti, è il vaglio dell’autenticità della vocazione alla luce della «straordinaria quantità e varietà di stili di vita proposti dai social media, la debole educazione alla valutazione morale degli atti, la desuetudine a considerare le conseguenze delle azioni sul proprio sé, l’analfabetismo affettivo-emotivo e la povertà di modelli etico-valoriali di cui è segnata la cultura ove essi crescono».

A ciò si aggiunge l’attenzione alla capacità del presbitero, sia nella fase formativa che in quella della post-formazione, di relazionarsi nel mondo attuale, anche alla luce delle istanze emerse dal recente Sinodo sulla sinodalità.

L'Iter Formativo: Tappe e Dimensioni Integrate

Il processo di formazione dei candidati al presbiterato, come sottolineato dal Documento dei vescovi italiani, non termina con la conclusione della formazione seminariale. Il sacerdote è chiamato ad una formazione continua, di cui il Seminario non rappresenta che la prima parte e che perdura per l’intera vita. Si parla, infatti, espressamente di “discepolato permanente” del presbitero.

Struttura del Percorso Formativo

L’iter formativo al presbiterato è articolato in due tempi:

  • Una prima fase di carattere iniziatico, dedicata alla costruzione della consistenza interiore, in un rapporto educativo forte con i formatori, attraverso lo sviluppo di una solida vita spirituale, l’applicazione seria allo studio e alla preghiera, una vita comunitaria intensa e la conoscenza di sé.
  • Una fase propriamente formativa.

A queste fasi si accede dopo il superamento di un anno propedeutico. La Ratio fundamentalis del 2016 scandisce il percorso formativo in quattro tappe, riprese anche dal nuovo Documento:

  1. Tappa propedeutica: della durata di un anno, rappresenta un momento di vero discernimento e di verifica. Al suo termine, il candidato può essere ammesso al seminario maggiore.
  2. Tappa discepolare: della durata di due anni, in cui il seminarista sviluppa ulteriormente la sua vocazione.
  3. Tappa configuratrice: della durata di quattro anni, durante la quale il seminarista può essere ammesso all’Ordine e inizia un graduale inserimento in una realtà pastorale.
  4. Tappa di sintesi vocazionale: di non meno di un anno, che porta all’ordinazione diaconale e poi presbiteriale, inaugurando il periodo della formazione permanente.

Queste tappe non rappresentano uno schema rigido, ma vanno modellate e configurate a seconda del percorso di ogni singolo soggetto. Il Seminario, inteso come “laboratorio”, non costruisce solo un intelletto ma specialmente il cuore e la fibra stessa, umana prima ancora che cristiana, dell’uomo chiamato a diventare pastore di anime. I seminaristi sono chiamati ad essere attenti lettori della realtà e del contesto in cui si trovano o in cui andranno ad operare, annunciando il messaggio evangelico nella vita fraterna e nella comunità di fedeli.

schema del percorso formativo sacerdotale (tappe, durate e scopi)

La Formazione Integrale

Nel quarto capitolo del Documento si sottolinea la particolare importanza della formazione soprattutto umana, oltre che culturale, del seminarista. La formazione nel Seminario Maggiore è presentata come unica, integrale, comunitaria e missionaria: non si esaurisce nell’apprendimento di nuovi contenuti, né si limita ai comportamenti morali o disciplinari, ma deve riguardare il campo delle motivazioni e delle convinzioni personali, essendo formazione della coscienza. Obiettivo del seminario non è formare giovani (o adulti) che scelgono di vivere al di fuori del mondo, ma saper cogliere nel mondo il germe vocazionale e accompagnarlo ad una consapevole coscienza di sé. Si mira a formare sacerdoti capaci di rapporti liberi e gratuiti, capaci di aprirsi a nuove prospettive e pronti a sfidare la realtà.

Un aspetto fondamentale di questa formazione integrale è l'educazione al celibato sacerdotale e alla verginità. Il testo parla di «serena offerta di sé espressa nella scelta del celibato per il Regno». Nella scelta di vita celibataria, il seminarista deve essere correttamente educato ad una sana vita affettiva e relazionale, accogliendo il celibato liberamente e custodendolo responsabilmente. Si tratta di vivere un mistero che esige una profonda maturità umana e spirituale.

L'Identikit del Sacerdote Secondo Papa Francesco

Papa Francesco è sempre molto attento ai sacerdoti e al loro ministero, mettendo in evidenza alcuni aspetti della vita presbiterale. La lettera scritta il 4 agosto 2019, in occasione del 160° anniversario della morte del Curato d’Ars (san Giovanni Maria Vianney), rappresenta una piccola “summa” pastorale e spirituale del suo magistero sul sacerdozio.

Il Santo Padre offre un identikit “esistenziale” del prete, non un sacerdote ideale, ma la moltitudine di presbiteri che «in tante occasioni, in maniera silenziosa e sacrificata», si impegnano nel «servizio a Dio e al suo popolo», nell’annuncio del Vangelo, nella celebrazione dei sacramenti e nella testimonianza della carità, scrivendo «le più belle pagine della vita sacerdotale».

Tra le qualità che egli evidenzia, la misericordia è una «qualità squisita» del prete, che lo configura a Cristo Buon Pastore. È un atteggiamento gioioso che attinge dalla preghiera e dai sacramenti, prende forma nella comunione con il vescovo e i confratelli, si realizza nell’entusiasmo per l’evangelizzazione e diventa prossimità e vicinanza alla «carne del fratello sofferente».

Un’ulteriore caratteristica è il «coraggio sacerdotale», posto dalla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis all’interno della necessaria maturità umana richiesta ai candidati agli ordini sacri. Il ministero presbiterale non è immune dalla sofferenza, dal dolore e persino dall’incomprensione, che sono mezzi di configurazione a Cristo, quando assunti e integrati nel cammino di fede e di preghiera. Infine, l’identikit offerto dalla lettera descrive due legami costitutivi dell’identità sacerdotale: quello personale, intimo e profondo con Gesù, e quello con il popolo di Dio. Papa Francesco chiede ai presbiteri di oggi di essere preti del Magnificat, perché «il rinnovamento della fede e il futuro delle vocazioni è possibile solo se abbiamo preti ben formati».

ritratto di Papa Francesco con un gruppo di sacerdoti, sorridente e incoraggiante

Il Ruolo del Dicastero per il Clero

La Congregazione per il Clero (oggi Dicastero per il Clero) cura la formazione sacerdotale con speciale attenzione, in un quadro di attività che abbraccia e amministra tutti gli aspetti della vita di un ministro di Dio. Il bilancio di missione annuo del Dicastero era intorno ai 2 milioni di euro nel 2021.

Struttura e Funzioni

Il Dicastero è composto da una pluralità di persone che collaborano per il servizio al clero, inclusi cardinali, arcivescovi e vescovi designati dal Santo Padre, garantendo un respiro universale. È presieduto da un cardinale prefetto, coadiuvato da due arcivescovi segretari (uno incaricato per i seminari) e un sotto-segretario. All’interno del Dicastero operano 27 sacerdoti e 4 laici, con la collaborazione di consultori (teologi, canonisti, psicologi, giuristi) chierici e laici quando necessario.

L’attività della Congregazione per il Clero è articolata in quattro uffici:

  • Ufficio Clero: Esamina pratiche disciplinari, casi di sostegno alle Chiese particolari, esposti e richieste di vescovi e chierici. Si occupa anche dei “ricorsi gerarchici” contro atti di governo, come la soppressione delle parrocchie. Può dimettere presbiteri e diaconi dallo stato clericale per cause molto gravi. Da questo ufficio è nata l’istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa” (20 luglio 2020).
  • Ufficio Seminari: Si occupa della promozione delle vocazioni e sostiene i vescovi diocesani e le Conferenze episcopali nella formazione sacerdotale, iniziale e permanente, in particolare dei seminari. Promuove l’applicazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis e accompagna gli episcopati locali nella redazione della Ratio Nationalis. È competente anche per i collegi e i convitti sacerdotali di Roma.
  • Ufficio Amministrativo: Vigila sulla retta amministrazione del patrimonio della Chiesa, concedendo la licenza necessaria per alcuni atti di alienazione di beni, in quanto la proprietà di tutti i beni ecclesiastici è sotto la Suprema Autorità del Romano Pontefice.
  • Ufficio Dispense: Si occupa dei chierici che hanno abbandonato l’esercizio del ministero e intendono riconciliarsi con Dio, con la comunità ecclesiale e con la propria “storia”. La concessione della dispensa, riservata al Santo Padre, è una grazia concessa caso per caso, come segno di misericordia, quando la situazione appare irreversibile.

I costi di gestione del Dicastero, attribuiti agli stipendi del personale e alle spese operative, sono coperti dalle entrate derivanti dalle attività istituzionali. I corsi di formazione proposti dal dicastero sono finanziati parzialmente da un contributo simbolico degli alunni e in gran parte dalla generosità di altri enti, tra cui la pia fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre.

Questioni Cruciali nella Formazione Sacerdotale

Pastorale Vocazionale e Formazione Permanente

La Congregazione per il Clero ha dedicato tempo ed energie alla redazione della nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis. Il «dono della vocazione al presbiterato, posto da Dio nel cuore di alcuni uomini, impegna la Chiesa a proporre loro un serio cammino di formazione». Papa Francesco definisce la formazione come «custodire e far crescere le vocazioni perché portino frutti maturi. Esse infatti sono un diamante grezzo, da lavorare con cura, rispetto della coscienza delle persone, e con pazienza, perché brillino in mezzo al popolo di Dio».

Nella prospettiva della Ratio, la formazione sacerdotale è unica, inizia in seminario e continua per tutta la vita del sacerdote. La Congregazione accompagna le Conferenze episcopali nella promozione della formazione iniziale e permanente del clero, anche tramite le periodiche «visite ad limina». La pastorale vocazionale è presentata come impegno di tutta la comunità ecclesiale, con l’importanza di soggetti formati al riconoscimento e all’accompagnamento dei giovani e degli adulti nel cammino di discernimento vocazionale, coinvolgendo anche il mondo laicale. È convinzione condivisa che un clero formato umanamente, spiritualmente, intellettualmente e pastoralmente contribuisca a suscitare nuove vocazioni.

giovani in seminario durante un momento di studio o preghiera

Il Celibato Sacerdotale

Il tema della vita celibe del sacerdote si ripresenta ciclicamente all’attenzione, essendo un “segno di contraddizione” rispetto alla mentalità mondana. I Pontefici dell’ultimo secolo hanno ribadito il valore del celibato come donazione totale a Dio e spazio di libertà per il ministero. La Congregazione per il Clero contribuisce a riaffermare questo valore attraverso un costante lavoro di studio e promozione, affinché la scelta celibataria sia compresa nella sua autenticità e attualità.

La formazione al celibato sacerdotale non può limitarsi al tempo del seminario, ma deve continuare per tutta la vita del sacerdote, affinché i presbiteri assumano e rinnovino costantemente la consapevolezza di essere «radicati in Cristo Sposo e totalmente consacrati al servizio del Popolo di Dio». Il celibato è inteso come «uno speciale dono di Dio» che esige una profonda maturità umana e spirituale, promossa attraverso i canali formativi e di sostegno alle Chiese locali.

Il fondamento e l'importanza imprescindibile del celibato sacerdotale nelle parole di Benedetto XVI

La Protezione dei Minori e delle Persone Vulnerabili

Il tema degli abusi sui minori da parte dei sacerdoti rimane una ferita aperta. La prevenzione di questi delitti si fonda su un’accurata formazione sacerdotale integrale, che riguardi tutti gli aspetti della persona, compresa la dimensione umana negli aspetti dell’affettività, della sessualità e della volontà. Il seminarista e il sacerdote sono chiamati a crescere armoniosamente come uomini dotati di sano equilibrio psicologico, maturità affettiva e capacità relazionale.

La Ratio richiede la «massima attenzione» in questo campo, escludendo dagli ordini sacri coloro che «siano incorsi in alcun modo in delitti o situazioni problematiche in questo ambito», e prevedendo «nel programma sia della formazione iniziale che di quella permanente» opportune «lezioni specifiche, seminari o corsi sulla protezione dei minori», interessandosi anche alle aree di possibile sfruttamento o violenza come la tratta di minori o il lavoro minorile.

La Formazione nell'Era Digitale

Il sacerdote del XXI secolo è pienamente immerso nel mondo digitale, dove virtuale e reale sono strettamente intrecciati. È quindi necessario che la formazione al sacerdozio accompagni i candidati a maturare la capacità di “abitare” l’ambiente digitale con consapevolezza e sapienza, riconoscendone le opportunità e i rischi.

Agenti della Formazione e Progetto Formativo

L’ultimo capitolo del documento riguarda gli agenti della formazione e il progetto formativo. Accogliendo l’istanza sinodale di allargare la condivisione della responsabilità formativa, vengono delineati con maggiore chiarezza i compiti del vescovo, del presbiterio, della comunità seminariale, dei formatori (Rettore, animatori, direttore spirituale), dei docenti esterni, degli psicologi, dei parroci e dei responsabili pastorali. Tutte queste figure concorrono alla formazione del progetto formativo, che deve essere approvato dal vescovo diocesano.

Sviluppo Storico dei Seminari in Italia

La storia dei seminari in Italia è complessa, influenzata sia dalle dinamiche interne alla Chiesa sia dai rapporti con lo Stato, specialmente nel periodo post-unitario.

XIX Secolo: Stato, Chiesa e Nazionalizzazione

Già nel 1873, in previsione del primo congresso cattolico, un’inchiesta sui seminari italiani rilevava problemi finanziari e una diminuzione nel numero degli alunni, spesso attribuita alle leggi eversive del patrimonio ecclesiastico e all’obbligo della leva militare per i chierici. I nuovi governi post-unitari consideravano i seminari con sospetto, temendo propaganda anti-italiana e antiliberale.

Lo Stato si interessò in particolare ai gradi inferiori di formazione, poiché la tradizionale frequenza di esterni metteva a nudo il carattere pubblico di queste istituzioni. Il confronto, spesso lo scontro, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, riguardò soprattutto la scuola secondaria (ginnasio-liceo). Le pressioni esterne entrarono in conflitto con il carattere spurio della formazione seminaristica, condizionando l’apertura verso gli insegnamenti tecnico-scientifici.

L’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, nel 1879, con la forte affermazione della filosofia neoscolastica e neotomistica, complicò ulteriormente l’introduzione di innovazioni nel percorso formativo umanistico. Questo modello, individuato come l’unico funzionale alla preparazione intellettuale del ministro di culto, creò difficoltà ai docenti formatisi in tale filosofia nell’insegnare materie non presenti nel loro bagaglio. La classe dirigente liberale optò inizialmente per una sorta di nazionalizzazione dei seminari, trasformando i programmi di studio e i metodi didattici per allinearli ai modelli governativi. L'obiettivo era che il prete, prima di acculturarsi nelle discipline teologiche, fosse un cittadino italiano a tutti gli effetti e la sua formazione fosse di competenza dello Stato.

vecchia foto di un seminario italiano del XIX secolo o di un gruppo di seminaristi in abiti tradizionali

XX Secolo: Dalla Condanna del Modernismo al Vaticano II

La condanna del modernismo con la Pascendi dominici gregis di Pio X nel 1907 e la ‘chiusura’ dei seminari agli esterni segnarono uno spartiacque. Si passò all’istituzione di seminari interdiocesani per i corsi filosofico-teologici, razionalizzando l’utilizzo delle energie pedagogiche, intellettuali ed economico-finanziarie. L’obiettivo prioritario rimaneva la nascita di un modello unico di sacerdozio, caratterizzato da un comune iter formativo e dalla ‘spiritualità della sottomissione’ all’autorità vaticana.

Nei primi anni Sessanta, il Concilio Vaticano II segnò una svolta. L’immagine del seminario come ‘santuario’ e del prete come uomo dei sacramenti, con una formazione sorda ai fermenti del mondo esterno, mostrava ormai i suoi limiti. Il Concilio raccolse questi fermenti e li indirizzò verso la forte affermazione del tema della pastoralità: secondo il decreto Optatam totius, il prete doveva essere più che «uomo dei sacramenti», un «pastore d’anime». La formazione intellettuale e spirituale del chierico doveva convergere nella formazione pastorale, in dialogo aperto con la cultura contemporanea. A fronte di una diminuzione dei chierici di origine europea, si assistette all’esplosione delle vocazioni africane e sudamericane, rendendo il sacerdozio sempre più multietnico.

Controversie e Chiarimenti: La Questione dell'Omosessualità

La pubblicazione del documento della CEI ha avuto grande risalto sui media. Un’errata lettura giornalistica del n. 44 è stata presentata come un’apertura assoluta alla possibilità di giungere all’ordinazione di persone omosessuali. Ciò ha reso necessario un intervento su Avvenire di Mons. Manetti, che ha fornito la precisa interpretazione del passaggio controverso.

Richiamando quanto espresso nel documento Il dono della vocazione presbiteriale (Congregazione per il Clero, 2016), l’attuale Ratio nationalis ricorda che la Chiesa «non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Tuttavia, il documento aggiunge che tale situazione non deve essere considerata un impedimento assoluto che riduca il discernimento a tale tematica. È opportuno che il soggetto che presenti tale inclinazione affettiva, accedendo al discernimento vocazionale, venga indirizzato ad una formazione globale, anche affettivo-sessuale, che lo aiuti a vivere in maniera piena e libera la castità presbiteriale. La novità delle nuove norme riguarda quindi la questione del discernimento di chi si avvia al percorso formativo in Seminario, con una maggiore attenzione all'antropologia teologica che pone al centro l'uomo e la propria relazione con il divino.

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